“Le resurrezioni”, di Federico Platania / 2

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mm1962

 
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4.


Quando collassò su se stesso il colossale serbatoio della Sebastiani conteneva oltre sette milioni di litri di melassa. Il liquido bruno, separato dallo zucchero di canna per centrifugazione, veniva conservato nel serbatoio in attesa di essere distillato in alcol industriale. Uno dei principali clienti degli zuccherifici Sebastiani era una ditta che acquistava grossi quantitativi di alcol industriale per produrre fulminato di mercurio, acetone e cordite, componenti utilizzati per esplosivi e polveri infumi. Quel 12 marzo del 2007, quando la struttura del serbatoio aveva ceduto, la produzione era ferma da alcuni giorni. Gli operai della linea di distillazione erano in assemblea permanente per costringere il management della Sebastiani a dare loro una risposta chiara sulle sorti dell’azienda. Erano vere le voci che parlavano dell’outsourcing di alcuni settori dello zuccherificio? Era vero che la linea di distillazione avrebbe chiuso e alcune decine di operai sarebbero stati messi in mobilità? Era vero che un imprenditore straniero era interessato a rilevare alcuni settori della Sebastiani senza dare però alcuna garanzia occupazionale al personale già in forza?
Quella del marzo del 2007 non era stata l’unica protesta del personale. Nei mesi precedenti i ritmi di produzione avevano altalenato spesso e il gigantesco serbatoio di melassa si riempiva in modo discontinuo. La melassa calda, appena fuoriuscita dai condotti collegati agli impianti di centrifugazione, si riversava all’interno del serbatoio mischiandosi a quella del rimbocco precedente, ormai già fredda e densa, dando vita a una poltiglia spumosa che vibrava contro le pareti del serbatoio. La reazione innescata dalla miscela di melassa a due diverse temperature comportava fermentazione e produzione di gas. In un serbatoio pieno il gas aumenta la pressione che preme contro le pareti. Nulla che non sia noto ai chimici e agli ingegneri che progettano gli impianti di distillazione e centrifugazione degli zuccheri. Quello che i chimici e gli ingegneri non potevano sapere era che il colossale serbatoio della Sebastiani, che quel 12 marzo del 2007 era colmo fino all’orlo, non veniva manutenuto da tempo e che i test di tenuta della struttura erano stati condotti in modo superficiale.


Quando Sergio Ferreri era diventato amministratore delegato della Sebastiani, la linea di distillazione della melassa in alcol industriale non si era ancora aggiunta agli altri settori dello zuccherificio. Vito Manuppello era il responsabile delle risorse umane e della sicurezza sul lavoro. I premi di produzione erano legati alla messa in opera della nuova linea di distillazione entro i tempi previsti dal piano industriale. A rischiare di far slittare tutto oltre le scadenze era stata proprio la costruzione del gigantesco serbatoio.
Dal ballatoio della palazzina uffici, una piccola penisola di cemento che si spingeva verso i campi a partire dal complesso degli stabilimenti produttivi, i due top manager guardavano nervosamente gli operai della ditta di installazione che issavano i giganteschi anelli di metallo del diametro di ventisette metri, uno sull’altro, formando lentamente, troppo lentamente, la cupa sagoma del serbatoio. Già in quei giorni e in quelle sere il serbatoio appariva come una promessa di sciagura. Finito il ciclo di produzione del mattino e poi quello del pomeriggio, nell’area industriale degli zuccherifici non rimanevano che gli operai della ditta esterna costretti allo straordinario forzato per completare in tempo la costruzione e Ferreri e Manuppello sul piazzale che scrocchiavano i denti tra una telefonata e l’altra, gli occhi fissi sul cupo container.
Terminata la costruzione del serbatoio, il contratto con la ditta di installazione prevedeva un test di tenuta da effettuare con un rifornimento di acqua. Manuppello conosceva bene il documento di messa in opera che gli aveva passato il responsabile dei lavori. Era ancora possibile rientrare nei tempi e nei costi previsti, ma non se si fossero seguite le procedure e dunque riempiendo il serbatoio con milioni di litri di acqua per verificarne l’effettiva tenuta. Manuppello ne parlò brevemente con Ferreri. Quando Ferreri disse a Manuppello cosa avrebbe dovuto fare, Manuppello aveva gli occhi fissi su un fermacarte ambrato, un solido geometrico dalla forma particolare, una forma che aveva visto solo sulla scrivania di Ferreri. Un antiprisma, questo era il nome di quel solido. Quando avvenne la tragedia, e poi negli anni seguenti tutte le volte che a quella tragedia avrebbe ripensato, Manuppello avrebbe sempre avuto in mente l’antiprisma, le sue molteplici simmetrie, la sua natura convessa.
Mentre Manuppello fissava l’antiprisma sulla scrivania, Ferreri diceva: – Ai documenti ci penso io. Fai riempire il serbatoio solo all’altezza del primo anello. Se dalla prima giuntura non ci sono perdite, procediamo –.
E così fece. Le condutture furono aperte. L’acqua cominciò a fluire lungo il tubo da venticinque centimetri. Le flange con la guarnizione tennero, le giunture tra il primo e il secondo anello tennero. Non ci furono perdite. Le condutture furono subito chiuse, il serbatoio svuotato e dopo quella parodia di test di sicurezza la struttura fu dichiarata agibile.
Pochi giorni prima dell’incidente, dal serbatoio proveniva un gorgoglio regolare. Uno degli addetti alla linea di distillazione, appoggiando la schiena contro le pareti dell’anello più basso, le aveva sentite vibrare. Era una vibrazione che aveva qualcosa di naturale. Sembrava che il serbatoio stesse respirando con affanno.
La mattina del 12 marzo 2007, intorno alle ore 9, lo stabilimento degli zuccherifici Sebastiani era quasi deserto. La maggior parte degli impiegati e dei manager sarebbe arrivata circa un’ora più tardi. Gli operai erano in massa a una manifestazione di protesta davanti alla sede della Regione Veneto. Gli unici presenti erano cinque amministrativi – Diego Cremonesi, Federico Pagnotto, Franca Davide, Paolo Leoni e Serena Siciliano – e due addetti alla sicurezza, di una ditta esterna.
Erano le 9 e 3 minuti quando il serbatoio non riuscì più a contenere l’enorme ammasso di melassa in fermentazione. I rivetti di sicurezza che tenevano insieme gli anelli di acciaio schizzarono via come pallottole. La struttura cedette lasciando la melassa libera di sfogare l’energia accumulata. Un qualunque mezzo che avesse sorvolato l’area in quel momento avrebbe visto un muro circolare di liquido viscoso allargarsi in direzione dei quattro punti cardinali alla velocità di sessanta chilometri l’ora. I caseggiati industriali più vicini al serbatoio si sbriciolarono in pochi secondi, mentre l’aria cominciava a caricarsi di quel nauseante odore dolciastro che avrebbe abitato la zona negli anni a venire. Nel giro di cinque minuti l’onda bruna aveva distrutto e ucciso tutto ciò che aveva trovato sul suo cammino e ora si era ridotta a una gigantesca macchia sul territorio.
Diego Cremonesi e Federico Pagnotto davano entrambi le spalle alla finestra del loro ufficio quando il serbatoio cedette. Fu il grido di Franca, nella stanza accanto, a richiamare la loro attenzione. Ma anziché voltarsi verso la finestra, Diego e Federico uscirono nel corridoio per raggiungere i loro colleghi nell’ufficio accanto e capire cosa fosse successo. Così, i cinque impiegati, osservarono insieme il fronte nero dell’onda procedere verso di loro senza che nessun ostacolo potesse rallentarlo. Paolo Leoni e Serena Siciliano furono i primi a morire, schiacciati dalla parete frontale della palazzina uffici che si accartocciò su di loro. Gli altri tre, travolti dalla melassa penetrata nell’edificio, furono scaraventati sotto nicchie di macerie che consentirono loro di sopravvivere per qualche minuto, raggelati nel dolore delle fratture e del liquido nero che gli riempiva velocemente il naso e la bocca fino all’asfissia.
Mezzora dopo il disastro, Vito Manuppello svoltò a destra lungo la strada privata che conduceva agli stabilimenti. Sentì immediatamente la zaffata irreale di odore dolce chiudergli la gola. Da quel giorno non sarebbe più riuscito a mangiare o bere nulla che contenesse zucchero senza provare i conati del vomito. A sorprenderlo non fu tanto la materia bruna che ricopriva ogni cosa nell’area, quanto l’assenza, in quell’orizzonte quotidiano, della sagoma nera del serbatoio. Quando capì cosa era successo le gambe iniziarono a tremargli, la sinistra si staccò involontariamente dalla frizione e l’auto si spense di colpo. Manuppello uscì in strada, il lembo estremo della macchia di melassa a pochi metri da lui. Chiamò Ferreri al cellulare. Sbagliò per tre volte la sequenza di tasti per raggiungere il numero memorizzato in rubrica e, quando Ferreri rispose, Manuppello non disse nulla. Solo dopo alcuni secondi riuscì a dire: – È successo… vieni subito… è successo –.
Venti minuti dopo arrivò Ferreri e poi i vigili del fuoco. Il loro tentativo di sgombrare almeno parzialmente l’area con gli idranti fece sì che la melassa si cristallizzasse ancora più velocemente dando vita a una crosta zuccherina, la scenografia di un film dell’orrore.
I primi corpi furono recuperati intorno alle dieci e venti. Li allinearono sull’erba, in un tratto pulito, rimuovendo le incrostazioni di melassa con acqua calda e bicarbonato. Poi arrivarono alcuni giornalisti, due auto della polizia e le ambulanze, con le sacche nere. Manuppello era tornato a sedersi in macchina, la testa perduta nella disperazione. Aveva paura, paura della giustizia, paura della miseria, paura di quei cadaveri sdraiati a pochi metri da lui. E mentre era lì, avvolto nel fumo dolciastro, sentì la voce bassa di Ferreri che parlava con un giornalista.
– Siamo sconvolti da quanto è accaduto oggi alla Sebastiani – diceva Ferreri, mentre Manuppello si raccoglieva in posizione fetale sul sedile della sua auto, al riparo dallo sguardo degli altri – sono addolorato per la morte dei nostri dipendenti. Ho già parlato con le autorità e sono a completa disposizione per l’inchiesta che dovrà essere fatta per ricostruire la dinamica dell’esplosione che ha provocato questa sciagura.
Allora a Manuppello tornò in mente l’antiprisma sulla scrivania di Ferreri. Quella forma che appariva malata da qualunque angolo la si guardasse nonostante le sue rassicuranti simmetrie. Esplosione. Ferreri aveva utilizzato quella parola. Non aveva parlato di incidente. Non aveva parlato di responsabilità. Aveva detto: dinamica dell’esplosione. Nonostante la nebbia che gli soffocava la mente, Manuppello capì con chiarezza cosa stava cercando di fare Ferreri.
Poche settimane dopo saltò fuori il nome di Riccardo Merz.

 

5.


They’re on their way. Wooooooooo!
La bambina si vede solo per i primi tre secondi del video. Avrà al massimo quattro anni e una tutina di colore rosso. Canticchia una specie di scala discendente. Da–da–da–da–da–da–da. Poi la videocamera stacca e si vede un gruppo di famiglia. Donne e uomini. È il 28 gennaio del 1986. Il luogo delle riprese è l’aeroporto di Orlando, Florida. La famiglia sta tornando da Disneyworld.
A ottanta chilometri da loro c’è il cosiddetto Complesso di Lancio 39, due piattaforme del Kennedy Space Center utilizzate per la partenza degli Shuttle. Sono le 11 e 38 del mattino e dai terminal della Eastern, vettore ufficiale del Walt Disney World, si vede chiaramente la robusta scia verticale di vapore acqueo disegnarsi sulla volta del cielo. La fiamma incolore dei due booster del Challenger somiglia alla capocchia incandescente di un fiammifero. I gas di scarico che fuoriescono ad altissima temperatura si scontrano con l’aria fredda in quota solidificandosi all’istante in un cordolo di vapore bianco. They’re on their way. Woooooooo!, dice uno della famiglia, probabilmente l’uomo che sta facendo le riprese. La bambina con la tutina rossa è fuori scena, non si sente più cantare, forse è anche lei con il naso incollato al vetro per guardare i prodi astronauti dello Shuttle che – come avrebbe detto Ronald Reagan tre giorni dopo – “fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra per sfiorare il volto di Dio”.
Il video della famiglia che torna dalle vacanze prosegue. A settantatre secondi dal lancio, il disegno della scia nel cielo assume una forma sinistra, si divide. I due booster si staccano dal corpo centrale. La capocchia di fiammifero si è gonfiata di colpo e ora ha i contorni e la consistenza di un’esplosione. Nel video della famiglia che torna dalle vacanze c’è uno stacco. È probabile che nessuno di loro sia un esperto di lanci spaziali e tuttavia è evidente che qualcosa è andato storto. Obviously a major malfunction, commenterà in quegli istanti, in diretta, il Public Affairs Officer del Mission Control a Houston, Texas. Un borbottio di voci confuse, poi il video della famiglia che torna dalle vacanze si interrompe.

– Cosa ne pensate? –, chiese Baronian ai presenti.
Ferreri e Manuppello si accomodarono meglio sulle poltrone dell’ufficio di Baronian. Non sapevano esattamente cosa rispondere. Manuppello in particolare aveva capito assai poco di quello che aveva visto. – Ma cos’era? –, chiese.
– Il disastro del Challenger – rispose Baronian – Millenovecentoottantasei. Non posso credere che non ve lo ricordiate. Eravamo tutti grandicelli abbastanza per essere appassionati di viaggi nello spazio, Space Shuttle e meraviglie del genere –.
Ferreri e Manuppello erano arrivati allo studio di Baronian con lieve anticipo. Baronian li aveva accolti in quella che sembrava la sala riunioni della Phoenix, ma quando i due stavano per accomodarsi attorno al tavolo ovale Baronian aveva detto loro – No, mettiamoci di qua – e aveva aperto una porta bianca, della cui presenza Ferreri e Manuppello si erano accorti solo in quel momento. Dietro c’era quello che doveva essere il vero studio di Baronian. Una stanza molto grande, con un paio di tavolini quadrati, un divanetto, una poltrona e scaffali intorno a ogni parete, ad eccezione del piccolo specchio di luce della finestra. Scaffali che contenevano molti DVD e videocassette, qualche oggetto inconsueto e libri che nulla avevano a che fare con le consulenze aziendali.
Ora le immagini dell’incidente dello shuttle scorrevano in loop sul monitor del computer. Baronian aveva quindici anni all’epoca di quei fatti. La cosa che lo colpì di più fu la dimensione pubblica della catastrofe. Ricordava perfettamente le telecamere della CNN che indugiavano sui volti dei genitori di Christa McAuliffe, la maestra–astronauta selezionata per il progetto Teacher In Space che avrebbe dovuto tenere lezioni di matematica e scienze direttamente dallo spazio. Mentre la cabina con l’equipaggio precipitava in caduta libera verso la superficie dell’oceano, il pubblico sugli spalti guardava in alto cercando di decifrare il significato di quelle scie così irregolari, cercando di convincersi che no, non stava accadendo nulla di sbagliato, faceva tutto parte della missione. Era uno shuttle che andava in orbita, qualcosa che aveva richiesto mesi di preparazione e calcoli, non era uno dei migliaia di voli che decollano ogni giorno dagli aeroporti del mondo.
– Quell’incidente lo ricordo – disse Ferreri – ma questo video cos’è? Sembra un filmino delle vacanze –.
– È un filmino delle vacanze – disse Baronian – è un video inedito, ha cominciato a girare in rete solo da poco. Sapete, io cerco e archivio tutto il materiale di questo tipo, video sulle catastrofi, incidenti aerei, morti più o meno spettacolari. Tutto quello che riguarda la morte mi interessa –. Fece una pausa, per osservare bene l’espressione di perplessità sui volti di Manuppello e Ferreri. – Bè – aggiunse poi – voi siete qui per questo, no? –.
I due furono costretti ad annuire.
– Avete visto la bambina con la tutina rossa all’inizio del video? Oggi è una giornalista, lavora per il New Scientist. Il 28 gennaio del 1986 era di ritorno dalla vacanze con la sua famiglia. Erano stati a Disneyworld. A proposito, siete mai stati in un parco giochi degli Stati Uniti? –.
Ferreri e Manuppello fecero segno di no con la testa.
– Dovreste. Sono posti curiosi, si possono fare esperienze particolari. Non bisognerebbe mai sottovalutare la complessità del reale e le cose che vi sono dentro. Non bisognerebbe mai dare nulla per scontato, in genere. Comunque, tornando a noi. Io non so come spiegarlo meglio, ma, insomma, diciamo che ci sono momenti in cui sento un brivido particolare, una sensazione irresistibile e terribile al tempo stesso. E quando questo accade, io capisco che sono arrivato a uno dei punti della soglia –.
– La soglia? –
– La soglia. Tra la vita e la morte, tra quello che c’è qui e… tutto il resto. Non so come altro dirlo. La soglia –.
Ferreri scosse la testa, si grattò velocemente la nuca. – Andiamo avanti –, disse.
– Bene – proseguì Baronian – avevo visto non so quanti video della tragedia del Challenger, ma questo qui è l’unico in cui sento chiaramente la presenza della soglia. All’inizio c’è questa bambina che canticchia e poi c’è questa strage epocale, spettacolare, che sconvolge un’intera nazione.
Baronian stava prendendo tempo. Non sapeva neanche lui esattamente cosa dire. Morti che apparivano sotto mentite spoglie. Spettri in maschera. Conviveva con tutto questo da anni. Ormai la cosa non gli faceva neanche più paura. Per un certo periodo aveva cercato di saperne di più. Era entrato in contatto con persone e conoscenze che alla fine si erano rivelate o inutili o pericolose. Mai risolutive. A parte Coronari. Orazio Coronari era l’unico contatto che valeva la pena continuare a mantenere. Avrebbe cercato di capire cosa volevano esattamente da lui Ferreri e Manuppello. Poi Baronian avrebbe dovuto chiedere aiuto a Coronari.
I due ospiti sembravano disorientati. Ferreri aveva il volto serio, continuava a fissare il monitor. Manuppello si mordicchiava il labbro inferiore.
– Sapete come sono morti gli astronauti del Challenger? –, chiese Baronian.
– No –, rispose Ferreri.
– Bè, non lo sa nessuno. Di sicuro non sono morti a causa dell’esplosione durante il decollo. La cabina ha tenuto e le perizie sui resti del disastro hanno accertato che almeno tre membri dell’equipaggio avevano attivato i loro autorespiratori, anche se a quell’altezza e in quelle condizioni hanno comunque perso conoscenza. Probabilmente è stato l’impatto con l’oceano a ucciderli. Sul rapporto della NASA c’è scritto comunque che le cause della morte dell’equipaggio non possono essere determinate. Il punto è che lo Shuttle non è esploso, come penserebbe chiunque guardando le immagini dell’incidente. Fu invece “schiacciato” dal contraccolpo aerodinamico dovuto all’improvvisa e inaspettata decelerazione. Siete su un auto che viaggia a duemilatrecento chilometri orari e di colpo tirate il freno a mano. –
Ferreri guardò Manuppello, poi volse lo sguardo verso Baronian. – Continua –, disse.
– Tutto è cominciato perché la notte precedente il lancio la temperatura si abbassò in modo eccezionale, almeno per le temperature medie della Florida intendo dire. E questo irrigidì le guarnizioni dei serbatoi di propellente. Sapete, all’epoca usavano un polimero speciale per questo tipo di componenti, che ha però la caratteristica di perdere elasticità con il freddo. La cosa sbalorditiva è che gli ingegneri della ditta che fabbricava le guarnizioni erano ovviamente a conoscenza di questa caratteristica e avvertirono la NASA la quale però giudicò esagerato l’allarme –.
– Io divento matto – disse Manuppello – Io non capisco, non ti seguo. Che c’entra tutto questo con… –.
– Bè, stragi conseguenti a difetti di fabbricazione… io ci vedo più di un punto in comune con voi… –.
– Non è questo… a parte il fatto che c’è qualche differenza, immagino, tra uno Space Shuttle e un serbatoio pieno di melassa, ma il punto è che io e Ferreri abbiamo visto un fantasma e… –
Ferreri zittì il vecchio socio con un gesto della mano.
– Fammi finire. – Disse Baronian – Insomma, lo Shuttle decolla, ma le guarnizioni hanno perso elasticità nel corso della notte e non l’hanno riguadagnata. A questo aggiungiamo che le giunzioni dei booster soffrivano di un difetto di progettazione che si sarebbe scoperto solo dopo. Come sapete, una causa sola non basta a provocare un incidente, e qui ne abbiamo appunto due. Il propellente, nei serbatoi non perfettamente sigillati, si incendia. E in meno di un minuto…–
–Baronian – disse Ferreri – forse è meglio che chiariamo un punto–.
Il superconsulente tacque. L’interruzione di Ferreri gli sembrò provvidenziale. Era in difficoltà. Tutte quelle chiacchiere sul disastro del Challenger gli servivano soprattutto per prendere tempo. Ancora non sapeva esattamente cosa fare.
– L’uomo che è… apparso… a me e a Manuppello, noi crediamo che sia Riccardo Merz –, disse Ferreri.
Lo so, pensò Baronian, l’ho visto anch’io. Poi abbassò gli occhi vero il pavimento cercando di non tradirsi. – Merz? –, chiese con una smorfia. A Manuppello quella smorfia sembrò quasi un sorriso, il sottile sorriso delle statue egizie, e gli tornò in mente la breve lezione di storia che Baronian aveva tenuto nel corridoio della Perfect Way qualche giorno prima.
– Tu ricordi la vicenda Sebastiani, no? –, chiese Ferreri.
– Io… –.
– Ma sì che se la ricorda – disse Manuppello. – ne ha parlato l’altro giorno da me, in riunione. Sergio, stiamo solo perdendo tempo qui. Noi… –.
– Vito! – Lo zittì Ferreri.
–Sono appassionato di tragedie – disse Baronian aprendo le mani – lo vedete, no? Colleziono video su razzi che esplodono, ho raccoglitori con ritagli di giornali, raccolte di link a siti web su morti celebri…–.
– Quanto ci puoi essere utile? –, chiese Ferreri. Sembrava davvero che stesse parlando con un fornitore.
– Cosa volete esattamente? –.
– Devi far tornare Merz nel posto da cui proviene, qualunque sia –.
– Io… – disse Baronian – secondo me non c’è nulla da temere. Io credo che sia solo una… presenza, uno spettro. Non può farvi nulla di male. Sapete, mi è capitato di avere a che fare con alcuni di loro e… –.
Manuppello guardò Baronian trattenendo il respiro. Non era possibile che stessero davvero facendo un discorso del genere. Ma di poche cose era certo come di aver visto Merz di fronte al suo ufficio, qualche giorno prima.
– Se allungate un braccio gli passate attraverso. Sono corpi senza sostanza, senza materia. Non vi succede nulla, a parte un lieve senso di nausea. Ma è tutto lì –.
– Baronian, liberaci di lui –, disse Ferreri.
Il superconsulente si alzò e cominciò a passeggiare per la stanza. Il video del Challenger che esplodeva, in loop, era tornato sulla sequenza della biforcazione dei moduli di propulsione. Un diapason di vapore e morte che si disegnava nel cielo. Manuppello pensò al corpo di Riccardo Merz ripescato dal fiume, alle vittime della Sebastiani e alla fine pensò che un giorno sarebbe morto anche lui. Quanto sarebbe vissuto ancora? Che senso aveva sfangarla per altri dieci, venti, trent’anni?
– C’è una cosa che non capisco – disse Baronian – Merz è stato riconosciuto colpevole dell’attentato. Voi due ne siete usciti puliti. Perché Merz appare a voi? E voi cosa temete da lui? –.
Ferreri guardò Baronian. Ora si sentiva stranamente tranquillo, gli sembrava che la conversazione stesse finalmente scivolando dove sarebbe dovuta arrivare fin dall’inizio.
– Vedete – continuò Baronian – tutto sarebbe più logico, invece, ammesso che abbia senso usare la parola logica in tutto questo, se Merz fosse stato accusato ingiustamente e ora volesse dire qualcosa sui… sul vero colpevole –.
–Andiamo via Sergio!–, disse Manuppello.
– Ma no, perché – disse Ferreri sorridendo – siamo arrivati alla fase finale della trattativa –.
Manuppello guardò Ferreri.
– Baronian ha inquadrato i termini del progetto. Ora ci deve solo dire qual è il suo prezzo per cominciare a lavorare –.
Il superconsulente si appoggiò alla scrivania. Era già stato tirato dentro quella vicenda, da un’altra persona. E ora anche Ferreri gli chiedeva il suo aiuto. Servire due padroni. Il doppio gioco delle spie da fumetto. Baronian non sapeva cosa fare, mentre sembrava che il fantasma di Riccardo Merz lo sapesse benissimo. – Se decido di lavorare per voi lo faccio gratis – disse Baronian – questo deve essere chiaro fin da subito –.
Ferreri studiò Baronian con gli occhi socchiusi, per un tempo che a Manuppello sembrò insostenibile. – Va bene –, disse il manager alla fine.
Le persone nel video guardavano verso il cielo. They’re on their way. Wooooooooo!

 

Un catalogo di morti americane
MARILYN MONROE (1926-1962)

La mia corsa termina qui.
(2Tm, 4, 7)


Tutta la terra che ho attraversato.
Il pavimento della casa al 459 East Rhode Island di Hawthorn, California. Mia mamma che mi affida ai Bolender perché non era in grado di prendersi cura di me. Sette anni in un prefabbricato di quattro stanze.
La sabbia di Santa Monica Beach nell’estate del 1928.
Il selciato di St. Mark Plaza, a Venice. È il mio primo ricordo d’infanzia. La folla multicolore dei turisti, i mangiatori di fuoco, i giocolieri.
Le strade di Winward dove trascorrono il loro tempo libero le star di Hollywood, quando io Hollywood non so neanche cosa sia.
Il mio primo palcoscenico, quando ho solo sei anni. La recita scolastica di fine anno. Indossiamo tutte una veste bianca ricoperta da una tunica nera. Formiamo il disegno di una croce. Al segnale prestabilito dobbiamo toglierci velocemente la veste nera. Così, improvvisamente, la croce bianca. Non so cosa sia, se il pubblico o il cielo sopra di me, ma perdo il segnale. Sono il piccolo punto nero in una croce bianca.
Tutta la terra che ho attraversato.
I corridoi del Norwalk State Hospital, dove Gladys, la mia vera madre, viene dichiarata schizofrenica.
Le camerate dell’orfanotrofio all’815 North El Centro di Los Angeles, i pavimenti che io e gli altri bambini laviamo in cambio di 5 o 10 cent alla settimana, se le nostre condizioni fisiche lo permettono. Le mie condizioni lo permettono.
Il camminamento del Chinese Theatre, a Hollywood, dove infilo le mie piccole mani ragazzine nelle impronte gloriose delle star (chi poteva immaginare che vent’anni dopo…).
Gli studi dell’RKO dove vado in visita con gli altri orfani. Ci fanno vedere Biancaneve e i Sette Nani. Ci regalano caramelle e collanine giocattolo.
Il pavimento dell’appartamento dei Goddard, dove il mio patrigno mi sbatte per farmi del male.
Il pavimento dell’appartamento dei Lower, dove mi piego dai dolori del mio primo ciclo mestruale.
I pavimenti di qualunque altra casa dove vado ad abitare per brevi periodi facendo avanti e indietro dall’orfanotrofio.
La strada che collega Nebraska Avenue alla Emerson High School. I primi ragazzi che mi vengono dietro, che si offrono di portarmi lo zaino con i libri.

Ma io ero sola come l’aquila che vola in cerchio sopra la bellezza. Ero sola come il frammento di materia che riposa nella conchiglia prima di diventare perla.

Tutta la terra che ho attraversato.
La fabbrica della Radio Plane. Sono l’impacchettatrice dei paracaduti, la verniciatrice delle fusoliere. Gli americani in guerra in Europa, in Giappone, nelle Filippine. Mi scattano alcune foto per dare ai soldati qualcosa di bello da vedere. “Il tuo volto è raggiante – mi dice il fotografo – la tua fragilità è vibrante”. Sono miss Lanciafiamme.
Gli studi della 20th Century Fox a Pico Boulevard. Il mio primo contratto da attrice. E firmai col mio pseudonimo e il mio pseudonimo era Marylin Monroe.
Il set del mio primo film. Scudda Hoo! Scudda Hay! Ho una sola battuta. Appaio in una sola scena. E la tagliano.
Le stazioni ferroviarie di New York, Detroit, Cleveland, Chicago, Milwaukee, Rockford in cerca di qualche buon ingaggio cinematografico, senza successo.
E allora è il Mayan Theatre di Los Angeles dove mi esibisco come spogliarellista.
E allora è lo studio fotografico di Tom Kelley, dove per cinquanta dollari poso nuda per un calendario.
E allora è il pavimento dell’appartamento di Harper Boulevard dove mi trovano priva di sensi e piena di pillole, in tempo per salvarmi.

Perché io ero pronta come un deposito di dinamite che aspetta la scintilla che lo farà saltare. Ero un cristallo, come i minerali che si separano nella camera magmatica prima dell’eruzione.

Tutta la terra che ho attraversato.
I vialetti della California University, dove comincio a studiare critica letteraria e artistica.
Tijuana, per un matrimonio subito annullato.
E poi finalmente arriva. Il successo. Niagara. Gli uomini preferiscono le bionde. Finalmente sono le impronte delle mie mani, finalmente è la mia firma quella che viene incisa nel cemento del piazzale di fronte Grauman’s Theatre di Hollywood.
Tutta la terra che ho attraversato.
Il Giappone, la luna di miele dopo il matrimonio con Joe DiMaggio.
New York. L’incrocio tra la Lexington Avenue e la 52a strada. L’aria che sale verso il cielo e solleva la mia veste bianca. Per sempre.
La Giamaica, un altro matrimonio, Arthur Miller, un’altra luna di miele.
Il deserto del Nevada, per le riprese del mio ultimo film.

Brillavo di energia, come gli atomi ordinati dei diamanti, nascosti nel mantello della Terra. Come le particelle impazzite dei nuclei stellari prima del collasso.

Tutta la terra che ho attraversato prima che la terra iniziasse a crollare.
Ciudad Juárez, il divorzio da Arthur Miller.
Il Madison Square Garden a New York. Canto davanti a 15.000 persone per il compleanno di JFK. Il tempo di una canzone per sognare di essere la first lady che non potrò mai diventare.
E alla fine, Brentwood. La villa in stile messicano al 12305 Fifth Helena Drive di West Los Angeles. Il tetto con le tegole rosse, le mura di adobe, 47 pasticche di Nembutal. Brentwood: l’ultima terra che ho attraversato sulla lettiga a rotelle del coroner, quando portano via il mio corpo, spinto sulle piastrelle del vialetto del giardino. Su una di esse uno stemma e un motto in latino: cursum perficio, la mia corsa termina qui.

Esistono dieci differenti versioni della mia morte. Ma io sono sola come l’aquila, brillante come il diamante, accecante come una supernova la cui luce, nell’istante in cui esplode, è intensa quanto quella dell’intera galassia.

Leggi la puntata successiva.

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5 Risposte to ““Le resurrezioni”, di Federico Platania / 2”

  1. maria Says:

    Tutti gli uomini del mondo hanno amato Marilyn Monroe,ma lei…Incomparabile creazione artistica dello scrittore.

  2. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 30 novembre 2005 – « Per conto suo, a dieci anni scarsi l’allora Marilyn si ribattezzò Marilyn Ann: “ Così le mie iniziali erano M. A. N. “. E su questo fatto uno psicanalista potrebbe ragionare a lungo: “ man “ in inglese significa “ uomo “. » (Giuseppe Dicorato, La ragazza che tutti trattavano male, in «Tempo», 18, n. 27, 5 luglio 1956) “ [*]
    [*] Lsds / 541

  3. Stefania Says:

    Bellissimo l’omaggio a Marilyn!

  4. melaniaceccarelli Says:

    Molto bella la prima parte, le descrizioni tecniche, fluide, comprensibili ai profani.

  5. Giuseppe Cofano Says:

    Assumo che il secondo obiettivo della pubblicazione del romanzo sul blog, dopo quello primario della ricerca di un editore, sia quello di ottenere qualche feedback ragionato dai lettori. Anch’io, ma da ingegnere “non profano”, ho trovato molto ben fatta la prima parte: tecnicamente precisa, fluida e con una ottima costruzione della tensione narrativa. Attendiamo il prossimo giovedì.🙂

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