Dieci verità insospettabili sul conto di Giulio Mozzi

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Giulio Mozzi, nel suo abituale abbigliamento notturno

Giulio Mozzi, nel suo abituale abbigliamento notturno

1. Lavora da vent’anni come ghost writer per una nota azienda produttrice di integratori alimentari.

2. E’ nato in casa, ma non a casa sua (cioè: non in casa dei suoi genitori).

3. Nel 2005 ha rinunciato a stipulare un’assicurazione sulla vita perché l’assicuratore si rifiutava di definirla – nei documenti, mica solo nella conversazione – assicurazione sulla morte.

4. Non va al cinema dal giorno di Pasqua del 2007 (quel giorno, però, vide ben due film).

5. Nel settembre del 1986 compì un’azione vergognosa, molto vergognosa, che avrebbe fatto assai meglio a non compiere.

6. Non è laureato, eppure ha scritto tre tesi di laurea (una sulla “scelta religiosa” dell’Azione cattolica, una sulle enclitiche in Vitaliano Brancati, una su di sé). In nessun caso si è fatto pagare.

7. Non è un grande carnivoro, ma gradisce molto il gulash.

8. Avendo serii problemi di memoria, preferisce l’invenzione al ricordo.

9. Qualunque cosa dica di sé, non è il caso di credergli.

10. Mancando una definizione precisa del suo lavoro, ed essendosi egli stufato di spiegare tre volte al giorno che no, lui non è un editor – anche se spesso fa dei lavori di editing -, amerebbe potersi definire grafomante. Ma il posto è già occupato.

19 Risposte to “Dieci verità insospettabili sul conto di Giulio Mozzi”

  1. Lorenzo Marchese Says:

    sul punto 4: almeno a casa, i film li vedi?

    sul punto 9: si sa, si sa che in realtà con questo punto vuoi dire esattamente il contrario … 😉

  2. Elianto Says:

    Io, invece, vorrei tutti i dettagli (anche inventati) relativi al punto 5…

  3. mmirci Says:

    Non so le altre nove, ma le tesi della 6 te le sei inventate di sicuro.

  4. acabarra59 Says:

    “ Domenica 14 novembre 1999 – Ieri sera ho rivisto in tv un bel filmetto di qualche anno fa, Ghost (Zucker, 1990) (« “ Calmati! “ “ Calmati tu, il morto sei tu! “ ») e stamani, ripensandoci, ho considerato che la parola « Ghost » (fantasma) la si conosce non solo grazie al cinema ma anche alla scrittura. Il « ghost writer », ultimamente lo sanno tutti, è quel tizio che scrive i testi per qualcuno più importante di lui che deve dirli, per esempio un politico, ma, dopo che li ha scritti, deve accontentarsi dei soldi che gli danno, rinunciando a qualsiasi paternità sugli scritti. Però, continuando a pensare, mi sono anche chiesto se non sia vero che ogni scrittore un po’ « ghost » è comunque, nel senso che non si vede, cioè che, sempre ammesso che lo si legga, si sente soltanto, non dico nel senso delle catene o altre spiacevolezze, ma in quello della voce, che non si sa da dove arrivi perché non si vede niente. Per questo per scrivere bisogna rassegnarsi a essere invisibili – è inutile andare al Maurizio Costanzo show, è inutile farsi belli, vestirsi da donna, vestirsi da uomo, ballare, cantare, « fare notizia ». Bisogna accettare di essere come i morti, i poveri morti: che nessuno li vede, che vedono tutto, che parlano piano, per non disturbare, per paura di fare soltanto paura. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 312

  5. Carlo Capone Says:

    “Non è un grande carnivoro, ma gradisce molto il gulash.”

    Allora menu di pesce.🙂

  6. Carlo Capone Says:

    …dato i gusti non propriamente carnivori

  7. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 31 maggio 2004 – « L’arcipelago gulash… » « Gulag… ha detto gulag… ». “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 213

  8. Gabriella De Fina Says:

    Il punto 5 mi intriga più di tutti. Chiaro che non vuoi rivelare l’azione vergognosa, ma almeno qualche indizio…

  9. RobySan Says:

    Giulio Mozzi detesta il coniglio. Ma, per scommessa e per una sorta di puntiglio che gli è proprio, nel settembre dell’86 ne ha mangiato uno tutt’intero. Crudo. Poi, sull’evento, ha scritto un racconto, ora perduto, che ha dato inizio alla stagione definita, con evidente esagerazione, “dei cannibali”.

  10. helgaldo Says:

    Sa contare solo fino a dieci

  11. Giulio Mozzi Says:

    Lorenzo. 4: no. 9: è ovvio che conto sul fatto che tutti pensino così.

    Elianto, Gabriella. 5: eh, sono fatti miei.

    Mauro. 6: due sono vere. Una si trattò semplicemente di compilarla, avendo il laureando già fatto un gran lavoro di ricerca e sistemazione dei materiali (si era preso una malattia molto debilitante, se saltava la sessione di laurea saltava i concorsi, ecc.). L’altra, vabbè, fu un divertissement.

    Carlo: no, per carità. Col pesce vado peggio.

    Helgaldo: ma sto studiando.

  12. acabarra59 Says:

    ” Mercoledì 26 giugno 2002 – Mi accorgo di avere voglia di rileggere la mia tesi di laurea. Già, caro professore, mi accorgo ora di non averglielo detto, ma mi sono laureato anche io. È una storia vecchia, mi accorgo ora che sono passati quasi trent’anni, sembra incredibile, ma è così. Quando mi sono laureato era già troppo tardi, era tardi per tutto. Era tardi per viaggiare, ad esempio. Viaggiare come viaggiavo io. Che ero andato a Tangeri, tutto solo, scrivendo nel diario che si trattava nientemeno che di un viaggio « nel cinquantenario del viaggio di Eluard », come se fossi un surrealista, in surreale ritardo, ma nella borsa avevo i libri di Gadda, pesavano – pensavo già solo alla tesi di laurea – e anche una portatile Olivetti, e i doganieri si chiedevano se ero un matto o una spia. Ero matto, ma, matto e tutto, mi sono laureato: su Gadda, anzi sulla « poetica di Carlo Emilio Gadda », chissà poi che intendevo dire. Perché avevo voglia di dire qualcosa, di Gadda, ma soprattutto di me. Perché allora, più di un quarto di secolo fa, avevo già fatto tutto, non era molto, anzi era poco, ma l’avevo già fatto. E non mi restava che dirlo, cioè raccontarlo: a futura memoria: per avere un futuro, almeno come raccontatore di me. Guardo la mi tesi di laurea: è scritta a macchina – la stessa dei doganieri tangerini -, su una carta stranamente gialla. La scrissi così, ricordo bene, tanto per fare qualcosa di strano, come se non fossi già strano abbastanza io. Lo strano era che, trent’anni fa, a trent’anni, negli anni Settanta, io ero un letterato degli anni Trenta. E il buffo è che lo sono ancora. Perché continuo a chiedermi: che cos’è la letteratura? E il peggio è che credo di saperlo. E infatti scrivo un diario, perché più anni Trenta di un diario non c’è niente. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 313

  13. Giorgia Tribuiani Says:

    Punto 3: in effetti si parla di assicurazione “furto/incendio”, non di “proprietà/temperaturastabileeinoffensiva”.
    Punto 9: bel paradosso. Della serie “questa frase è falsa”🙂

  14. Pierluigi Lupo Says:

    Giulio è un gran bugiardo, come lo era Fellini. Dice quelle bugie che adorano ascoltare le persone. E poi si lascia avvicinare facilmente, ma non stringere.😀

  15. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Sto diventando un ammiratore di acabarra59.

  16. Giulio Mozzi Says:

    No, no, Pierluigi: io non dico “quelle bugie che adorano ascoltare le persone”, perché non mi risulta che le bugie possano ascoltare le persone. E non dico neanche “quelle bugie che le persone adorano ascoltare”: io dico solo delle banalità che stanno sotto agli occhi di tutti.

    Bart: difficile non esserlo.

  17. mimmo Says:

    punto 3: dipende, esistono le assicurazioni sulla vita e quelle sulla morte (e quelle miste). Nel senso alcune pagano se l’assicurato durante il periodo di assicurazione muore. Altre invece che pagano se alla scadenza è ancora in vita. Queste ultime copro il rischio appunto di essere ancora in vita e quindi di aver bisogno di un capitale a disposizione per farlo, specialmente se si ha una certa età (con le pensioni che corrono……)

    punto 10: credo che il link sia da correggere

    punto 7: quando vuoi, basta saperlo qualche giorno prima (per procurarsi gli ingredienti di qualità).

    ciao!

  18. Giulio Mozzi Says:

    Il link è giusto, Mimmo. Grazie per il gulash.

  19. Pierluigi Lupo Says:

    Ecco cosa fa Giulio (punto 10). Credo che riusciresti a smontare e a rimontare ogni mia frase. Sei un lettore spietato (quello di cui avrei bisogno).

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