La formazione della fumettista, 24 / Roberta Ingranata

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di Roberta Ingranata

[Questa è la ventiquattresima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Roberta per la disponibilità. gm].

roberta_ingranata– La formazione di Roberta Ingranata (in arte Robyn, ma solo per mio nonno).
Per oggi, e solo per oggi, questa rubrica cambierà il nome da “La formazione del fumettista” in “L’ansia del fumettista”.
La cosa più tragica, oltre ad avermi scritto Matteo Bussola privatamente, che già di per sé fa salire un senso di angoscia tipica del “cos’ho fatto ‘stavolta?”, è stata la richiesta di una mia foto da mettere in allegato alla biografia.
Panico.
Avrei la capacità di fare due tavole in un giorno, colorarne altre otto, abbozzare un’illustrazione e scrivere tre pagine di word, mantenendo stabili le mie funzioni vitali, ma l’idea di farmi una foto mi terrorizza più di dover scalare una montagna cibandomi di bacche ed erba. C’è chi ama mettere se stesso su internet, e chi no, e io faccio parte della fascia “assolutamente no”. Questo, insieme ad altro, credo mi abbia fatta arrivare in ritardo un po’ su tutto, perché l’idea di mettere sul piatto anche se stessi, oltre al proprio lavoro, è la prova più difficile che si possa chiedere a una persona, fumettista o non fumettista. L’idea di venire fermata in una fiera, l’idea che il proprio lavoro sia riconoscibile, ha da sempre terrorizzato la mia parte camaleontica che ama mischiarsi all’ambiente, notando senza farsi notare. E fare fumetti non ti dà questa possibilità, perché non è solo un lavoro che “fai da casa”: sei tu, la tua pagina bianca, e tutto quello che viene dopo è l’unione delle due cose. Non esiste l’una senza l’altra. “Fai da casa” quello che un giorno sarà di dominio pubblico, e quando lo capisci l’ansia fa partire il gioco del trono nel tuo cervello.

Faccio ancora parte di quella fascia che viene ritenuta “giovane”, ma nemmeno troppo; insomma, non lo sono più abbastanza da giustificare alcuni errori, e lo sono troppo per avere un bagaglio di esperienza tale da essere riconosciuta attraverso un nome. Se esistesse un’adolescenza del mondo Fumetto, credo sarebbe questa, dai 27 ai 30 anni. Una tragedia.
– Cosa vuoi fare da grande?
– Voglio entrare nell’esercito, salvare gli animali o fare fumetti.
La logica dietro questa risposta mi è ancora ignota, ma almeno sono stata così scaltra da scegliere l’occupazione più difficile delle tre, compensando la perdita delle altre due comprando un nunchaku e adottando un gatto. Ma solo perché quella tarantola al museo non sono proprio riuscita a toglierla dalla teca.
Quello che è venuto dopo questo maldestro tentativo di furto è stato abbastanza lineare: ho disegnato per la metà della mia infanzia e adolescenza nonostante numerose persone, insegnanti soprattutto, abbiano provato ad ostacolare questo mio interesse.
“Eh, Ingranata, si vede che non sai disegnare. Sai chi era brava, eh? Lo sai? Tua sorella”.
Allora. Si possono dire tante cose su mia sorella, ma non che sapesse tenere in mano una matita, se non per scrivere quanti soldi le dovessi. Soldi che poi non le dovevo davvero, ma questa è un’altra storia. Io ho frequentato la stessa scuola media di mia sorella, e questo ha comportato inevitabilmente una cosa che solo i fratelli e sorelle minori possono capire: il paragone.
Così, dopo avermi lanciato questa stilettata che ha colpito l’orgoglio e la pazienza, già poca in quegli anni di brufoli e ormoni, dissi all’insegnante che non capiva un emerito cazzo, e che i disegni della sorella amata, quelli che lei aveva sempre votato con un bel 9 in Bic rossa, glieli facevo tutti io.
Sospesa tre giorni. E bocciata in Arte. Ma sono rimasta dell’idea che non ne capisse un emerito cazzo.
E infatti mi ha bocciata anche all’Esame di Stato.
A oggi ricordo ancora il suo nome, cognome, indirizzo di casa, il modello della macchina sua e del figlio. Perché tenersi aggiornata è cosa importante.

Durante quegli inutili corsi di orientamento, ero una delle poche che già sapeva quale Liceo avrebbe scelto, nonostante l’indirizzo non fosse abbastanza rispettabile per la maggior parte dei miei professori. Solo una fu entusiasta della mia scelta: “Brava Ingranata, vai a fare l’Artistico, l’unico Liceo dove potrai essere promossa”. Personalmente non mi sono mai reputata così scarsa a scuola, ero solo molto ribelle e testona, ma per un insegnante stanco e frustrato è storicamente risaputo che sia più facile colpevolizzare l’alunno piuttosto che capirlo (parentesi polemica, non vogliatemene). Com’era altrettanto facile seguire il falso mito che il Liceo Artistico fosse per caproni, e che se non eri buono a far nulla era giusto che andassi lì.
Un po’ come un ospedale psichiatrico, ma senza la prescrizione di farmaci.
L’indirizzo Artistico non era certo famoso ed elogiato quanto il Classico o lo Scientifico, ma almeno ti insegnava a sopravvivere da subito.
È che l’odore che sentivi per i corridoi non era sempre roba sana. Ma a parte questi dettagli, si può dire che è stato temprante.
Durante il Liceo ho scoperto di un corso Amatoriale che facevano alla Scuola di Fumetto di Milano, quindi dalla terza Liceo ho iniziato a frequentare anche la Scuola di Fumetto, di mercoledì pomeriggio. E lì ho capito tante cose, come che per gli insegnanti di fumetto portare le infradito di inverno e i cappellini di lana d’estate era abbastanza normale. Mi sono sentita a casa.
Vi ho passato i successivi tre anni ad apprendere quante più informazioni possibili, come una spugna. Dicevano che la mia classe avrebbe avuto gli insegnanti migliori, e così è stato. Posso vantare di aver avuto cinque insegnanti d’eccellenza, di cui non farò i nomi per non fare “quella che”, ma tanto loro lo sanno, quindi eh, capito?

Finiti i tre anni di Scuola di Fumetto, quando l’ansia ha iniziato a prendere il sopravvento su qualsiasi forma di lucidità mentale, ricordandomi che non avevo un briciolo di piano una volta messo il piede fuori da quella porta, sono stata chiamata da un’azienda grafica di Sesto San Giovanni. Durante l’esame, tra l’altro, con davanti il Direttore che mi guardava in cagnesco. Ma ho risposto comunque.
Per la GFB Edit ho colorato diversi fumetti firmati Bonelli, Astorina, Egdmont, Disney, Mondadori. Sveglia alle sette, sette chilometri in bici per rassodare bene i glutei – per non dire che ero sfigata e che la macchina nonmelapotevopagare – sei ore di colorazione digitale, altri sette chilometri per tornare a casa sfiorando le peggio tragedie, tavolo da lavoro, disegno, serie tv, disegno, fino al giorno dopo. E questo l’ho fatto per anni, mentre cercavo di fare gavetta nel mondo del fumetto accettando una moltitudine di lavori non pagati o pagati poco.
“Poi ti diamo una percentuale sulle vendite.” Io l’aspetto ancora, eh.

Mentre coloravo ho potuto permettermi di disegnare e pubblicare grazie alla collaborazione con Elena Cesana, compagna di Liceo e poi di Scuola di Fumetto, con la quale ho pubblicato due fumetti (Bloodymilla e Davvero) nel giro di tre anni. Da sola sono quasi certa che non avrei potuto farlo, soprattutto perché quando si esce dalla scuola di Fumetto non si ha ancora alcuna competenza; o entri in uno Studio, o cerchi di arrangiarti come puoi. Di studi, a Milano, non ce ne sono molti, come non è molta la richiesta di matitisti, coloristi, sfondisti e portatori di caffè. Quindi, nonostante Milano sia la città della Bonelli, non c’è tanto spazio per i giovani cadetti, e farsi le ossa è dura, nonostante all’apparenza possa sembrare la culla delle opportunità.
Davvero, di Paola Barbato, è stato il primo progetto che mi ha letteralmente catturata e fatta sua, mi ha buttata in mezzo a un numero di disegnatori mai conosciuti prima. Nonostante Paola facesse sempre un sacco di foto, è stata un’ esperienza che mi ha dato più di quanto mi aspettassi. È in quel preciso momento che ho capito che fare Fumetti era davvero quello che volevo, e ho iniziato a lavorare per l’estero, prima con progetti per privati (Pillow Talk, Divine Retribution, The Eighth Day) poi per case editrici minori (Fractured Entertainment, Mutant Chasers, N.A.S Studios) e infine con la casa editrice per cui lavoro oggi, la Zenescope Entertainment.
Raggiungere l’estero per un’italiana è difficile, senza agganci e consigli di qualche mentore è praticamente impossibile farcela. Alfio Buscaglia è stato la risposta a questo problema: mi ha aiutata a passare dal cartaceo al digitale, e mi ha seguita per diverso tempo, insegnandomi le basi del mestiere. Lui e il suo cane, Zoe, hanno avuto tanta pazienza in quei mesi, e un sacco di tè caldo da offrirmi.
Alfio mi ha passato il primo contatto estero, Michael Woods, per il quale ho lavorato su due progetti differenti, uno dei quali, a breve, vedrà la luce anche in Italia sulla piattaforma di Verticalismi, Bizarre New World. Michael mi ha consigliata a Skipper Martin; dopo di lui sono arrivati Austin Janowsky, David Sandoval, Sam Eggleston, e così via, fino a quando, non so bene per quale incrocio di astri, mi hanno contattata dalla Zenescope Entertainment.
Nicole Glade, Editor della Zenescope, mi ha scritto lo scorso ottobre chiedendomi se ero intenzionata a fare delle prove per una testata che sarebbe ripartita a breve. Due giorni dopo avrei dovuto prendere il treno per Lucca. Le ho fatte senza troppe paranoie, non avevo tempo, sono partita, e mentre bevevo un Vodka Lemon in piazza Anfiteatro mi è arrivata una bella mail di risposta.
Quindi ne ho preso un altro, per festeggiare, poi un altro, e poi ricordo solo che non riuscivo più ad alzarmi da un muretto su cui mi ero seduta, ridevo un sacco, e son tornata a casa parecchio storta.
Questa nota a margine fa parte della formazione del fegato dei fumettisti.

Oggi posso dire che l’ansia è mediamente sotto controllo, e senza l’uso di ansiolitici, ma resta sempre in agguato. La consegna, l’altra consegna che si accavalla alla prima, e poi la cover e l’altra cover, l’illustrazione, e… mi fai l’omaggio? La fiera, il tavolo, il volo, il treno. Che a gennaio devi già sapere cosa farai a giugno, e a marzo devi prenotare per ottobre, quando di media i fumettisti non sanno neanche cosa indossano e cosa hanno mangiato ieri. Che vanno dal parrucchiere una volta l’anno, prima del Lucca Comics. E quando, per qualche miracolo divino, sei riuscito non sai neanche come a organizzare tutto senza una sbavatura, ti viene la febbre, e devi disegnare con le visioni mistiche, col moccio che ti cola sulla tavoletta grafica, la copertina sulle gambe, il tè caldo sul tavolo, poi il computer decide di non accendersi senza un motivo apparente. E internet che funziona sempre quando stalkeri la gente su facebook, ma quando devi spedire giga di tavole “ci sono problemi alla centralina”.
Poi ti senti dire “tu sei fortunato, lavori da casa, che problemi avrai mai?”.
L’ansia. Ho l’ansia, okay?
E la mia formazione finisce qui perché, a conti fatti, si sta ancora formando. Ufficialmente disegno a livello professionale da meno di sei mesi, ho collezionato quasi trecento tavole, una decina di cover, e nonostante qualche soddisfazione personale non ho ancora una foto decente da spedire a chi crede che intervistarmi sia una buona idea.
Poi mio nonno ha problemi a capire che disegno un fumetto che si chiama Robyn, e che quella Robyn non sono io.

Roberta Ingranata nasce a Milano nel 1986 e frequenta il Liceo Artistico Caravaggio. Dopo aver frequentato per tre anni il Corso Amatoriale di Fumetto, durante il Liceo, si iscrive presso la Scuola di Fumetto di Milano. Nel 2011 fa il suo esordio con Bloodymilla, di Barbara Baraldi, in collaborazione con Elena Cesana, per la collana Horror della Delos Books. Nel 2012 partecipa al progetto di Paola Barbato, Davvero Online, prima di prendere parte alla serie cartacea, disegnando il quinto volume Tutto edito da Arcadia, affiancata da Elena Cesana. Nel 2013 inizia la collaborazione estera con diversi Studi, come N.A.S Studio, Be Amazing Studio, Fractured Entertainment, pubblicando la sua prima storia per il Progetto Online Bizzare New World, di Skipper Martin, Utopia Calling scritta da Michael Woods. Con quest’ultimo collabora ad un secondo progetto, non ancora pubblicato, Pillow Talk. Tra il 2013 e il 2014 partecipa a due diversi progetti esteri: Divine Retribution di Austin Janowsky e The Eight Day di Sam Eggleston. Dal 2011 ad oggi colora svariati fumetti per diverse case editrici, quali Bonelli, Astorina, Egmont e Mondadori. Nel tempo libero disegna fiori e piante per le copertine di Vivi e Vegeta, Web Comic ideato da Francesco Savino e Stefano Simeone per la piattaforma Verticalismi. Attualmente lavora per la Zenescope Entertaiment sulla testata di Robyn Hood.

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3 Risposte to “La formazione della fumettista, 24 / Roberta Ingranata”

  1. maria Says:

    Ho capito che dobbiamo,senza ironia,costruire un monumento per il vignettista.Se il talento è la base,si percepiscono delle doti comuni eccezionali:volontà ferrea di riuscire nella strada intrapresa,perspicacia,spirito d’iniziativa,sicurezza di sè(nonostante l’ansia),passione senza fine per il proprio lavoro e altro ancora sempre esemplare.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Però, Maria, “vignettista” è una cosa; “fumettista” un’altra.

  3. maria Says:

    Intendevo fumettista,non mi spiego l’errore.

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