“Le resurrezioni”, di Federico Platania / 3

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6.


Dopo le prime volte, Baronian aveva individuato una via dietro casa di Coronari dove era sempre facile trovare parcheggio. Andare a casa di Coronari. La cosa continuava a sembrargli strana. A stupirlo era il contrasto tra i temi di cui avrebbero parlato e lo scenario casalingo in cui si sarebbe svolta la conversazione. Scatole di soldatini e costruzioni rovesciate sul pavimento, profumo di sugo dalla cucina, alterazioni dello stato psichico, trance e spiritismo. Perché proprio a lui era toccata una simile anomalia? Perché non poteva passare il suo tempo libero, come gli altri professionisti che conosceva, a parlare del nuovo modello di Blackberry o del modo più conveniente per sfruttare le miglia di Alitalia?
Baronian citofonò. La piastra di metallo gracchiò per un secondo poi si sentì la voce di Clara.
– Sì? –.
– Sono Baronian. Scusa, non ho avvertito che passavo. Se vuoi… –.
– Sali sali –.
Baronian fece le due rampe a piedi. La porta si aprì senza che dovesse suonare il campanello. Dietro, con il braccio allungato e la mano chiusa sulla maniglia troppo alta per lui, c’era Tommaso.
– Ciao –, disse Baronian.
– Ciao –, rispose il bambino senza guardare l’altro negli occhi.
Da dietro arrivò subito Clara.
– Ciao Alessio, scusa se non ti do la mano ma sto cucinando –, disse mostrando le mani bagnate.
– No, scusate voi – disse Baronian – passavo di qui e sono passato senza telefonare prima –.
– Non ti preoccupare. Orazio è nel suo studio. Vai pure –.
Baronian fece un cenno di assenso e lasciò l’ingresso. Il piccolo Tommaso tornò nel salone a far guerreggiare tra loro modellini di astronavi mentre dalla televisione arrivavano le note della sigla di un qualche programma di intrattenimento.
Baronian si fece strada lungo il breve corridoio fino ad arrivare alla stanza dove Orazio Coronari aveva messo su il suo piccolo studio. La faccia di Coronari brillava d’azzurro. Quando Baronian entrò nella stanza, Coronari abbassò lo schermo del portatile e la sua faccia tornò del solito colore.
– Tò, il nostro medium a stelle e strisce – disse Coronari vedendo entrare Baronian – chi ti è apparso stavolta? Abramo Lincoln? –.
– Spiritoso. Che stavi guardando al computer? –.
Coronari si accomodò meglio sulla sua poltroncina girevole. – Niente –, disse.
– Ti conosco – disse Baronian appoggiandosi al bordo della scrivania – hai la faccia di un filatelico a cui una vecchietta che stava sgomberando l’appartamento ha regalato un Treskilling giallo senza sapere quanto vale –.
Coronari rise. – Sai – disse – tu ce l’hai davvero il sesto senso. Sei capitato qui, per caso, proprio oggi che ho messo le mani su un pezzo incredibile. Guarda qui –. Lo schermo del portatile, di nuovo aperto, mostrò il frammento di una pagina in PDF. Coronari scorse velocemente il documento verso l’alto fino all’intestazione.
– Armageddon Scenario –, lesse Baronian, – che roba è? –.
– Materiale CIA della migliore annata. Metà anni Settanta. Fa parte dei documenti desecretati di recente. Hai presente il progetto Stargate? –.

Baronian scosse la testa.
– A un certo punto il governo degli Stati Uniti decise che i soli mezzi militari, per difendersi, non erano sufficienti e cominciò a finanziare progetti e studi in campi fino ad allora non presi in considerazione. Sai, facoltà medianiche, parapsicologia, poteri psichici, cose così –.
Baronian si guardò intorno. Continuava a non crederci, sebbene avesse passato chissà quanto tempo nella stanza privata di Coronari. In fondo quella non era che la sala hobby di un impiegato, Orazio Coronari, da oltre venticinque anni sportellista della filiale Poste Italiane di Roma EUR. Ma Orazio Coronari non giocava al fantacalcio, non seguiva un corso di balli latinoamericani, non aveva un garage pieno di attrezzi e barattoli di cera per automobili, no. Orazio Coronari collezionava documenti della CIA, studiava scienze occulte ed era uno dei massimi conoscitori della vita di Eva Carrière, la spiritista francese dell’Ottocento. Baronian ricordava le foto della donna. Il lugubre bianco e nero di quegli scatti, i grigi ectoplasmi che uscivano come stracci dalla bocca della medium. A Baronian erano sempre sembrati palesi fotomontaggi, ma Coronari assicurava che c’era qualcosa di vero in quelle immagini.
– Dai Alessio – disse Coronari ridendo – ti ho fatto un bel regalo, no? Stati Uniti e apocalisse. Se non è materia tua questa! –.
– Di che si tratta di preciso? –.
– Poi ti passo il file così te lo leggi con calma. È una cosa incredibile. In estrema sintesi, gli americani si sono chiesti: se e quando arriverà la fine dei tempi come lo difendiamo il nostro Paese? –.
Baronian socchiuse gli occhi. Un lieve sorriso gli tese le labbra.
– Pazzesco no? Solo gli americani potevano pensare una cosa del genere –.
– Controllare la fine del mondo –.
– Capisci? – Proseguì Coronari – Si aprono i sette sigilli, arrivano gli angeli con le trombe, grandine, fuoco e sangue piovono sulla Terra e lo Stato Maggiore dell’esercito americano che cosa fa? Si mette a pregare? Impazzisce di paura? No, cerca di controllare la fine del mondo –.
Baronian scorse un po’ avanti e indietro il PDF sullo schermo del portatile. C’erano tabelle, grafici. Era delirante. Nel corso dei secoli l’uomo aveva studiato i terremoti, gli uragani, le epidemie. Aveva senso sfruttare questo sapere per approntare contromosse. Ma l’Apocalisse era un evento che andava al di là di qualunque conoscenza empirica. Eppure c’erano stati uomini che avevano scritto un documento per cercare di salvare il salvabile. C’era qualcosa di commovente in quelle pagine.
– Che poi, se ci pensi, la fine del mondo è un evento positivo – disse Coronari mentre Baronian scorreva sorridendo le pagine sul monitor – da un punto di vista teologico, intendo dire. È il compimento, la salvezza –.
– Ma c’è il giudizio finale –.
– Sì, ma cosa fai? Lanci testate atomiche contro Cristo giudice? –.
– Credo che l’idea di chi ha commissionato questo studio fosse un’altra –, disse Baronian staccandosi finalmente dal portatile.
– Cioè? –.
– Gestione del caos. Quello che temeva il governo americano, quando ha chiesto a qualcuno di approntare uno studio del genere, non era l’Apocalisse, ma il suo fallimento –.
– Vedi perché siamo amici? – disse Coronari – a questo non ci avevo pensato –.
– È l’unica spiegazione. Si sono detti: e se qualcosa alla fine andasse storto? Se il giudizio non si compisse? Se la Terra, paradossalmente, continuasse a esistere? –.
– Città in rivolta, rovine, saccheggi – disse Coronari quasi tra sé – hai ragione, tutto questo andava gestito. Ma secondo me questo documento è più descrittivo che dispositivo. Non dice cosa fare, più che altro cerca di immaginare cosa potrebbe succedere. E, credimi, questi burocrati di un ufficio federale hanno avuto un’immaginazione che neanche Dante nella Commedia. Guarda qui, l’elenco dei cimiteri –.
Baronian si avvicinò di nuovo al monitor. Coronari si era posizionato in un punto del documento che allineava nomi e cifre. Era la lista dei principali cimiteri del pianeta. Recoleta, Staglieno, Arlington, Zentralfriedhof. Ce n’erano pagine intere. Accanto a ogni nome, le coordinate geografiche e il numero approssimativo dei sepolti.
– La resurrezione dei corpi – disse Coronari – turbini di membra che sfondano la crosta terrestre e salgono a torre verso il cielo. Riesci a immaginare la scena? La terra come la schiena di un’istrice. Ogni aculeo una moltitudine di risorti. Hanno pensato anche a questo. Volevano sapere esattamente quanti corpi e da dove –.
Burocrazia delle cose ultime. I due rimasero in silenzio per qualche secondo.
– E adesso, tocca a te –, disse Coronari alla fine.
– Cosa? –.
–Non ci credo che sei passato qui per caso. In genere telefoni o mi mandi una mail. Deve essere successo qualcosa di nuovo, Baronian. Te lo chiedo di nuovo: ti è apparso Lincoln? –.
– Oswald –.
– Chi?
– Lee Harvey Oswald – disse Baronian – quello che ha ucciso Kennedy –.
– Fantastico. Beh, andrà come sempre no? Un po’ di pazienza e poi tornerà nell’ombra, come tutti –.
– Stavolta voglio controllarlo –, disse Baronian con gli occhi a terra.
Coronari deglutì.
– Voglio parlare con lui – continuò Baronian – voglio avere la possibilità di farlo apparire quando dico io, voglio…–.
– Tu lo sai che io ti odio, vero?–, lo interruppe Coronari.
Baronian lo guardò senza dire nulla.
– Ti odio perché io sono anni che studio queste cose, che credo in queste cose e non ho mai visto neanche un fuoco fatuo, mentre tu, che guadagni il triplo di me vendendo numeri alle aziende, vedi più spettri di Scrooge la notte di Natale–.
– Questa potrebbe essere l’occasione giusta – disse Baronian – mi devi aiutare, Orazio –.
L’altro si guardò intorno. Fece un mezzo giro intorno alla scrivania, poi fissò nuovamente Baronian.
– Non so – disse – non che la cosa non mi tenti. Ma a parte il fatto che non saprei da dove cominciare, non pensi che avresti bisogno di un… professionista? Insomma. Io sono solo un impiegato delle poste con l’hobby dello spiritismo. Perché vuoi proprio me?–.
Dal corridoio arrivò la voce di Clara.
– Alessio, ti fermi a cena con noi? –.
– No grazie – disse Baronian – ho già un altro impegno –.
– Come vuoi – disse Clara. I passi si allontanarono dalla stanza – Se cambi idea nessun problema. C’è da mangiare per tutti –.
Baronian e Coronari rimasero qualche secondo in silenzio.
– Per questo voglio te –, disse Baronian.
Coronari lo guardò senza capire.
– Perché sei una persona normale. Hai una moglie che prepara la cena. Hai un figlio che gioca in salotto. Perché sei un impiegato delle poste –.
– E ti sembra normale tutto questo? –, disse Coronari.
Baronian sorrise. – Io non so cosa mi aspetta se mi addentro in tutto questo – disse – avere una persona normale come alleato mi fa stare più tranquillo –.
– Mi devi dare un po’ di tempo però – disse Coronari dopo aver riflettuto qualche secondo in silenzio – devo capire da che parte cominciare –.
Baronian fece un cenno di assenso. Coronari abbassò di nuovo lo schermo del portatile, poi spense la luce e fece accomodare Baronian fuori dalla stanza.
– Ah, per stasera – disse poi con voce grave – è più opportuno se non ti fermi –.
– Certo – disse Baronian serio – perché? –.
– Clara ha fatto la sua parmigiana. La adoro. Se ti fermi, non ce n’è abbastanza per me –.

7.


La prima fu Marilyn. Un inverno, sul finire degli anni Ottanta. Alessio Baronian, diciassette anni, era insieme ai suoi compagni di scuola a una festa di carnevale. Non amava granché mascherarsi, ma l’idea di vestirsi come Beetlejuice, il personaggio protagonista di un film che aveva visto da poco, non gli dispiaceva. Era stato abbastanza facile trovare un completo nero e dipingerci sopra larghe righe bianche. Gli anfibi e un po’ di trucco avevano resto ancora più credibile il travestimento. Alessio arrivò nella palestra della scuola verso le cinque del pomeriggio, insieme a Michele Cerbara–Fred Flintstone e a Tiziana Santomauro–Barbie.
Qualcuno, dietro al mixer, stava sfumando le ultime note della Lambada per far crescere Like a prayer di Madonna. Baronian si diresse verso il tavolo delle bibite.
– Niente Pepsi? –, disse guardando un gruppo di bottiglioni da due litri già svuotati per metà. Fred Flintstone affondò la mano in una ciotola di patatine al formaggio. – ‘Sti barbari. Si sono finiti già tutto –, disse, mentre una costellazione di briciole gialle gli si disegnava  intorno alla bocca.
Chiunque con più di diciotto anni avrebbe trovato squallida quella festa. Batman che ballava con la befana al ritmo di Viva la mamma di Bennato. Uno Zorro obeso che cercava di rimorchiare senza successo le gemelline di Shining. Ma per la gioventù brada che calpestava il verde pavimento di linoleum graffiato, autogiudicarsi era l’ultimo dei pensieri. Baronian diede una gomitata a Fred Flintstone.
– Ma chi è quella vestita da Marilyn? –.
– Ma quale? –, chiese Flintstone.
– Quella, lì, sotto il canestro da basket. Mi sta pure guardando –.
– Ma che hai fumato? Non c’è nessuno sotto il canestro –.
Baronian guardò l’amico sorridendo. Stava scherzando. Dopotutto era Carnevale. – Ho capito – disse – sei invidioso perché guarda me –.
La somiglianza era incredibile. La stessa pettinatura, lo stesso vestito bianco plissé della celebre scena di Quando la moglie è in vacanza. Baronian si aspettava che da un momento all’altro una folata d’aria emergesse in qualche modo dalla terra e sollevasse il vestito di quella bellissima ragazza. Ma quanti anni aveva? E soprattutto: in quale classe stava? Era forse la ragazza di qualche suo compagno di scuola? Baronian era convinto di non averla mai vista prima.
Lasciò Fred Flintstone alle prese con la ciotola di patatine e si diresse con un po’ di titubanza verso il fondo della palestra, dove Marilyn sembrava attendere qualcuno senza interessarsi di quello che capitava intorno a lei. Baronian era sempre impacciato quando si trattava di parlare con una ragazza. Invidiava la disinvoltura che avevano gli altri suoi amici. A lui sembrava sempre che quando si trovava in compagnia di un qualunque essere umano di sesso femminile con il quale potenzialmente sarebbe potuto accadere qualcosa, l’universo intero trattenesse il fiato in attesa degli eventi e questo impediva qualunque comportamento naturale da parte sua. Ma quella donna era irresistibile. Baronian era convinto di non averne mai vista prima una simile. A parte la somiglianza con la vera Marilyn, c’era qualcosa nella sua presenza che chiedeva di essere svelato.
Ora Marilyn era parzialmente coperta da due ragazze che Baronian conosceva. Barbara Giusti indossava un’improbabile miscela di indumenti che la ponevano a metà strada tra una zingara e una ballerina di flamenco. Laura Carboni era vestita e truccata come una perfetta geisha. Baronian si ritenne fortunato. Con quelle due aveva una certa confidenza. Avrebbe potuto chiedere loro se gli presentavano Marilyn. L’universo poteva tenere il fiato fino a scoppiare. Stavolta voleva rimorchiare una ragazza a una festa, come qualunque altro suo coetaneo riusciva a fare senza problemi.
– Alessio! – Disse la Zingara – che forza ‘sto costume! –.
– Oddio ma come ti sei conciato? –, fece la Geisha.
Baronian si era proposto di imparare qualche battuta del film e sfoderarla durante la festa, ma poi lo aveva dimenticato e ora non gli veniva in mente nulla. – È Beetlejuice –, disse soltanto. Poi guardò Marilyn e disse piano – Ciao –. Marilyn lo guardò mantenendo la fissità del sorriso. A Baronian vennero i brividi.
– Stai benissimo. Sei proprio uguale –, disse la Zingara.
– Non mi presentate la vostra amica? –, disse Baronian indicando Marilyn. Gli sembrò una mossa azzeccata. Se la ragazza vestita da Marilyn era davvero una loro amica, la Geisha e la Zingara a quel punto non avrebbero potuto fare altro che presentargliela. Se non lo era, Marilyn era ormai stata comunque chiamata in causa e da lì in poi Baronian avrebbe cercato di proseguire in qualche modo.
– Quale amica? –, chiese la Zingara. La Geisha si limitò a stringere gli occhi, che anche per via del trucco si ridussero a due fessure nere.
– Marilyn… – disse Baronian – lei… –.
La Zingara si voltò di tre quarti nella direzione indicata. Poi guardò la Geisha, che continuava a non dire nulla. Dagli altoparlanti arrivarono le prime note di I’m not scared degli Eight Wonder.
– Alè, ma che vedi i fantasmi? Qui non c’è nessuna Marilyn –.
– Ma state scherzando? –, disse Baronian. E mentre lo diceva, quasi stupendosi della sua stessa audacia, avvicinò delicatamente la sua mano al braccio nudo di Marilyn Monroe per coinvolgere quella misteriosa ragazza nella conversazione.
In futuro Alessio Baronian avrebbe sempre ricordato quella sua prima volta, quella vibrazione formidabile e al tempo stesso disturbante, quel senso di nausea e di eccitazione insieme. La carne della sua mano, fisica, materiale e terrena che attraversava qualcosa che non era di questo mondo facendo tremare l’aria.
Un inverno, la fine degli anni Ottanta. Quell’anno ci sarebbe stata la maturità, era l’anno in cui si diventava maggiorenni. Uno spartiacque. Baronian sapeva che quell’anno sarebbe stato importante per lui. Di più: Alessio Baronian non aveva ancora fatto l’amore e si augurava fortemente che quell’anno diventasse per lui memorabile anche per quella prima volta. La sua prima volta. Mai avrebbe creduto che quello sarebbe stato l’anno in cui avrebbe sì perso la verginità. Non però nei rapporti con l’altro sesso, ma con l’altro mondo.
Marilyn fu la prima. Negli anni seguenti Baronian avrebbe imparato abbastanza su di loro per non averne più paura. Persone qualunque, morte in circostanze più o meno tragiche. Spiriti che tornavano sulla Terra assumendo – chissà perché – le sembianze di personaggi celebri degli Stati Uniti. Marilyn fu la prima, poi fu la volta di Jackson Pollock, Sylvia Plath, Jim Morrison, Martin Luther King, Buddy Holly, Isadora Duncan, John Fitzgerald Kennedy. Era come se il destino, Dio o qualunque altra cosa governasse l’ineffabile corso degli eventi avesse deciso, così, per capriccio, di prendere una categoria di Wikipedia a caso – celebrità degli Stati Uniti morte tra il 1900 e il 2000 – per mettere in piedi uno scherzo soprannaturale. Baronian imparò presto a prendere confidenza con queste apparizioni, a dissimulare con eventuali altre persone presenti quella sensazione di vertigine che lo coglieva ogni volta che uno di questi spiriti appariva, a provare perfino una certa pena per loro.
Marilyn fu la prima. Lee Harvey Oswald sarebbe stato l’ultimo. Ma questo, quel pomeriggio di tanti anni prima, Baronian non poteva saperlo.

 

8.


Fino a un mese prima che Ferreri e Manuppello lo contattassero, Baronian non ricordava più nulla né dello stabilimento della Sebastiani, né del corpo di Riccardo Merz ritrovato tra le canne, là dove la provinciale 19 attraversa il Frassine. Quattro mesi prima Baronian era semplicemente atterrato a Verona e stava solcando le strade interne per raggiungere Noventa Vicentina a bordo di una Mercedes nera classe E messa a disposizione dalla Bragadin, azienda leader nel settore delle consulenze aziendali in Veneto. La loro clientela era costituita soprattutto da piccole e medie imprese che producevano e manutenevano impianti di riscaldamento. Un tessuto industriale con le radici negli anni Ottanta, durante lo sviluppo del polo economico della provincia di Verona. Baronian guardava dal finestrino il basso orizzonte costellato di boschi di salici.
L’autista della Mercedes aveva esagerato con il dopobarba quella mattina, ma l’odore prevalente dentro l’abitacolo era quello del fumo di sigaretta. Forse proprio per questo Baronian si sorprese nell’avvertire, sopra tutti quegli odori, una zaffata zuccherina che gli trafisse le narici. Per raggiungere Noventa Vicentina dall’aeroporto di Villafranca l’autista aveva percorso un tratto della A4 e poi aveva deviato a sud all’altezza di San Bonifacio.
– Ma cos’è quest’odore? – Disse Baronian tirando su col naso. Sembrava di attraversare una nuvola di zucchero filato.
– È la Sebastiani – Disse l’autista.
In quel momento la sagoma del vecchio zuccherificio si disegnò all’orizzonte incorniciata dalle macchie verdi degli ontani. – La Sebastiani –, mormorò Baronian. Cinque anni prima era stata una notizia da prima pagina. Forse non come la tragedia della Thyssen o il disastro di Bhopal, ma comunque una notizia da prima pagina. Lo tsunami di melassa che travolgeva uomini, animali ed edifici come una piaga d’Egitto. Un’apocalisse dadaista.
– Possiamo fermarci un attimo? Sarei curioso di vederla –.
– Scherza? – Ripeté l’autista – oggi son cinque anni esatti che è successa la cosa. Ci saranno manifestanti, cori di protesta. Meglio tirar dritti –.
– La prego –.
La Mercedes aveva accostato lentamente nei pressi di un basso reticolato che delimitava una coltivazione di barbabietole. Spento il motore si sentì solo il silenzio pesante dei campi per alcuni secondi, fino a quanto non montarono in lontananza le voci.
– Mi aspetti qui –, disse Baronian. S’incamminò verso la Sebastiani. Non riusciva a credere alla qualità dell’aria che lo circondava. Nonostante fossero passati anni, tutta la zona circostante ancora trasudava di umori dolciastri. Era nauseante. Baronian si chiese come riuscissero quei manifestanti a trascorrere lì così tanto tempo.
Mentre avanzava verso il capannello di gente, Baronian vide una coppia procedere in direzione opposta alla sua. L’uomo portava a spalla una videocamera. La donna aveva tra le mani un microfono e un paio di fogli di carta. Il cielo si era improvvisamente fatto grigio e le voci dei manifestanti, adesso, sembravano ricoperte di ruggine. L’apparizione dei giornalisti aveva rinfocolato la vivacità della protesta con slogan e ostentazione di striscioni, ma ora che la stampa abbandonava il campo la folla tornava a un basso mormorio contenuto.
Baronian raggiunse il fronte dei manifestanti. – Tu di che testata sei? –, gli chiese un uomo.
– Non sono un giornalista, sono un consulente –.
– Per chi lavori? –, disse l’uomo. Nel frattempo un paio di persone si era fatta più vicina.
– Per me –, disse Baronian.
– Non ci servono consulenti qui, ci servono i giudici, che riaprano il caso –.
Baronian guardò alle spalle delle persone la caserma disabitata che un tempo produceva zucchero per uso industriale. Cercò di immaginare il punto in cui si trovava l’enorme serbatoio che conteneva la melassa destinata alla fermentazione per la produzione di alcol industriale. Il numero dei litri. Ricordava una cifra impressionante.
– Mi sono fermato solo per curiosità – disse Baronian – sto andando a Noventa per lavoro e ho sentito l’odore dolce nell’aria –.
Qualcuno, nel gruppo, guardò Baronian con sospetto. L’uomo che gli aveva rivolto per primo la parola, invece, sembrava non vedesse l’ora di continuare a parlare. Forse, durante l’intervista che si era appena conclusa, non aveva fatto in tempo a dichiarare qualcosa ai giornalisti e adesso ripiegava senza farsi troppi problemi su quell’ospite capitato lì per caso. I comitati dei familiari delle vittime, pensò Baronian, gente colpita negli affetti che passa il resto della vita a macerare risentimento nei confronti di chi ha la colpa. Anni consumati dal paziente lavoro della vendetta.
– Il serbatoio era lì –, disse l’uomo indicando uno spiazzo alle sue spalle.
Giustizia. Se otterranno la giustizia che cercano, cosa se ne faranno?, pensò Baronian seguendo inconsapevolmente con lo sguardo il dito dell’uomo.
– Sette milioni di litri di melassa conservata a pressione, e poi… –. Senza dire altre parole l’uomo fece scattare le braccia in avanti con le palme delle mani rivolte verso il basso. Ginnastica del disastro. Baronian immaginò l’onda appiccicosa travolgere ogni cosa intorno. Le cinque vittime dovevano trovarsi nel basso caseggiato che ora stava osservando. Le pareti esterne delle rovine erano colorate di un marrone irreale.
– Mio figlio era lì – disse una donna che era stata zitta fino a quel momento – era uno dei contabili. Quella mattina era arrivato presto con gli altri del suo ufficio perché c’erano da chiudere i conti, per la liquidazione e tutto il resto –.
– Due settimane ci son volute per ripulire tutto –, disse un’altra voce.
Baronian guardò la strada in lontananza, le quattro frecce lampeggianti dell’autista con troppo dopobarba. Una ragazza con una felpa color vinaccia si avvicinò senza staccargli gli occhi di dosso.
– Come è andata finire poi? –. Ricordava l’assoluzione dei responsabili dell’azienda, ma non ricordava le motivazioni.
– L’attentato hanno detto – disse l’uomo con un tono calante nella voce – L’attentato… cinque morti bianche altro che attentato –.
– Un omicidio è stato! – disse un altro alzando il tono – lo sapevano che l’impianto non era più in sicurezza, ma han preferito tenersi i soldi dei controlli! Un omicidio premeditato! –.
L’aria fu attraversata da quella vibrazione di forza che Baronian aveva imparato a conoscere. Le tragedie lo attiravano e lui ci cadeva sempre. Aveva ragione l’autista, non si sarebbero dovuti fermare. Baronian annuì velocemente per chiudere lì la conversazione. Ringraziare o salutare gli sembrava inopportuno. Il piccolo gruppo di manifestati che si era raccolto intorno a lui lo guardava severamente. Gli avevano raccontato la loro storia e lui ora cosa faceva? Li lasciava così senza una parola, senza offrirsi come alleato o come capro espiatorio?
– Grazie arrivederci –, mormorò Baronian senza porre una pausa tra le due parole. Si voltò su se stesso in direzione della strada principale. Un uomo gli sbarrò la strada. Jeans scuri, il colletto chiaro della camicia fuori dalla scollatura del maglione. Baronian lo guardò senza dire nulla. Era convinto di aver già visto prima quell’uomo. – Mi fa passare? –, disse poi. L’uomo non rispose. Baronian si voltò verso gli altri manifestanti che ora lo guardavano non più con severità, ma con una sorta di delusione curiosa. Solo la ragazza con la felpa color vinaccia aveva aperto la bocca e sembrava respirare con fatica. Baronian fronteggiò per la seconda volta l’uomo. Fece quasi per scartare di lato, poi finalmente capì. Con cautela sporse il suo braccio in avanti fino a quando non lo vide trapassare il petto dell’uomo e apparire alle sue spalle, sfocato. In quel momento l’uomo sparì. Baronian tirò dritto senza voltarsi fino all’automobile che lo attendeva.

Leggi la puntata successiva.

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Una Risposta to ““Le resurrezioni”, di Federico Platania / 3”

  1. Nicola Talanta Says:

    Bello!

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