La formazione dello scrittore, 8 / Alessandro Zaccuri

by
Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

di Alessandro Zaccuri

[Questo è l’ottavo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Alessandro per la disponibilità. gm]

1.

alessandro_zaccuriL’ultima storia sarebbe questa.
Muore un uomo, si prepara il suo funerale. La malattia è stata lunga, metodica com’era stata la sua esistenza. Il lavoro in banca, la cura perfino eccessiva nell’organizzare le giornate, l’abitudine di arrivare in stazione anche un’ora prima quando c’era da prendere il treno, l’insistenza nel leggere prima le istruzioni, sempre. Mai in ritardo a un appuntamento o a una scadenza.
Quest’uomo ordinato muore, dunque, e si prepara il suo funerale. In un giorno qualunque, a inizio settimana. In un paese di provincia, dove fino ad allora nulla è accaduto. Ma quel giorno, proprio all’altezza della cittadina dove nulla accade, un furgone sbarra l’accesso all’autostrada che da Milano va verso Como, un camion si mette di traverso sulla carreggiata, uomini con il passamontagna scendono, gettano chiodi a tre punte. Impugnano kalashnikov, sparano. Il blindato del portavalori viene assalito e svuotato. Pochi minuti per la rapina del secolo. Pochi minuti per liberare i demoni del caos. I banditi scappano, l’autostrada è bloccata, il blocco dell’autostrada provoca l’effetto domino sulla viabilità della zona, dell’area metropolitana, dell’intera regione. Arrivare al funerale diventa un’impresa. Tutti i contrattempi, tutti i ritardi evitati nel corso di una vita si accumulano in quell’ultimo giorno, in un ingorgo spaventoso e insieme allegro. Inspiegabilmente, meravigliosamente allegro.
Ecco, questa è l’ultima storia che mio padre mi ha raccontato. Non a parole, perché di parlare aveva smesso da anni. Il morto era lui, il funerale era il suo. Quel giorno pioveva, tra l’altro.

2.

Mio padre non apprezzava troppo la letteratura. Più che altro, non apprezzava che avessi scelto la letteratura come mestiere. Eppure il mio primo narratore è stato lui, il primo che mi ha insegnato ad amare le storie. Questo non lo sapeva, perché non gliel’ho mai detto. Quando mi sembrava che fosse arrivato il momento e mentre mi stavo preparando a fargli questa confessione, la malattia lo ha allontanato dal mondo, da noi, da me, forse – non posso esserne sicuro – da se stesso. Non ho grande passione per la casistica medica, ma la demenza senile è un argomento che mi interessa, per prevedibili motivi biografici oltre che per la sua componente allegorica. È una sindrome metafisica, che si accanisce su ciò che nell’uomo è invisibile, non sperimentabile. La memoria, gli affetti. Il morbo da cui fu consumato re Lear è lo stesso che ha impedito a mio padre di ascoltare questo racconto.
Sono stato un figlio unico degli anni Sessanta. Molto amato, probabilmente viziato. Anche questo è prevedibile. Era il destino di noi baby boomers, non ne abbiamo avuto colpa. Oggi cerco di scontarlo evitando i clichés più grossolani: il rimpianto obbligato, la nostalgia a prescindere, l’esaltazione di un passato il cui merito principale consiste nell’aver fornito una rappresentazione del mondo ai nostri occhi di bambini e di ragazzi. De André e Leonard Cohen, Corto Maltese e il cinema della nuova Hollywood. La televisione, anche, che per noi piccolo-borghesi era davvero una finestra sulla realtà. I film classici, i documentari, l’illusione di viaggiare e imparare senza spostarsi dal salotto di casa.
Le storie hanno rappresentato la ricchezza della mia infanzia e nella mia infanzia le storie passavano attraverso mio padre. Amava molto i fumetti e ha iniziato a leggermeli prima che io riconoscessi le lettere dell’alfabeto. Era il rito del sabato mattina, o forse della domenica, perché al sabato, fino a un certo punto, in banca si lavorava ancora mezza giornata. Fatto sta che nel giorno di festa ero ammesso nel lettone e lì mio padre mi leggeva “Topolino”. Un po’ più tardi, alle elementari, questa sarebbe diventata la prima delle tre testate che componevano la mia personale mazzetta (nelle redazioni si chiama così il fascio dei giornali forniti in lettura). Le altre due erano il “Corriere dei Piccoli” – poi evolutosi in “Corriere dei Ragazzi” e involutosi in “Corrier Boy” – e “Il Giornalino”, dove ricordo di essermi imbattuto nel mio primo Amleto, reso da Gianni De Luca con grandi tavole capaci di tradurre in segno grafico il meglio della sperimentazione teatrale dell’epoca. Ma questo, da ragazzo, non lo sapevo. Vedevo solo la figura del principe che si spostava da un punto all’altro dello spazio, moltiplicandosi pur rimanendo se stessa, e pensavo: questa è una storia, questo è il modo in cui le storie possono essere raccontate.

3.

Passavamo per essere una famiglia con molti libri. Stavano tutti, o quasi, nella libreria “in stile”, come si diceva allora, che ricordo consegnata un pomeriggio nella casa di Pavia. Era una di quelle occasioni in cui, misteriosamente, dal nostro frigorifero spuntavano le bottiglie di birra. Dopo che gli uomini avevano scaricato il mobile e montato le vetrinette, mia madre diceva “Volete una birra?” e loro rispondevano “Grazie, signora”, si sedevano per qualche minuto al tavolo del tinello, bevevano e alla fine si asciugavano i baffi, come quello della pubblicità.
Di letteratura non avevamo granché. Diversi volumetti della vecchia Bur (tra cui, sì, un Amleto), qualche rimasuglio di letture scolastiche dei miei (le poesie del Giusti, un Adelchi, un Discorso sul metodo in un’edizione che in seguito scoprii non disprezzabile), la Divina commedia tascabile in finta pelle, qualche fascicoletto dell’Universale Economica Feltrinelli prima maniera, quella con il disegno del canguro ben in vista (notevole il Guerrazzi del Buco nel muro). Poi altri tascabili d’epoca, in ordine sparso. Il mio preferito era un Idiota di Dostoevskij dei primi anni Trenta, tradotto verosimilmente dall’originale russo e non dalla solita versione francese. Lo divorai da adolescente, rimanendo ammirato dal finale sospeso. Passò molto tempo prima che mi rendessi conto di aver letto solo il primo di due volumi. La storia andava avanti, Rogožin ammazza veramente Nastàs’ja, altro che opera aperta. Racconto spesso questo aneddoto, perché mi sembra un’illustrazione perfetta dei limiti della critica: ogni libro resta sempre letto per metà, il segreto di ogni storia è ancora da scoprire, noi lettori siamo tutti mezzi idioti.
Gli autori contemporanei non abbondavano. C’era il Kundera dello Scherzo nella contestatissima edizione Mondadori e il Tournier del Re degli Ontani, con una bandella – siglata da Oreste del Buono – che è un capolavoro di intelligenza e concisione. L’ultimo dei Giusti di André Schwarz-Bart, oggi dimenticato, era il romanzo che mio padre aveva letto a mia madre durante la gravidanza. Il pezzo più pregiato della collezione era un cofanetto Einaudi con le opere di Hemingway in tre volumi, al quale si aggiunse più tardi il “Meridiano” di Edgar Allan Poe curato da Manganelli. Ignoravo chi fosse Manganelli, ma sapevo già qualcosa di Poe, e di quanto fossero spaventose le sue storie, per via di un altro cofanetto, con meno pretese, contenente un florilegio di classici nordamericani.
La lettrice era in realtà mia madre, per la quale fu acquistata più avanti la serie dei vincitori del Premio Strega realizzata dal Club degli Editori. Mio padre diceva che leggere gli sarebbe piaciuto, ma non aveva tempo. Un anno, però, tolse dall’astuccio i Quarantanove racconti, se li portò in spiaggia senza mai staccare gli occhi dalla pagina, a volte neppure nel tragitto dall’ombrellone allo spogliatoio. Ormai ero grandicello, ero considerato l’intellettuale della situazione e sospettavo che in quello sfoggio si nascondesse una qualche intenzione dimostrativa.

4.

Questi sono stati i miei primi libri, quelli a cui pensavo quando, attorno al 2005, ho cominciato a scrivere Il signor figlio. Nelle mie intenzioni non era propriamente un romanzo (il sottotitolo originario era “Una storia quasi vera”), ma fin dall’inizio mi premeva mettere in scena il duello a distanza tra Giacomo Leopardi e il padre Monaldo, insistendo su un particolare così evidente da passare spesso inosservato: la biblioteca di Recanati è il posto in cui Giacomo ha scoperto se stesso, e quella biblioteca era stata allestita da Monaldo. Con carenze che il genio nervosissimo tendeva a ingigantire e magnifici pezzi rari da lui trattati con raggelante distacco.
La mia impressione era che non fosse in questione la qualità di quelle opere, ma la loro provenienza. Leopardi sapeva bene di essere diventato quello che era grazie ai libri di suo padre. Come a lui, è capitato a molti altri scrittori. Poco importa che siano monumenti di erudizione come l’Hexapla londinese scovata da Monaldo in una delle sue razzie (è l’edizione che affianca al testo ebraico le più antiche traduzioni greche dell’Antico Testamento) o paperback da quattro soldi, come i racconti di Lovecraft in cui si era imbattuto Stephen King frugando tra le carabattole appartenute al marinaio che lo aveva messo al mondo per poi abbandonarlo.
I libri del padre sono i libri del padre.
Anche quando il padre è analfabeta, e libri non ne possiede. Anche quando il padre non c’è. Il canone è quello. Quella vastità, quel territorio, quel vuoto.
A volte, a distanza di tanti anni, mi sembra di non aver fatto altro che accrescere il nucleo altrimenti modesto scoperto nella mia infanzia. Mi pare che anche quello ho cercato di scrivere non sia se non un commentario a quella biblioteca scheletrica e indiziaria.
Leggevo molto, compravo molto, preferibilmente a poco. A Milano, in Galleria, oscillavo tra la Libreria Accademia, antro prediletto dai cacciatori di remainders, e i sotterranei della vecchia Rizzoli, dove i tascabili si stratificavano senza che ci si premurasse di aggiornarne i prezzi. Poco più in là c’era la Hoepli, con la muraglia inaccessibile dei costosi classici greci e latini. Ma ogni tanto il buon affare ci scappava anche lì.
Forse avrei dovuto fermarmi prima. Non accumulare, non cedere alla tentazione di saperne troppo. Al liceo ero onnivoro e disordinato, com’era normale. Scrivevo già, in prevalenza poesie molto elogiate da don Carlo, il sacerdote che è stato mio direttore spirituale e che, a differenza di mio padre, era un entusiasta della letteratura. Poeta, critico, giornalista, il suo modello era più lo Zanella di Sopra una conchiglia fossile nel mio studio che il Rebora di Curriculum vitae, ma a lui devo comunque tantissimo. Consigli di lettura, incoraggiamenti, il ridimensionamento della mia presunzione. Da qualche parte conservo copia dei miei primi racconti. Così, a memoria, mi sembrano peggiori della poesie, più ingenui e pretenziosi. Magari mi sbaglio.
Mi sentivo inadeguato, non all’altezza. Moby Dick mi aveva travolto, non tanto per la faccenda della balena, di Ismaele e del “laggiù soffia”. Era quel modo di raccontare disarticolato e superbo, quel passare dal trattato di cetologia al dramma, dalla canzonetta del povero Pip al sermone di padre Mapple, senza mai cedere al romanzo così come gli altri se lo aspettano. Provo a dire adesso quello che allora intuivo senza riuscire a esprimerlo: il mondo è troppo vasto per entrare in uno schema, l’eroe è più del suo viaggio. Per questo l’Amleto di De Luca vagabonda sulla scena, incapace di sostare nella quiete del ritratto.

5.

Il tentativo di distacco si consumò nell’estate della maturità. Mia madre tornò a casa il giorno dell’orale. La chemio pareva funzionare, la leucemia dava segni di remissione. Furono mesi di letture furibonde. Qualche romanzo, molti antiromanzi. Il Maestro e Margherita di Bulgakov, che rimane per me la più grandiosa fra le storie d’amore, quella che meglio di ogni altra spiega come il legame tra un uomo e una donna costituisca una potenza cosmica di tale portata da obbligare il diavolo stesso a temerla e osteggiarla. Tristram Shandy di Sterne e Ulisse di Joyce. Al termine del monologo di Molly Bloom avevo deciso: non si potevano più scrivere romanzi, ero libero di dedicarmi ad altro. Alla poesia, che negli anni Ottanta godeva di un prestigio indiscusso, e alla filologia, che volevo diventasse la mia professione. Proprio in quel periodo avevo letto Giuda l’oscuro di Thomas Hardy, ma quella favola tenebrosa non era bastata a mettermi sull’avviso quanto alla complessità della cooptazione accademica.
Fu la scelta dell’università (Lettere classiche, figuriamoci; Filologia medievale e umanistica, di male in peggio) a scatenare l’ostilità di mio padre. Affermare, come ho fatto prima, che non apprezzasse la letteratura non è del tutto esatto. Non riusciva a concepirla come un lavoro. Qualcun altro scriveva, girava film, disegnava fumetti. Noialtri restavamo a terra, eravamo di quella razza lì. Anche a lui sarebbe piaciuto fare l’artista, lo sapevo. Aveva talento per il disegno, scolpiva bene il legno, sia pure con una tecnica un po’ grezza, da autodidatta. Sul mio letto c’è un Crocifisso fatto da lui: un Cristo stilizzato, due rami raccolti in pineta, levigati a comporre un’unica forma. Mi piace molto, ha la fissità solenne dei Redentori romanici, una dolcezza bizantina. Poi uno chiede perché vai a studiare il Medioevo.
Mia madre era morta, intanto. Mio padre si era risposato. Quando andò a Parigi per il viaggio di nozze gli passai un elenco di libri che mi servivano. Manuali di linguistica e di filologia, più che altro. Un solo romanzo, La vie mode d’emploi di Georges Perec. Leggerlo fu come imbarcarsi un’altra volta sul Pequod, affrontando l’impossibile racconto di tutti i racconti. Perec mi confermò nella convinzione che Joyce aveva vinto, ma mi instillò anche il dubbio che la battaglia potesse spostarsi su un altro fronte. La speranza, se preferite, che ci fosse ancora bisogno di storie, di narratori. Era il 1986, di storytelling non si parlava ancora. In compenso la Borsa andava fortissimo e mio padre si disperava perché io, suo figlio, non ero in Bocconi.

6.

Il resto, ora che ci penso, conta meno. Non essere diventato filologo, aver tentennato un po’ tra l’editoria e il giornalismo, fino al pomeriggio del 1990 in cui arrivano due telefonate a distanza di poche ore l’una dall’altra. L’ultima è per annunciarmi che mi avrebbero preso in una casa editrice, ma quelli del mensile hanno chiamato prima, ho già detto di sì a loro. Al quotidiano comincio a collaborare poco dopo, tempo quattro anni e sono in redazione.
Sono diventato padre anch’io, nel frattempo, e vedo i miei figli scrutare i libri di casa, spesso incerti tra la diffidenza e l’ammirazione. A scrivere (a parte le decine di articoli che sforno ogni mese, a parte le centinaia di pezzi che si accumulano ogni anno) non penso più.
Che cosa sia successo dopo non saprei spiegarlo con precisione. Ho curato un libro, postfazione compresa. Da lì è nata l’idea di un saggio più ampio, che si è sviluppato in qualcosa di simile al racconto di idee. Mi hanno chiesto un reportage, un libro-inchiesta su Milano. È diventato una storia di fantasmi, che per qualcuno aveva già le caratteristiche del romanzo. Anche Il signor figlio doveva essere un’altra cosa, l’ho già detto. Un componimento misto di critica e d’invenzione. Si è trasformato in un involontario omaggio a Perec, tra piani temporali sovrapposti e destini che si incrociano a destini.
Da allora ho smesso di fingere.
Scrivo, racconto, prendo la rincorsa per il mio Moby Dick. Non mi sono montato la testa: per Melville quel libro fu un fallimento.

7.

Manca un pezzo, il più importante. Non ho ancora spiegato perché mio padre è stato il mio primo narratore. “Topolino” non basta, leggere ad alta voce non è ancora raccontare.
Andava così. Quando ero alle elementari, il lunedì sera davano il film in tv. Cicli dedicati ai grandi registi, agli attori più famosi. Tutto John Ford, per dire, tutto Cary Grant, con Gian Luigi Rondi oppure Claudio G. Fava che tenevano una breve lezione preliminare. Un’introduzione critica, insomma, di modo che anche noi bambini capissimo che spiegare l’arte è un’attività utile, seria e dignitosa. Il film iniziava verso le nove e alle dieci io ero a letto. Riuscivo a vedere il primo tempo, ma per sapere come andava a finire dovevo aspettare il giorno dopo.
Era mio padre a raccontarmelo, quando tornava dall’ufficio. “A che punto sei arrivato?” mi domandava, dopo di che cominciava. Non era un riassunto, semmai uno storyboard. Mio padre descriveva le scene una ad una, riportava le battute solo quando necessario. Si capiva che amava i fumetti. Anch’io provai a disegnarne uno in quegli anni, si intitolava “Le avventure di Paolo Paolini” e il fatto buffo era che, da lì a qualche settimana, a Rischiatutto spuntò un campione che si chiamava proprio così, Paolo Paolini. In classe ebbi il mio momento di gloria. I compagni, del resto, mi apprezzavano già abbastanza.
Eravamo in una scuola gestita dalle salesiane, a tempo pieno. Lezioni al mattino, compiti al pomeriggio. Se avanzava del tempo, la maestra – si chiamava suor Giannina ed è una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto – mi chiedeva se avevo una storia da raccontare e io rispondevo di sì. Il più delle volte era un film che mi aveva riassunto mio padre o un fumetto che avevamo letto insieme.
Il primo racconto che ho provato a scrivere, attorno ai nove anni, era una specie di pastiche western che mescolava tra loro Il cavaliere della valle solitaria, Ombre rosse e qualche opera minore. Non andai mai oltre le prime pagine, battute direttamente sulla piccola macchina per scrivere che mi avevano regalato al compleanno. Non il dono più adatto se vuoi evitare che al bambino salti in mente di fare lo scrittore, ma questo mio padre non l’aveva messo in conto.
Lui raccontava, io ascoltavo. Probabilmente è per questo che ancora adesso, per me, scrivere significa mettermi in ascolto. Le voci dei personaggi, i loro pensieri. Quello che non riesco a sentire mi scorre sotto gli occhi un’immagine dopo l’altra, come in un film che non ho visto e che qualcuno sta provando a raccontarmi. Come uno storyboard.
Un uomo muore, per esempio, e si prepara il suo funerale.
Questa sarebbe l’ultima storia.
Adesso che l’ho raccontata capisco che è stata – da sempre – la prima.

30 giugno 2014

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7 Risposte to “La formazione dello scrittore, 8 / Alessandro Zaccuri”

  1. Luisa Pecchi Says:

    sono senza fiato tanto ho letto tutto in fretta, golosamente

  2. mariapia veladiano Says:

    È talmente bello che ci si può fare l’esegesi. E che si può leggere come una poesia.

  3. luciamarchitto Says:

    Un racconto molto bello, i numeri non cronologici, nel senso puro del termine, che segnano i fatti importanti nella vita dell’Autore, non tolgono la circolarità al racconto che si chiude con l’inizio: un uomo muore e si prepara il suo funerale. Grazie per questa bella pagina

  4. Maria Luisa Mozzi Says:

    Anch’io ho trovato molto bello questo racconto. Scrittura di spessore, ho pensato. Testo che mi presta degli occhi diversi dai miei per vedere le cose.

    Mi ha sorpresa tanta bellezza anche perchè vengo da una piccola delusione.

    Ho letto in questi giorni Francesco, Il cristianesimo semplice di papa Bergoglio e non ho amato questo piccolo saggio.
    Forse non ho le mappe che servono a capire questo tipo di lavori.
    Non sono riuscita a seguire i ragionamenti a proposito di nudità, spogliazione, incarnazione, vuoto.

    Odio poi i periodi che con “se” e “allora” mettono in relazione cose che invece a me sembra non lo siano, perchè lontane nello spazio, nel tempo, nelle categorie di appartenenza. Per esempio, a pag. 23: “Se il vuoto è il luogo del discernimento, iniziamo a comprendere come mai il Francesco di Zurbaràn sia rappresentato in uno spazio assolutamente spoglio.”

    Proverò a rileggere “l’agile saggio”, come scrive Demetrio Paolin, adesso che per altra via ho apprezzato il suo autore.

  5. enricomacioci Says:

    Molto bello davvero

  6. anna maria bonfiglio Says:

    una “formazione” che è già letteratura allo stato puro. da restare ad occhi sgranati

  7. Andrea D'Onofrio Says:

    Bello. Mi ha colpito molto il primo paragrafo. Lui e Federica Sgaggio sono stati i migliori, per me.

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