Volkswagen

by

di Marco Candida

[Ho scritto questo racconto nel 2012. S’intitola Carrozzerie trasparenti. Uno dei suoi protagonisti è una BMW Volkswagen e lo propongo ai lettori di vibrisse per questa ragione. Il testo è già apparso a puntate su Wall Street International Magazine. mc]

“Sono le carrozzerie delle automobili, Massimo. Sono quelle che mi preoccupano. A lei no?”
“Ah, se intende dire che ha paura di lasciare la macchina posteggiata fuori coi tempi che corrono… Sì, condivido. Mi hanno strisciato l’auto almeno un paio di volte con un temperino quei delinq…”
“No no, non parlo di questo, Massimo”
“Allora non capisco, signor Giordani”
“Le carrozzerie delle automobili coprono. Nascondono. E’ questo che mi preoccupa”
Massimo è un uomo piuttosto massiccio. Un tempo non lo era e non è contento, per la verità, che una parola come “massiccio” negli ultimi due, tre anni gli si addica tanto. In particolare non è soddisfatto del collo. Gli si è ingrossato. Dev’essere stato l’andare in palestra. E anche Barbara, la sua cucina. A volte Barbara lo abbraccia, lui ha i capelli tagliati a spazzola, lei gli passa una mano sulla testa e gli dice che potrebbe usargliela per aprirci noci di cocco. Lui non è contento quando la sente parlare così. A parte il collo, sa di essere passato dai sessantaquattro agli ottantanove
chilogrammi negli ultimi quattro anni – e non solo, come vorrebbe raccontarsi, perché sta mettendo su massa muscolare sollevando pesi in palestra. La circonferenza del collo gli si è allargata, e il collo gli si è come accorciato, è quasi incollato alle spalle. A Barbara piace, deve darle un senso di sicurezza, Massimo però odia questa forma fisica che ha preso.

Massimo è giovane, sui trentaquattro. Lavora alla Concessionaria Maretti&Cobrelli da quando ha ventiquattro anni. Ha trovato lavoro perché era amico d’infanzia del figlio di uno dei soci della concessionaria. Erano amici fraterni, hanno sempre parlato di automobili. Luca ha trovato un posto a Massimo e quest’anno Massimo è al suo decimo anno. Ha venduto molte automobili dal 2003. Ha esperienza. Vendere oggetti dopo un po’ ti fa venire esperienza anche con le persone. Luca ama dire in modo un po’ sinistro: “Quando vendi un oggetto stai comperando un’anima…”. E l’uomo che sta davanti a Massimo in questo momento, il signor Giordani, gli sembra un po’ diverso dalle altre persone. Se quell’uomo ha un’anima è qualcosa di caustico. Gli arriva a zaffate velenose. Sono in piedi davanti alla BMW 640 Gran Coupé e quello gli ha tirato fuori questo strano discorso sulle carrozzerie delle automobili. E la sua faccia. Non è che gli piaccia gran che. Sembra a posto, in ordine. Ma il signor Giordani sembra non essersi fatto bene la barba questa mattina. Una riga rossa gli attraversa il mento. Un’altra riga, della stessa natura, la guancia destra. Forse è abituato a radersi col rasoio elettrico, e con quello normale è maldestro. Gli si è rotto l’elettrico, ha dovuto usare quello normale. Però Massimo ha notato che il signor Giordani non riesce a smettere di giocare col cellulare che ha in tasca. Dunque è un tipo nervoso. Molto. Forse, e questo è anche peggio, il signor Giordani è solo nervoso negli ultimi tempi. E’ innervosito, da qualcosa. Può darsi che fosse innervosito anche questa mattina, al risveglio, col rasoio appoggiato sulla guancia. Del resto, l’automobile che l’uomo sembra intenzionato ad acquistare, la BMW 640 Gran Coupé, comporta ottantamila euro di spesa. Forse è questo a innervosirlo. Inoltre la giornata scelta dal signor Giordani per presentarsi alla Concessionaria Maretti&Cobrelli è torrida. E’ ancora estate, il 3 di settembre. La fronte di entrambi sgocciola. Lo sparato azzurro del completo del signor Giordani è madido. Lo stesso è per la maglietta di cotone di Massimo. E’ elegante, stirata, ma quelle chiazze scure la rovinano. La BMW all’interno sembra un forno.
“Perché non pensare a modelli di automobili con carrozzerie trasparenti?” dice il signor Giordani quando entrano dentro. Nessuno dei due chiude le portiere. Lasciano che l’aria di fuori cacci via quella dentro. Il signor Giordani è al volante. Vuole guidarla lui. Ha detto di essere certo di voler acquistare questa. Massimo gli ha creduto. Spera solo, adesso, che quel tipo non sia maldestro col volante tanto quanto lo è col rasoio.

“In tanti anni, dieci, è la prima volta che sento una proposta come questa” gli risponde Massimo. Ha un sorriso sul volto, ma il tono che usa per pronunciare la sua risposta è neutro.
“Sì, perché voialtri prendete le cose come agrumi, vi limitate a spremerle, e ci incassate assegni”
dice il signor Giordani.
Chiude la portiera dell’auto. Massimo lo imita.
Giordani accende la BMW.
Il motore è quasi un ronzio. Parte subito. Quasi non si sente.
“Quasi non si sente” dice l’uomo.
“Sì, e provi il cambio. E’ morbidissimo. Con questa va sul velluto, non sull’asfalto” fa notare
Massimo.
“Sì, ma pur sempre asfalto rimane, il problema è questo”
Il signor Giordani posa la mano sulla manopola del cambio. E’ una mano grassoccia, la pelle è bianchiccia, le dita tozze, rigonfie. A un dito c’è un anello d’argento con uno stemma scuro. Costellazioni di peli neri si dispongono sul dorso della mano e altri peli più lunghi, grossi spuntano dal polsino della camicia. Il signor Giordani ingrana la prima, punta verso il cancello aperto, e ci passa attraverso. No, pensa Massimo, il signor Giordani non è maldestro, con le automobili. Sa come prenderle. Indubbiamente.
“Che lavoro fa, signor Giordani?” chiede Massimo.
“No, aspetti. E’ meglio che parliamo ancora un poco di quest’altro aspetto delle carrozzerie. Lei è giovane. Sa quanti anni ho io? Ne ho cinquantasette. Devo cominciare, non le sembra?”
Cominciare con che cosa? Massimo si rende conto che il signor Giordani sta un po’ farneticando. Ma lui ha la testa pesante, e la sua capacità di comprensione, concentrazione non è stata mai tra le migliori. Per questo ha lasciato la scuola, non ha fatto l’università. Ha cominciato a vent’anni con un’officina meccanica, poi ha trovato lavoro alla Concessionaria – grazie a Luca Cobrelli. Non guarda nemmeno la televisione, ormai. Gli viene sonno. Non riesce a seguirli, i discorsi in Tv. E’ gravato dal lavoro. La sera arriva stanco, dorme. Nei fine settimana, per lo più, dorme. Altrimenti va in collina, qualcosa di vicino, un ristorante, un prato. Lui e Barbara non hanno bisogno di molto. Anche a Barbara piace stare vicino, non stancarsi troppo. Barbara lavora in ospedale. Fa l’infermiera. Figuriamoci. Nei fine settimana è messa anche peggio di Massimo. Certo, Massimo ha la testa pesante, in questo momento, anche perché sono le sei e ventuno di sera. Intorno alle cinque, di solito, Massimo prende a sentire indolenzimenti alla base del collo (quello largo, massiccio) e la testa gli si appesantisce. Sente la testa pesante, sempre più spesso, come avere un
macigno posato sul cranio. La sua mente si accende solo quando è il momento di vendere automobili. Quello, Massimo, lo sa fare, sì. La testa gli torna leggera. Perciò, ora, nella BMW, non è proprio in grado, Massimo, di stabilire se il signor Giordani abbia detto con che cosa o con chi o che cosa debba incominciare.
“Dunque, le dicevo, le carrozzerie. Dovrebbero essere trasparenti”
“Abbiamo prodotti per quello. Tengono pulite le carrozzerie, sono specchi, quasi ci vedi attraverso” dice Massimo. Adesso la BMW è sulla strada. Giordani è in terza. Sta procedendo ai quaranta, cinquanta all’ora. Ha una guida decisa e allo stesso tempo tranquilla. Certo non si attaglia con i pensieri che Massimo ha fatto poco fa sullo stato dei nervi dell’uomo. C’è un cielo azzurro, con nastri di nuvole bianche e argento. I campi marroni e verdi, e le colline. Si trovano a Tortona, in provincia di Alessandria. Piemonte. Ci sono colline intorno. Loro stanno andando verso un paesino che si chiama Viguzzolo. Il signor Giordani sembra molto sicuro, con un volante. Sì. Indubbiamente. Questo a Massimo piace. Il signor Giordani riacquista qualche punto.
Gli dice: “Abbiamo prodotti per le gocce di resina. Lo chanteclair per la calce. Polish per le macchie di Diesel, quando, sa?, fa il pieno, e toglie la pistola dal serbatoio, e quella sgocciola sulla carrozzeria. Delle volte capita, è fastidioso. Ci sono poi due autolavaggio, qui, che di solito consigl…”
“Scusi, Massimo, ma di che parla?”
“Dico, se vuole una carrozzeria pulita, per questo le dicev…”
“No no no – il signor Giordani si mette a ridere, Massimo vorrebbe il motore della BMW più rumoroso, non sentirebbe quella risata, gli fa increspare la pelle, sulle braccia, alla base del collo – Mi sembrava avesse già capito di che cosa stessi parlando… Quando dico “carrozzeria trasparente” intendo alla lettera”
“No, questa mi è nuova” dice Massimo. Lo dice, e spazientito.
“Lo so che è nuova. O forse non lo è. Ma di sicuro in giro non si sente. Del resto, ho sentito anche di automobili che vanno ad acqua. Niente benzina. Acqua”
“Oh, quella è fantascienza…”
“Forse. Ma, senta qua, Massimo – Giordani adesso è in quinta, procede tra i cinquanta e i sessanta, sembra avere una guida molta cauta, ma è sciolto – Una volta ho visto un mio superiore in ufficio, l’ho visto bene. Ha portato l’auto in un parcheggio, senza farsi vedere. E io l’ho visto, non le dico come, ma l’ho visto. Ha preso una bottiglia da un litro d’acqua. L’ho visto, davvero. Ha svitato il tappo del bocchettone del serbatoio, quello dove ci va benzina o Diesel, e ci ha vuotato la bottiglia dentro”
Bene. Il signor Giordani è pazzo. Questo è il pensiero di Massimo. Si consola pensando che guida bene. Cioè, di sicuro non finiranno fuori strada. Sempre che quell’uomo non decida di farcelo finire lui. Il signor Giordani ha pochi capelli in testa. Sono bianchi. Scapigliati. Come se qualcuno gli avesse appiccicato una stella marina sulla nuca. La carne del volto è percorsa da righe e rughe, difficile capire quali siano cicatrici, quali grinze o solo screpolature. Gli occhi del signor Giordani sono strettissimi, cisposi. Sembrano quieti. Sono gli occhi di una talpa. Non ha proprio l’aspetto di
un signore andato di testa. Però, quei discorsi che sta facendo… Massimo cerca di non dargli torto.
“Ah sì? Lo ha visto?”
“Sì che l’ho visto. Non le dico come, però l’ho visto. Preso in castagna, come si dice. E, guardi, Massimo, è impossibile che mi sbagli, perché proprio cinque minuti più tardi ho chiesto al mio superiore un sorso d’acqua dalla stessa bottiglia che gli ho visto svuotare nel serbatoio. Ne era rimasta giusto ancora un sorso. Lui me l’ha passata, era rimasta sul sedile accanto al suo, e io ho bevuto: acqua. Era acqua. Nessun dubbio su questo. Io lo so, c’è un elite che sa ma non dice. Sa ma non dice. E questo, in qualche modo, riguarda anche le carrozzerie trasparenti”
Di nuovo.
Massimo rimane in silenzio. Si è dimenticato anche il cellulare. E’ chiuso nella BMW, e non riesce nemmeno a interrompere l’uomo, a riprendere in mano la conversazione. Ha già illustrato tutto quanto aveva da illustrare al signor Giordani prima di salire in macchina. Forse potrebbe parlargli del motore. Forse potrebbe…
“Sa – gli dice il signor Giordani – l’idea mi è venuta, perché io sono un appassionato di film coi gangster. Ha presente?”
“Forse dobbiamo tornare alla Concessionaria” dice Massimo. Adesso stanno attraversando Viguzzolo. Subito all’ingresso del paesino li accoglie un filare d’alberi – Massimo crede che ci siano aceri, faggi e lecci. C’è il bar e una colata di cemento che fa da piazzetta – la pavimentazione è un disastro per le sospensioni dei veicoli. Ci sono fioriere situate qua e là sulla strada. La BMW ci mette grosso modo un istante a lasciarsi alle spalle il centro del paese che farà in tutto non più di cinquemila anime – molte delle quali, pensa Massimo ricordandosi delle parole di Luca, sono state
acquistate dalla Concessionaria Maretti&Cobrelli con il semplice atto di vendita di un’automobile. Massimo e il signor Giordani procedono ora verso Castellar Guidobono. La BMW tiene i suoi cinquanta all’ora. Giordani non sembra un folle, col volante in mano. Sono solo le sue chiacchiere. Massimo non vuole starlo a sentire, però. Anche perché ha paura di contraddirlo e se lo contraddice addio ottantamila euro. In ogni caso, per questo gli ha chiesto di tornare indietro. Di solito per la guida di prova del veicolo non ha problemi a lasciare che il cliente si spinga fino a Castellar
Guidobono e poi oltre fino a Salice Terme. Tuttavia questa volta non gli sembra il caso. E’ meglio rientrare.
“Sì, certo – risponde Giordani senza nulla in contrario – Cerco uno spiazzo e faccio inversione”
“No, guardi, prenda qui” dice Massimo.
Cerco uno spiazzo! Chissà dove lo va a cercare quello, lo spiazzo! A Varzi. A Vigevano. A Pavia. In un lampo Massimo pensa che Giordani non lo farà più smontare dall’auto, cercherà un muro di mattoni e ci si andrà a schiantare contro. Dai discorsi che fa potrebbe essere il tipo. E pensare che è stato buono per un’ora e mezza circa mentre Massimo lo imboniva raccontandogli le caratteristiche e le qualità della Gran Coupé senza tralasciare di descrivergli qualche difetto che a ben vedere, però, quasi rappresentava un pregio e tacendo naturalmente i difetti che erano solo
difetti. Per fortuna, ubbidiente, il signor Giordani gira il volante nella via che Massimo gli ha appena indicato.
Massimo tira un sospiro. Vorrebbe una sigaretta.
“Adesso risaliamo per Viguzzolo, così torniamo indietro”
“Sì, certo. Ha una guida molto fluida, questa bara su quattro ruote”
Massimo stringe i denti. Non lo ribatte. Non può. Perderebbe il cliente. Non vuole perderlo, non con ottantamila euro. Che scenderanno a settantotto mila. Vuoi avere consenso nella vita? Non occorre mettersi in politica. Va a comprarti un’automobile. Potrai dire quello che vuoi, al rivenditore, proprio tutto. Purché alla fine paghi. Magari è per questo che i miliardari spendono. Mica per possedere. No. Solo per avere qualche oretta dove poter dire di tutto e vedersi le persone ai piedi. Un miliardario tirchio, chi ha ai suoi piedi? Nessuno. E’ tutta una volgare prostituzione e in questo momento Massimo a questo pensiero ci si aggrappa. Lasciagli fare il suo schizzetto, dopo finirà.
“Ha presente – dice Giordani riprendendo il filo del suo predicozzo – Mettiamo, scena classica, c’è un furgone. Colore nero. Il furgone accosta davanti al negozio di un barbiere. Si apre il portellone e da dentro uomini armati con fucili e mitragliette sparano a volontà. Un minuto in tutto. Forse due. Poi il portellone si richiude e il furgone sgomma via. Altra scena. Una macchina, una qualsiasi, una centoventisette o una centotrentadue, anche di quelle vecchie, piccole, ormai fuori commercio, si ferma davanti a un bar. Dentro c’è il bersaglio. Si abbassano i finestrini, magari anche fumé, e spuntano fuori le canne dei fucili. Fuoco a volontà. Un minuto, due minuti, tre al massimo. Poi via. L’auto riparte. Uomini armati, con cannoni a mano. Stipati in un furgone. Con calzamaglie. Maschere di carnevale. Il furgone arriva, si piazza davanti a una banca. Gli uomini scendono, ed è rapina a mano armata. E ancora. Una macchina bianca, pulitissima, accosta al marciapiede. C’è una bambina che cammina. Con lo zainetto. I capelli biondi. Vestita con un
completo di jeans. Sta tornando da scuola. Sta percorrendo l’ultimo tratto di strada prima di arrivare a casa. E’ dietro l’angolo. La portiera dell’auto bianca si apre. Inghiotte la bambina. La bambina scompare”
Il signor Giordani resta in silenzio. Rimane il ronzio del motore spinto a non più di cinquanta chilometri orari. Sono stati fermi a un semaforo, davanti al bar che hanno superato solo qualche momento prima. Viguzzolo è un deserto. Però il semaforo sembrava non voler più passare da rosso a verde. Massimo non ne poteva più. Il sorriso sulla sua faccia via via che passano i minuti in macchina col signor Giordani si accorcia. Magari, si dice, una volta tornati passerà la palla a qualche altro collega. O forse no. Clienti strani, dopotutto, ne ha avuti, in questi dieci anni. Ma questo gli comunica qualcosa di orribile dentro. Ogni volta che lo sente parlare gli prende la sensazione di meduse che gli si mettono ad agitare sotto la pelle. Sì, gli sembra che questo renda l’idea.
Giordani riprende a parlare. E lo tira in ballo. “Mi dica, Massimo, questi episodi, esecrabili, non crede si potrebbero evitare con le carrozzerie trasparenti?”
Si aspetta anche una risposta.
Massimo muove la bocca. Ma è la lingua. Sembra incollata. Non riesce a dire nulla.
“Eh?” incalza Giordani.
“Sì sì. E’ vero” dice Massimo.
“Altro scenario. Due ragazzi. Giovani. Sono nella loro macchinetta. Sono in atteggiamenti intimi. Il ragazzo sfila la maglia alla ragazza. La ragazza è bionda, ha gli occhi azzurri. Il nasino alla francese. Il ragazzo è uno sportivo. Gioca a tennis, pallanuoto. E’ un tipo atletico. Ha presente, no? Anche qui, scena classica. Il ragazzo e la ragazza abbassano i sedili. La ragazza monta cavalcioni sul ragazzo. E’ nuda. I seni le ballano sul petto. Sono illuminati dal chiaro di luna. Pallidi. I ragazzi sentono un rumore, sospetto. Un uomo con un uncino al posto di una mano colpisce il finestrino dell’automobile. La ragazza strilla. Strilla. I vetri vanno in frantumi. La ragazza strilla. Fino a quando l’uncino non le mozza la testa con un colpo”
Silenzio. A Massimo sembra che adesso le gocce di sudore sulla sua fronte scendano più velocemente.
Il signor Giordani ride, da solo. E’ una risata nasale, calda, gradevole. E’ molto soft. Ride e guarda in avanti, con le sue palpebre gonfie, mollicce.
“Se le carrozzerie fossero trasparenti, niente più rapimenti, rapine, sequestri” dice poi.
“Sì” dice Massimo.
“Niente più coppiette che fanno l’amore in zone immerse nell’oscurità. Non ci sarebbero più pirati della strada. Nessuno investirebbe volontariamente i pedoni. Non le pare? D’accordo, forse ci sarebbe meno, uh, privacy, ma io non ci credo più nella privacy, quella non l’abbiamo più ormai. E’ finita, è da mettere nel dimenticatoio. Ma naturalmente no. Questo non si fa. Perché torniamo al discorso dell’acqua al posto della benzina. O dell’energia eolica. O di quella solare. E se per caso ci proviamo col nucleare, ecco che fanno esplodere una centrale, causano migliaia di morti, orrori,
catastrofi, e così il nucleare, ossia risparmio, ossia possibilità di sviluppo, possibilità di benessere, è spacciato. C’è qualcuno, e io ho cinquantasette anni e queste cose le voglio dire, c’è qualcuno che le vuole queste cose. Vuole il caos”
Massimo rimane in silenzio. Magari il signor Giordani avrà anche le sue ragioni, ma quando non lo mette a disagio, lo annoia. Massimo pensa a Barbara. Fa sempre così, quando è annoiato di qualcosa. Vorrebbe stare con Barbara. Pensa alla linea del suo naso, un po’ a punta. Agli zigomi scolpiti. Barbara ha grossi riccioli biondi, ossigenati. Sembra che la sua testa sia ornata naturalmente di catene e bracciali. Inconsapevolmente Massimo scrolla le spalle. Giordani non
scorge nulla.
“Mi dica, Massimo, lei è sposato? Ha figli?”
“Ho una ragazza. Conviviamo. Prima o poi faremo un figlio”
“Ha una casa, sì. Una vita che funziona…”
Massimo non risponde. Come si fa rispondere a una domanda come questa? Come si fa a rispondere “Sì, la mia vita funziona” quando basta accendere la televisione per vedere centinaia di persone con denaro, donne, consenso, successo come mai si potrebbe ottenere nella propria vita? E come si fa a rispondere “No, la mia vita non funziona” quando basta fare un giro per strada e ci sono persone stese su panni e vestite di stracci, totalmente cenciose, e poi le immagini dei bambini denutriti sui bicchieri dove mettere il resto del cappuccino e della brioche al bar o del pacchetto di sigarette? Non si può, certo che no, rispondere a una domanda come questa. Massimo vorrebbe tanto il cellulare. Oppure una sigaretta. Soprattutto si odia per non essere in grado di interrompere l’uomo, parlargli del motore o dei pneumatici. Schiacciare qualche tastino del navigatore satellitare incorporato, fargli vedere altri giocattoli. Tanto non ha importanza, ormai sono quasi arrivati. Deve sopportare ancora per poco. Ancora cinquecento metri. Però c’è la fila, a quell’ora. La maledetta fila. Magari proprio a duecento metri dalla Concessionaria. Ma, pensa Massimo, se quello continua, lui scenderà e ci andrà a piedi fino alla Concessionaria, e buona notte. Fanculo.
“Una vita che funziona, eh? Sa, Massimo, cosa penso?”
Massimo sta in silenzio. Anzi, manda un colpo di tosse. E’ abbastanza, come segno di disapprovazione? No, perché il signor Giordani torna a parlare. Non se li fila proprio i suoi segni di disapprovazione. Quello vuole solo riempirlo delle sue opinioni.
“Penso che siamo spiati. Non so bene come. Ma lo siamo. Magari con telecamere nascoste nei televisori. Forse con sistemi di sorveglianza nelle case, ma non si vedono, per anni e anni. O forse, i nostri vicini di casa. Ci puntano un microfono, di quelli potenti, dall’altra parte del muro, e captano tutto quello che diciamo. Sa, Massimo, lo sa cosa penso?”
Il signor Giordani ha un tono di voce normale. Quasi suadente. Un po’ raffreddato, e questo lo rende anche più caldo, sensuale. Guarda la strada, mentre parla. Quel suo modo è così stridente con quello che va dicendo… Massimo non risponde.
“Penso che dobbiamo proprio essere degli stupidi se pensiamo che quei marchingegni della Nasa, quelli che servono, secondo loro, per captare segnali di forme di vita extraterrestre…”
Oh, no. Anche gli extraterrestri, adesso.
“… siano lì per quello. No. Quei microfoni, quei rilevatori, non sono puntati verso la spazio. Sono puntati verso di noi. Coprono tutta quanta la superficie terrestre, convogliano tutte le voci del mondo dentro un registratore, e un macchinario specializzato può separare voce da voce, e sentire me e sentire lei e sentire un cinese e sentire un peruviano a Cahuachi”
La BMW è in fila. Davanti c’è una Rover. Vecchia. Polverosa. Color verde scuro. La marmitta è mezza andata. Massimo giudica che sia un modello del ’94. O giù di lì. C’è una fila di adesivi sul lunotto posteriore. A trecento metri la concessionaria. Massimo può vedere l’insegna, bianca con le scritte nere e una banda rossa. Dietro il cielo arancione, sfilacci di nuvole biancoazzurre. Un bel tramonto.
“Ah, Massimo, le racconto questa. Però voglio finirlo il discorso che ho cominciato. Nondimeno, per non essere troppo monotono, le racconto intanto quest’altra. E’ breve. Ma divertente, Ed è successa. A un mio amico. Aveva la chiave dell’auto con il dispositivo per chiudere e aprire a distanza le portiere. Lo usava come tutti per cercare l’auto quando non ricordava dove l’avesse parcheggiata. Ebbene, questo dispositivo gli funzionava, a meraviglia, forse troppo, riusciva ad aprirgli le portiere dell’auto anche a cinquanta metri di distanza. No, sul serio. Così, una volta ha attivato il dispositivo schiacciando il tastino nella chiave, ha visto le luci lampeggiare, era sera, e poi ha visto un’ombra aprire la portiera della sua automobile, ficcarcisi dentro e dopo uno o due minuti mettere in moto e partire. E lui che stava correndo, cinquanta, quaranta, trenta metri, non è riuscito a raggiungere l’auto per tempo e se l’è vista rubare sotto gli occhi”
Giordani ride, ma compostamente. Massimo, pur riconoscendo delle qualità alla storia, non ci riesce. Rimane in silenzio, anche piuttosto inchiodato al sedile della BMW.
“Quello che non capisco – prosegue subito il signor Giordani – o meglio, lo capisco, ma quando dico che non lo capisco è solo per introdurre un concetto che chiunque è in grado di capire, oh sì, mi creda, chiunque; ma, le dicevo, quello che non capisco, Massimo, è perché oggi che disponiamo di queste videocamere, e dei microfoni, perché, oggi, le impieghiamo per spiare me o lei o quel peruviano che le dicevo prima. Perché non metterle nelle fabbriche, nei luoghi dove si allevano mucche, nei centri di produzione di derrate alimentari, perché non metterle lì, nelle aziende
chimiche, o nei laboratori, anziché metterle, a nostra insaputa, nelle nostre case? Anche dichiarandolo. Anche facendolo sapere ai dipendenti. Non è necessario essere punitivi. Oh, no. Spiare per scoprire chi sei, chi alberga dietro la tua maschera sociale. E chi se ne importa di questo? Che utilità ha? No. No no. Lo devi sapere che sei spiato, e come. Così magari a certe cose non pensi nemmeno”
LA BMW va ancora avanti. Va avanti poco poco. Massimo è improvvisamente colpito dalla certezza che il signor Giordani non ha alcuna intenzione di acquistare l’automobile. Non spenderà ottantamila euro. Quest’oggi non è venuto qui per questo. Rientreranno alla Concessionaria e Giordani troverà una scusa. Andrà via e lo lascerà bocca asciutta.
“La sua vita funziona, sì? – prosegue quel demone che è venuto oggi a far visita a Massimo durante l’orario di lavoro, con i capelli sparacchiati, bianchi, gli occhi cisposi, la pelle rugosa, screpolata, la camicia con macchie di sudore, la voce calma – E lei si sente soddisfatto. Fa il suo dovere. No? Dorme sonni tranquilli, sì? Vede arrivarle soldi, il conto cresce, le aspettative, le ambizioni, ogni anno, si gonfiano. E’ così, sì? Non sbaglio… Qualche furberia ogni tanto, ma, nel
complesso, persona seria, lei, ligia, una brava persona, via. Ma, dico io…”
La BMW fa un balzello avanti. E’ lunga cinque metri. Viaggia a un potenziale dai trecentotredici ai quattrocentoquindici cavalli. Ha una linea slanciata, il tetto è basso, ha buone proporzioni. Non sembra di guidare una macchina grossa. I freni sono pastosi. Anche per questo forse Giordani è tanto rilassato. Massimo vorrebbe che l’uomo guidasse una vecchia carrucola. Forse questo gli impedirebbe di dire tutto quello che sta dicendo.
“… come può non rendersi conto che il suo lavoro crea morte? Oh, certo. Quando mia moglie cominciò a vomitare di qua e poi di là, e poi girò gli occhi, cadde a terra, tremò, fu l’ambulanza che chiamai. Arrivarono a sirene spiegate. E l’ambulanza è un’automobile. Quando avemmo il nostro bambino, mia moglie e io, e a lei si ruppero le acque fu in macchina che l’accompagnai all’ospedale. Sì, le automobili servono. Servono eccome. Sa, Massimo, io sono vecchio di
cinquantasette anni, e me lo ricordo cosa succedeva fino agli Anni 70. Si fumava nelle sale d’attesa degli ospedali. Anche in corsia. Era proprio così, sì sì. Adesso siamo cresciuti, però, non è più così. L’abbiamo capita. Nelle sale d’attesa non fumiamo più. Fumiamo fuori. Fuori ci sono tubi di scappamento, fabbriche, amianto. Però negli ospedali, almeno lì, be’, lì non fumiamo. E’ la strada per arrivare all’ospedale, sì, c’è ancora quella che è rimasta per farci crepare. Mia moglie. Mio figlio. Persino mia madre, che è morta a novantaquattro anni, è morta per un tumore all’intestino. E lei, Massimo, non può negarlo, contribuisce. Col suo lavoro”
Il signor Giordani lancia a Massimo un’occhiata brevissima. “Lei, a questo punto, penserà che io sia un demonio. Che quello che sto facendo qui sia causato dal dolore delle perdite che ho avuto in questi anni. Invece, le dirò che sono queste perdite che mi fanno andare avanti. Ormai sono loro che mi controllano, che mi fanno muovere nel mondo, che mi trasmettono i pensieri che sto facendo ora. Loro, Massimo, vogliono che oggi sia qui, per parlarle. E non solo loro, ce ne sono una moltitudine d’altri dentro di me”
Il signor Giordani porta la BMW nella concessionaria. La posteggia tra il modello di una Volkswagen e quella di un’Alfa Romeo. Una con la carrozzeria bianca – carrozzerie trasparenti!; che idea!, e poi quale dovrebbe essere il materiale: plexiglass?, vetro?, poliuretano espanso? – e l’altra con la carrozzeria color blu metallizzato. Il signor Giordani spegne l’automobile. Massimo emette uno sbuffo, allunga la mano per aprire la portiera dell’auto e essere fuori di lì. Solo che
Giordani lo blocca. Allunga il braccio, gli prende la mano e gli dice: “No, Massimo, aspetta. Voglio ancora dire una cosa….”
Massimo toglie la mano. Potrebbe fare forza e uscire di lì. Invece toglie la mano.
“Signor Giordani…” riesce solo a dire.
Però non dice di più. Ripensandoci, in un momento successivo, Massimo non saprà darsi una spiegazione sul perché si sia comportato così. Avrebbe potuto andarsene e basta ed invece ha scelto di restare. Forse è solo che una parte di lui in questo momento vuole sentirle quelle parole. Come quando stai discutendo con la tua ragazza, e lei ti dice cose che non vuoi sentirti dire, e lo sai che dovresti infilare la porta e andartene, farti un giro, tornare quando le acque si saranno calmate, ma, e non sai perché, non riesci a farlo. Vuoi sentirle, quelle parole.
“Sai, che cosa mi piacciono?”
“Cosa, dottor Giordani, cos…”
“Abbiamo quasi finito, non ti lamentare, Massimo – lo riprende subito il signor Giordani intercettando il piagnucolio nella voce del suo interlocutore – Mi piacciono i parcheggi. Box auto. Gli spazi tra una macchina e l’altra ai lati delle vie. Mi danno una gioia intima. Un senso di sicurezza. C’è uno spazio tra una macchina e l’altra e lo spazio è grande abbastanza perché ci possa far manovra e mettere la mia auto. Però, mi piacciono soprattutto i parcheggi mastodontici, i luoghi pensati e costruiti per parcheggiare le macchine. Ecco, Max, quelli sono i luoghi che preferisco.
Non in assoluto, ma in una classifica dei luoghi che preferisco li ricomprenderei certamente Sarà forse per l’odore di gas e benzina che ci puoi respirare all’interno. No, sono serio. Non fare quella faccia. Non scherzo. Mi piace. E’ inebriante. Se non sapessi che fa male alla salute, lo respirerei ore. E ne costruirei di più di questi parcheggi. Molti di più. Farei torri di parcheggi. Grattacieli di parcheggi. Chissà, forse in un grattacielo fatto solo di parcheggi si potrebbero costruire ascensori per automobili. Chiami l’ascensore, ci ficchi dentro l’auto e quello ti porta ai piani superiori. Suona un po’ idiota, ma cosa ben più idiote sono state costruite a questo mondo. Se hanno costruito una
stazione sciistica con tanto di neve e una montagna in quel megagrattacielo in mezzo al deserto, forse si può costruire anche un sistema di ascensori per automobili. Comunque, a parte questa sciocchezza, parcheggi parcheggi parcheggi. Li costruirei, Massimo, fuori dalle città. Tutti quanti. Migliaia e migliaia di parcheggi. Poi con un decreto ingiuntivo costringerei gli abitanti di ogni Comune a posteggiare la loro maledetta macchina in questi parcheggi e a vietare di utilizzare le automobili all’interno dei confini municipali. Vuoi fare la spesa? Vacci in bicicletta. Niente più automobili, motorini, veicoli di locomozione a benzina o gas. Quelli li puoi usare solo sulle autostrade e sulle strade principali. Per coprire grandi distanze. Mai per attraversare centri abitati. Mai. Riesci a vedere le conseguenze?”
“Io – Massimo cerca di allungare di nuovo la mano verso la levetta della portiera e uscire da lì, ma il signor Giordani lo blocca, assai morbidamente con la mano che ha tenuto sul cambio fino a quel momento – Signor Giordani…”
“Signor Giordani Signor Giordani! – ripete lui in una specie di falsetto, ma con un tono pacato, bonario – Non riesci a vederle, le conseguenze di questo scenario, eh? Tu ti limiti a prendere le cose per quelle che sono e a spremerle come arance, pompelmi. E’ così? Lascia allora che te lo dica io. Si tornerebbe alle biciclette. E ai carri. Si tornerebbe ai cavalli. Ci sarebbe molta più fauna per le strade. Cavalli. Muli. Asini. Caproni. Al posto di quelle schifose bare di metallo che ci sono adesso. Forse, chi lo sa,?, forse si potrebbero inventare macchinari per pulire le strade. Sì, ci sarebbero un bel po’ di escrementi per le strade. Ci sarebbe un mercato per abbeveratoi. Fieno. Biada. E ci sarebbe aria più respirabile. Quel che più conta. Aria più respirabile – ripete – Ecco fatto – dice poi – Ho finito”
Il signor Giordani lascia andare Massimo.
Massimo apre la portiera ed è fuori.
Quando il signor Giordani smonta dalla BMW, Massimo si sente di dirgli qualcosa.
“Anche lei, però, signor Giordani, è venuto qui con una macchina. Anche lei” ripete.
Il signor Giordani fa un sorriso, poi si guarda attorno, come avesse improvvisamente perso qualcosa. Prende e va verso la sua automobile. Non proferisce verbo.
“Anche lei! – ripete Massimo, e lo esclama – Anche lei!”
Il signor Giordani entra nella sua automobile. E’ l’automobile di un demone. La mascherina di metallo del paraurti luccica, strofinatissima, quasi ghigna. I fanali sono rotondi, la macchina del signor Giordani ha uno sguardo femminile. Massimo non riesce nemmeno a distinguere che macchina sia. Che marca. Che modello. Anche quando il signor Giordani è arrivato, circa un’ora fa, Massimo non ci è riuscito. L’ha vista da lontano, non ci si è avvicinato. Però avrebbe potuto lo stesso. Invece non ce l’ha fatta. Gli è solo presa una sensazione strana. Gli è sembrata troppo rossa.
E’ più pulita della BMW stessa. E’ in condizioni perfette. Magari quel diavolo l’ha comperata il giorno prima. Non aveva mai avuto intenzione di comprare nulla. Solo manifestarglisi. Infastidirlo.
“Anche lei! – grida adesso Massimo mentre osserva l’automobile col signor Giordani dentro (un uomo che a Tortona lui non aveva ancora visto, e spera proprio di non incontrarlo per strada o da qualche parte) accendersi e muoversi – Anche lei!”
Giordani lo vuole lasciare lì. I suoi ottantamila euro, come ha supposto poco fa senza sbagliarsi, se ne stanno andando. Questo manda Massimo su tutte le furie.
“Anche lei!” gli riesce solo di dire.
L’automobile rossa fiammante del signor Giordani punta il muso contro la Concessionaria. C’è una vetrata enorme (a occhio dieci metri di lunghezza per cinque d’altezza) e dietro automobili di lusso, e una jeep. La concessionaria Maretti&Cobrelli è una società a responsabilità limitata multimarca. Tratta soprattutto BMW, Alfa Romeo e Volkswagen. E’ stata aperta negli anni 70 da Egisto Maretti, al quale si è affiancato successivamente – intorno agli Anni 90 – Dario Cobrelli padre di Luca. Il capannone dove si trovano esposte le automobili e dove ci sono l’ufficio
commerciale e l’officina per la manutenzione delle autovetture ha un volume di circa cinquemila metri cubi. L’edificio è un parallelepipedo dalle mura beige. Massimo ci è affezionato. A volte Luca gli parla di diventare soci. A volte immagina il suo nome nell’insegna accanto a quello di Maretti e Cobrelli: Malvasoni. Non suona nemmeno male. Solo che è ancora troppo presto. Però, chissà. Il piazzale antistante al capannone beige è un’area che si prende circa mezzo ettaro di terreno. Sono esposti anche qui modelli di BMW, Alfa Romeo e Volkswagen. Giordani accelera contro la vetrata del capannone.
Poi sterza. Quasi di colpo.
Punta il cancello ed esce fuori.
L’auto s’immette nella strada principale.
Scompare verso Tortona.
“Anche lei! Anche lei! Anche lei! Anche lei! – sta ancora gridando Massimo, incapace di proferire altro – Anche lei!”
Nel frattempo esce Luca Cobrelli. Anche lui è un tipo col collo grosso. Col collo incollato, come qualche volta gli viene da pensare osservandosi il suo. Ha i capelli tagliati a spazzola, il volto suino, con il naso puntato all’insù e gli occhi che gli valgono l’appellativo che qualcuno gli affibbia qualche volta di “cinese”. “Che c’è? Che c’è? Con chi ce l’hai? Con chi ce l’hai?”
“Niente. Niente. Uno stronzo”
Massimo alza ancora una volta lo sguardo verso la strada. La macchina rossa adesso è scomparsa.
“Torniamo dentro” dice.
Più tardi Massimo controllerà le credenziali del signor Giordani. Per sapere chi è, che cosa fa. Sulle Pagine Bianche troverà solo un cognome Giordani. Il nome di una donna. Su Internet non troverà nulla. Eppure Giordani ha parlato di una moglie e una madre decedute. Forse ha mentito. Massimo telefonerà alla donna sull’elenco. Non troverà nessuno. Due giorni più tardi passerà persino con la sua auto (una Volkswagen) davanti all’appartamento dove la donna vive. Posteggerà. Starà lì per qualche minuto, sotto una pioggia battente, in una giornata fredda di aprile. E’ che per quanto non vorrà ammetterlo, le parole del signor Giordani lo faranno riflettere. Gli porteranno alla memoria, in particolare, le volte che aprendo il giornale locale Massimo si è reso conto di aver venduto lui l’automobile coinvolta in questo o quel sinistro stradale. In dieci anni ha avuto due casi di persone morte ammazzate a causa di un incidente stradale su automobili vendute da lui personalmente. Maretti&Cobrelli, gli ha spiegato una volta Dario Cobrelli, dagli Anni 70 a oggi ha avuto un centinaio di casi. Massimo li ha sempre considerati incerti del mestiere e niente più. Non è colpa sua se succedono cose come queste. Certo che no. Anche un ombrello può essere causa d’incidenti. E tuttavia, dopo le parole del demonio venuto a visitarlo in Concessionaria, Massimo si ritroverà a pensarci più spesso. Ci penserà anche adesso nella sua automobile, sotto la pioggia, domandandosi anche perché quell’uomo abbia scelto proprio lui senza trovare una spiegazione soddisfacente. Poi Massimo uscirà dall’auto, citofonerà al portone. Niente. Non otterrà alcuna risposta. Una settimana più tardi, dopo altri tentativi, desisterà, cercherà di dimenticarsi il signor Giordani, le sue parole, lo sparato azzurro del suo completo con le macchie di sudore.
“Torniamo dentro” Massimo dice ora a Luca Cobrelli.

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Una Risposta to “Volkswagen”

  1. acabarra59 Says:

    “ 8 novembre 1990 – « S’il avait fait le voyage en Golf il ne pas eu grand chose à raconter ». Dietro il lunotto posteriore si vede un libro: Jack Kerouac, Sur la route. (Pubblicità Volkswagen su Lire) “ [*]
    [*] Lsds / 540

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