Dall’archivio delle storie

by

di giuliomozzi

L’autobus arrivò, lui si buttò ma
l’autista frenò. Si alzò
bestemmiando e corse
via. Lo
salvò dal canale
scaricatore uno jogger che perse
nel salvarlo l’iPod e gli fece
la respirazione artificiale. La
gente accorsa chiamò l’ambulanza, fu
sedato con la puntura e portato
all’ospedale. Si svegliò
e si strappò la flebo, il tubicino
dal naso e traballando
uscì nel corridoio. Gli
infermieri lo sedarono
di nuovo. Fu
dimesso due giorni dopo, vagò, bevve due bianchi al bar
e non aveva di che pagarli. Al pronto
soccorso arrivò che sputava sangue, due
ginocchiate all’inguine e calci
in faccia, sulla schiena, sulla pancia. Tre
mesi dopo, tranquillo, tornò
al suo lavoro da impiegato e visse
a lungo come un corpo, s’innamorò
della psicologa e lei
per disperazione gli si concesse, abbandonando
marito e figli e visse
accanto a lui, nel terrore, prendendo
le botte fino al giorno
in cui usò il coltello e fu
la pace, per tutti. Un
immenso angelo pianse con loro e li portò
con sé con sé nei cieli
altissimi e li abbracciò: il creatore
alla domanda rimase muto e non
fu dato nessun senso a tutto questo.

8 Risposte to “Dall’archivio delle storie”

  1. Daniele Says:

    Molto efficace. Apprezzo molto la capacità di sintesi.

  2. Giulio Mozzi Says:

    variante: “rimase alla domanda muto e non”.

  3. Gianni Says:

    Approvo la variante: così chiudi con due endecasillabi ritmati allo stesso modo con forte accento di sesta che, ad un orecchio “vintage”, suonano come una chiusa fortemente esibita in un contesto di versi liberi, quasi un epifonema ritmico.
    Vorrei invece che mi spiegassi il senso di un enjambement tipo: “la respirazione artificiale. La”. Una sorta di effetto eco? Io lo trovo un po’ brutale…

  4. enrico dignani Says:

    bella l’idea manca il capolavoro

  5. blogdibarbara Says:

    Sì, molto meglio la variante.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Gianni: spero che anche un orecchio non allenato sentirà quei due versi come una “chiusa”.
    Mi rendo conto che faccio delle inarcature (o enjambement) un po’ assurdi. E confesso che non so bene perché. Voglio che chi legge sia continuamente riportato al fatto che sta leggendo un testo. Voglio reprimere la cantabilità in modo da poterla usare poi più fortememte altrove (vedi la “chiusa”). Ho in mente il modo in cui parlo (mi sono studiato, registrandomi e poi ascoltandomi e trascrivendomi). Nessuno di questi motivi è sufficiente. Peraltro una intuizione di “canto” ce l’ho in testa, di un canto tutto per conto suo (“è la mia / sola musica e mi basta”, vedi), ma credo in tutta la mia vita di non essere mai andato più in là dell’intuizione.
    I poeti, sono quelli che vanno più in là.

  7. Gianni Says:

    Giulio, è interessante questo tuo tentativo di rendere il ritmo della tua personale espressione. Per quanto riguarda il problema di riportare chi legge al fatto di star leggendo un testo mi sembra un problema generale della poesia contemporanea, intendendo di quella “post-metrica” (per così dire). Su queste basi vorrei darti uno spunto, anche se probabilmente non ti dirò nulla più di quanto tu non abbia già valutato, comunque eccolo:
    l’inarcatura, specialmente dopo la morte della metrica, contiene in sé un’istanza semantica forte, tanto più quanto essa è violenta. Il lettore si aspetta che questo fenomeno contenga in sé un significato forte (polemico, straziante, nichilista…), magari il vero senso di tutto il componimento o addirittura di una poetica. Per questo motivo, se il tuo obiettivo è reprimere la cantabilità e quindi spezzettare il ritmo, credo che dovresti piuttosto lavorare sugli accenti, evitando le clausole dell’endecasillabo e del settenario, evitando i novenari tipo “triplicatum trisillabum” e tutti i suoi vari composti (per intenderci quelli della poesia di Pavese), usare versi molto lunghi e discorsivi etc. In questo modo riusciresti ugualmente ad evidenziare i momenti particolarmente ritmici, evitando però di creare aspettative semantiche dove non intendi crearle. E’ una tecnica utilizzata per esempio da Montale. Come tu m’insegni, la tecnica è importante, anche – e direi soprattutto – per i poeti.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Sì, Gianni, ma: io parto dalla mia voce, e questo è un fatto fisico – benché sia la mia “voce mentale” (e spero che si capisca cosa intendo dire, ma sui due piedi non so dirlo meglio).
    Se il lettore si aspetta dall’inarcatura un significato forte (condivido quel che dici) allora può aver senso frustrarlo (il lettore, non il significato) con inarcature che non producono nessun significato – tranne quello dell’inarcatura, della spezzatura in sé.

    La comparsa nel testo di più o meno occasionali versi canonici serve (credo e spero) a far risaltare la non-canonicità degli alri (anche se non so quanto possano essere percepiti come endecasillabi versi tipo “scaricatore uno jogger che perse”, “sedato con la puntura e portato”; già più orecchiabili “e si strappò la flebo, il tubicino” o 2al suo lavoro da impiegato e visse” ecc.).
    Vedo poi che mi vengono degli “endecasillabi con l’aggiunta”, che di solito produce una di quelle inarcature esagerate: “L’autobus arrivò, lui si buttò | ma”, “in faccia, sulla schiena, sulla pancia. | Tre”.

    Altro non mi viene in mente per ora.

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