Cecilia Musella, “Linea della vita”, 2

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Linea della vita; parte prima: Non osi dividere l’uomo
di Cecilia Musella

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L’immagine qui sopra è un dettaglio di un’opera di Emiliano Ponzi.
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Due.

La prima casa che ho visto con l’agente immobiliare della Meridian era un appartamento nella periferia che separa l’ingresso alla città dall’aeroporto. Irrazionale comprare a Pomeria, dove forse non tornerò mai più a lavorare e abitare. Irrazionale pensare di comprare, per me. L’agente aveva lineamenti mediorientali, una criniera di boccoli fitti e neri sulla nuca, labbra prominenti e occhi scuri dietro lenti incorniciate da una montatura in lattice di un blu cangiante. Siamo entrati nell’ingresso luminoso di un terzo piano che catturava tutta la luce e il vento sbuffante da finestre in attesa nelle altre stanze, recondite e come risucchiate da un vigoroso vortice di estraneità alla mia vita.
L’agente mi guidava nella visita agli ambienti della casa – 160.000 euro per 80 metri quadri; tre camere, due bagni che avrebbero fatto la felicità di mamma, un balcone con la ringhiera in muratura alta, granitica e occlusiva come quella di un ufficio. C’è ancora l’arredamento dei proprietari. Nel soggiorno, sul pavimento a mattonelle chiare dove galleggiano come asteroidi macchie geometriche nere, vedo una coppia di divani in similpelle blu, uno stereo e una vetrina a tre ante con argenti e cristalli.
L’agente aggancia le mani sui fianchi: «Mi sembra che qui ci siano tutti i requisiti elencati nella sua scheda…»
Alla base della vetrinetta, che è di ciliegio, noto una larga cassettiera con tre tiretti verniciati di bianco. Nell’aria si dirama l’onda sonora delle auto che percorrono la superstrada.

Se trovo una canzone che mi piace oggi andrà tutto bene. Pigio compulsivamente sulla tastiera circolare dell’autoradio, le frequenze mi rimandano un babelico coro di notiziari, cantanti e speaker ridanciani. Poi, dalla bolgia acustica mi lancia un segnale “Every step you take”.
I Police sono l’alleanza che cercavo. Inspiro mettendo in pratica il mio puerile esperimento d’oroscopo. Ho bisogno di appigli psichici, visualizzare talismani immaginari e farne un dogma di sopravvivenza quotidiana. Quando ero incinta e mi assaliva qualcuna delle irrazionali preoccupazioni delle gestanti, mi imponevo di dormire. Il mio efficace mantra. Mi dicevo: dormi con Amalia e tutto si perderà nelle sinapsi del sonno. Dormi e dopo non ci penserai più, avrai dimenticato la paura.
Adesso che Amalia è qui e la sua colma invadenza fagocita spazio e tempo, il sonno è diventato una pura, incosciente necessità. Faccio sonni vuoti, buchi neri veloci come meteore nella scansione di giornate lunghissime. E quando l’impellenza del pensiero supera quella del riposo, durante le pause in cui è lei a dormire, mi alleno a concentrarmi su me stessa. Accendo una lanterna e vado a caccia di quell’identità narcotizzata dalla stanchezza, provo a riacciuffarla per fare una breve seduta di autoanalisi. Quasi sempre mi addormento sfibrata e l’inconscio intravisto torna nella sua tana, in attesa di un nuovo contatto.
La canzone dei Police è terminata, la pubblicità che ha subito usurpato il posto della musica sembra una profanazione. Mentre m’immetto nel traffico di metà mattina, riprendo a cercare sulle frequenze. La Pomeria che conoscevo si è scarnificata, sulla sua ossatura sta mettendo fasci muscolari e la pelle esotica di una città aliena.
In piazza del Gesù non c’è più il mercato né l’odore acre delle pescherie che mi pungeva le narici da bambina. Arrivarci dopo la ripida discesa che si srotola dalla casa dei miei è fuorviante, confonde l’orientamento. Il serraglio delle auto parcheggiate è scomparso, la piazza dà l’idea di un ordine irreale, fasciata com’è tra la catena del traffico sulla strada parallela, in alto, e il passeggio a tratti interrotti sul corso Sinisgalli, in basso. La fluidità del movimento intorno alla rotatoria che una volta era intasata dalle bancarelle è un cambio di scenario imprevisto, un po’ come quando si arriva qui da Nord. Me l’ha fatto notare Danilo: i cantieri cartilaginosi dell’autostrada vengono tranciati e la città entra nell’orizzonte visivo di prepotenza, l’asfalto prende i connotati del centro abitato. Chi guida e non lo sa quasi non ha il tempo di cambiare velocità di marcia.
Ora sono anch’io un tassello dell’incastro del traffico. Passo davanti al Castello Sanvitola e trovo un rivolo di vialetti e panchine, l’area dell’edicola inglobata in una superficie che si è dilatata, le cabine telefoniche e il cubicolo delle fototessere, che memorizzavo contigui, sono sparigliati, ma con la precisione geometrica di punti cardinali sopra una bussola.
So spiegarmela esattamente, questa mia accezione di oriunda straniera. Ai nuovi negozi e le camaleontiche acrobazie della viabilità sono abituata da anni, ma adesso rilevo un’inedita aritmia in geografie assodate. È una dissezione plagiata, perché i posti sono sempre lì, ma io li registro dentro uno stato d’amnesia. Coordinate di passato che non suscitano niente, mi lasciano impassibile. Sono un’osservatrice clinica, ho il mio laboratorio di sentimenti al microscopio e li viviseziono con professionale lucidità. È anche una sensazione gradevole, almeno quanto quella di uscire da sola. Basta un tragitto in auto, come in questo momento, e la breve boccata di libertà mi ossigena a sufficienza.
Forse se durasse più a lungo, senza Amalia andrei in apnea. Della maternità ho subito appreso la colpevolezza indotta dalla responsabilità e dal vincolo fisico del post-partum. Mi accorgo solo ora che la gestazione è stata un’oasi d’impermanenza, la pausa concessa alla mia esistenza crisalide, che si preparava a cambiare.
Un ventenne in Vespa si affianca al mio finestrino, strizza l’occhio nella modalità goffa degli abbordaggi dettati dall’istinto ormonale. Un simile tipo di interessamento alla mia attrattiva sessuale pare riesumato da un’epoca lontanissima. Quando esco con Amalia racimolo sempre apprezzamenti maschili, ma l’evocazione della maternità risveglia remore anche nei più marpioni, frena gli approcci diretti. Sento il desiderio che mi circola attorno e viene ricacciato indietro, mi piace questa imposizione di distanza.
Danilo tornerà a Pomeria venerdì, non resiste a lungo nella quotidianità con la mia famiglia. Ieri sera, nelle ore di stallo tra l’ultima poppata giornaliera e quella notturna, ho visto Fabrizio. È stato il nostro primo incontro da quando sono madre. Tutto diverso, tutto uguale tra noi. Deteniamo un’amicizia coriacea, l’abbiamo già messa alla prova troppe volte per coglierla impreparata.
Fabrizio guidava lentamente, la sua Volvo sapeva, come al solito, di fumo e familiarità. La sigaretta accesa nella sua mano sinistra si consumava fuori del finestrino, il profilo del mio amico era glabro e disteso. Mi aveva stretto un polso, la pelle era calda, il volume del palmo grande e accogliente come lo ricordavo: «Ho portato le nostre birrette, e tu non ‘iarmare scuse.»
«Fabri’, io non bevo. Sto allattando.»
«E allora? Non lo sai che la birra fa latte?»
«No, veramente. Te l’avevo detto che non sono più la stessa.»
Fabrizio aveva dato un tiro alla sigaretta, sorrideva: «Che c’entra, tu sei Ornella. E per me basta.»
Annusavo particelle dell’aroma delle Pall Mall depurato dal ricambio d’aria che circolava dai finestrini. Ci siamo fermati sul lungomare, la solitudine dell’ora lo consegnava interamente ai palmizi dalle radici possenti, alle panchine chiare e immobili come spiriti, al vento che sbuffava polvere e foglie. L’aureola di un aereo sporcava il cielo oltre la linea di dogana che separava l’atmosfera pulita dalle emissioni luminose del viale. Fabrizio mi aveva attirata nelle sue braccia: «Ecco, voglio stare così… ma da quant’è che non ci vediamo? Non ce la facevo più senza di te. E tu tirati i conti… guarda che non rispondo delle mie azioni!»
«Tanto non avresti il tempo di diventare pericoloso. Ci restano esattamente… dieci minuti».
Lui si era accigliato: «Come… non esiste!»
«Ora sono già nove.»
Abbiamo celebrato insieme il rito delle foto dei figli, scambiandoci con solennità il simulacro virtuale dei cellulari con gli schermi illuminati da visini infantili che ciascuno di noi venera come reliquie della nostra privata origine del mondo. Era la prima volta che Fabrizio vedeva Amalia, aveva sorriso increspando le tempie di rughe: «È bellissima… ha ‘sti due occhi!»
Mentre l’orologio dell’autoradio cronometrava la serata, avevo serrato le palpebre, come per cancellare la città e rimanere, per un lungo istante, un atomo disperso nello spazio. Avevo sentito la mano di Fabrizio, energica e tenera sulla nuca, la voce sommessa che stantuffava nel pragmatismo linguistico del dialetto: «E che ti piglia? Ti si’ scurata…»
«Mi sento una pistola puntata dietro la schiena. Tra un po’ rientro al lavoro e non ho combinato niente.»
«Non ci pensare stasera. Siamo insieme, no?»
Una moto correva radente al mio finestrino, nelle pupille mi era rimasta la coda luminosa dei fari, un groviglio di luce fluida come si vede nelle cartoline delle metropoli. Le palme languivano al vento, il mare era uno sfondo compatto e per vederlo oltre la strada e il marciapiede dovevo alzare il collo. Ma non feci lo sforzo, sapevo che era lì.
«Fabri’, penso di tornare qua. Almeno devo provarci a farmi trasferire.»
Lui iniziò a massaggiarmi la testa: «Sarebbe stupendo. Per me, intendo.»
«Non ho niente da lasciare a mia figlia… se mi fossi sposata almeno avrei i regali del matrimonio. Io ho solo quella casa, Fabri’, e la casa sta qua.»
Fabrizio, il mio mentore, ascoltava con la sua affidabile pazienza. Ma lo avevo capito a cosa pensava. Non ero più la ragazzina che gli riversava addosso i cerini accesi della rabbia, a un certo punto della vita avevo perduto il mio adolescenziale bisogno di confidenze, o semplicemente di parole. Ero diventata come lui, che nel dolore faceva lo sciamano e cauterizzava le sue ferite a mani nude, da solo.
Eppure per Fabrizio io ero ancora troppo egocentrica. Continuavo a parlare d’altro, a non vedere il suo amore, un nodo imbrigliato casualmente e poi isterilito dentro un tempo che ormai non mi apparteneva più. Sapevo che sarebbe stato sempre così, e non ero capace di spiegarglielo.
«Fabri’, t’incazzi se ti dico una cosa?»
«Dipende.»
«Ho sonno, tra un po’ casco.»
Lui aveva acceso il motore e il Lungomare si era messo a camminare, con la luce seghettata dei lampioni che inondava a fiotti irregolari le nostre facce. Fabrizio si liberò dell’ultima cicca consumata, che tracciò un ballonzolante fuoco d’artificio nel posacenere: «Forse tornerai a Pomeria. O una volta verrai apposta per vedere me, e allora sarò felice».

L’autoradio mi offre un altro appiglio morale, “Like a rolling stone”. L’armonica di Bob Dylan fischia nelle orecchie, mi guardo le mani abbarbicate al volante. Dopo il parto sono ritornati tutti i malesseri da cui il pancione mi aveva concesso una tregua. Ambra, non sorella ma professionale dermatologa, mi aveva allertata con chiaroveggenza clinica: come diceva lei riecco l’allergia atopica e il mal di testa che però ancora non ha riabituato la sua virulenza. Allattare Amalia è l’estremo tachimetro: l’utero gravido si sta assottigliando, quando riapparirà il mestruo il corpo tornerà ad essere un’industriosa macchina da procreazione.
A casa, trovo Amalia che indaga la fisionomia estranea della nonna. Le manine sono strette a pugni e ricordo di aver letto da qualche parte – la mia lunga, giudiziosa erudizione artigianale da futura mamma, tra opuscoli del ginecologo, riviste e internet – che è un segno di benessere. Le mani spalancate significano che il bimbo è nervoso, se invece sono calde gli sta salendo la febbre.
Friziono i dotti lattei e spremo una goccia dal capezzolo destro. Amalia fiuta il suo territorio di sussistenza: mi morde vorace, poi prende il ritmo e inizia a succhiare. È stata lei a insegnarmi come si fa, il seno lo ha voluto subito, appena nata, con l’istinto giusto. Quando allatto mi sembra di darle la vita, nuovamente. Ma dopo i pasti Amalia continua a piangere e io non riesco a liberarmi dalla paura. Se smetto non sarò una buona madre. Se il latte finisce, avrò fallito.
Mamma mescola dentro una pentola sul fuoco, poi apre lo sportello del forno elettrico e, con una forchetta, controlla la cottura di qualche impasto. Anche ora che è una professoressa di matematica in pensione, non la vedo mai a riposo. Proprio non me la immagino a oziare, lei ha sempre lavorato per tutti noi. Nelle sue giornate reclama l’ineffabile momento di tirare il fiato, ma poi, quando nella nostra città europea e metropolitana il Comune ci lascia senza acqua, finisce a sacramentare contro l’inattività forzata.
Si asciuga le mani nel grembiule: «Cosa hai deciso… per il trasferimento?»
Annuisco: «Qua hanno le esportazioni, potrei farmi cambiare di settore. Ci provo, ma non so come reagiranno.»
Lei strizza gli occhi, ultimamente lo fa spesso, lo so che la vista ha qualcosa che non va: «Tu intanto digli… “ho la bambina piccola e a Ramuto sono sola”». È la sua assistenza volitiva che si sostituisce a me, dettandomi le parole esatte, quelle che io non conosco, come dalla cassetta del suggeritore in un teatro.
«Voglio comprare casa di nonna. Sempre se tu e papà non volete andarci voi.»
Lei scuote la testa: «No, no. Abbiamo pagato l’affitto tant’anni… ormai non cambia niente.»
Amalia sta dormendo, tento di svegliarla per continuare la poppata, ma lei non vuole saperne. Mamma fa un gesto ampio con il braccio: «Le spese, il mutuo, stiamo con le pezze al didietro… e to’ patri ancora insiste che se la vuole vendere!»
Ha parlato con l’imperiosità di un risentimento sfuggito al controllo, dilazionato troppo a lungo nella sua densità. Io sento una morsa alla gola, ma è un istante. Mamma scompagina gli eventi imbalsamando di nuovo quell’impeto rabbioso. Non mi dà il tempo di far montare un primitivo moto di angoscia che, tra un minuto, non sarei già in grado di trattenere negli argini. Dice: «Ma la casa non la tocca. L’ha voluta lui, e c’ha riempiti di debiti. Ora non la tocca, quant’è vero Iddio». E aggiunge, con più energia: «Ah, come non si sa regolare, to’ patri!»
Lo so com’è andata, la storia della casa. È iniziata quando io ero già fuori, e ne ebbi notizie indistinte abbastanza per sembrarmi una follia. Pagare un affitto e il mutuo di una casa dove non puoi abitarci perché c’è già qualcuno. Quel qualcuno era Laura, l’implacabile matrona del talamo avito che perpetuava la sua teocrazia. A mia nonna nessuno poté rivendicare l’uso dell’appartamento. Quale figlio indegno avrebbe sbattuto fuori di casa la madre vedova e reduce da due infarti?
Dall’esterno, l’ordito dei fatti conservava una sua comprensibile logica. Dei tre fratelli, papà era l’unico a non aver comprato casa, quindi l’appartamento doveva andare a lui. Ma a guardare in filigrana – e potevamo farlo solo noi – si rivelava una diversa progressione degli eventi. Per esempio che zia Angela aveva bisogno di soldi per farsi la villa a mare e lasciare l’appartamento di Pomeria a Lauretta. La cassaforte più abbordabile era quella casa e l’argomento del nostro perenne affitto diventava il grimaldello della vulnerabilità di papà.
Lo convinsero a comprare, le obiezioni di mia madre rimasero mute, come al solito. Era per me e Ambra, disse papà. Il miraggio della casa, lo straordinario, irrinunciabile credito garantito del mattone. I soldi del mutuo, papà, che non è mai stato un risparmiatore, li prese dalla pensione anticipata alle Poste, perdendo tutte le percentuali dell’anzianità. Dovette pagare subito ad entrambi i fratelli, compresa Sandra, la milionaria della casata. Ulteriori spese arrivarono dalla dissennata amministrazione della sovrana: mia nonna non aveva mai lavorato ed era abituata a farsi servire senza riguardi né accorgimenti di cautela verso le cose che possedeva quasi per attribuzione divina. In vecchiaia continuò a distruggere infissi, sanitari e impianti elettrici, a votare spese condominiali eccessive, a impelagarsi in cause legali per l’ascensore guasto o il cane del vicino che latrava nell’eco del pianerottolo e irrorava d’urina le scale. Responsabile dei suoi conti era solo papà, il legittimo proprietario dell’appartamento.
Per anni ho avuto una conoscenza retroversa di queste vicende. Le informazioni mi arrivavano a sprazzi tra interludi di bollettini pacifici. Da Ambra, qualche volta da mamma. Ma bastava per rinfocolare il mio senso d’impotenza. Anche se io con loro non c’entravo più, la mia cicatrice prudeva insopportabilmente, soffriva di quel clima. Dipanavo l’anamnesi dei miei shock, il quadro clinico non era mai quello di una completa guarigione. Ero lontana, ma rimanevo marchiata da quello che succedeva a Pomeria.
La mia fuga, in fondo, aveva una gittata corta: passavo da camere in affitto al traguardo del primo appartamento ammobiliato per i fatti miei, alla convivenza con Danilo, trascinandomi dietro una vocazione da paria. Qualcosa che ha a che fare con la mia costante paura di essere sopraffatta, con il sentore di dover stare al mio posto, di dover subire gli eventi negativi come sotto un karma invincibile. Al lavoro, nelle questioni pratiche. In amore, con Danilo.
Poi c’era sempre mamma che riproponeva la sua giaculatoria mirata a estorcermi la tradizionale, perbenista telefonata d’auguri per il compleanno di qualcuno di loro. O papà che mi ricordava la scadenza dei miei contatti di buona creanza con sua madre. Non potevo emanciparmi, sarebbe stato sconveniente. Avrebbero detto che ero sempre io, la ribelle maleducata, e la colpa sarebbe stata di mamma e papà, un’altra sacrilega onta nel nostro breviario familiare.
Stendo Amalia nella sua culla, il pediatra dice che se non finisce la poppata devo svegliarla svestendola o bagnandole il viso. Ma la mia strategia antisonno non va mai oltre un batuffolo d’ovatta intriso di acqua e tamponato sulle guance. Mi chiedo perché si addormenta al seno, se è un atto di fiducia come quando Mirko mi dormiva addosso. O se è un danno, se questa abitudine nuocerà alla sua crescita e alla mia montata lattea.
Mi accovaccio nella sedia accanto alla culla, fisso il logo già scolorito della Foppapedretti e piango. Mamma si piega su di me: «Gioiuzza, possibile che tu ti ‘scuri sempre? I figghiòli non sono orologi, lascialo perdere il pediatra». Il vocativo che mi riporta all’infanzia fa l’effetto di un sedativo, ho i capelli presi nella pania della sua fede nuziale, il metallo è una scossa leggera. Mamma fa planare la copertina sul corpo raggomitolato di Amalia: «Vuol dire che non sente bisogno, quando ha fame lo vedi come si sveglia».
Alzo la testa e gli occhi vanno sulla sommità degli scaffali allineati di fronte a me. Lì sopra, da trentun anni, troneggia la brocca di vetro azzurro dove una mia velleità di possesso aveva imposto la targhetta con il nome Ornella. Caratteri tipografici bianchi scritti a macchina su fondo blu e resi dislessici dall’usura. I bambini s’affezionano agli oggetti e non abbiamo nessuna possibilità di preventivare quello che accenderà la loro passione. Cosa vorrà colonizzare Amalia? Una bottiglia, un posacenere. Se tento di vaticinare i suoi capricci, la fantasia è imbrigliata dall’essenzialità aritmetica dei miei averi: nel nostro appartamento non c’è un servizio di piatti, un vaso o una brocca come quella che mi aveva conquistata da piccola.
Il momento in cui siamo stati più vicini ad avere una casa è stato quello della cooperativa con la torretta nella periferia di Pomeria Sud. Ero una ragazzina, naturalmente non fui edotta sui dettagli legali della vicenda, ma il progetto s’era arenato per colpa di una torretta abusiva eretta proprio sull’area dove sarebbero stati costruiti i lotti. Dovette trattarsi di un affare demaniale, dopo mesi di ingiunzioni, udienze e cavilli, il cantiere fu bloccato. Da allora papà e mamma non fecero altri tentativi e rimanemmo in affitto.
È ben poco empirica la mia idea dell’affitto. Una condizione che congiunge la mia vita dal passato al presente e nello stesso tempo separa questi due tempi con un diaframma preciso.
L’affitto della mia famiglia è come una nuda proprietà. Ci sono i nostri mobili, gli interventi effettuati sull’immobile in piena libertà e con tutte le spese a carico, la revisione degli impianti. Ricordo due cambi d’arredamento, il più remoto ormai posso solo spiarlo negli angoli di certe Polaroid dalla luce rarefatta. Ricordo l’arrivo sincopato dei mobili, solidi e scolastici, della cameretta di noi sorelle preadolescenti. E la mia delizia nelle periodiche riorganizzazioni di peluche, scatole e giocattoli sulle mensole, in un giocoso allestimento di volumi e lunghezze.
Quasi non immagino mia madre – so che a farlo è lei – che ogni quattro del mese sale al quinto piano per pagare il canone al proprietario. Non mi figuro contratti da rinnovare, né mensilità aggiornate all’indice dei consumi. Una volta, non ricordo che età avessi, m’era presa la fobia che prima o poi il proprietario avrebbe voluto indietro la casa e noi saremmo rimasti per strada. Tecnicamente, un’opzione possibile. La consuetudine di quarant’anni di locazione rende oggi molto improbabile un simile benservito. Ma non abbiamo, finalmente, pure noi, la “Casa”? Pensare che mamma e papà possano non abitare più al numero 50 di via Marvasi mi pare lo scippo di un simbolo, come se qualcuno togliesse dal loro posto la torre Eiffel o il Big Ben. Pensarli radicati nel feudo di nonna Laura è una scena altrettanto distonica. Com’è adesso, quella casa sembra l’emblema della transitorietà: disabitata, basilare, effettiva. E per questo pronta a diventare qualunque cosa, forse anche il mio futuro.
I miei affitti, invece, sono sempre stati, oggettivamente, soltanto affitti. Puri alloggi d’occorrenza, spazi senz’anima pervasi dal limitante clima dell’ospitalità, che svincola dagli obblighi ma nega il conforto stanziale. La prima camera a Ramuto in una cooperativa all’incrocio di fermate d’autobus e ipermercati contendenti, da lavoratrice fuoriuscita in mezzo a tre sagge universitarie di provincia dal temperamento collegiale. Poi, a Rocca, il letto, armadio e scrivania con cucinino indipendente, che era stato lo studio di uno psicologo, escogitati nel grande appartamento di una divorziata depressa; ancora una stanza in compagnia di studentesse, stavolta euforiche e con poca voglia di stare sui libri; un appartamento ammobiliato all’osso, con vicini pensionati che avevano ereditato dal precedente affittuario il diritto a posizionare lavatrice, scope e detersivi sul mio pianerottolo. Infine, di nuovo a Ramuto di fronte agli uffici dell’Inps, nel bilocale dove io e Danilo abbiamo concepito Amalia.
A ogni trasloco un passo in avanti. Adesso ho l’angolo cottura con una vera cucina invece dei rodati fornelletti da pendolari, e una parete attrezzata, il parquet e un letto matrimoniale comprato apposta per noi. Mi manca il balcone, un traguardo che pare irraggiungibile nell’estenuante contrattazione tra costi e servizi. Nell’ultima casa a Rocca c’era un terrazzo dove io e Danilo abbiamo pure fatto sesso, ma, anche se non ci veniva mai nessuno, potenzialmente potevamo ritrovarci la pensionata o i figli dei proprietari con lo stralunato cane Yoghi.
La mia transumanza tra case diverse sembra il contrappasso del non possederne una.
Stasera, che Danilo non c’è, mamma rimane a dormire con me e Amalia nell’altra casa, quella di Laura. I preparativi per trasportare la carrozzina in auto sono, come sempre, acrobatici e impacciati, farebbero ridere il mio compagno di un’ilarità complice, generazionale. Mi sposto dal soggiorno alla cucina cercando di inventariare le cose di Amalia che fanno la spola tra i due appartamenti. Il fasciatolo portatile Inglesina, tutine e magliette per il cambio, calzini, olio emolliente, creme. E poi gli assorbenti, la tisana pro-latte che bollirò lì, nella cucina di Fantaghirò dove la regina in incognito, adesso, sono io.
Amalia supervisiona le nostre manovre con gli occhi spalancati. Mamma e io stabiliamo la spartizione delle borse, papà stacca le ruote della carrozzina e le porta giù, destinate al bagagliaio. Avvolgo la bambina nella coperta di pile, mamma le calca il cappellino – imposizione che provoca un vagito scontento. Ci incaselliamo tutti nell’ascensore, le portiere sibilano e si riaprono nel sottoscala del palazzo. Dal portone geme il fiato della tramontana, stilettate di gelo ci pungono le caviglie. Papà rientra e si dirige a testa bassa verso l’ascensore. Mamma gli stringe un braccio, ha il suo sguardo di rimprovero preventivo: «Ma chi facìsti?» Lui si sottrae al nostro biasimo, colpevolizzato dalla comune disapprovazione di queste due donne che ama: «Non trovo le chiavi della macchina…». Mamma sospira, io non riesco a trattenere un riflusso di fastidio, mi sorprendo a gridare nell’eco del portone: «Tutte le sere ‘sta storia! Qua si congela, la bambina sta tremando!»
Lei alza una mano, la minaccia di uno schiaffo: «Zitta! Tu ti devi calmare, capiscìsti?»
Nel breve tragitto fino a casa di nonna Laura non parliamo. Amalia dorme, le tengo la testa nel palmo della mano. I bambini hanno questa cosa stupenda, sono capaci di addormentarsi dappertutto. Inizio già ad usare il turgore sterile del suo sonno come una bombola d’ossigeno: qualcosa di medicinale da inalare per riprendermi i pensieri. E quasi sempre sono pensieri che riguardano lei.
Mi sento incompresa e fuori posto, reitero la mia imputazione abituale: sono quella che rovina tutto, che alza muri tra sé e gli altri. La fedina penale non la ripulirò mai, eppure continuo a dibattermi tra l’autoassoluzione e la necessità di pagare i reati pregressi, forse scontarli con un’inestinguibile condanna retroattiva che taglia le nuove radici che ho seminate nel presente.
Papà ferma accanto al portone, sbarrando un passo carrabile, e si precipita a dislocare la carrozzina al caldo. La clausola delle quattro frecce non convince l’automobilista che vuole entrare nel suo garage, che noi abbiamo occluso. Mamma recrimina tra le labbra strette: «Mai una volta che fa come gli dico. No, deve fare comu dici iddu!»
Mi verrebbe da dirle che adesso ha una voce stridula, quasi oltraggiosa. E vorrei anche ripetere a mia madre una delle nostre tititere familiari: “Ma ti stai sentendo? La prossima volta ti registro.” Ci rintuzzavamo così, io, mamma ed Ambra, quando qualcuna di noi esagerava in piagnistei o accessi d’ira. Oggi mamma, che mi accusa di essere bisbetica e bolla continuamente la mia elettricità umorale, non si accorge di agire nello stesso modo con papà.
Ritrovo in lei la mia intolleranza, e, come in un circolo chiuso, la durezza di Danilo. Forse questo rigore ha un’impermeabilità ereditaria, o almeno premonitoria. Mamma non è mai stata un tipo da baci e carezze, papà invece sì, all’eccesso opposto. L’una s’industriava in un ruolo genitoriale pratico e onnipresente, l’altro compensava la sua assenza dalle magagne familiari con un’affettazione fatta di effusioni spesso invadenti. Papà agiva così anche con mamma, e sempre nel momento sbagliato: lei aveva altro da fare, qualcosa come lavare i patti o rimpinzare l’oblò della lavatrice, e accoglieva con fastidio quei piccoli gesti di sentimento coniugale. Lo rimproverava per un bacio sul collo, un massaggio o una pacca sul sedere, ergeva una parete di superfluità e imbarazzo sui contatti fisici tra persone che si amano.
Ma sono soltanto due modi dello stesso amore. Quello di mamma è fattivo, proteso all’azione, poco incline alle svenevolezze. I rari abbracci che ho ricevuto da lei sono collegati a qualche mia tragedia emotiva troppo smisurata per consolarla con le parole. Il resto dovrei riesumarlo dall’oblio dei miei primi mesi di vita: le foto testimoniano cripticamente il nostro involontario legame tra neonata e madre al primo puerperio, ma io non posso ricordare nulla.
Quando realizzo la genealogia di certe stratificazioni emotive – il mio pathos debordante, la mia poca indulgenza – mi domando cosa accadrà ad Amalia. Danilo sarà settario e assolutista anche con lei? La bambina sta già metabolizzando le nostre collisioni, sta preparando il terreno per la sua decostruzione degli affetti? Lo iato visivo dei rapporti tra mamma e papà mi ha repressa a lungo. Dimostrare i sentimenti significava espormi a un rifiuto, a una mano che scacciava la mia come con un insetto molesto. Mirko è stato l’antidoto all’infezione, ha suturato la riluttanza. Con lui sperimentavo un abbandono totale e svergognato, l’unica barriera era quella della protettività. Come per un bambino, avevo sempre paura di turbarlo: non riuscivo ad informarlo dei miei patemi, non potevo dividere con lui la parte della vita che mi assillava. Mirko è stato anche il mio inconscio allenamento alla maternità.
Mentre il tempo replica le zone traumatiche della mia famiglia, tra finzioni e abitudini convenzionali, ho ormai imparato di non saperlo più, chi sono.

Alle tre e mezzo Amalia ci sveglia con gli acuti del suo pianto dittatoriale. Mamma si scioglie dalle lenzuola e solleva la bambina, che si agita nella culla. La stanza è racchiusa nel cono di luce dell’abat-jour sul mio comodino, per un attimo vedo danzare l’ombra delle vestaglie arruffate di nonna Laura dietro lo stipite della porta.
Vorrei alzarmi ma il corpo è appesantito dalla piacevole pigrizia di quando c’è qualcuno che si prende cura di te. Mamma sta cullando Amalia e allunga le labbra in un’appendice leziosa, sussurrando cantilene insensate. La mano mi va d’istinto alla mammella, tasto una carne vuota con alopecie di spessore seminate alla rinfusa. L’inettitudine del seno è una miccia corta, esplodo: «Mamma, per favore… Amalia non deve dormire, deve mangiare!»
Lei mi guarda accigliata, gli occhi assonnati e senza lenti sono due fessure spremute fuori da palpebre tumide: «Zitta, già dorme.»
«Invece di aiutarmi, mi ostacoli! Brava, dàlle pure il ciuccio.»
«Tu pensa a dormire.»
«Non funziona così, mamma. Devi rispettare quello che decido per mia figlia.»
Mamma ronza parole concitate, la rabbia le fa pompare il collo. È furiosa, ma non può gridare perché è notte e sveglierebbe la gente del palazzo: «Sei ‘na disgraziata e ingrata! Sei tu che non rispetti nessuno… tu e quell’altro!»
L’allusione impersonale a Danilo è un altro cocente marchio che mi scorpora dalla famiglia. Siamo uno scisma definito da pronomi e perifrasi, la grammatica al posto della parentela. Le lacrime mi bagnano le guance per inerzia, sento una riga d’acqua che si asciuga agli angoli delle labbra, nell’incavo tra le narici, sulle tempie fino all’attaccatura delle orecchie. La pelle trasuda e pizzica del mio sale.
«Io non ce la faccio più. Sono stanca… di Danilo, di te e papà. Sapete solo criticare, mica lo capite come sto!»
Lei trattiene il suo accanimento contro di me, lo racchiude nella curva molle del corpo dentro la camicia da notte. Una fisicità schizofrenica: l’astio di gola per me e la dolcezza delle braccia che involgono Amalia. I capelli corti, tesi a ciuffi arricciati e separati come calligrafiche virgole, piroettano sulla sua testa mentre la scuote nel modo irrimediabile che le viene quando mi rimprovera: «Sei sempre la stessa… con te è tutto sprecato. Posso iettare ‘u sangu e non sei mai contenta». Fa una pausa per chiarirmi il concetto: «Sei nevrotica, ‘sta mara figghiòla finisce che la rovini.»
Le parole mi scappano, sono folate che sparigliano la dovuta compostezza dei ruoli, i vincoli di decenza: «Appena fa un figlio Ambra, vedi come questa nipote te la dimentichi subito.»
Mamma si alza di scatto, la faccia le trascolora, è cerea. Amalia protesta per la sottrazione di una stabilità acquisita e riprende a piangere. Mi alzo anch’io, fuori dalla trapunta la notte mi soffia addosso aliti freddi. Rabbrividisco, sento la voce di mamma che m’insegue, rincorre la mia uscita su Ambra con scudisciate incerte – è ancora il cerimoniale di borghese e quieta apparenza per gli ex condomini di nonna Laura. Ma il pianto di Amalia catalizza le sue energie, all’improvviso mamma è una donnina stucchevole. Dalla mia tana al capolinea del corridoio, decifro le sonorità concave di una filastrocca con la scia allungata delle intonazioni. Paroline, suppliche “a nonna Nina”, vocali ritmate che trottano con le urla della bambina.
Mamma è premurosa come non l’ho mai conosciuta, espansiva e dubbiosa quasi il corpicino scosso dai singulti fosse un rebus complicato dagli indizi della consanguineità. Il meccanismo di questa eccezionale evoluzione di parentela – mamma e papà che sono diventati nonni – mi sorprende per la sua laboriosità. Che i nonni siano apprensivi è letteratura consolidata e un po’ banale. Adesso scopro che la mia inappuntabile mamma non è così ferrata nell’argomento, non ha più tutte le risposte giuste: i neonati sono cambiati tanto negli ultimi trent’anni, se amministrare Amalia sembra un enigma per lei quanto per me? Mia madre è una rivelazione prosaica, si rivolta come un guanto. Emotiva. E impacciata, no, impreparata. Con Amalia sta provando la mia scomoda pelle, niente di più.
Alla fine la nonna ha la meglio sulla nipotina bellicosa, le stanze dal soffitto alto – un documento d’anagrafe vetusta e autoriale – ora traboccano di silenzio. Il lume acceso per vegliare Amalia fa fluttuare sulla parete la macchia dello stemma araldico della nostra famiglia, sigillato sotto il vetro di una teca. C’è un cavaliere in armatura che brandisce un lungo ramo fronzuto – da bambina mi ricordava l’erba musicale dei cartoni animati con lo gnomo Tofffsy – e in alto il nobile cognome, in basso la pagina di un antico manoscritto con gli avi da cui deriva il titolo. Questo è l’originale, i figli ne hanno una copia fotografica incorniciata con uguale sontuosità. Eravamo marchesi, in Francia i rivoluzionari ci avrebbero decapitati, anche una come me il cui unico bene è una Fiat Punto pagata a rate ancora non estinte. La mia nobiltà, quel certificato che vigila da sempre nei luoghi della famiglia, somiglia ad un talento in potenza: nominalmente dovrei vivere al di sopra delle mie possibilità, nei fatti non lo farò mai.
Il mio riflesso brunito scintilla nel rettangolo della porta a vetri del salone. Abbasso la maniglia, il perno logorato fa resistenza poi scatta. Scruto parassitariamente nelle fasce luminose che arrivano dal corridoio. Sfregiata della metà dei mobili, la stanza sembra enorme. Mi colpisce il vuoto del tavolino e dei divani, rimangono soltanto le sedie imbottite e il tavolo grande, una snella credenza ad angolo che s’incastra nell’incrocio tra le pareti. Fuori contesto c’è un pezzo dello studio antico: nonostante le proteste, l’abbiamo tenuto noi perché un irrevocabile patto orale ne aveva attribuito l’eredità a quella delle nipoti che si fosse laureata in medicina seguendo la carriera del nonno. Dunque, senza sentimentalismi che tengano, lo studio spetta ad Ambra.
Sul tavolo da pranzo c’è il portasigarette di Laura, un cilindro sagomato di rame con sopra una pietra azzurra al centro di una specie di fiore ricamato nel metallo. Un reperto di quando mia nonna fumava come una turca, succhiando eroticamente il reggifiltro d’osso, un sussidiario da nobildonna, finché il primo infarto le impose di rinunciare alla nicotina.
Questo salone, quando i mobili c’erano tutti. Il soggiorno, dove adesso mamma sta cullando Amalia. Ricordo i pomeriggi in cui, per qualche motivo, io e Ambra pranzavamo qui e restavamo a studiare fino a quando mamma tornava a prenderci con un cielo che si faceva subito d’ebano. Per me erano ore lunghissime e strane: iniziavano a circuirmi con l’amo della golosità, il diversivo della cucina di nonna; poi si dilatavano dentro un innominato senso estraneo. Noia e solitudine trasfiguravano il tempo, facendomi credere che fosse già sera, eppure nessuno veniva a riportarci a casa. L’orologio ristabiliva l’esatta cronologia smentendo le mie previsioni metereopatiche, e io mi sentivo defraudata, oppressa dall’attesa. Stavo insieme ad Ambra, ma lì non era la famiglia. L’ho capito allora che il momento più dolce è sempre quando si ritorna a casa. Non importa in quale posto meraviglioso ed eccitante sei andato, hai comunque bisogno di tornare. Per questo, oggi, la mia stabilità è un moncone che prude dove c’era l’arto mutilato. Nessun luogo è più casa mia, non riesco a localizzare l’epicentro del futuro. Il futuro che, per i prossimi anni, sarà anche quello di Amalia, in una comunione tutelare che per me è affetto responsabile e forse per lei diventerà ribellione.
Il pensiero mi trafigge abbagliante e silenzioso, come un fulmine: casa mia adesso è questa, dev’essere questa. Le stanze da dove volevo scappare perché non c’era famiglia, si sono trasformate nell’estrema rincorsa di un tempo migliore. Sono un’artigiana inesperta ma piena di volontà, carico a testa bassa pure se non capisco. Qui ho abbozzato il progetto di una vita da intonacare, un plastico delle mie aspirazioni negate ad appannaggio di mia figlia.
Non ho altra prospettiva, nessuna speranza ugualmente supportata da una plausibile realtà.

Nell’androne del palazzo circola una frescura insubordinata alla temperatura esterna. Sotto il quadrante dei contatori è incollata un’etichetta con i referenti per la manutenzione dell’ascensore. Sono nonno Giacomo, l’ingegnere Milardi del terzo piano e il dottore Faretta. Tutti e tre morti.
Apro la porta e la mia immagine rimbalza nella specchiera dell’ingresso: sono ancora una presenza inconsueta, così, in questa disinvolta indipendenza, nella casa di Laura. Vado in bagno e apro i rubinetti della vasca, l’acqua inizia a scrosciare in un flusso arbitrario, disarmonico. Lascio cadere nella conca di ceramica un filo pastoso di bagnoschiuma, la superficie dell’acqua è screziata da un’infiorescenza perlacea, poi si gonfia di bollicine che scavano un traforo liquido sotto il getto corrente.
Il trillo del citofono lacera l’aria, un suono amplificato e invadente perché nonna, negli ultimi anni, ci sentiva poco. Faccio entrare Danilo, ci baciamo dietro la porta socchiusa, con lo zaino ancora inclinato sulla sua spalla. Sento le sue mani che mi percorrono il dorso fino alle natiche, le dita che stringono la carne con la modalità ruvida dell’emergenza. Mi piace questo nostro rubare il sesso come adolescenti, questa furtiva imboscata dall’orbita di Amalia, che incunea la passione negli interstizi di case, porte chiuse a chiave, collisioni fintamente casuali di incontri. Quando però Danilo mi palpa il seno, respingo le sue dita, innalzo un’istintiva difesa della mia funzione di nutrice. Lui insiste premendomi la punta di un capezzolo, sussurra con i denti che mi affondano nel lobo dell’orecchio: «E dài… solo un pochino… non ti faccio niente.»
«No, non mi va… vieni, la vasca è pronta.»
Ci spogliamo senza metodo, il desiderio urgente abiura ogni preliminare, i vestiti si ammonticchiano sul pavimento privi di peso. Danilo s’immerge nell’acqua, io gli siedo addosso dandogli la schiena. Sento il calore della sua bocca, aloni di vapore nella carne in mezzo alle scapole, e lo spinoso solletico dei capelli. Iniziamo a fare l’amore ponderando gesti e movimenti, con l’accortezza imposta dalla mia seconda verginità. I tempi dell’astinenza medica sono scaduti da poco, stiamo abituando l’utero con una nuova, prudente maieutica.
Danilo mi preme una mano sulla nuca: «Sei bellissima, mi ecciti troppo… amore, qua se non stiamo attenti mica lo so quanto duro…»
«Guarda che per un po’ hai il divieto assoluto di mettermi incinta!»
Mi guardo le ginocchia, due cocuzzoli rosa che emergono a pelo dell’acqua. Il ventre è elastico, solo un po’ di tensione in basso, al confine con la sutura dell’inguine. Qualche centimetro sotto il seno noto una ruga orizzontale, la cicatrice lasciata dall’ansa del pancione che sbiadirà come un innocuo tatuaggio per bambini.
Ci baciamo, le sue spinte mi scandagliano, lambiscono un territorio facilmente congestionabile. Il pene opera una frizione piacevole e insieme invasiva. Percepisco l’arrivo dell’orgasmo e poi lo perdo da qualche parte, nell’umidore del mio fondale ancora poco allenato, nella sconnessa neutralità dell’acqua. Danilo viene con un sospiro soffocato.
Restiamo immersi nella vasca, il coito cristallizzato dentro l’unione dei corpi che si sfalda da sé, senza alcun aiuto dalla nostra inerzia. Il piacere è un attimo, incapace di potenza gravitazionale. Pensiamo alla stessa cosa. Danilo sorride: «Chi sa che sta facendo quella piccola peste…»
Mi sollevo, il bagnoschiuma gronda dal mio corpo sul piano dell’acqua: «Ronfa… o fa la monella.»
Avvolgo la spugna, Danilo mi segue e indossa l’accappatoio. Mi cinge i fianchi: «Mmm, teniamo una bella vasca… a vivere qua ci posso pensare.»
«Io ci ho già pensato abbastanza.»
«Sei la solita egocentrica, mica ti passa per la testa cosa faccio io se tu e Amalia ve ne andate.»
Infilo gli slip, rimango a guardarmi nella specchiera inchiodata sulla porta. Come quando mi chiudevo in questo bagno e controllavo l’andamento della pubertà, l’effetto delle prime gonne corte, dei tacchi che sfidavano le censure di nonna Laura.
«Non ci stiamo separando. Puoi fare che vieni pure tu. Dici sempre che non la reggi, Ramuto.»
«E con il lavoro come faccio? Qua non conosco nessuno, lo sai che senza contatti non combino niente. E poi mica cambiamo di molto.»
«Io sì che cambio. Per esempio avrò una casa.»
«È che ‘sta città tiene troppe salite. Il parcheggio è uno stress, lo sai che ‘ste cose mi mandano in paranoia.»
È la nostra parabola, scientifica come un teorema. La contiguità tra aspettativa e delusione, contraddizioni incuneate in un ordine inflessibile. Ogni progetto è un ceppo traballante, un calco che non arriva a solidificare. Amalia ci ha dato i crismi della concretezza, di stabile non esiste altro nella nostra cosmogonia amorosa.
Vorrei sapere come finirà questa storia. La mia vita non è un romanzo, le mancano la struttura, la scansione dei fatti verso la loro soluzione. Manca il finale nella testa dell’autore. Scrivo perché mi hanno detto che questo tempo lo dimenticherò. Non riuscirò a trovare nella memoria il pancione di Amalia, il corpicino penzolante a testa in giù estratto dal mio ventre, con una caviglia stretta nel polso dell’ostetrica. La prima volta che ha succhiato dal seno e il cambio dei primi pannolini sporchi che sembrava un mestiere complicato. Dicono che tutto diventa confuso e a un certo punto una non si ricorda più. Allora scrivo, finché le cose sono vivide. Ma non è una terapia: continuo a scambiare il passato con il presente, quello che ha originato l’oggi e quello che condizionerà il domani. Inutile tentare un assetto, il mio nomadismo mentale governa gli eventi. Posso soltanto scrivere, e aspettare. Amalia è il mio timer, lei segna il tempo che servirà. Immagino che un giorno leggerà queste pagine e forse suo padre e io non ci ameremo più. Non so se voglio davvero lasciarle il nostro testamento erotico. La smemoratezza del nostro idillio e ciò che tra noi due pare soffiare la premonizione della fine.

Giro la manopola del rubinetto e l’acqua scende con un sibilo sfiatato, come se qualcuno si lamentasse. Forse quella che geme sono io, intrappolata nei tubi della condotta idrica. A Ramuto fa meno freddo di Pomeria, le competenze meteorologiche tra le mie due “non-città” si sono ribaltate. Mi chiudo in bagno, lo specchio fotografa le fosse scure disossate sotto i miei occhi.
Mi sorprende la rapidità con cui ho imparato a riconoscere il pianto di Amalia, che non è più l’indistinto frignare di un neonato-prototipo. L’istinto, le mamme lo apprendono presto. Quando culliamo un figlio, quando lo teniamo in braccio aderendo la sua guancia alla nostra, ripetiamo a memoria gesti che ci arrivano già fatti chissà da dove.
Da quando siamo tornati non dorme più di due ore a notte. Il coprifuoco del suo riposo diurno non mi basta: ci sono il contagiri della poppata, i cambi da incastrare tra il latte e l’eventuale ripristino del sonno. Il pianto di Amalia mi trafigge: la guardo stringere gli occhi con la bocca spalancata come il becco di un uccellino e penso che forse sta male.
Non so nulla di neonati, mi pare sospetta l’insonnia di una bambina che fino a tre giorni fa dormiva quasi regolarmente. Anna, la zia di Danilo, che è infermiera, ci ha fissato l’appuntamento con un pediatra ma, anche se non me lo dice, è convinta che la causa dell’irrequietezza di Amalia sia semplice fame. L’ho intuito da allusioni, frasi interrotte, consigli professionali riesumati dall’esperienza nel reparto maternità della clinica privata dove lavora.
Ci sono abituata, a queste accuse implicite. Anna è sensibile, quando parla ci sta attenta a non crearmi complessi. Papà, invece, non fa niente per nascondere la sfiducia nelle mie capacità di allattamento. In compenso fa cose come subissarmi di domande per tirarne fuori un oracolo su quanto ha bevuto la bambina, o fissarla con impotente disapprovazione mentre piange. E qualche volta l’ha buttata lì, la storia che sarebbe il caso di provare con il latte artificiale. Adesso sembra che io debba capitolare, tirarmi fuori: se il pediatra mi ordinerà di passare al biberon, tutti Saranno più tranquilli con Amalia al riparo dall’imprevedibilità nutritiva delle mie mammelle.
Lo studio pediatrico è su corso Pisacane come molte sedi di professionisti a Ramuto, in un palazzo antico ristrutturato. Abbiamo scartato subito l’idea di consultare il medico assegnato dalla mutua: i nomi rimasti disponibili negli elenchi dell’Asl semplicemente ti capitano e se, come il nostro, non si tratta di uno votato alla professione, impari presto che ti servirà solo per i certificati e le ricette farmaceutiche. Lo specialista consigliato da Anna ci riceve a fine turno perché lei è stata sua allieva, grazie a questa amicizia non pagheremo la visita. Nella sala d’attesa c’è un acquario spento dove i pesci sono ombre guizzanti che scappano dall’urto con i getti di bollicine verticali. Sulla parete di fronte a noi un pannello con l’alfabeto associa ogni lettera a un disegno colorato. Amalia, imbacuccata nella copertina, sonnecchia sul mio seno, io memorizzo l’alfabeto con la diligenza di una matura ripetente. Sotto la tettoia spiovente della M c’è un minuscolo topolino, inclinato nel ventre della U c’è un ombrello. Capisco che sono parole inglesi. Mouse, Umbrella.
La voce alta del dottore che pronuncia il cognome di Danilo e Amalia mi trova impreparata. Sto per essere bocciata al primo scrutinio di madre.
Amalia s’imporpora le guance e inizia a urlare. Io guardo il pediatra come se quel pianto mi esimesse da ulteriori spiegazioni preventive. Danilo si alza in piedi, solleva la bambina tra le braccia. Amalia rotea gli occhi tra le pareti cariche di libri. In alto, su scaffali irraggiungibili, noto maschere africane e altri oggetti tribali, la loro imponenza volumetrica è neutralizzata dalla tinta scura del legno, che li mimetizza tra grossi tomi di quella che ritengo un’enciclopedia medica.
Il dottore sorride: «Lasciamola con il papà, mi sembra che stia tranquilla. La mamma, invece, mi pare ansiosa.»
Non so perché annuisco, mi metto alla sbarra da sola: «Sì, sono molto ansiosa.»
«I bambini assorbono tutto, signora. Piangono anche per questo… la mamma si preoccupa per il pianto e loro piangono di più, come in una spirale, capisce?»
Faccio ancora sì con la testa, mi sembra di essere qualcuno nel pubblico ammaestrato di una lezione. Il sorriso del pediatra è formale, affabilità cortese senza il calore dell’empatia. Mi rendo conto che sta aspettando, che tocca a me avviare il nostro ordinario scambio medico-paziente. Sorrido anch’io, di nervosismo: «Il fatto è che lei piange sempre… e non sappiamo perché».
Il dottore attira tra le mani nodose un taccuino di quelli con la marca dei medicinali, qualcosa con il prefisso “pedia”, e inizia a sciorinare i preamboli necessari alla diagnosi. Ora somiglia davvero a un’interrogazione, domande a cui potrei dare la risposta sbagliata: «Data di nascita… peso… lunghezza… ricorda la circonferenza cranica della bimba?… Che tipo di parto?»
Radunate le informazioni, che sulla carta sono diventate crittogrammi nell’impenetrabile grafia medicale, il pediatra si addossa allo schienale della sua sedia: «Quando un neonato piange il primo motivo è quello più elementare, la fame. Quante poppate fa la bambina, signora?»
Deglutisco, temo che la voce mi abbandoni, trasformandomi in una scolaretta spaventata: «Dipende… cioè, certi giorni non le conto, altre volte arriviamo a sei.»
Il dottore solleva le sopracciglia: «Ma no, signora, sei sono poche! Dovete farne sette: partiamo dalle 6 del mattino e con intervallo di tre ore fino alla mezzanotte.»
«Però lei la notte si sveglia… »
«Signora, è lei che deve regolare gli orari. Per i bambini è più facile fare il self service al seno per pochi minuti e poi piangere di fame dopo mezz’ora. La bambina si addormenta durante i pasti?»
Crollo, sopraffatta da un aggressivo senso d’inidoneità: «Sì, lo fa spesso.»
Il pediatra scuote la testa, l’atto abituale della commiserazione verso un ignorante: «Lo vede? Se lascia fare alla figlia, così nel giro di un mese lei mi va in crisi, signora.»
Danilo interviene senza smettere di far passeggiare Amalia, noto che sulla bocca della bambina è apparso il succhiotto, che si agita su e giù con perizia: «Ecco dottore, glielo dica lei alla mamma, che tiene tutta quest’ansia.»
Tento una blanda discolpa: «Ma come devo fare? Piange come una pazza e quando l’attacco al seno beve pochissimo o si mette a dormire».
Il dottore gesticola con la penna, la capocchia dorata frinisce e svolazza come la bacchetta di un caporeparto d’orchestra: «Signora, se dorme la deve svegliare. Li conosce, no i metodi? La sveste, la bagna con l’acqua.»
«No, io non riesco…»
«Bella signora, lei deve mettere una serratura sul cuoricino. I bambini sono forti, se la bagna non succede niente. Ma il problema qui mi sembra un altro.»
Resto in silenzio, anche Danilo si ferma, alle mie spalle. Il dottore riprende: «Secondo me la bambina non mangia abbastanza. Dovete iniziare un’alimentazione mista, con il latte artificiale.»
Serro le palpebre, stendo le mani sulla scrivania davanti a me, faccio aderire i polpastrelli al ripiano di noce. Non so come esprimere il mio dissenso, la mia infermità: «Veramente io… preferisco di no. Se riduco le poppate il latte finirà.»
«Signora, lei è libera di fare quello che vuole. Io ho cinquant’anni di professione pediatrica e le dico che le cose stanno così». Fa una pausa, alza il tono di voce: «Lo sappiamo tutti, il latte materno è l’alimento migliore. E se lei mi dice che le scoppia il seno non sarò io il matto che le consiglia il latte artificiale… ma, scusi, non mi sembra questo il caso.»
La sua sentenza è precisa, ineludibile. Ma anch’io recido le parole una ad una, sono chirurgica: «Così perderò il latte.»
«Va bene, signora. Non dobbiamo decidiamo subito, aspettiamo, vediamo chi ha ragione. Adesso controlliamo il peso, poi però lei per una settimana mi fa una doppia pesata della figlia, prima e dopo le poppate, torna a trovarmi, e ne riparliamo».
Il responso della bilancia m’inchioda alla mia inadempienza. Il pediatra strizza un muscolo della mascella, lascia intravedere la routinaria soddisfazione sull’ennesima madre agnostica sconfitta: «Lo vede, signora? Tolto il calo fisiologico, guardi quanto ha preso la bambina dalla nascita… no, non ci siamo.»
Mi lampeggia una saetta: io che estraggo Amalia nella vasca del bagnetto tenendola sotto le ascelle. La magrezza delle sue gambe da ranocchia, le cosce spolpate e il pancino piatto con il bozzo dell’ombelico sovrimpresso. Sì, Amalia cresce poco, e la colpa è del mio latte.
Al corso per il parto l’allattamento non era stato tra i miei assilli. Pensavo al travaglio, agli esami clinici che avevo depennato lasciando interrogativi insolubili dentro la loro defezione. La dottoressa che si occupava dell’argomento era una specialista impegnata in campagne dell’Unicef. Del latte ci dissero che la regola naturale è averlo, che non dovevamo arrenderci ai primi tentativi, quindi continuare con la nutrizione esclusiva al seno fino ai sei mesi e poi finché ce n’è. Demonizzati ciuccio e biberon, strumenti tentatori e principali responsabili del disamore dei piccoli verso il capezzolo.
Quando Amalia era uscita dalla mia pancia, avevo chiesto all’ostetrica di attaccarmela al seno e lei aveva preso subito a succhiare nel modo giusto, con istinto innato. Pensavo che eravamo partite bene, avevano superato insieme il primo trabocchetto dell’inesperienza. Amalia ci si era messa d’impegno, i miei nove mesi d’attesa non le interessavano. Perseguì l’obiettivo con lo stoicismo di una combattente ardimentosa, contro la lentezza fisiologica dei tempi puerperali. Cinque giorni dopo, stimolata dalla spasmodica suzione della bambina, la montata mi aveva riempito i seni. Il mio secondo imene infranto, questa gioiosa impurità fisica documentata da una nuova emissione corporea rivelatrice: due ampie chiazze umide sulla camicia da notte, all’altezza dei capezzoli.
Invece, neanche due notti e feci il primo guaio. Fuorviata dal pianto inconsolabile della bambina, iniziavo a delirare congetture catastrofiche. Danilo ci caricò in auto e tornammo in l’ospedale. Al pronto soccorso pediatrico ci interrogarono: posizione e attacco al seno, voracità della poppata. No, non era un problema di metodo. Il medico diagnosticò un blocco del meconio, le feci espulse dalla gravidanza, e rimediò somministrando ad Amalia un sondino. Mi sembrò quasi una violenza, che le avevo inflitto io per qualche inottemperanza, per ansie ingiustificate. La bambina non dava segno di soffrire la pratica, liberò una mole di escrementi impensabile in un corpo così piccolo. Poi nelle mani dell’infermiera si materializzò un flacone di plastica sormontato da una tettarella a testa in giù, la punta intinta sulla cresta del latte. Il pediatra annuì: «Datele un po’ di questo, stanotte vi farà dormire».
Al primo controllo obbligatorio, in ospedale rividi la dottoressa del corso e nuovamente m’immersi in quell’atmosfera di autocoscienza forzata e spinta all’estremo che, durante gli incontri, richiedeva la catarsi di confidenze raccapriccianti. Una gestante, con spregiudicato disincanto, raccontava di un precedente aborto raffigurandoci l’attimo in cui, accasciata sanguinante sul water, si era ritrovata il feto espulso tra le mani, un istante prima di farlo precipitare nella tazza.
Adesso Amalia piangeva e un’ostetrica dai modi spicci mi intimò di slacciare il reggiseno. Avvicinai la testa della bambina e la dottoressa mi fermò: «No, non così. Devi prima spremere una goccia, spalmare il capezzolo e farlo assaggiare alla piccola. Ricordi? Devi farle prendere gusto.»
Eseguii le istruzioni, la mammella, turgida come un palloncino, mi scappava dalle dita. L’ostetrica corresse le manovre e tentò di attaccare Amalia. Scosse la testa, esasperata: «Questo capezzolo non si fa prendere!» Mi guardò con severità, come se architettassi dispetti goliardici assieme al mio corpo: «Vedete? Così la guagliona si stanca e non mangia.» La dottoressa osservava in silenzio, come riflettendo. Sedette alla scrivania dell’ambulatorio davanti a una parete con manifesti di bimbi popponi e mamme floride, firmò una prescrizione per il tiralatte. Poi l’ostetrica mi mostrò come avrei dovuto usarlo: riempì un cilindro di liquido denso che sgorgava docile, sciolto dal peso dell’ingorgo. La donnona sollevò le sopracciglia tenendo gli occhi fissi sulla boccettina: «’Mo lo diamo alla guagliona. Il latte materno mica si butta.» Non usarono il biberon ma un cucchiaino, Amalia pigolava ingorda, sbrodolandosi il mento.
La dottoressa fece una pausa e disse: «Tu vuoi davvero allattare?»
Ero sconcertata da quella domanda, che suonava come un sospetto pronto a congelarsi nell’accusa: «Ma certo! Sì che voglio dare il mio latte a mia figlia.» Forse lo volevo troppo, ma questo alla dottoressa non lo dissi.
«La bambina deve succhiare sempre, sennò il seno non si riempie». Conclude con definitività calvinista: «E hai fatto male ad accettare il latte artificiale. Se la bimba scopre com’è facile col biberon, a te non la riabitui più.»
Adesso, davanti al pediatra raccomandato da Anna, sto perdendo le coordinate delle mie poche certezze. Sbagliavo a non dare orari ad Amalia, sbagliavo a darglieli. Il suo peso dimostra che il mio latte sbaglia ancora.
Il pediatra si accorge del mio disorientamento. Unisce le mani in un ponte sotto il naso, poi le abbandona sui braccioli della poltrona in ecopelle amaranto: «Signora, scommetto che in ospedale le hanno detto peste e corna del latte artificiale.»
«Non so… io…»
«Lasci stare l’emotività, signora. Vuole o no che la figlia cresca? Sostituisca due poppate al seno con questo latte.»
Mostrò una bottiglia di plastica azzurra con il dorso a salsicce come un bruco. Poi passò una mano tra i folti capelli grigi: «Faccia come crede, io non costringo nessuno.»

Iniziamo il nostro addestramento. Amalia erge una fortezza contro l’imposizione di facsimili del mio corpo. Ingaggia la lotta con biberon e ciuccio, mentre io e Danilo armeggiamo attorno alle nuove attrezzature in nostro possesso. Testiamo lo sterilizzatore in piena notte per disinfettare un inutile succhiotto, buttiamo litri di latte artificiale nel dubbio che la bollitura non sia stata opportuna o la permanenza in frigo superiore ai tempi indicati sulla bottiglia.
Il primo successo arriva con la camomilla. E per me è un’ulteriore resa. L’ipnotico training del corso da gestante mi ha inculcato l’avversione per gli zuccheri, baldanzosamente contenuti nella tisana solubile Milupa a cui ora cedo. Amalia, invece, gradisce. Le sue guance pompano di gusto quella sconosciuta acqua color giallo paglierino, gli occhi si perdono nella loro destinazione ignota, da qualche parte in fondo alle mie pupille eppure remoti, soltanto ancorati all’istintiva fiducia corporea nelle mie viscere.
Impariamo a nutrirci col biberon e il seno s’impigrisce. Per il latte che ha usurpato il mio covo un sentimento confinante con l’odio e colpevolmente contraddittorio. La notte, ad esempio, accendere il fornello è una scorciatoia accomodante: il latte in bottiglia è l’alchimista di famiglia, il contrattacco istantaneo al pianto di Amalia.
Ma l’efficacia non è garantita. Mi chiedo se la bambina non abbia cooptato la mia avversione. Forse è per questo che rifiuta pugnacemente il biberon, cedendo solo all’estrema supremazia della fame. Quando, invece, le offro il seno, si placa: i lineamenti si distendono, quel tenero cipiglio che le fa corrugare la fronte scompare, disciolto nella carne rasserenata dal contatto che entrambe aspettiamo con la subliminale paura che qualcosa ce lo trafughi.
Questa fusione mi è vitale, persino più di quanto lo sia per lei. So già come funziona: il desiderio che incasina tutto. Tollero poco l’uso del tiralatte anche se è l’unica arma che dispongo per uscire indenne dalla barricata.
Stamattina una corona solida tira sotto i capezzoli. Il seno m’illude, tenta una ribellione d’orgoglio. Il corpo, vezzeggiato dalle facoltà illimitate della gravidanza, dall’energia del parto, non vuole perdere autostima. Ma come posso credergli? Ormai il mio umore è instabile come un’altalena. Per un giorno in cui la montata straripa, un altro mi sferzerà il cuore con esangui mammelle saccheggiate dall’inattività, molli nonostante le premure manuali e meccaniche. Ho smarrito la consapevolezza di cosa la mia fertilità sia capace di ottenere. La sfiducia riavvolge il tempo: forse non sono mai stata incinta, non ho mai portato Amalia dentro di me. Ogni parte del mio corpo è cava, echeggiante di vuoto come prima del concepimento.
Faccio riserva di liquidi, mi sforzo di bere fino alla nausea. I due opposti, asciutto e bagnato, si divaricano nella testa, biforcano la strada del futuro: dipenderà dalla condizione più vantaggiosa che riuscirò a procacciare. Dalla porta aperta della camera da letto scruto l’ombra di Danilo che dorme spaparanzato sul materasso. Solitudine, l’aridità che non riusciamo a lenire. I pensieri seguono il loro itinerario rodato: è il turno della razionalizzazione, mi serve a bloccare il rancore prima che esondi.
Sono passata attraverso tre vite, a compartimenti stagni. Nubile, madre, nutrice sterile. Prima di Amalia ogni cosa era diversa, apparteneva ad un altro corpo che era mio ma ha mutato la sua intera topografia. Quando il seme di mia figlia si è annidato nel ventre, credevo d’essere già mamma e invece dopo la nascita ho scoperto una seconda metamorfosi. A collegare la gravidanza alla presenza visibile della bambina c’era questo potente senso di trionfo fisico. Nulla poteva essere precluso al mio corpo, nulla lo avrebbe domato.
L’allattamento ha sconfitto questa benefica arroganza. Comprendo nuovamente di essere fragile, ritrovo la bruciante, intoccabile esperienza del fallimento, che ha acquisito una maturità di cui vorrei fare a meno.
Stringo il capezzolo in mezzo al pollice e l’indice, sulla punta vibra una goccia trasparente. Lascio scivolare la goccia sulle dita, poi mi annuso la mano. Lecco via il latte, trattengo sul palato qualcosa che è insieme odore e sapore. Ha un aroma acido, un po’ nauseabondo.
Non lo avevo mai assaggiato il mio latte, questa curiosità tardiva ha un che di morboso, mi pare piuttosto un’inumazione. Lo faccio perché il mio capitale si sta assottigliando e quando sarò in miseria voglio essere sicura che questo è accaduto. Che la pienezza è esistita, non è stata un’utopia.

2.

Seppi di essere incinta come un’annunciazione. Ma non per una sventatezza nell’ordinaria pratica sessuale: volevamo un bambino, ci stavamo lavorando su, forse neanche con una pertinente tabella di marcia. Solo io non pensavo che sarebbe accaduto così presto.
Nella vita di una donna l’idea di ritardo è associata a metafore di umori e mutazioni, ha un senso quasi apodittico. Il nostro orologio non è mai quello della misura del tempo, la sua investitura biologica porta con sé un valore di mistica variabilità.
La prima settimana mancata non mi fece sospettare nulla. C’erano i casini sul lavoro e un viaggio che, calcolando un numero accettabile di giorni slittati dal mensile, confliggeva con la data del mestruo. Pensavo che, come al solito, dolore e sangue sarebbero arrivati nel momento sbagliando, vanificando i miei piani. Invece l’assorbente rimase asciutto anche dopo il mio ritorno.
Dopo venti giorni mi prese l’ansia. La gravidanza la escludevo con una certezza psicosomatica più solida delle probabilità scientificamente dimostrabili. Provavamo a fecondare il mio ventre da meno di due mesi eppure desideravo già così tanto un figlio da estendere anche a questo argomento la sfiducia verso le possibilità del destino nei miei confronti. Non poteva essere vero perché avrebbe significato che proprio io ero riuscita ad ottenere facilmente qualcosa. Ed era, al momento, poco plausibile come situazione: non disponevo di agiografie affidabili, né nel passato né nel presente.
Mi appariva più veridica l’avvisaglia di una malattia, una cattiva notizia al posto di quella bella. Danilo era certo del contrario, ma rispettava il mio fobico rimandare la decisione del test di gravidanza. A letto poggiava la mano aperta sul mio addome inturgidito da quello che reputavo il gonfiore del ciclo imminente, e sussurrava: «Cosa tieni qua dentro… un marmocchio?» Io aspettavo, immersa in una ondivaga percezione di umidità e crampi, che gemellavo al malessere mestruale.
Mi diedi un termine, il calendario srotolò numeri con serafica sicurezza. Comprai il test, la farmacista mi spiegò come usarlo e dentro il moccolo consumato di una mattina di giugno, mentre Danilo sistemava i piatti in tavola, mi chiusi in bagno e feci diluviare un getto d’urina sullo stick. Trascorsi i minuti prescritti, la sfera rivelatrice del responso si colorò d’un rosa acceso.
Uscii dal bagno tenendo la paletta di plastica vicino al viso, come uno stelo per fare bolle di sapone. Danilo mi guardava in silenzio. Ostentai una goffa padronanza di me: «Secondo il test sono incinta ma mi sa che ho sbagliato.»
Lui rise, sembrava trasognato, uno che sente o vede qualcosa in uno stato d’ebbrezza: «Te l’avevo detto, sei incinta! Mo’ siamo rovinati…»
«No, sai che faccio? Riprovo con il secondo stick».
Ripetei l’operazione, il colore era ancora rosa carico. Tornai in cucina tendendo l’astuccio a Danilo, che stava studiando le istruzioni del test. Scosse la testa: «Qua dice che una è incinta pure se il pallino si colora leggermente di rosa… il tuo è praticamente rosso!»
Io rimanevo marziale sulle mie posizioni, arroccata ad una paradigmatica incredulità. Cedere sarebbe stato un arbitrio inaccettabile, che immaginavo persino passibile di una punizione. «Comunque – chiosai – il test non è affidabile. Domani vado dal ginecologo».
Dal medico, mi stesi sul lettino e divaricai le cosce nelle staffe d’acciaio. La sonda dell’ecografia affondò dentro di me e il ginecologo, con gli occhi fissi sullo schermo, confermò: «Decisamente sì, lei è incinta.»
La notizia era uno scollamento tra il mondo che conoscevo e una inedita realtà che frastornava i miei punti di riferimento. Il ginecologo picchettò l’indice contro il monitor: «Eccolo qua, lo vede? Questo è il suo figliolino».
Era un puntino avvoltolato e poroso, che faceva le capriole su se stesso nuotandomi nella pancia. Stavo spiando il cuore della mia creatura, vivo e pulsante, e una felicità incerta m’invase il petto, in modo quasi opprimente. Niente mi era mai sembrato più bello di quel piccolissimo faro: Amalia brillava sopra un orizzonte scuro e io non sapevo se fidarmi di lei né come imparare a farlo.
Quando rincasai, Danilo esitò. Voleva che fossi io a dire, era imbarazzato da un’inopportunità di parole. Il cambiamento si coagulava in fretta, credevo che la mia fosse semplice fatica a stargli dietro. Ma in realtà avevo paura di non sapere nulla, e anche Danilo. Ci abbracciammo, sentivo il suo fiato sul lobo dell’orecchio, una specie di muggito d’aria. Mi allontanai dal suo petto, lasciando una struttura sghemba di vuoto a separare i nostri corpi: «Non so cosa pensare… cioè, lo sai quanto ci tengo però sono soltanto otto settimane, può succedere…»
«Guarda che mica le cose devono andare male per forza.»
«Per ora non voglio ancora abituarmi all’idea.»
Danilo affondò le mani nei capelli che mi spiovevano sulle spalle, pettinandoli all’indietro: «Come dici tu. Ma non ti stressare. Se non va ci riproviamo subito, pure mo’… »
Quella notte facemmo l’amore centellinando gesti e porzioni di corpo. Io mi scrutavo i seni, la pancia, il confine del pube che sembrava remoto, quasi un emisfero esotico nella geografia fisica che conoscevo. Disarcionai dalle reni di Danilo e mi stesi accanto a lui. Mi teneva la mano: «Sono felice sul serio, sai? Sarai bellissima con il pancione.»
Un bioccolo di luce danzava oltre i listelli della veneziana, il vento che strattonava il lampione giù in strada. Mi girai sul fianco: «Sì, certo. Non scoperemo più e magari mi tradirai»
«Quante paranoie ca’ ti fa’! Dicevi che non eri incinta, che tenevi qualche terribile morbo… e invece tenevo ragione io, ci stava il marmocchino.»
«Non è che gli hai fatto male… prima?»
«Se ho fatto bene a te, è contento pure lui!»

Iniziai a vivere dentro una sospensione, statuendo un’attesa collaborazionista e delatrice, a metà tra gioia concreta e irrazionali fobie. Al lavoro una collega mi aveva sgamata. L’alcolico odore di agrumi e passiti che arieggia tra il nostro ufficio di grafica e pubblicità e il corridoio degli ascensori, dove sono impalati i totem promozionali con i campioncini dei liquori, mi disgustavano, marosi gastrici che fluttuavano dentro lo stomaco. Giulia mi fermò all’uscita dal bagno e non riuscii a negare. «È per la pancia – disse – cambia forma».
A giugno l’estate era già matura, gli abiti svelavano la mia rotondità lasciando gli osservatori nel dilemma di azzardare una domanda che, in caso di risposta negativa, si sarebbe trasformata in una gaffe sul peso. A metà pomeriggio uscivo per camminare un po’, Danilo mi raggiungeva e facevamo un giro, “noi tre” diceva lui. Amalia non ci dava retta, neghittosa nella sacca di carne e tessuti dove stava espandendo la sua dimora.
Due settimane più tardi in ufficio la cosa era trapelata ad un gruppetto sulla cui discrezione non ero certa di poter contare. Raccomandavo a tutti la riservatezza e loro mi guardavano il ventre convesso e sorridevano: «Guarda che non è mica più tanto segreto…»
Per il periodo di gestazione la mia pancia era già prominente, un’isola autonoma nel corpo che sarebbe rimasto esile fino al termine del tempo. Amalia scardinava le regole: non mi dava più le nausee e ostentava i suoi centimetri come un arco pronto a scoccare, scimmiottando la morfologia di un ventre abitato da un feto maschio. La mia bambina demoliva le tradizioni per spiazzare quelli che qui leggono le gravidanze quasi fossero stregoneschi fondi di caffè.
La vescica mi schiacciava l’utero, urinavo sempre con un misto di sollievo e timore. Una mattina trovai una sfumatura rosa nella carta igienica. Le lacrime mi annebbiarono la vista come pioggia subito furibonda, temporalesca. Ero una sfollata, la metà superiore del pigiama che copriva appena la nudità dell’inguine, la vagina che sentivo umida di quelle gocce di sangue che forse provenivano dal mio bambino, odorosa di ruggine. In quello stato incrociai Danilo sulla porta del bagno e continuai a piangere tremando.
Lui mi condusse verso il divano, adesso singhiozzavo forte. Gemevo parole lucide, un delirio cosciente: «L’ho perso, l’ho perso… »
Danilo mi stringeva le spalle, il repertorio consolatorio, già liso e avventizio di suo, era totalmente sguarnito: «Calmati… dài. Chiamiamo il medico, magari è solo…»
«No, no. Se c’è sangue hai abortito, lo sanno tutti».
Mi liberai dalle sue mani e localizzai il cellulare sul tavolo del soggiorno. Quando Chiara rispose, dissi tutto d’un fiato: «Ho perso il mio bambino!»
Tranne Danilo e i colleghi che mi avevano estorto la notizia, della gravidanza sapeva soltanto Mirko. Annunciargli che ero incinta trasgrediva insieme l’intero decalogo delle mie scaramantiche norme di prudenza imbastite per evitare il botto di una delusione. Era felice e io non ne dubitavo. Nessun imbarazzo, la nostra consanguinea comprensione era sigillata in un’ampolla infrangibile, al sicuro dalle debolezze e riusciva ad essere persino capziosa quando c’era di mezzo la felicità di uno dei due. Per un attimo avevo pensato che se la gravidanza non fosse andata avanti lo avrei deluso. Avrebbe sofferto insieme a me e io non ero mai stata in grado di trattarlo, il suo dolore. Nello stesso tempo dividere con Mirko la mia trepidazione mi era parso un segno propizio: lui fungeva da talismano, la forza positiva che avrebbe neutralizzato le avversità.
Chiara invece non sapeva nulla. Al telefono la sua voce s’intenerì, a dispetto del dramma che le stavo paventando sentivo una tonalità ilare: «Tesoro… sei incinta? E non mi hai detto niente!»
Tirai con il naso. Mi ero rifugiata in camera da letto, mi sembrava che fossimo vicine, lei a carezzarmi il dorso della mano come fa un’amica quando ce l’hai accanto in carne e ossa: «Non te l’ho detto perché volevo aspettare… però adesso è finito tutto…»
«Ma perché? Che è successo?»
«Ho perdite di sangue… ho perso il bambino». La voce storpiò nuovamente nel pianto, Chiara era parca d’emozioni, come richiedeva la situazione e la sua competenza di madre di tre figli.
«Ma che c’entra, piccola, certe volte succede… ora devi chiamare il medico e fare una visita. Però calmati, vero il guaio lo puoi fare se non stai tranquilla.»
Meccanicamente mi stesi sul letto. Non muovevo un muscolo, il materasso era un tavolo d’obitorio o la corrente di un naufragio che stava ritornando a riva. Il braccio che reggeva il cellulare era rigido, un crampo mi mordeva il polso: «Tu dici…?»
«Ma sì, una che conosco ha avuto perdite fino all’ottavo mese».
Mi leccai una lacrima all’angolo della bocca: «No, ma tu lo dici per consolarmi.»
«Ora chiama il medico e tranquilla, capito? Fatti portare subito in ospedale, poi mi chiami e vedi che va tutto a posto.»
Annuii come se lei potesse vedermi. Mi parlava all’orecchio, era una nenia e avrei voluto dormire, rimandare l’azione che poteva smembrare gli eventi: dal prologo all’epilogo, saltando le altre tappe, interrompendo la natura e trasformandomi in un vegetale su cui altri avrebbero eseguito gli opportuni accertamenti. Vigile materiale autoptico, solo questo.
Monetizzavo il tempo, la logica era pura merce pecuniaria su cui potevo esercitare un controllo. E Mirko, Chiara, erano l’incantesimo che sfatava il maleficio. Chiara che anticipava il futuro: «È bellissimo, tesoro. Neanche te ne accorgi e hai il bambino tra le braccia.»
E Danilo, che restava fuori dal campo minato, non sconfinava nel mio terrore di una scia purpurea vaporizzata nelle mutande come innocente inchiostro colorato, un’esperienza familiare al mio corpo per ricorrenza mensile e che all’improvviso diventava nemica, neoplasica. Danilo che non entrava in quel recinto di silenzio eretto sul detonatore che mi aveva fatta uscire dal bagno mezza nuda, l’unico decorso possibile di quell’imponderabile reazione, qualcuno che scappa da una calamità e poi capisce che non serve a niente, deve rimanere fermo nella sua stessa marcescente paura. Non entrava ma c’era, e anche lui recitava le formule magiche per farmi smettere di sanguinare e salvare il nostro bambino.
Le perdite non aumentavano, l’assorbente segnalava solo macchioline rosa simili a orme lasciate da una colomba. Il ginecologo non mi fece passare dal pronto soccorso, dovetti aspettare in reparto la fine di un cesareo. Danilo mi lasciò da sola. Troppo penosa la trafila del turno da sostenere in quel mutismo che sedava parole rischiose, che poi non si potevano rimarginare. Le sue ragioni erano tagliate con l’accetta, come al solito: «Tanto sto a casa, se hai bisogno mi chiami e ci metto un attimo».
Lo vidi allontanarsi nel corridoio del reparto: il profilo scuro e ciondolante tra le pareti color arancio e vaniglia della maternità, il riflesso delle sue gambe sul pavimento che si sporcava nella fuliggine dell’ombra.
Accanto a me c’erano una signora sui sessant’anni e una giovane con un pancione esuberante, probabilmente madre e figlia. La signora stava scartando un pacchetto di gomme alla menta e sporse verso di me la scatola sfrangiata di righe verdi: «Ne vuoi?»
Scossi la testa: «No, grazie.»
Lei infilò un confetto in bocca: «Di quanto tempo sei?»
Strinsi le mani in grembo. Volevo rimpicciolirmi, fingere di non aver sentito come se la domanda potesse menare gramo: «Dieci settimane… ma ora ho delle perdite, non lo so che cosa sta succedendo.»
Quando il ginecologo si affacciò dal portone della sala parto, il camice verde, la mascherina attorno al collo e gli zoccoli bianchi con i fori ingrigiti, la signora mi sfiorò il braccio: «Vai tu.»
Il medico eseguì asetticamente l’ecografia, mi domandavo se la sonda sarebbe stata pericolosa o se non c’era ormai niente da salvaguardare. Durò meno di un minuto, l’immagine si disegnò con chiarezza sullo schermo. Il ginecologo spiegava con routine didattica: «La gravidanza procede, dev’essere un fatto urinario. Le darò un antinfiammatorio.»
Guardai il cuore della mia creatura che pulsava ostinatamente sul monitor ed era più grande dell’ultima volta, un granello balzellante che si limitava a vivere, ignorando le mie ansie. Dopo quell’allarme sventato non ebbi più problemi ma il momento in cui, stemperata l’angoscia, vidi Amalia sullo schermo, non lo dimenticherò mai. Iniziò allora la certezza. Stavo diventando madre, niente avrebbe fermato l’inesorabile cantiere edificato nel mio corpo. Introiettai la mia nuova condizione e lo feci senza Danilo.
Non saprei dire quanto tempo fossi rimasta prima davanti alla sala parto e poi in visita. Sul cellulare c’erano due chiamate di Chiara. E Danilo stava lì, ingobbito dall’inedia, accanto alla guardia giurata che presidiava l’entrata del reparto. L’infermiera che mi aveva fatto firmare il foglio dell’ecografia si fermò davanti a noi, trascinando una busta di plastica panciuta di scorie ospedaliere. «Tutto bene?» Abbassai il capo per dire sì. Aveva capelli di quel color rame artificioso delle tinture dozzinali: «Io ne ho tre. La prima volta è normale ca’ ti spagni, ma poi passa. Poi ti senti forte… io al nono mese guidavo con una panza così!» Mimò la sporgenza di un arco.
Si battè una mano sul fianco, ora guardava Danilo: «E tu che fai? Abbraccia ‘a moglièreta, che va tutto a posto!»
Uscimmo senza parlare, bastavano i corpi allacciati che propagavano calore spurgando via tutta l’ansia. Allora bastava soltanto questo.

Volevo temporeggiare ancora un po’ prima di parlarne a mamma. La congiuntura era propizia: si era messa in pensione, senza la scuola avrebbe potuto dedicarsi a me e il nipotino. Ma dovevo trovare il modo giusto.
Ambra lo sapeva già, la confidenza, come sorella e medico, si era smagliata da una conversazione al telefono, io sul balcone dell’ufficio a scaldarmi la nuca con la mitezza di un tramonto filtrato dalla collina che fascia Ramuto, lei dottoressa in una Asl a centinaia di chilometri, nella sua neofita residenza settentrionale da emigrata.
Mamma e papà arrivarono sabato, per una delle loro visite programmate alla figlia che lavora fuori. Rispetto ad Ambra avrei sempre beneficiato della franchigia corregionale tra Pomeria e Ramuto, per noi anche un semplice pranzo domenicale insieme era di facile pianificazione.
Il farmaco prescritto dal ginecologo per le perdite aveva risolto la questione lasciandomi in cambio pesanti fastidi intestinali. Ero nervosa per i fantomatici effetti di quella dissenteria sulla gravidanza, il pranzo – quella volta aveva provveduto mamma sollevandomi dall’incombenza – era rovinato.
Danilo accompagnò papà a prendere il caffè al bar, noi due restammo sole a casa. Mamma mi pizzicò il mento: «Ehi, ma per davvero ti scanti di ‘sta fissarìa?»
Aveva detto così, proprio quelle stesse parole, una volta che s’era ferita alla testa impattando con lo spigolo del pensile sopra il lavandino, nel bagno di Pomeria. Mi ero munita di cotone idrofilo e disinfettante, lei stava seduta sull’angolo della vasca, teneva i due indici a dividere i capelli per scoprire la parte di cranio lesionata. Non ho impressione del sangue, eppure mentre tamponavo con la pallottola di cotone ebbi un capogiro. Sentii un flusso bollente avvamparmi le orecchie, la pressione come la botta in un punchingball delle giostre, aloni dentellati di luce che offuscavano le mattonelle e il profilo scuro di mamma, accovacciata all’altezza del mio petto con la pelle snudata tra le dita, imbevuta di un rosso rugginoso. Il suo sangue emanava qualcosa. Lei sorrise. “Ornella, ma davvero ti ‘scanti di ‘sta fissarìa?”
Adesso abbracciai le ginocchia, la testa nascosta in quella fortificazione improvvisata, come una bambina. Mamma incalzava: «Pure Danilo, maricchièddu, gli facìsti lavare tutti quei piatti…»
Ributtai il corpo indietro, le terga rilassate che aderivano alla stoffa del divano. In un gesto rapido che non ebbi il tempo di prevenire, lei stese la mano a sculacciarmi la pancia: «E questa? ‘Ngrassàsti.»
Strisciai all’indietro sul sedere, respingendola: «Un po’ l’ho sempre avuta.»
«Ma quando mai.»
Mamma si alzò, diretta alla scaffalatura dove io e Danilo tentavamo di stipare i nostri libri in un’impossibile autarchia delle opzioni offerte da un bilocale ammobiliato. Si mise a scorrere i titoli allineati: «Cosa mi posso pigliare da leggere sul treno? Ma non quei libri astrusi vostri, per carità!»
Ricordai l’annuncio alla suocera, con Danilo che aveva ammiccato verso di me: «L’hai vista, Ornella, che tiene la panza?».
Ma immettere questa cosa nella mia famiglia era un’altra faccenda. Finalmente presi a parlare mentre mamma ancora armeggiava con i libri, perché le vedevo la schiena, era un compromesso ottimale tra la necessità improrogabile di dirle tutto e la nostra intimità a cottimo, erogata solo nel fragore contingente delle mie tempeste sentimentali ma mai realmente dispiegata in un vero rapporto. «Senti, mamma… non sono ingrassata. Sono incinta.»
Si girò a guardarmi, aveva il viso sbiancato, una maschera tirata sopra la faccia ordinaria e placida di poco prima. Su quella superficie leggevo attonimento, biasimo e piccole onde di autentica furia. Come se lei stessa avesse sospettato la verità per poi ricacciarla dentro una coesa fiducia nella mia avvedutezza, sicura che altrimenti non me l’avrebbe perdonato. Tentò di allontanare ancora la prospettiva: «Ma hai fatto un test… te l’ha detto il medico…?»
Erano le sue staffilate di senso pratico, con le quali mi sobillava umiliando la totale assenza del mio. Trattarmi come un’idiota incapace persino di accertare una gravidanza, smentire la mia ennesima insurrezione – quella estrema e senza via di ritorno, la maternità, una nuova famiglia – sgretolandola sin dalla tangibilità delle premesse.
Sospirai: «Sì, mamma. Ho fatto il test e due ecografie.»
Lei taceva, io rimanevo a fiutare l’anatema in arrivo. Ma la stanza era un mortaio, volevo essere io a colpire, triturare la nostra ostilità e polverizzarla una volta per tutte: «Grazie mamma, sei davvero felice per me, davvero! Mica mi aspettavo i salti di gioia, però così… è uno schifo!»
«E che cosa vuoi che dica?»
«Di solito un bambino è una bella notizia.»
«Certo, tu pensi al bambinello. E io pure, io penso a come campa poi ‘sto figghiòlo. Ti rendi conto della responsabilità che ti sei presa?»
Cingevo la circonferenza del ventre, inviavo un messaggio di fumo al bambino, perché mi spalleggiasse: «È perché non siamo sposati, è questo che non ti cala giù.»
«Tu lo sai come la penso, ma non mi sono mai impicciata nelle tue cose. Non ti vuoi maritare, l’abbiamo capito».
«Però ora, con un figlio, le critiche della gente… giusto?»
Si appiattì i capelli, la mano tornò indietro alla fronte, come per saggiare una febbre: «Maritati o no, come la crescete ‘sta criatura? »
Sollevai un sopracciglio: «Guarda che mica stiamo all’elemosina. C’è gente che campa famiglie con molto meno.»
Ma mentre lo dicevo lei mi aveva già plagiata. E mi sentivo un’irresponsabile, una specie di hippy deficiente che vuole educare i figli a vagare seminudi o vestiti di stracci, beccarsi le peggiori infezioni e venire su denutriti.
Mamma incalzava: «E lui adesso intende trovarselo un lavoro normale?»
Alla fine ci eravamo arrivati. Quella rarefatta recriminazione, sottintesa da sempre tra Danilo e loro, veniva a galla come un divario definitivamente incolmabile. La mia inadeguatezza amorosa che amputava ogni calcificazione di ossa e legamenti utili a tenere insieme qualcosa. La loro perfezione che non avrei mai potuto eguagliare.
L’unica parola che mi viene in mente per definire quello che provai è vergogna. Sentivo un serramanico alla gola ed era l’impatto sdegnoso di quando mamma urtava la mia vita. La spirale vessatoria con nonna Laura ci aveva inculcato, a me e Ambra, l’idea di doversi accontentare. Pensai che ogni evento subìto – al lavoro, in amore – avesse la genesi in quell’educazione alla supineria. Chi ci riusciva si emancipava. Ma dovevamo razionare i nostri sogni come in una carestia: i miei erano sempre troppo ambiziosi. Se mi spostavo dal lotto che mi era stato assegnato, sarei stata classificata tra le bestie pericolose e prima o poi qualcuno avrebbe eseguito la necessaria soppressione.
Tra me e mamma era una divergenza rodata. A quindici anni minacciavo di abbandonare la scuola e partire per l’Inghilterra dove avrei vissuto da bohemienne lavorando al bancone di un pub. Poi, con Mirko e nei nostri interludi, c’era stato l’amore sempre scorretto, sempre sull’orlo di una pandemia. Ogni volta finivo per fare ammenda, sconfitta dall’evidenza dei fatti. E a me sembrava un marchio ignominioso al quale però dovevo la sopravvivenza, simile al morso di una sanguisuga che ti ha guarito da un male incurabile. Mi sono accollata la condizione del pietismo, e inventare una realtà alternativa a un certo punto aveva smesso di essere il rimedio. A un certo punto, semplicemente, potevano vederlo tutti come vivevo. Lo sguardo di sufficienza di mia madre lo trovavo ricalcato nella gente, e, come mi aveva insegnato lei, reiteravo la mia litania di rassegnazione, almeno fino a quando avrei potuto dimostrare il contrario.
Quel pomeriggio, di fronte all’eloquente mutismo di mamma – se faceva così era peggio, un giudizio disidratato, come se lei mi graziasse dalla nerbata delle parole – il mio pudore era di nuovo violentato. A trentun anni dovevo sentirmi ricordare che avevo sbagliato ancora. Per lei non valevo niente. Avevo scelto un uomo che non poteva essere marito né padre, io stessa non ero all’altezza del ruolo che essudava dalla mia pancia. Per mamma mi ero limitata a mettere all’opera la fertilità, un corpo che correva a perdifiato senza testa, come quelle ragazzine che scopano per darsi arie da donna e si ritrovano gravide e inguaiate. Con l’aggravante che io quel figlio lo avevo cercato, e per questo ero più incosciente.
Respirai a fondo. Un attimo ancora e avrei potuto sbriciolarmi. Ebbi paura per il bambino e realizzai che ero sola. Svaporato l’entusiasmo, Danilo non riusciva ad interagire con la mia maternità già conscia e adesso pure la famiglia sfuggiva corrosa dalle dita, era un adesivo slabbrato che s’arriccia e non si fa prendere, separandosi dall’originaria pellicola.
Lo scrocchio della chiave ci zittì congelando l’acredine che stava appestando la stanza. Con Danilo e papà la scansione di quella giornata fu restituita al suo simmetrico equilibrio. Quando fu ora di andare alla stazione si sistemarono e mi baciarono – papà le labbra, mamma sulla guancia – prima di uscire con Danilo, che li avrebbe accompagnati al treno.
Davanti alla nostra cena infrasettimanale a base di toast preparati da lui – una delle ultime, prima che la dieta sabbatica della gravidanza separasse i pasti casalinghi – gli raccontai lo scontro dissanguato e infecondo con mia madre. Il soggiorno esalava il pizzicore del pane abbrustolito, Danilo fingeva d’essere evasivo ma sapevo dove voleva arrivare. «Lasciali perdere, con il bambino ce la vediamo noi».
Frasi così, piccoli aculei aizzati contro quella porzione di vita affettiva da cui era escluso, il mio nocciolo che si ritraeva nella polpa cedevole dove però lui non poteva né voleva scavare con le unghie.
Con mamma la pace fu fatta in una torrida serata estiva delle mie ferie prolungate a Pomeria, l’amore in pausa perché Danilo faceva il pendolare. L’obolo era una copertina ricamata a maglia: lei mi mostrò una rivista illustrata di culle, peluche e tessuti pastello. Disse: «Scegline qualcuna che ti piace.» Rividi la sua abilità ai ferri, i cappellini e le sciarpe della mia infanzia. Una volta mi c’ero anche messa d’impegno ma non avevo mai imparato. Così sfogliavo la rivista e le coperte erano magnifiche, tutte: mi sembrava una redenzione, la possibilità di scegliere la bellezza per mia figlia, in modo illimitato. Senza dover mercanteggiare, senza debiti. Da tempo ero disabituata ai doni, quella gratuità significava che qualcuno teneva a me e quella volta non c’era bisogno di pagare.

La statuizione ufficiale dell’attesa coincise con la prima visita alla Prenatal, dove mi battezzarono con carte punti e diari informativi sulla gravidanza. Comprai due reggiseni comodi, mutandine a vita bassa e una crema elasticizzante, in omaggio la commessa infilò nella busta un paio di calzini rosa.
In bagno appesi la tabella delle settimane di gestazione ad un’anta del mobiletto sopra il lavandino. Il nostro contachilometri, mio e del bambino, iniziava a girare e dovevamo mantenerci nei limiti di velocità come coscienziosi automobilisti.
Le giornate si stratificavano nell’assuefazione a nuovi rituali. Diluivo lo stress della vita precedente, che già mi sembrava accaduta altrove, non in quel corpo indenne. Rispettavo un’alimentazione spartana, facevo lunghe passeggiate ed esercizi di stretching, leggevo, per me e il bambino. Cose come recitare a voce alta e a puntate “Alice nel paese delle meraviglie”, ma pure svegliarmi alle tre di notte per vedere un astruso film di Kim Ki-Duk in coreano con i sottotitoli. Al lavoro entrai subito in congedo: nessuna imposizione, seguivo soltanto il flusso delle esigenze fisiche e spirituali. Decisi di non sottopormi ad esami invasivi. L’età mi consentiva di guadare l’amniocentesi, sebbene non l’avrei fatta comunque. Mi rimpinzavo di informazioni mediche sulle conseguenze del prelievo, sapevo che in una piccolissima percentuale poteva indurre l’aborto. Ma per me c’era pure una sotterranea ingestibilità, che andava oltre le paure. Avevo una certezza: non sarei riuscita ad interrompere la gravidanza di un bambino malato. Saperlo in anticipo non cambiava le cose. Volevo mio figlio così com’era, questa fiducia la consideravo il primo, dovuto atto d’amore.
In quei mesi mi occupavo anche della casa e cucinavo per qualche sporadica cena con gli amici. Le paturnie ansiogene ormai allentavano la presa mentre la pancia si gonfiava come un mappamondo d’infinite possibilità. Era una resa incondizionata delle paure, procedevo ad oltranza e la solitudine erompeva con orgoglio, dentro uno stato di grazia selvaggia. Danilo reagiva con discontinuità. Poteva vezzeggiarmi preparando sorprese ricreative – riposanti giochi da tavolo, Lego che innalzavano astronavi e rampe di lancio per razzi spaziali – o rinchiudersi nell’ostracismo verso la mia elettiva gravidanza. Certe volte discutevamo per cose che di solito, in una coppia di futuri genitori, sono motivo di gioiose fantasticherie. Sul nome femminile – Amalia, fino all’ultimo in tenace ballottaggio con Camilla – eravamo stati subito d’accordo, per un maschio non gliene andava bene una. Baruffavamo su un Simone che a lui ricordava gente odiosa, un Federico che associava a cinefilie snob, uno Jacopo che sarebbe apparso come una copiatura, perché già nell’anagrafe del figlio di un amico.
«Se lo chiamiamo come te, ti piace?», proponevo io.
«Non male… ma non lo so, poi decidiamo».
«Magari non l’ultimo giorno, se riesci a concentrarti su questa cosa» replicavo, ed ero ironica come chi sa di avere un vantaggio sull’interlocutore.
La sua emotività sempre sul punto di un incompiuto disgelo e poi nuovamente preservata nel suo letargo, per me era un enigma. Non voleva che io me ne accorgessi, ma lo seccava il fatto di non riuscire a sentire i movimenti del bambino. Un sincronismo impossibile: poggiava la mano sulla mia pancia e Amalia restava immobile, mentre pochi secondi dopo, sollecitata dalle mie carezze, si agitava. Quando la sua attività era evidente – una curva che ondeggiava increspandomi la perfetta circonferenza del ventre – si avvicinava sospettoso, poi cedeva alla tentazione: «Sono io, paparotto… ue’, tu… » E di nuovo niente, Amalia giocava a nascondino. Immersa lì dentro, remota d’acqua, sangue e carne, era una dispettosa estranea, i suoi cromosomi erano irritanti e alieni.
L’indivisibile consapevolezza tra me e la bambina lo escludeva da qualcosa di primigenio. Da quando sapevamo che era femmina, commentava: «Povero me, con due donne… se piglia da te qua esco ciòto!»
Non me la prendevo mai più di tanto, irradiata da una sconosciuta e potente superiorità. Assaporavo l’autostima che nonna Laura e quegli altri avevano soffocato, e gliela buttavo in faccia. Danilo non poteva capire, spesso mi delegittimava di proposito. Lo faceva se il mio umore influenzava quello della bambina. Come quando mi distraevo dal pensiero della pancia per qualche altro interesse – soprattutto scrivere i miei pensieri – e lei mi puniva scalciando con stizza, o peggio sdegnandomi raccolta in una silenziosa fissità. Dicevo “abbiamo litigato” o “abbiamo fatto pace” e Danilo minimizzava: «Sono stronzate che t’inventi tu. Quella si fa i cacchi suoi e si frica di noi»
Rispondevo a tono: «Ma che ne sai? Sta dentro di me e infatti tu non capisci niente.»
Il sesso tra noi era una fune tirata allo spasmo. Il pancione non aveva affievolito il desiderio, anzi. E Danilo sapeva che continuavo a piacere agli uomini: ne riceveva conferme da sguardi o allusioni, da qualche messaggio premuroso di amici che s’informavano sulla gravidanza lasciando socchiusi spiragli di galanteria da approfondire dopo il parto.
Da parte mia, lo stuzzicavo. Mentre lui era fuori Ramuto per la Fondazione, incontrai un giovane regista che voleva lavorare con me alla sceneggiatura di un cortometraggio. Quello fu spudorato, confessandomi che incinta lo eccitavo parecchio e tentando, senza risultato, di sedurmi. Con Danilo non facevamo l’amore da qualche settimana, separati dalla mia eccessiva osservanza alle esigenze del pancione, tra cui il trionfale sonno che mi vinceva subito dopo i pasti serali. Gli raccontai del regista e lui ne fece un punto di ripicca: «Come… gli altri ti vogliono e io che la tengo in casa, niente?»
Ovviamente il dovere coniugale era piacevole anche per me. La passione, e forse certi indomabili feromoni fuori controllo, non consentivano previsioni. Poteva finire nel sesso una seduta di massaggi assegnata come compito a casa dalle ostetriche del corso pre-parto. Potevo sentire in piena notte le sue dita che circumnavigavano il ventre e scendevano negli slip, e poi ritrovarmi a scalargli i fianchi e sentire il turgore del pene competere con il feto per colmarmi.
Il pancione era bello. Me lo dicevano al corso, o per strada. Proporzioni e linee in totale armonia, la baldanza accentuata dal peso mantenuto stabile nel resto del corpo. Due bambini incontrati al panificio fissavano attoniti quell’ingombrante appendice che a loro sembrava una deformità, davanti alla quale però gli adulti sorridevano. Per una volta si poteva guardare da vicino una diversità senza essere rimproverati, persino azzardare di toccarla per capire che effetto faceva. Gli occhi del ragazzino più piccolo m’indagavano sfacciati, sconfitti dall’incapacità di svelare un segreto che attorno conoscevano tutti.
Danilo mi fotografava nuda, approntando un album sbocconcellato dalle frequenti interruzioni per fare sesso. Ma alla fine la profezia del pancione immemore avrebbe colpito anche noi. Per un motivo o l’altro, quasi nessuna donna conserva immagini della gravidanza. Forse è un’inconscia penitenza, la subliminale virtù dell’utero fecondo che non può celarsi ma neppure va esibito come trofeo. Fatto sta che dopo la nascita di Amalia, papà, armeggiando con la digitale, avrebbe cancellato le foto registrate e la mia pancia gravida – il modo in cui fioriva compatta sopra il pube e s’adagiava sotto l’ombra del seno – adesso è un ricordo che stingerà lentamente.
Nonostante allora avessi tre anni, non ho alcun ricordo di mia madre incinta di Ambra. Lo constato come un segno del tempo, un’incipienza di vecchiaia: sono già passati troppi anni dalla mia infanzia.

Le stagioni si davano il cambio e io giacevo entropica nel tempo, pervasa da una naturale passività agli eventi. Nel nostro bilocale apparivano invadenti folletti, la roba di Amalia che germogliava tra la camera da letto e il soggiorno, miniaturizzando lo spazio. All’inizio comprare le sue cose mi metteva in agitazione, come se fosse un azzardo blasfemo, l’onnipotente costruzione di un mondo su misura che si componeva sulla fiducia. Una colonia che non si sapeva se e quando sarebbe stata abitata. Questa reticenza apparteneva al repertorio di paure storicizzate delle donne incinte: ti venivano in mente quei film dove i genitori arredano la cameretta e poi il figlio lo perdono o nasce con qualche grave malattia. A marcare il territorio per primo era stato un biberon nanetto della Chicco, di quelli per le tisane. In cucina aprivo l’anta del pensile e mi disintossicavo con il veleno dell’aspettativa, una dose al giorno. Poi erano arrivati il fasciatoio e la carrozzina imballata nella sua scatola di cartone, i flaconcini di bagnoschiuma e shampoo, i pannolini taglia zero, le creme per il cambio, le tutine. I volumi ospiti si spintonavano nei trentacinque metri quadrati dell’appartamento e conteggiavano altre scadenze, altri obblighi inevasi e morosità. All’ottavo mese ero concentrata sulla gravidanza e la ricerca di un’altra casa si era sfilacciata dopo un paio di tentativi.
C’era stato un momento in cui avevo anche pensato di comprare ma avevamo realizzato subito l’inaccessibilità di un mutuo.
Danilo era disinteressato all’argomento, ligio al senso di precarietà che coriaceamente difendeva dalle infiltrazioni nell’intercapedine dei sentimenti. La casa era diventata un ideale spiato per la strada o sulle riviste di annunci. Un sogno che forniva l’alibi per la mia pigrizia, e la prospettiva di espormi ad un nuovo fallimento. Ma sapevo che avrei dovuto pensarci. Quel tripudio di orsetti e disegni colorati nell’impersonalità del nostro arredamento me lo ricordava ogni giorno, tallonandomi.
In quel periodo morì nonna Laura, ma io non vedevo ancora quella biblica pietra angolare lanciata a rotolare tra il passato e il futuro.

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11 Risposte to “Cecilia Musella, “Linea della vita”, 2”

  1. Fogerty Says:

    Mah! Non mi entusiasma questo genere di scrittura. Mi sembra quasi un esercizio autoanalitico, una lista della spesa della Sora Cesira. Magari poi decolla verso vette inusitate. Finora leggo diarismo.

  2. manu Says:

    esce fuori di tutto da questo che fogerty chiama esercizio autoanalitico. ne ho letto solo mezzo rubando del tempo ad altro ma a me incuriosisce molto. scrittura che rimane cristallina. ardito l’accostamento dei pezzi musicali sentiti in radio, in macchina, è una cosa che ho sempre pensato essere pericolosa in una storia, a volte di troppo, ma non so spiegare il perchè

  3. Giulio Mozzi Says:

    Fogerty, a me l’ “esercizio autoanalitico” e la “lista della spesa della Sora Cesira” sembrano due cose molto diverse: perciò faccio fatica a capire che cosa tu intenda dire affiancando queste due espressioni. Così come non mi è chiaro che cosa tu intenda per “diarismo”.
    Puoi provare a esplicitare un po’?
    Grazie.

  4. Livia Says:

    Ho letto con piacere queste prime due puntate. Una scrittura attenta al corpo, capace di restituire con abilità ogni sfumatura. Interessante il tema della casa come ricerca d’identità. Meno riusciti trovo i dialoghi, l’uso di un registro colloquiale e regionale si scontra con la lingua usata nel resto della narrazione.

  5. Fogerty Says:

    @Giulio Mozzi
    Semplicemente, la parte di testo letta, mi sembra un diario con
    annotazioni minuziose di vita (autoanalisi), manca solo la durata delle poppate al giorno.
    Quanto alla Sora Cesira, ho immaginato la stessa scrupolosità nel fare, appunto, la lista della spesa al posto della cronaca (quasi) minuto per minuto della propria esistenza.
    Ho premesso che questo genere di scrittura non mi attira (gusto personale), indipendentemente dalla perizia o meno dell’esecuzione.
    Tengo a precisare che ogni ‘genere’ ha la sua dignità. Alla lista della spesa, tra le altre cose, ha dato lustro Umberto Eco con
    “Vertigine della Lista”, per cui non è affatto un genere da disprezzare.
    Vittorio Gassman riusciva persino a recitarla, la lista della spesa,
    e con una certa autorialità.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Grazie, Fogerty. Ho capito.
    Continuo a pensare, peraltro, che “lista” e “analisi” siano non sovrapponibili, ma son fisime mie.

  7. Antonio Says:

    Non sono mamma e non sono nemmeno padre, posso capire però che chi ha vissuto questa esperienza non potrà facilmente dimenticarla e forse non se la toglierà mai dalla testa, capisco quindi che ci sia anche qualcuno che abbia voglia di raccontare la propria esperienza ed ovviamente anche che ci siano dei modi interessanti per descriverla e narrarla, ma quando una storia di amore filiale si trasforma in teoria e pratica dell’allattamento, allora forse non siamo più nell’ambito della letteratura, ma in un qualcosa che prescinde dall’arte, e sconfina più nel diario, ma forse la stessa autrice ne ha fatto un accenno facendo parlare il personaggio principale che racconta in prima persona, allorché fa riferimento alla necessità di fissare dei momenti vissuti e delle immagini che alla lunga potrebbero sfuocarsi e persino rischiare di scomparire per sempre.
    Bene, se è questa la concezione della letteratura di Musella, mi può anche andare bene anche se non la condivido, ma se devo giudicare da questa seconda puntata il suo romanzo, beh, sta cominciando a deludere e a diventare anche un po’ indigesto, ma ho fiducia in G. Mozzi, se ha deciso di farcelo conoscere ci sarà più di una ragione e a questo punto non mi aspetta che leggere il resto del romanzo

  8. manu Says:

    annotazioni minuziose di vita (analisi) e cronaca minuto per minuto della propria esistenza (lista) implicano un esito, secondo me, caratterizzato da un seppur minimo distacco da quanto narrato o elencato.
    qui le parole SONO le cose. espressioni come ‘tasto una carne vuota con alopecie di spessore’ o ‘inettitudine del seno’ non danno tregua, abitano lo stesso istante, tutto è assorbito nella lingua.
    è creazione. io lo sento così.

  9. Antonio Says:

    “Avevo una certezza: non sarei riuscita ad interrompere la gravidanza di un bambino malato.”
    Una domanda-curiosità:
    Giulio, mi piacerebbe sapere se, ed eventualmente in che misura, questa frase ha pesato nella decisione di pubblicare il romanzo di Cecilia?
    Grazie.

  10. Giulio Mozzi Says:

    Tanto quanto tutte le altre frasi che compongono il romanzo, Antonio.
    (Ovvero: non è che sostengo un’opera perché mi riconosco nei vissuti fittizi di un personaggio o con le opinioni che questi esprime – da non confondersi con i vissuti e le opinioni dell’autrice o autore reale).

  11. Antonio Says:

    ok grazie

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