La formazione della fumettista, 7 / Federica Del Proposto

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di Federica Del Proposto

[Questa è la settima puntata della rubrica dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti, che esce in vibrisse il martedì. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Federica per la disponibilità. La fotografia di Federica è di Caterina Sansone].

FedericaDelProposto(fotoDiCaterinaSansone)E’ stato amore a prima vista,
mi innamorai del disegno subito, forse prima dei 5 anni.

Mi divertiva talmente tanto che ero arrivata a disegnarmi i giocattoli e giravo per casa con una cartellina piena di tutte cose di carta.
In casa non c’erano molti fumetti o libri illustrati, ma passavo le ore a guardare le figure dell’enciclopedia e dell’enciclopedia medica, e le forme di una serigrafia che era appesa in salone: uno scorcio di città dipinto da Sante Monachesi, credo fosse proprio Parigi. Una serigrafia bellissima, colori primari e forme.
Io capivo che era una città, anche se era stilizzata, schematica.

A mamma piaceva dipingere, e le piaceva l’arte, ma in casa avevamo pochissimi libri “con le figure”.
I miei, due infermieri giovanissimi e genitori di due bambine, avevano altre priorità economiche in quel periodo, prima di spendere in libri e fumetti. Per giovanissimi, intendo proprio giovanissimi: 21 anni mamma e 24 papà, quando sono nata io, arrivati in città qualche anno prima per frequentare il corso da infermieri.
Quella mia e di mia sorella è stata un’infanzia bellissima e ogni giornata era un gioco di 24 ore, accompagnato dalla colonna sonora dei Beatles, dei Led Zeppelin, e di Battisti.
L’unica cosa che forse potrei loro rimproverare è che ci hanno viziate troppo, nascondendo sempre ogni anche minima difficoltà quotidiana, quindi abbiamo capito un po’ tardi il senso della parola “lavoro”.
Ma era giusto così, per questa famiglia che a ripensarci adesso era composta da 4 ragazzini.

La serigrafia di Monachesi e tutte le mie invenzioni di carta, comunque, ai tempi mi bastavano.
Di disegni ne vedevo molti soprattutto a scuola.
La figlia della maestra Silvana, studentessa universitaria, disegnava benissimo e creava per noi tutte le scenografie delle varie feste dell’anno: la nostra classe si trasformava praticamente ogni due mesi.
La maestra Silvana, dal canto suo, ci faceva disegnare ogni cosa e i suoi dettati e pensierini dovevano essere sempre accompagnati da un disegno: le stagioni, i frutti, le forme, le piante, gli eroi della Storia.
Verso Natale ci faceva disegnare pure la Via Crucis. A me toccò l’Ascensione: disegnai un Gesù Compagnone che ballava su una nuvola, ai limiti dell’eresia.
Per inciso, frequentavo una scuola cattolica femminile, gestita da suore ma con maestre laiche.
I miei la scelsero perché era in assoluto la più vicina a casa, e potevano quindi accompagnarci e riprenderci senza chiedere ad altre persone. Per arrivare dovevamo solo attraversare la strada, nessun’altra scuola avrebbe potuto vincere, contro “Scuola elementare femminile delle Maestre Pie Venerini”.
E quindi educazione cattolica fu.
Non ricordo lavaggi del cervello, ore di preghiera, o tutto quello che ci si immagina.
C’era giusto questo continuo tergiversare sulle mie domande scientifiche tipo come aveva fatto Maria a rimanere incinta o come aveva fatto Gesù a rinascere più volte, alle quali mi si rispondeva con ovvietà tipo “perché Maria è Maria” o “perché Gesù è Gesù” che già allora mi lasciavano poco convinta.

La mia famiglia, quindi, zii e cugini compresi, è una famiglia di infermieri e medici e io sono l’unica ad avere scelto, ad un certo punto e già adulta, di far diventare un lavoro quella che fino all’altro ieri era per me solo un’attività creativa da “aspirante qualcosa”, da dilettante, nonostante la mia voglia di andare oltre e le critiche positive che già ricevevo dagli “esperti del settore”, professori di disegno prima, critici, editori e primi lettori, poi.

Ho sempre pensato che l’arte, la creatività, chiamatele come volete, devono avere per forza una qualche caratteristica innata, perché io, che più che altro sentivo parlare di pazienti e di storie di reparto, ero già quello che ero, quindi non trovo molte altre spiegazioni.
Ma ho sempre sinceramente saputo che questa caratteristica innata, il “Talento”, o semplicemente grande voglia di disegnare e raccontare, non ha nulla a che vedere con il lavoro. Che per trasformarla in “Lavoro” non basta solo avere passione e predisposizione, questo l’avevo già capito quando guardavo la serigrafia di Monachesi.

Impari, conosci e sai, più velocemente in un ambiente che ti inizia già ad una strada specifica. L’ambiente familiare, o una scuola con quell’indirizzo ben preciso. Il mio ambiente era un altro e io non ho mai scelto di frequentare una scuola d’Arte.

Però dall’infanzia fino all’altro ieri ho avuto moltissime volte il sentore che questo “Talento”, o voglia di andare oltre, sarebbe potuto diventare qualcosa di serio il giorno in cui avessi deciso di farlo diventare serio. L’ho accantonato proprio fino all’ultimo, per almeno tre ragioni.

La prima ragione è che quella tra me e il disegno è nata come una storia d’amore ed è rimasta ai “primi anni” per troppo tempo, con tutti gli alti e bassi, le litigate e le riappacificazioni tipiche dei primi anni di una coppia. Impossibile vederla come un’attività lavorativa finché si stava ancora alla fase dell’innamoramento.

Per colpa del disegno ho sofferto inaspettati dolori!

Pe esempio, le mie nuove compagne di classe, non sapendo bene quale appiopparmi, mi appiopparono il ruolo della “bruttina secchiona”, perché disegnavo troppo bene.
Dopo anni di scuola femminile le scuole medie iniziarono con le presentazioni ufficiali all’altro sesso: un trauma. Questi maschi passavano il tempo più che altro a gesticolare oscenità, per me erano gli alieni scesi per sbaglio in classe mia. Per le femmine era invece il tempo dei primi trucchi e dei primi vestiti attillati, ma io mi vergognavo moltissimo di questo corpo in cambiamento, specie del fondoschiena che pareva amplificarsi a velocità doppia rispetto alle parti alte, ancora, inspiegabilmente, piatte.
Tutti ascoltavano la musica techno quando io mi struggevo di lacrime dietro “If I Fell” dei Beatles, figurandomi questo futuro sposo con il corpo di Paul McCartney e l’età mia, 12 anni.
Come una citrulla pensai che il disegno potesse parlare per me e un giorno ne feci uno troppo bello per essere vero. Era la Venere di Botticelli, ridisegnata a matite colorate. All’uscita da scuola le femmine mi presero da parte e mi dissero: “Lo sappiamo che non l’hai fatto tu. Lo sappiamo che hai un parente pittore. Lo sappiamo che usi il pantografo! Brutta secchiona!”
Per colpa di questo disegno finii in un angolo e lì rimasi per i due anni a seguire.
Andò come in Fuga dalla scuola media di Solondz: l’aliena, ero io.
Mi vergognai moltissimo di disegnare bene.

Per fortuna le scuole medie durarono giusto il tempo di un pianto e al Liceo ho avuto altro a cui pensare, tipo le feste con gli amici, i baci, fumare, i concerti e i jeans a zampa di elefante. Lo stesso anacronismo che nella preadolescenza mi valse la solitudine, a un tratto divenne il segreto della mia popolarità. Era il grunge, e io partivo avvantaggiata: i Led Zeppelin li ascoltavo già da anni.
Si aggiunsero i Nirvana, i Marlene Kuntz e i Cccp.
Il disegno passò in secondo piano e anche se ero sempre parecchio più brava rispetto alla media, ero parecchio più brava anche a fare casini. Ricordo ancora un 5, preso perché uscendo in giro con gli amici non finii il compito di ornato e consegnai solo metà tavola. “Un disegno da 10. Disegnato a metà è 5”, la prof, categorica. In compenso disegnavo sottobanco firme false e tavole di disegno tecnico per i compagni di classe, che mi venivano pagate o in merende o in sigarette (le mie ufficiali scuse alla prof. Bruno), risparmiando così i soldi delle paghette settimanali, con i quali potevo comprarmi pile di manga giapponesi. Passai un’intera estate a leggere tutto Dragon Ball.

All’università il primo fidanzato mi lasciò, oltre perché era il primo fidanzato e quindi non poteva che andare così, anche perché disegnando bene iniziavo a brillare troppo di luce propria, quando lui era pur sempre il migliore in disegno a mano del corso di progettazione. “Pensi solo a te stessa!” mi disse infine. Quindi questo fatto di voler essere al pari suo non andava bene? O forse avrebbe voluto anche farmelo un complimento, ma non era il momento. Sarebbe andata così con ogni maschio? Mi chiedevo. O solo con ogni maschio che disegna? Iniziai lì a sposare un po’ le cause del femminismo della prima guardia, a leggere Simone de Beauvoir e ad ascoltare le Bikini Kill.
Avevo finalmente raggiunto il gradino più alto della mia scalata sociale verso la ribellione: ero finalmente una punk! Di quelle con i capelli rizzati dalla lacca, con il chiodo e con le borchie.
Passai un’intera estate a leggere Tank Girl, struggendomi di lacrime per la fine del primo amore e vergognandomi di voler essere alla pari dei maschi.

Mi sembrava di avere già vissuto tutto. Dovevo raccontarlo.

Per chiudere quindi il quadro delle pseudosofferenze, quando a quel punto iniziai a fare fumetti, pubblicando in rete storielle autobiografiche che parlavano più o meno delle stesse cose di cui vi sto parlando ora, subii non poche invidie e maldicenze di corridoio solo perché riscuotevo successo. Dal giorno alla notte ero diventata la starlette dei fumetti in rete, gli editori mi stavano alle calcagna per farmi passare su carta, tentando di convincermi con argomentazioni tipo “Sarà un romanzo generazionale pop!”, “E poi, soprattutto… Sei femmina! E’ una novità fichissima!!” Io rimanevo perplessa.
Evidentemente quello che era ovvio per me non lo era per gli altri. Il risultato fu che mi sentii più fenomeno da baraccone che autrice in erba. Gli aspiranti-tali come me ci misero il loro carico di disappunto.
“Questa neanche ha studiato… solo perché ha messo in rete due storielle sulle sfiga… E Io… che invece fatico da anni! Che parlo del disagio dell’era contemporanea…” Era il minimo che mi sentivo dire alle spalle. E quindi, infine, mi vergognai di essere autodidatta e di trattare argomenti leggeri.

A causa di queste cose ho perso anzitutto la tecnica che avevo alle scuole medie e al liceo: per riprendere le matite colorate, o anche solo per ricordarmele, le matite colorate, ci ho messo anni!
E ho perso parecchia autostima, che è assolutamente necessaria se vuoi fare questo lavoro.
Mi ci è voluto del tempo per accettarmi.

La seconda ragione è che io non sapevo dell’esistenza di scuole come le Scuole di Illustrazione, lo IED, l’ISIA, o la Scuola di Fumetto. Erano scuole nuove, o pubblicizzate male.
Non ne sapevo nulla e nessun adulto o coeataneo che mi stava vicino ne sapeva nulla. Al Liceo non avevo amici che disegnavano con la mia stessa passione. A casa, a scuola, nel quartiere, ero sola in questo. Ai miei occhi di allora, la scuola d’Arte per antonomasia era l’Accademia di Belle Arti, ma immaginavo che lì non avrei trovato quello che avevo voglia di trovare.
A me piaceva disegnare, creare, immaginare storie, mi piacevano i colori accesi. L’Accademia, per una diciottenne come me, tra il ribelle e il variopinto, era un covo di vecchiume. Scelsi di iscrivermi nella Facoltà dove più sentivo che qualcosa di contemporaneo stava accadendo: Architettura.
Quindi nel disegno prima, nel fumetto e nell’illustrazione poi, io sono autodidatta.
Intanto che imparavo ad accettarmi mi ci è voluto del tempo pure per affinare lo stile, per sentirlo maturo, anche se comunque c’è sempre stato.

La terza e ultima ragione è legata sia alle pseudosofferenze della prima, sia in parte alla mia infanzia.
Essendo cresciuta molto protetta prima e poco capita poi, a un certo punto ho avuto bisogno di dimostrare a me stessa che potevo farcela. Che potevo diventare una persona indipendente economicamente, abbastanza serena, apprezzata soprattutto dai miei carissimi e sempre presenti genitori e amici, e di carattere abbastanza forte da riuscire a non ascoltare troppo le voci che puntualmente mi chiacchieravano intorno.
Il primo obiettivo dei miei recentissimi anni di vita è stato quindi riuscire a mantenermi da sola, riuscire a pagare una casa solo mia, mangiare cose comprate solo da me, uscire solo quando potevo permettermelo, spendere soldi per quel vestito o per quel libro, scegliendo molto, molto bene quale.
In totale solitudine e soprattutto senza disegnare più. Se poi in futuro fossi anche riuscita a vivere della mia arte, non era quello il momento per pensarci.
Per farlo ho scelto la strada più lunga, letteralmente: ho vinto di proposito un concorso di tirocinio all’estero per giovani architetti e sono espatriata, per ricominciare da zero, e, memore forse della mia infanzia dalle suore, mi sono messa in clausura a Parigi.
Del passato recente ho messo in valigia un solo libro, e non era un fumetto: Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf. Sottolineato in diversi passaggi.

Poi sono passati tre anni.

Un giorno mi sveglio, mi faccio un caffè francese e mi affaccio alla finestra.
Vedo i tetti di Parigi, vedo il grigetto del cielo e poi vedo il mio viso riflesso sul vetro.
Avevo gli angoli della bocca deformati dallo schifo.

“Ma guarda dove stai… E guarda che schifezza ti stai bevendo!!!!!!”
E scoppio a ridere come una scema. Era da quando avevo smesso di pubblicare in rete le mie storielle a fumetti che non facevo autoironia.

Di riflesso prendo un foglio, un pennarello nero a punta fine, una matita nera e ridisegno la stessa scena senza fermarmi, per 6 ore. Finito il disegno, lo metto sul tavolo e lo guardo da trenta centimetri di distanza.
“L’ultima volta che ho disegnato così bene è stato quando la Bruno mi ha messo 5”, penso.
E mi è ritornato in mente tutto, le matite colorate, Paul McCartney, le firme false, Tank Girl, La Venere di Botticelli, la pancia di Maria e la serigrafia di Monachesi.

La minestra riscaldata, si sa, non è mai troppo buona.
Non avrei mai potuto riprendere la mia relazione di coppia con il disegno dal punto in cui l’avevo lasciata, non potevano più essere Fumetti. E’ stata, ufficialmente, Illustrazione.
La verità è che la mia ricerca, nel disegno, nel fumetto, nell’illustrazione, forse anche nell’architettura, usa sempre e comunque i linguaggi del Fumetto.
Io racconto per immagini, le mie illustrazioni sono, nella maggior parte dei casi, storie in un’unica tavola, situazioni.

Dato che non ho studiato, ho sviluppato questo modo da sola nel tempo, da sempre e da ignorante, e solo recentemente ho scoperto autori che in questo sento vicini: Chaz Addams, Sempé, Peter Arno, Helen Hokinson. Anacronistica fino all’ultimo.

Ho sempre disegnato “le mie cose”, non ho mai pensato di poter diventare una disegnatrice Disney, o Bonelli, non ho mai scelto una strada già battuta prima da altri. Mi ci sono ritrovata, piuttosto.
Vivere della propria arte è difficilissimo e io sono cosciente del fatto che potrei non avere lavoro anche da domani mattina! Ma di una cosa sono certa: non credo dipenderà mai più da me.
Fa parte della mia persona, è così, l’ho accettato.
Quindi, se mai dovessi per qualche altro strano caso della vita rimettermi in pausa “ufficiale”, sappiate che io comunque sarò chiusa in una qualche altra stanza tutta per me, a disegnare.

Nata a Roma, cresciuta in una famiglia di infermieri e medici, sin da piccola mostra interesse per tutt’altra disciplina: il disegno. Di formazione architetto, conosciuta in Italia per i suoi primi fumetti pubblicati con Coconino Press e con Coniglio Editore, sta illustrando con successo la stampa europea e americana. Disegna e ha disegnato per: The Wall Street Journal, Washingtonian Magazine, The New York Times, Le Figaro, Libération, Bayard Presse, CondéNast Verlag, Urban Magazine, Coconino Press e altri. È tra i 30 migliori talenti europei dell’illustrazione contemporanea selezionati per il Young Illustrator Award 2014 di Berlino. Il suo sito “istituzionale” è qui, il suo blog è qui.

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10 Risposte to “La formazione della fumettista, 7 / Federica Del Proposto”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ciao, Federica. Ho letto il tuo testo. Desidero dirtelo, visto che nessuno oggi l’ha commentato e ho paura che questo silenzio ti faccia sentire sola. L’ho letto volentieri.

  2. sfedez Says:

    Maria Luisa, grazie🙂

  3. Giulio Mozzi Says:

    E, volendo essere pignoli: stando agli strumenti statistici gentilmente forniti da WordPress, ieri questo articolo l’hanno almeno consultato 255 persone. (Di quelli che leggono via feed, e di quelli che ricevono gli articoli via email – sono alcune centinaia -, non si sa niente).

  4. sfedez Says:

    Grazie Giulio. Se WordPress conta le visite, almeno una ventina di volte ero io! Scherzo, mi ha fatto molto piacere scrivere questo testo. Non scrivevo da parecchio, grazie per l’ospitalità. Non mi resta che farlo leggere alla mia prof di lettere…

  5. Giulio Mozzi Says:

    No, Federica, WordPress distingue tra “visite” e “visitatori unici”. E comunque queste “formazioni” vengono lette molto anche nei giorni successivi alla pubblicazione (un articolo in “vibrisse”, grazie al cielo, non ha la volatilità di una battuta in Facebook…).
    E questo soprattutto se si tratta di testi lunghetti, e che necessitano di un minimo di tempo per essere letti e – come in questo caso – goduti.

  6. guidoio Says:

    Leggendo questa formazione della fumettista, ci si domanda quanta bellezza la Del Proposto non ha disegnato – per il motivo che le sue compagne di classe la criticavano. E quanto malessere emotivo ha vissuto.
    Anche perché il risultato è stato solamente un ritardo, da parte di lei, nell’intraprendere una carriera che comunque ha intrapreso. Le sue compagne di classe, invece, disegnatrici non sono diventate. Avevano altri talenti, hanno intrapreso altre carriere. A cosa è servito tutto quel disprezzare?

    Se c’è una cosa che mi pare incomprensibile è l’odio di certi ragazzi per chi, tra loro a scuola, è semplicemente bravo in qualcosa che fa. Di fronte a una grande prestazione, la reazione più comune è riderne. Come se non potesse essere possibile (a 7, 12 o 16 anni) disegnare bene, scrivere bene, risolvere un problema matematico ecc. ecc. ecc. Come se l’espressione del talento fosse una colpa.
    Forse il motivo è la paura che salti fuori l’adulto frescaccione a dire: «Se lei l’ha fatto così bene, perché tu non ci riesci?». E se è vero che un certo lavoro fatto bene segna un punto di riferimento dimostrandolo fattibile, è anche vero che non tutti riescono a raggiungerlo. Magari, banalmente, perché richiede sforzo e tempo, e in giro ci sono attività che sembrano più interessanti – al punto da assorbire gli sforzi e il tempo che tante persone sono disposte a impegnare.

  7. rita bruno Says:

    Beh, Federica, sarai pure un’autodidatta, ma di strada ne hai fatta… Le tue illustrazioni sono piene di ironia, chiare e incisive, eleganti ed essenziali.
    Nei tuoi disegni ritrovo con piacere l’equilibrio compositivo, l’armonia cromatica, il gusto del disegno, la conoscenza prospettica e anatomica. Bravissima Federica, sono fiera di te!
    Rita Bruno

  8. sfedez Says:

    Prof! Che bella sorpresa! Grazie per questa critica, importante per me e interessante, utile. Anche per gli insegnamenti di base, grazie, Prof.
    Il resto a voce, spero molto presto. : )

    guidoio: Sono in parte d’accordo. Alle medie sì, ho vissuto parecchio malessere emotivo ed è andata come l’ho raccontata. Andata male.
    Ma per la parte in cui non sono d’accordo: è stata anche colpa mia, perché comunque io non ho fatto un passo verso gli altri ragazzi. Quella che faceva disegni fuori dall’ordinario e che aveva interessi diversi, ero comunque io. Toccava a me trovare la chiave di comunicazione con il resto della classe, non il contrario, credo. Non l’ho trovata, e quindi sono finita nell’angoletto che mi meritavo! Durata poco per fortuna, comunque sì, le scuole medie solo brutti ricordi. Bello essere adulti, finalmente. : )

    Grazie Giulio, per le informazioni.

  9. dm Says:

    Mi è piaciuta questa narrazione. Ha il bello di venir fuori dal particolare e, pur essendo storia di una vocazione, dire molto di comune.
    E le illustrazioni mi sembrano molto belle.
    (Solo: non è ben chiara – volutamente forse – la cronologia di questa storia. Ci sono sì degli indizi, come i fumetti e i gruppi musicali, ma niente di troppo chiaro. Ho cercato in rete.)

  10. sfedez Says:

    dm > grazie per la critica e per il complimenti.
    la cronologia è volutamente non chiara, ma dagli indizi si intuisce… hai intuito bene, credo. ; )

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