Qualità (appunti)

by

di giuliomozzi

L’intento di questi appunti scritti in fretta per un articolo (più che un vero e proprio articolo) è: lodare l’iniziativa della “classifica di qualità” di Pordenonelegge/Dedalus.

Questi appunti vanno letti in relazione con l’inchiesta in corso da parte di Nazione indiana, La responsabilità dell’autore, al mio articolo Otto domande a nazione indiana (in calce al quale c’è una discussione interessante; e vedi anche l’articolo di Massimo Adinolfi Dieci, otto, una (domanda)).

Leggiamo:

Sono molti anni che Alberto Arbasino invoca un coefficiente di qualità con cui ordinare delle classifiche, fra i libri, alternative a quelle di vendita. Come mai alberghi e ristoranti si misurano a stelle (o a forchette & cappelli) e per qualcosa di almeno altrettanto nobile come i libri contano solo ed esclusivamente i dati di mercato? È come se il ristorante migliore venisse considerato McDonald’s. Fino a qualche decennio fa esisteva una “società stretta”, per dirla con Leopardi: una comunità di lettori che sapeva quali fossero le opere da leggere. Oggi non è più così; è venuta meno qualsiasi proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità. È da molto tempo che il successo (o l’insuccesso) nelle vendite, di qualsiasi “prodotto culturale”, sembra azzerare ogni discussione sul valore delle opere d’arte, nonché addirittura sui contenuti – gli stili di vita, le visioni del mondo, le aspettative di futuro – che da sempre esse veicolano. Se l’unico parametro di misura si riduce al mero strapotere del mercato, quello della letteratura rischia davvero di ridursi a un ruolo ornamentale.

Con queste parole cominciava (vedi qui), nell’aprile del 2009, la “dichiarazione d’intenti” con la quale Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Gudio Mazzoni (d’ora in poi: “i proponenti”) davano il via alla “classifica di qualità” di Pordenonelegge/Dedalus. L’intento di questo articolo è: lodare tale iniziativa. Il metodo adottato è: la spiegazione dell’ovvio.

Vediamo dunque cosa dice la dichiarazione d’intenti.

Nomi

La dichiarazione contiene tre nomi: Alberto Arbasino, McDonald’s, Giacomo Leopardi. Di Arbasino i proponenti accolgono la proposta: quindi si pongono nella sua scia. McDonald’s è presentato come esempio di cattiva qualità: quindi i proponenti si pongono in opposizione ad esso.
L’opposizione, mi permetto di immaginare, non è tanto tra la “buona qualità” dei libri di Alberto Arbasino e la “cattività qualità” dei panini di McDonald’s: è tra la non-standardizzazione dei libri di Arbasino e la standardizzazione dei panini di McDonald’s; tra gli “stili di vita” dei lettori di Arbasino e gli “stili di vita” dei mangiatori di panini di McDonald’s; tra i luoghi nei quali si muove Arbasino (salotti, sale da concerto, teatri ecc.) e i luoghi nei quali si trovano i negozi di McDonald’s (piazzali di stazione, angoli di tangenziale, centri storici turisticizzati ecc.) e la gente che frequenta tali luoghi (persone di cultura e di gusto nei luoghi di Arbasino, coatti e immigrati nei luoghi di McDonald’s).

Cronologia

Di Giacomo Leopardi i proponenti usano un’espressione (“società stretta”), subito dopo le parole “fino a qualche decennio fa”: la sensazione è che si produca una sorta di storia di decadenza: ai tempi di Leopardi la “società stretta” c’era, “fino a qualche decennio fa” essa esisteva ancora; ma già “da molti anni” Arbasino proponeva un qualcosa (il “coefficiente di qualità”) che, par di capire, ha senso esista solo quando la “società stretta” non esista più; e “da molto tempo” “il successo (o l’insuccesso) nelle vendite, di qualsiasi ‘prodotto culturale’, sembra azzerare ogni discussione” (notare la precisa relazione tra “società / comunità” e “discussione”: senza “società / comunità”, sembra implicare il testo, non c’è “discussione”).

Affermazioni

Il testo citato contiene alcune affermazioni:
1. [Oggi] “per […] i libri contano solo ed esclusivamente i dati di mercato”.
2. “Fino a qualche decennio fa esisteva […] una comunità di lettori che sapeva quali fossero le opere da leggere”.
3. “Oggi non è più così”. [Ovvero: oggi non esiste più “una comunità di lettori che sappia quali siano le opere da leggere”].
4. “Oggi […] è venuta meno qualsiasi proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità”.
5. “È da molto tempo che il successo (o l’insuccesso) nelle vendite, di qualsiasi “prodotto culturale”, sembra azzerare ogni discussione sul valore delle opere d’arte, nonché addirittura sui contenuti – gli stili di vita, le visioni del mondo, le aspettative di futuro – che da sempre esse veicolano”.
6. Implicita nella 5: le opere d’arte hanno un valore.
7. Implicita nella 5: le opere d’arte veicolano da sempre contenuti – stili di vita, visioni del mondo, aspettative di futuro.
8. Implicita nella 5: sul valore e sui contenuti delle opere d’arte si può discutere.
9. Implicita nella 5: oggi ogni discussione sembra azzerata.
10. Implicita nella 5: l’azzeramento di ogni discussione sui contenuti delle opere d’arte è male.

Previsioni

Il testo contiene una previsione: “Se l’unico parametro di misura si riduce al mero strapotere del mercato, quello della letteratura rischia davvero di ridursi a un ruolo ornamentale”.
La previsione è scritta al tempo presente; ma il verbo “rischia” indica che si tratta appunto di una previsione; il tempo presente serve ad attualizzarla, a far sentire che la scadenza oltre la quale il “rischio” potrà diventare realtà è assai vicina.

Intento principale

L’intento principale dei proponenti, quindi, così come lo si intende da questa dichiarazione, può essere così descritto:
1. costituire una “comunità di lettori che sappia quali siano le opere da leggere”,;
2. attivare e sostenere, all’interno di tale comunità, pratiche di “discussione sul valore delle opere d’arte, nonché addirittura sui contenuti – gli stili di vita, le visioni del mondo, le aspettative di futuro – che da sempre esse veicolano”;
3. introdurre in tal modo una “proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità”;
4. limitare il “mero strapotere del mercato”,
5. impedire che la letteratura si riduca a un “ruolo ornamentale”.

Rivendicazione

Quest’ultimo punto è, in realtà, una rivendicazione: dichiarando il loro timore che il “ruolo della letteratura” possa ridursi a un “ruolo ornamentale”, i proponenti non solo dichiarano Noi non vogliamo che la letteratura si riduca a un ruolo ornamentale, ma mi sembrano anche dichiarare qualcosa come: La letteratura non deve ridursi a un ruolo ornamentale, o La letteratura per sua natura non può ridursi a un ruolo ornamentale, o La vera letteratura non è ornamentale.

Equazioni

Metto in evidenza alcune equazioni implicite o esplicite nel testo:
Mero strapotere del mercato = Riduzione della letteratura a ruolo ornamentale.
Libri d’intrattenimento = Letteratura ornamentale.
Letteratura = Arbasino.
Ornamento = McDonald’s.
Discussione sul valore delle opere d’arte = Comunità di lettori che sappia quali siano le opere da leggere.

Domande

A me, a questo punto, vengono delle domande. Ad esempio:
1. Quella “comunità” che “sapeva quali fossero le opere da leggere”, come faceva a saperlo? Attraverso quali meccanismi formava il proprio sapere? Come circolava tale sapere? E: capitava mai, a questa “comunità”, di sbagliarsi? Se sì, come si è corretto l’errore? E: come si fa a sapere che il sapere di questa comunità è vero?
2. Pongo due casi: Giovan Battista Marino e Guido Da Verona.
3. E’ proprio vero che “ogni discussione sembra azzerata”? Non potrebbero forse esistere “discussioni” che avvengono in luoghi non frequentati dai proponenti, e che sfuggono alle loro pur sensibili antenne? E, di conseguenza: non potrebbero forse esistere “comunità” che sanno perfettamente “quali sono le opere da leggere”, e tuttavia sfuggono alle pur sensibili antenne dei proponenti?

Parole

Oltre alle domande sui fatti, avrei anche qualche domanda sulle parole:
1. Sensatissimo notare che “è venuta meno qualsiasi proporzione fra libri d’intrattenimento e libri di qualità”; ma questa proposizione sembra implicare che un libro possa essere o “d’intrattenimento” o “di qualità”, così come una porta può essere o aperta o chiusa. Questo è vero? Io credo di no.
[Mi sono divertito moltissimo, dicembre scorso, a leggere per la quarta volta l’Orlando furioso; me lo sono portato dietro in treno (*) per giorni e giorni; l’ho letto in camere di pensione fino a notte fonda, mi sono lasciato intrattenere (e confortare) come non mai da tutte quelle corbellerie che l’Ariosto racconta e intreccia. Ho sbagliato qualcosa? Il Furioso è un libro d’intrattenimento e non di qualità?].
2. Sensatissimo rifiutare per la letteratura un “ruolo ornamentale”. Ma la letteratura non è anche “ornamento”? E: che relazione c’è tra “intrattenimento” e “ornamento”? La vera letteratura è forse un qualcosa che non intrattiene e non adorna?
[Come tanti, sono entrato nella lettura con i romanzi d’avventura. Romanzacci più salgariani che verniani, e anche d’autori ancor più minori e intrattenitori e ornamentali. E tuttavia: ci sarà una ragione se Sandokan e Yanez e Tremal-Naik e Kammamuri e la tigre Dharma e il gigantesco Giro-Batol, eccetera; e Phileas Fogg, e l’ostinato signor Keraban, eccetera, sono ancora nella mia mente. Ci sarà una ragione. Qual è? Non sarà forse, che sono tutt’altro che mero intrattenimento, quei romanzacci? Non sarà forse che sono tutt’altro che mero ornamento? E non è solo un fatto d’infanzia: il ciclo fantascientifico Frank Herbert, Dune, è una lettura fondamentale della mia età adulta].

Ragioni per lodare la “classifica di qualità” Pordenonelegge / Dedalus

Vengo dunque alle ragioni per cui lodo la “classifica di qualità” Pordenonelegge/Dedalus.
In genere, quando si parla di “qualità”, tale parola rimane nel vago. Invece, e per questo posso e devo lodare la classifica Pordenonelegge/Dedalus (e i proponenti, che hanno lavorato moltissimo per realizzarla) proprio perché essa dice chiaramente che cosa è la “qualità”.
Se ciò che si vuole è costitituire una “comunità che sappia quali siano le opere da leggere”, e se tale “comunità” – par di capire – legge i libri di “qualità”, i libri di “qualità” si definiscono come, appunto, i libri che sono letti da tale “comunità”.
Il merito di questa classifica (e della “comunità” costituita dagli oggi 140 “grandi lettori”) è di avere posta la questione esplicitamente.
Non si dà “qualità” senza una “comunità” che la determina. Una “comunità” che espone la lista dei propri componenti è una “comunità” che fa il possibile per essere seria nel proprio discorso sulla “qualità”.

Domanda finale

La domanda finale è: come si entra a far parte di quella comunità? Io ero stato invitato all’inizio; accettai di entrarvi non senza ritrosia (Alberto Casadei, al quale dissi inizialmente no, e Andrea Cortellessa, alla cui gentile insistenza cedetti); me ne andai assai presto; e sono ben lieto di esserne fuori. Perché il mio lavoro non ha che fare con la “qualità”, bensì con l’esperimento (ma, di questo, un’altra volta).
Andrea Cortellessa ha onestamente scritto (qui):

[Il gruppo dei “grandi lettori”] ha come propri connotati caratterizzanti, aspetti che mi sento di rivendicare: competenza in materia letteraria, passione per la contemporaneità, generosità personale (si tratta, torno a ribadirlo, di un’attività squisitamente volontaristica).

Non ho ragioni per dubitare dell’esistenza di questi “connotati caratterizzanti”. E tuttavia la cosa interessante è proprio capire come si forma una “comunità” di persone “che sanno quali siano le opere da leggere”; come si allarga o si restringe; come si relaziona con le altre comunità (perché altre comunità esistono, mi pare, benché meno strutturate – però più antiche: esiste ad esempio una comunità attorno a Nazione indiana, una comunità attorno a Carmilla, ecc.).

Oltre, naturalmente, a ripetere le domande che facevo prima (riferite non più alle “comunità” passate, ma alla presente e viva): questa “comunità” che “sa quali sono le opere da leggere”, come fa a saperlo? Attraverso quali meccanismi forma il proprio sapere? Come circola tale sapere? E: capita mai, a questa “comunità”, di sbagliarsi? Se sì, come corregge l’errore? E: come si fa a sapere che il sapere di questa comunità è vero?

Mi fermo qui per ora. Chiedo scusa per la fretta, l’incompletezza eccetera. Sto meditando.

—-
(*) Rimando, con la mia incerta memoria, a una discussione su Petrarca e la figlia del macellaio, e/o sul leggere Petrarca in autobus. Forse – vecchi tempi! – su Alfabeta.

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72 Risposte to “Qualità (appunti)”

  1. mario Says:

    Dune di Frank Herbert è uno dei grandi romanzi del ‘900. E basta.

    L’unica preoccupazione di Ariosto (che si pubblicava da sé) era vendere. Ché con i soldi che sperava di fare con il libro sognava di farsi una vita lontano da corte – e da quell’ordinazione minore che gli dava mangiare con le prebende ma gli impediva di sposare la sua donna. Il bestseller come possibilità di fuga?

  2. Giuseppe Ierolli Says:

    Anch’io mi sento di lodare l’iniziativa, ma, anche in questo caso, ho trovato la riproposizione di un luogo comune che mi provoca sempre una irritante allergia: quello che con il passare del tempo qualsiasi cosa si corrompe e diventa peggiore. Qui la “cosa” è l’inesistenza di una comunità di lettori, il fatto che per “i libri contano solo ed esclusivamente i dati di mercato”. Mi chiedo, in particolare per il secondo punto: ma quando mai non è stato così? in questo periodo sto studiando Jane Austen, e i suoi rapporti con gli editori non evidenziano nulla che non sia legato alle vendite e al mercato (anche se allora magari non lo chiamavano così); e stiamo parlando dei primi dellOttocento. Non riesco a vedere un’epoca in cui la “qualità” sia stata il primo metro di giudizio, se non la “qualità” legata alle possibilità di vendita. Poi c’è la sperimentazione, la curiosità intellettuale, il coraggio di rischiare per qualcosa che piace, ma sono cose che c’erano prima e ci sono ancora adesso.

  3. vibrisse Says:

    Mario, Mario, è tutto sbagliato. 1. All’epoca dell’Ariosto, quasi tutti si pubblicavano da sé. 2. All’epoca dell’Ariosto, guadagnare dai libri era piuttosto complicato. 3. Ariosto sposò Alessandra Benucci.

    Per i primi due punti, consiglio la lettura di: Lucien Febvre, Henri-Jean Martin, La nascita del libro, Laterza (qui). Ormai vecchiotto, ma sempre un libro di riferimento. Per il terzo punto, basta l’enciclopedia.

    gm

  4. guidoq Says:

    È interessante vedere come smontando un testo in questo modo si ottengano risultati imprevisti (mi riferisco alle equazioni). Chi legge la dichiarazione per la prima volta, secondo me, non ha certo l’impressione che essa suggerisca un’equazione come, poniamo, “Ornamento = McDonald’s”. Eppure l’analisi dimostra che è così, a dimostrazione di quanto sia difficile dire esattamente quel che si vuol dire. Penso che le equazioni che si volessero proporre fossero piuttosto “Libri d’intrattenimento = McDonald’s (= male)”, “Letteratura (Arbasino) = Buon ristorante (= bene)”. Non entro nel merito di queste equazioni, ma discuto soltanto l’uso della parola “ornamentale” nell’ultima frase. Secondo il significato che io do a questa parola, è evidente come la letteratura non possa non avere un ruolo anche ornamentale (come ce l’hanno il cinema o la musica, ad esempio). In questo lo strapotere del mercato non c’entra nulla. Quello che la dichiarazione di Dedalus vorrebbe dire e non riesce a dire è: “Se l’unico parametro di misura si riduce al mero strapotere del mercato, la buona letteratura va a farsi f…“. Affermazione ancora discutibile, ma di certo meno ambigua.

  5. mauro mirci Says:

    Propongo i miei indici di qualità per i libri
    All’acquisto l’indice deve essere di almeno di Buona Accessibilità, definito dai seguenti parametri:
    – Il volume è di dimensioni coerenti col tempo che ho per leggerlo (sopra le 334 pagine da giugno a luglio, tra le 90 e le 200 il resto dell’anno);
    – I caratteri di stampa sono belli, nitidi, la carta è color avorio, grammatura sopra gli 80 g a mq;
    – la copertina e la rilegatura sono di mio gusto;
    – il prezzo è abbordabile;
    – l’autore mi è noto e mi piace, oppure mi è sconosciuto e mi incuriosisce;
    – Il volume ha un buon odore (per questo evito i libri in cellophane: non si possono sfogliare e annusare).

    Dopo la lettura:
    – Il libro mi è piaciuto molto: Qualità Alata
    – Il libro m’ha fatto passare bene il tempo: Qualità Alta
    – Era un libro da leggere in bagno (la lettura in bagno è una cosa importante): Qualità Distrazione Creativa
    – Mah!: Qualità Così Così
    – Mah!!: Qualità Dubitosa (forse potevo risparmiare i soldi)
    – Mah!!!: Qualità Potevo Certamente Risparmiare i Soldi
    – Mah!!!!: Qualità Voglio Indietro i Soldi
    – Mah!!!!!: Qualità: “pronto Casa editrice? potrei per favore avere l’indirizzo dell’Autore Tal dei Tali? Desidero aspettarlo sotto casa per farmi restituire i soldi e picchiarlo anche un po?”

    Note utili agli utilizzatori:
    A titolo di esemplificazione, il sottoscritto indica alcuni libri e relative Qualità attribuite:
    – Qualità Alata: Il Vangelo secondo Gesù Cristo, la Bibbia, il Corano, il bigliettino d’auguri scritto da mia moglie in occasione del mio (ahimè lontano) trentatreesimo compleanno, il libro tibetano dei morti, la pizza che mangiavo da bambino (che era una poesia)
    – Qualità Alta: Il manuale del geometra e del perito agrario, ed Hoepli (indispensabile!), La concessione del telefono (non Telecom),
    – Qualità Distrazione Creativa: fumetti di Topolino e Dylan Dog, libri di racconti in genere
    – Qualità Così Così: l’elenco telefonico delle province di Enna e Caltanissetta
    – Qualità Dubitosa (forse potevo risparmiare i soldi): Occhi sulla graticola, un volume che parla di Gilgamesh, comprato a una bancarella.
    … (omissis)…
    – Qualità: “pronto Casa editrice? potrei per favore avere l’indirizzo dell’Autore? Desidero aspettarlo sotto casa per farmi restituire i soldi e picchiarlo anche un po?”: Le condizioni generali applicate alle utenze Telecom, pubblicate nell’avantielenco, ed. Telecom

    Personalmente, con questo sistema mi sono sempre trovato bene. Lo consiglio.

  6. federica sgaggio Says:

    È un sistema che metterò alla prova!!!

  7. stefano Says:

    @ mauro mirci

    se durante la lettura ti accorgi che il libro ha buone probabilità di ottenere punteggi “qualità alata” o “qualità alta”, e però sei preso dal bisogno, continui la lettura in bagno o questo pregiudica definitivamente il punteggio?

  8. Marco Crestani Says:

    E’ comunque da vedere e (forse) dimostrare quanto l’attività di legger libri di questo gruppo di lettori sia “squisitamente volontaristica”, di “generosità personale”…

  9. denysmaniotto Says:

    C’è il pericolo (almeno per quanto mi riguarda) di confondere qualità ed efficienza. Perché in fondo cos’è la qualità? Leggo nel dizionario, tra le altre definizioni della parola qualità: “caratteristica o proprietà positiva” e “insieme delle caratteristiche che rendono un prodotto o un servizio conforme a determinati requisiti”. Ora, una letteratura di qualità è quella che produce libri “positivi”? Non mi sembra sia questo il senso. Allora è di qualità un libro “conforme a determinati requisiti”? E in effetti il punto è questo: cosa si intende specificamente per “qualità” di un libro? Quali sono questi requisiti da soddisfare?
    Il comitato di lettura potrebbe stilare una lista, una normativa a cui ogni scrittore dovrebbe conformarsi per ottenere il certificato di qualità. Il libro dovrebbe cioè corrispondere in tutto o per buona parte ai criteri stabiliti: forse per quanto riguarda la lunghezza, l’argomento, lo stile. E in questo caso, non ci sarebbero tante discussioni da fare. Alla fine, un libro sarebbe tutto sommato facilmente catalogabile: di qualità o non di qualità.
    Questo senza che venga messa in discussione la sua efficienza. Poniamo che ottenuto il certificato di qualità, il libro ottenga contestualmente un giudizio di efficienza. Cioè: essendo un libro di qualità (visto il certificato), non può non soddisfare anche e contemporaneamente i requisiti di efficienza. Essendo di qualità, il libro mi fa svagare, mi rilassa, mi fa riflettere. è un libro efficace, perché ha ottenuto quanto ci si proponeva ottenesse. Ossia, raggiunta un qualità prestabilita, otteniamo l’effetto desiderato.
    Fatto sta’ però che la qualità non garantisce l’efficienza. Garantisce una determinata predisposizione; ma la certezza di ciò che voglio ottenere non è data. L’efficienza è stabilita solo a conti fatti. Quando ottengo ciò che voglio posso in effetti dire se i mezzi che ho usato sono stati efficienti o meno.
    Così, se voglio che il libro venda, posso stabilire determinati canoni di qualità (la copertina, la carta, il genere), ma solo alla fine potrò valutare la sua efficienza, quando cioè avrò i conti alla mano. Stesso discorso se voglio fare un libro di intrattenimento: determinate qualità, ma il risultato non è certo. Non è matematicamente stabilito; piuttosto, statisticamente prevedibile.
    Ora, quello che non è chiaro è: la qualità di un libro è un valore di per se stesso? Oppure è un certificato da attribuire per tentare di raggiungere uno specifico obiettivo? E quale sarebbe l’obiettivo di una “letteratura di qualità”?
    A meno che per qualità non si intenda proprio “caratteristica o proprietà positiva”; ma qui si apre una voragine.

  10. paroledisiciliait Says:

    @ Federica: grazie. ero sicuro che il mio “protocollo” avrebbe riscosso successo.
    @ Stefano: attenzione! A porti (e pormi) domande del genere si rischia di finire a ricercare sul serio “un coefficiente di qualità con cui ordinare delle classifiche, fra i libri, alternative a quelle di vendita”.

  11. mauro mirci Says:

    Il signore inopinatamente loggato prima come paroledisiciliait ero io stesso medesimo.
    Mauro Mirci

  12. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse
    Caro Giulio. Cercherò di rispondere alle tue domande. Ma anche di correggere alcuni dei tuoi sillogismi, da alcuni dei quali discendono alcune delle tue domande. Il che non comporta che esse domande perdano di validità, ma che probabilmente ci guadagnerebbero ad essere riformulate (probabilmente qualsiasi testo, a partire dal “manifesto” delle Classifiche da te decostruito, ci guadagnerebbe a essere riformulato: ci ha guadagnato persino l’Orlando Furioso.
    Mi perdonerai se escludo da questa risposta la domanda sincategorematica (sincategorematico! sincategorematico!) su «che cos’è la qualità». Perché credo di aver già risposto in una precedente discussione, per la precisione il 7 marzo alle 10:43, e – siccome a quel mio commento, rivolto oltre che a te a Federica Sgaggio, non hai risposto – magari riproponendolo qui potrai invece confutarlo (o no). Dunque ora lo cito:

    «Il termine “qualità” ha una tradizione filosofica assai più ampia e complessa del termine “tavolo”, e anche di quello “critico” se è per questo [Si fa riferimento al thread, ancora precedente, di Massimo Adinolfi]. Malgrado ciò, quando lo impiego un’idea del suo senso me la faccio. E lo stesso, mi pare, molte persone che lo ascoltano. Nella fattispecie, aiuta che sia associato al termine “classifica” […]; perché nel nostro piccolo mondo la parola “classifiche” sinora è stata usata solo per quelle di vendita, cioè per un parametro quantitativo […] Prendo l’ultima classifica risultata dal nostro lavoro […] I primi classificati, nei quattro generi considerati, sono Portando tutto a casa di Nicola Lagioia, Conglomerati di Andrea Zanzotto, Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli e La vita nei dettagli di Antonella Anedda. Li vogliamo confrontare coi primi (e i secondi, e i terzi, e i quarti) nella corrispettiva classifica di “quantità”, per favore? e poi vogliamo insistere a dire che “non si capisce cosa sia la ‘qualità'”?»

    Prima confutazione al tuo testo. Tu sostieni che dal nostro testo si ricava una contrapposizione Arbasino (= qualità) vs McDonald’s (= ornamento). Sono scorretti entrambi i riferimenti. Della qualità di Arbasino (che personalmente, beninteso, considero alta e – nei primi dieci anni di pubblicazioni editoriali – altissima) non si discute qui; nel testo da te citato, se ci fai caso, non si fanno esempi di libri di qualità. Dunque l’equazione «Arbasino = Letteratura» non è deducibile dal nostro testo (libero di pensarlo, beninteso; io personalmente non lo penso). Di Arbasino si cita infatti non un testo letterario, ma un’opinione a più riprese espressa dal detto A. su sedi giornalistiche (interviste, interventi estemporanei, ecc.): che cioè per i libri manchi un coefficiente qualitativo, a differenza che per i ristoranti. L’antimodello da lui citato era appunto McDonald’s. Dunque quest’ultimo vale come metafora di «cattiva qualità», non di «ornamento».
    È evidente a tutti che alcuni testi appartenenti alla «letteratura di qualità» possano anche essere «d’intrattenimento», ed è altrettanto certo che fra i loro scopi e i loro connotati vi possa essere l’«ornamento». Sempre usando le parole secondo il senso comune, tuttavia, è evidente (ai miei occhi) che un testo aesclusivo fine d’intrattenimento non sia di «qualità». O forse sostieni che unico effetto della lettura dell’Orlando Furioso sia per l’appunto l’intrattenimento?

    Chiedi: «La vera letteratura è forse un qualcosa che non intrattiene e non adorna?». In parte ho appena risposto, ma voglio essere più preciso. Singoli testi «di qualità» possono intrattenere e adornare, ripeto. Ma il senso della nostra «previsione», come la chiami, è ben diverso da questo: se «l’intera letteratura» diventa «ornamento», nel suo complesso, ciò (per noi) è male. (Le altre tue «equazioni», invece, sono correttamente desunte dal nostro testo.)
    Terza confutazione. Tu scrivi, deducendolo (erroneamente) dal nostro testo: «ai tempi di Leopardi la “società stretta” c’era, “fino a qualche decennio fa” essa esisteva ancora». Per la verità, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (datazione incerta, gli studiosi propendono per il 1824), Leopardi sostiene esattamente il contrario: a differenza che in altri paesi, in Italia quella che lui definisce «società stretta» non esiste, e probabilmente non è mai esistita (di qui derivano tutta una serie di considerazioni, sull’Italia appunto, che non ho qui modo di sintetizzare). Noi diciamo una cosa diversa da Leopardi; diciamo che «fino a qualche decennio fa» una «società stretta» (come la definisce appunto lui), almeno nel campo letterario, c’era – comunque la si voglia giudicare (nel primo manifesto, che sofrtunatamente non è più sul sito di Pordenonelegge, aggiungevamo che non era il caso di avere nostalgia per il classismo, l’ideologismo – nel senso peggiore – e credo dicessimo proprio l’«esclusività» di quella società letteraria, coi suoi riti di affiliazione; dunque non la rimpiangiamo certo così com’era; ne vorremmo un’altra, e migliore). Oggi comunque quel che è certo è che quella «società stretta» non c’è più. Opinabile, certo; ma smentite – a questo che ci appare un dato di fatto – non ce ne sono giunte.
    Passo alle tue domande conclusive:

    1) «questa “comunità” che “sa quali sono le opere da leggere”, come fa a saperlo?»

    Lo «sa» – cioè lo «ritiene» – sulla base della propria passione, della propria competenza, della propria generosità.

    2) «Attraverso quali meccanismi forma il proprio sapere?»

    Attraverso l’abitudine alla lettura dei nostri contemporanei; attraverso la loro concreta lettura; attraverso il proprio grado di informazione sul campo complessivo della letteratura (ivi comprese le pratiche editoriali, promozionali, ecc.). Per questo il gruppo deve essere vasto ed eterogenero: per assommare, nel suo insieme, una quantità di competenze diverse.

    3) «Come circola tale sapere?»

    Per lo più attraverso contatti personali che esistono fra questi Lettori; nessuno di essi, credo, conosce personalmente tutti quanti. Ma incentivare la rete di discussioni, scambi di parere e impressioni di lettura è uno dei nostri obiettivi dichiarati. Per lo più (se la domanda è più tecnica) i nostri contatti avvengono attraverso la posta elettronica.

    4) «capita mai, a questa “comunità”, di sbagliarsi?»

    Sì, certo. Siamo esseri umani, e in quanto tali fallibili. Peraltro, secondo molte tradizioni di pensiero, 140 persone sbagliano più di rado di una.

    5) «Se sì, come corregge l’errore?»

    Formulando altri pareri. Anche la periodicità delle Classifiche è in tal senso importante, l’ideale per me sarebbe avere un responso mensile (ma è pressoché impossibile per motivi logistici). Un Lettore che trovi segnalato da altri un libro che gli è sfuggito, lo può leggere a sua volta, e votarlo (oppure l’altrui ozpione per quel libro può essere da lui discussa; vorremmo che si instaurasse anche una discussione pubblica, infatti; e la cosiddetta «rivista» che si trova sul sito di Pordenonelegge – http://www.pordenonelegge.it/?code=DEDA – vuol essere un primo passo in questa direzione.

    6) «come si fa a sapere che il sapere di questa comunità è vero?»

    «Vero», come ho detto in una discussione precedente, è un termine che per me ha senso in un’accezione congiunturale, locale e consensuale.

    Chiedo perdono se rispondo infine alla tua importante metodologica(«come si entra a far parte di quella comunità?») di nuovo citando un testo preesistente, questo firmato dai tre fondatori (Casadei, Mazzoni e il sottoscritto) e pubblicato su Nazione indiana il 15 aprile dell’anno scorso. Ma forse nello svilupparsi della discussione non si tengono presente delle risposte che, come in questo caso, sono state già date in precedenza:

    «Qualcuno ha scritto che i cento lettori coinvolti nel nostro progetto si sono attribuiti un’autorevolezza e un ruolo che non hanno e che non dovrebbero avere. Ora: chi abbia seguito non superficialmente ciò che è accaduto nella letteratura, nella critica militante, nella critica accademica, nella cultura italiana degli ultimi vent’anni sa che i nostri cento lettori sono persone competenti: la domanda “ma chi sono?” squalifica chi la formula. Certo: siamo consapevoli che, a fianco dei cento che abbiamo scelto, ce ne sono altrettanti che hanno la stessa competenza e la stessa autorevolezza. Sarebbe stato possibile allargare la giuria o proporre addirittura un altro gruppo, composto di cento persone differenti ed ugualmente legittimate a esprimere giudizi di qualità. La nostra giuria non è né vuole essere, in alcun modo, un canone degli scrittori e dei critici contemporanei. Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico: si è cercato di creare un modello rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale, fatta di idee, competenze, poetiche eterogenee. Abbiamo escluso persone che stimiamo moltissimo, magari perché erano culturalmente troppo vicine a noi e la loro presenza avrebbe potuto suscitare critiche, o perché non sono solite seguire la letteratura italiana contemporanea con la costanza che è necessaria per partecipare al nostro progetto. Abbiamo invece incluso scrittori e critici molto lontani dalle nostre posizioni, perché era giusto che le loro opinioni fossero rappresentate. Vogliamo anche precisare che il gruppo dei lettori non è immutabile né nella composizione né nel numero».

    Infatti, a distanza di meno di un anno, la composizione del gruppo è cambiato profondamente: il suo numero è salito del 40% (il che non mi pare poco), ha perso per strada persone alle quali tenevamo in modo particolare (tu per primo) ma altri molto appassionati e competenti ne ha incontrati, che magari nemmeno conoscevamo prima e che si sono avvicinati proprio in conseguenza della nostra iniziativa. La speranza è che questa comunità – quando avremo un minimo di risorse per renderlo logisticamente possibile – si allarghi ancora di più, e che sempre di più riesca a «creare un modello rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale, fatta di idee, competenze, poetiche eterogenee».
    Un’ultima precisazione – forse ovvia, forse no – : come la mappa dell’impero di cui parla Borges, un modello non corrisponde interamente alla realtà alla quale fa riferimento. Ne è un modello, però: più o meno attendibile. Secondo noi quello che abbiamo proposto è abbastanza attendibile, e nostro intento è quello di renderlo ancora più attendibile.
    Infine: un modello è uno strumento. Discutiamolo, mettiamolo alla prova, spacchiamolo in quattro se necessario. Ma – se ci pare utile – USIAMOLO.

  13. Marco Candida Says:

    Andrea, scrive:

    «I primi classificati, nei quattro generi considerati, sono Portando tutto a casa di Nicola Lagioia, Conglomerati di Andrea Zanzotto, Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli e La vita nei dettagli di Antonella Anedda. Li vogliamo confrontare coi primi (e i secondi, e i terzi, e i quarti) nella corrispettiva classifica di “quantità”, per favore? e poi vogliamo insistere a dire che “non si capisce cosa sia la ‘qualità’”?»

    Per testare la “qualita’” dei panini del MacDonald’s il confronto non avviene con il caviale Beluga o con le ostriche, ma con i panini del Burgy o di un’altra catena che produce merce simile. Sara’ anche vero che i libri scelti dai centoquaranta lettori sono libri di maggiore qualita’ rispetto a quelli che sfondano le classifiche di vendita, ma chi garantisce che siano di maggiore qualita’ rispetto ad altri libri di qualita’? Ci dobbiamo fidare: non c’e’ un criterio certo.

  14. Andrea Cortellessa Says:

    @ Marco Candida
    Cioè, fammi capire: Lagioia Zanzotto Magrelli Anedda sono per te merce simile a Carofiglio D’Avenia Volo (ultimo rilevamento Dermoskopea, Tuttolibri 6 marzo 2010)?
    Continuiamo così, facciamoci del male.

  15. vbinaghi Says:

    Secondo me la domanda di Marco ne implica un’altra. Avete letto TUTTO quello che si è pubblicato nel periodo considerato? Se no, con quale criterio avete campionato il da leggersi?
    Aggiungo: è vero che la qualità spesso non s’identifica col più diffuso apprezzamento, ma non è necessariamente vero il contrario. Non è detto che un grande successo di vendite sia per forza un McDonald’s
    Inoltre: se tutti hanno letto TUTTO e ognuno ha espresso un voto ha senso stilare una classifica dei risultati. Altrimenti è un pastrocchio, perchè non solo ogni libro è una singolarità, ma anche ogni lettore lo è. Se alcuni lettori hanno letto dei libri e altri ne hanno letti diversi, avrebbe più senso pubblicare recensioni online firmate nome e cognome.
    Tutto questo non per misconoscere l’autorevolezza dei lettori, ma perchè metto in dubbio la coerenza metodologica dell’operazione.

  16. Denis Smaniotto Says:

    @ Andrea Cortellessa
    Confrontare le due classifiche, “quantità” e “qualità”, mi permette solo di notare le differenze ma non mi dice nulla di cosa siano la quantità o la qualità; a meno che la qualità non sia tutto ciò che non è compreso nella classifica quantità. Ma non penso che l’una categoria escluda l’altra. Dunque, la differenza non può essere questa. Solo che a metterla così non c’è scampo. Quello che mi chiedo è dunque: per valutare questi libri, qual è il metro? Segnate con una crocetta un voto che va da 1 a 10?
    Dici “Discutiamolo, mettiamolo alla prova, spacchiamolo in quattro se necessario”. Facciamolo, dunque. Su cosa si basa il vostro concetto condiviso di qualità?
    “quando lo impiego un’idea del suo senso me la faccio. E lo stesso, mi pare, molte persone che lo ascoltano.” Bene, siamo sicuri che tutti abbiano in mente la stessa cosa?
    Io sono disposto a che qualcuno mi dica: questo è di qualità e questo no, prova! Poi però voglio anche che mi dia tutti i riferimenti necessari per contestualizzare il suo concetto di qualità. Di modo che possa io stesso valutare se la sua idea di qualità corrisponde alla mia.
    Il mio discorso sull’efficienza andava un po’ in questo senso. Che cos’è la qualità? Va bene, tutti hanno in mente un’idea di qualità; ma questa qualità corrisponde forse a qualcosa di più specifico? Magari: profondità di pensiero + stile originale + conoscenza dell’animo umano? Oppure qualcosa di inesprimibile…

    @Marco Candida
    Scusa, ma io la qualità (la bontà? la genuinità?) di un panino del Mac Donald’s non la misuro certo con un panino del Burger King; o meglio, posso confrontarla anche con una schifezza simile, ma tendo a farlo piuttosto con qualcosa che considero veramente di qualità (non il caviale…)

  17. Marco Candida Says:

    Andrea, preciso solo di non aver scritto che Lagioia Zanzotto Magrelli Anedda sono merce simile a Carofiglio D’Avenia Volo. Credo proprio di aver scritto un’altra cosa.

  18. sergiogarufi Says:

    “E’ comunque da vedere e (forse) dimostrare quanto l’attività di legger libri di questo gruppo di lettori sia “squisitamente volontaristica”, di “generosità personale”…”

    essendo uno dei 140, confesso che per farmi leggere un libro di marco candida pretendo una retribuzione adeguata, come minimo un congruo vitalizio più la comproprietà di gattuso. a parte i libri di marco candida però leggo quasi tutto quello che viene pubblicato nel periodo considerato e pure nel decennio precedente. e per “quasi tutto” intendo dire che leggo libri, ebook, tarocchi, fumetti, mani, bugiardini dei farmaci, esami del sangue, bilanci aziendali, brochure vinicole, liste della spesa di giulio mozzi, depliant di arredamento, fondi di caffè, buste paga, leggi e decreti in vigore presenti nella gazzetta ufficiale, etichette di olio extra vergine di oliva, contratti di affitto, sentenze di cassazione, lapidi funerarie, graffiti, bandi di concorso, istruzioni per l’uso dell’internet key, piani regolatori, necrologi locali, testi delle canzoni di sanremo, testamenti olografi, manifesti elettorali, moleskine di cortellessa, scontrini fiscali, post del blog di pulsatilla, pagina 777 di televideo ed sms del cellulare di loredana lipperini.

  19. Marco Candida Says:

    Ma che cazzo di intervento hai fatto, Garufi? Sei impazzito?

  20. Marco Candida Says:

    Garufi, in qualita’ di critico letterario dovresti leggerli i libri prima di giudicarli. Dire no a priori e’ l’atto piu’ pregiudiziale che ci possa essere. Comunque, a scanso d’equivoci preciso che ho preso la parola solo perche’ m’appassiona discutere di un concetto serpentesco come quello della qualita’; non per prendere una posizione reale. A me che ci sia la classifica di qualita’ non dispiace, tutto sommato, perche’ posso anche sognare di entrarci un giorno. Colgo anzi l’occasione per rendere noto che far parte della giuria di qualita’ non mi dispiacerebbe. Dopotuttp mi identifico in chi si definisce grande lettore, anch’io sono lettore gourmand.

  21. Andrea Cortellessa Says:

    @ Valter Binaghi
    Quello che lei ha obiettato, a differenza di quello che ha obiettato Marco Candida, secondo me ha un senso; in effetti è un’auto-obiezione che ci siamo fatti sin dall’inizio (e nel contattare i Lettori ce la siamo anche fatta preliminarmente, con le mani avanti insomma). È evidente per esempio che il meccanismo di cui stiamo parlando non si può equiparare a quello del “premio” tradizionale. In un “premio” tradizionale, in linea teorica, tutti i giurati (anche le centinaia di giurati “popolari”, ove siano previsti) hanno a disposizione gli stessi titoli e fra quelli, e solo fra quelli, scelgono il loro preferito. Ma. A parte che i titoli loro sottoposti non sono, a loro volta, evidentemente tutti i titoli pubblicati nel periodo osservato, pensa davvero che tutti i giurati leggano effettivamente tutti i libri in concorso? Ci sono premi in cui i libri in concorso sono centinaia (e di una qualità, caro Sergio, ti lascio immaginare… a proposito, chi è la quinta colonna che ti allunga le mie moleskine usate?). Il primo bug di sistema dei “premi” è proprio questo. Il più delle volte, posso testimoniare, la maggior parte dei giurati inizia la discussione avendo letto sì e no due o tre dei libri finalisti, anche perché ha deciso da molto tempo prima di iniziare a leggerli quale sarà la sua scelta. Non è detto che questo atteggiamento sia per forza disonesto, indice di corruzione ecc. È che umanamente leggere tutta quella roba è in realtà com’è ovvio del tutto impossibile, e allora ci si fida necessariamente di quel che sappiamo delle opere precedenti di quell’autore, di un parere di lettura altrui, ecc. Si chiama doxa: come sappiamo ha le sue pecche, ma farne a meno è peggio ancora che fare a meno della «società stretta» (i due concetti, peraltro, si coimplicano).
    Il nostro criterio è esattamente il contrario (per questo, pur avendo preso le mosse da un premio – dal meccanismo che impediva la disattenzione sopra descritta, peraltro, e non sarà un caso -, in realtà non ci definiamo tale e non usiamo la parola “giurati” – anche se nel testo che prima ho riportato, scritto ad aprile dell’anno scorso nel pieno delle polemiche seguite alla prima uscita, una volta l’espressione ci è sfuggita). Noi partiamo dalle letture effettivamente svolte da persone che, come sappiamo e documentiamo, leggono molto e leggono bene (ciascuno col suo gusto, la sua tendenza, la sua “poetica”, certo; ma tutti leggono i libri tendenzialmente per intero, sono curiosi di leggere anche cose distanti fra loro, scovano libri interessanti dove nessuno li era andati a cercare, ecc.); e la Classifica registra il ricorrere, statistico, dei “consigli di lettura” che normalmente ciascuno di noi dà ogni volta che qualcuno, non lettore di professione, ci incontra e ci chiede «cos’hai letto di bello, ultimamente?».
    Il dato dunque non ha un valore assoluto, ci mancherebbe. Non è un rilevamento statistico sull’«universo» dei dati (come, ho imparato, si esprimono gli statistici veri e propri), ma su una costellazione – però assai ampia e articolata – che da quell’«universo» è stata ritagliata. Ritagliata però non da un’autorità invisibile e inconfutabile: ma appunto da 140 persone con nome e cognome e qualifiche e storia personale. Peraltro, torno a sottolineare, i rilevamenti degli altri due tipi conosciuti – classifiche di vendita e responso dei “premi” – sono a loro volta assai «non oggettivi» (anche quella delle classifiche di vendita – lo dico per chi pensasse che al contrario essa fotografi il dato «reale» – è un’astrazione; e sono pronto a documentare questa mia affermazione, per chi fosse interessato).
    Il punto è se dare o meno fiducia a quelle persone la cui soggettività è stata fusa in un indicatore retoricamente economico, e dunque efficace. Se non si ha fiducia in quelle persone, lo strumento evidentemente non serve a niente. Se ci si fida di loro, può essere invece uno strumento molto efficace; anzi, non devo dirlo io ma visto che qui non lo dice nessuno mi spingo a dirlo, fra quelli sinora sperimentati il più efficace.

  22. massimo Says:

    Una piccola cosa l’ho detta pure su come si sa che quel che si sa è vero. (Forse la dovrei mettere pure qua, ma proprio per le ragioni e le distinzioni che espongo non mi dispiace che il post se ne stia di là)

  23. vbinaghi Says:

    Altra questione che mi dà il prurito, la qualità.
    Finchè si contrappongono Vasta o Starnone a Moccia e Faletti siamo tutti daccordo, ma ho l’impressione che non sappiamo bene perchè.
    Costruire un libro con stereotipi narrativi e un linguaggio direttamente esportato dalla tv serve solo a riproduerre i medesimi e non ha alcun valore letterario. E siamo daccordo.
    Ma significa che la tendenza mimetica in letteraturaq è sempre di qualità inferiore all’espressionismo? Se fosse così bisognerebbe preferire il Tommaseo di Fede e bellezza al Manzoni dei Promessi Sposi, e a questo punto io metterei mano alla pistola.
    Non vi pare che la qualità letteraria dovrebbe essere qualcosa di più dell’eccellenza o del radicalismo? Qualcosa che si avvicina alla buona e pienja salute di un organismo vivente, che è tale son quando compensa con prestazioni eccellenti lacune di altro genere (come l’udito nei non vedenti), ma quando esprime vitalità complessiva, armonia, e insomma, per un romanzo, coniuga profondità e leggibilità?

  24. Marco Candida Says:

    Mi tolgo la discussione perche’ mi pare che sia troppo facile portare obiezioni sensate a quel che viene detto. Scoprirsi intelligenti in situazioni assurde e’ da cretini.

  25. Luciano Pagano Says:

    A mio parere quello che si cerca di ottenere con una classifica del genere Dedalus, in opposizione alle classifiche settimanali tritacarne è una classifica che assesti la qualità di ciò che è in questa classifica. Come a dire, si tratta di libri belli, e allo stesso tempo piacevoli, e allo stesso tempo scritti bene, e allo stesso tempo ‘letterari’, insomma: libri che paradossalmente e potenzialmente possono incontrare il gusto di un numero di lettori elevatissimo. Sul genere narrativa lo ‘scontro’ sui termini credo sia più acceso. I titoli in classifica dedalus sono romanzi che non ammiccano alle tendenze, né al lettore, né al mercato e che allo stesso tempo fanno felice il lettore sporadico e il lettore forte. Ripeto, a mio parere. Certo, difficilmente (febbraio 2010) il lettore di bestseller può aspettarsi di incontrare da Marzullo, Porta a Porta, TGCOM etc etc autori come Mozzi, Lagioia, Pugno; magari Starnone. Ancora più emozionante la classifica dei saggi, dove si possono trovare consigliati e suggeriti dei testi che non troveremo (quasi) MAI in altre classifiche più blasonate, dove regnano i saggi di attualità e giornalismo che traveste la letteratura e la ricerca scientifica. Ottima la classifica della poesia, per me che adoro leggere narrativa è un vero e proprio sestante di suggerimenti per acquisti (non dimentichiamo che entrare in libreria e uscirne con la consapevolezza di avere speso bene è un’ottima cosa, laddove con “speso bene” intendo anche ‘acquistare un libro di qualità e non restarne delusi’). Altro elemento imprescindibile: quando guardo la classifica di Dedalus so per assioma che i libri prima di essere votati sono stati tutti letti integralmente, cosa che mi sfugge quando leggo alcune recensioni o classifiche altrove. Faccio un esempio. Il numero dei votanti è pressappoco 140. I testi ricevono una media di 15/25 voti ciascuno. Come dire che uno su 9 esprime il suo accordo a un testo piuttosto che a un altro. Il suggerimento è che classifiche così nascano spontaneamente, come il bookcrossing, a parità di premesse epistemologiche. Altra nota: la classifica mi piace perché non è influenzata dal marketing, ma solo dal gusto e dalla competenza, altro esempio, ieri ero in una delle due librerie più fornite della mia città, proprio ieri è uscito il libro di Sorrentino per Feltrinelli, “nemmeno è uscito e oggi abbiamo già venduto 18 copie”, come a dire, venderà tantissimo, fascetta di D’Orrico allegata e io che mi chiedo “sarà il prossimo Strega?”

  26. Marco Candida Says:

    Mi tolgo dalla discussione perche’ mi pare che sia troppo facile portare obiezioni sensate a quel che viene detto. Scoprirsi intelligenti in situazioni assurde e’ da cretini.

  27. vibrisse Says:

    Andrea, ti ringrazio per la risposta.

    Dico al volo che, non mi convince la parte su Arbasino/McDonald’s (ovvero: mi pare che l’effetto che il testo produce sia in ogni caso quello che ho notato io), e che mi sembra poco rilevante la parte su Leopardi (ovvero: solo il lettore capace di sapere che Leopardi in quel discorso dice quella certa cosa è capace di datare esattamente l’espressione “società stretta”, e di sapere che Leopardi ne lamentava l’assenza; i lettori capaci di sapere questo mi pare siano assai pochi; pertanto mi pare che il testo in ogni caso produca l’effetto che io ho notato).

    Dici a un certo punto: “È evidente a tutti che alcuni testi appartenenti alla «letteratura di qualità» possano anche essere «d’intrattenimento»”. Questo significa significa che alcuni testi «d’intrattenimento» possono appartenere alla «letteratura di qualità»? Ovvero che un testo prodotto per uno scopo di «intrattenimento» può trovarsi, magari suo malgrado, a essere «letteratura di qualità»?

    Le risposte alle mie domande conclusive mi sembrano pienamente soddisfacenti: mostrano infatti che è “letteratura di qualità” ciò che è dichiarato tale dalla “comunità”, i cui componenti scelgono e votano, come tu scrivi, “sulla base della propria passione, della propria competenza, della propria generosità”. Ovvero che la parola “qualità”, come la parola “vero” è “un termine che ha senso in un’accezione congiunturale, locale e consensuale”.

    E per queste ragioni, come ho già fatto, lodo l’iniziativa.

    Mi delude invece la risposta alla domanda: “Come si entra a far parte di quella comunità”. Io pensavo, banalmente, che si entrasse a far parte di quella comunità su invito dei tre fondatori, ovvero per cooptazione.

    gulio mozzi

  28. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse
    Caro Giulio. Dici «Io pensavo, banalmente, che si entrasse a far parte di quella comunità su invito dei tre fondatori, ovvero per cooptazione». È così, ovviamente, e lo sai benissimo: infatti, come ci hai ricordato proprio qui, tu a suo tempo sei stato chiamato da Casadei, e poi da me. Ma era già implicito nella mia risposta (che non so perché ti deluda). Quando scriviamo «Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico» ecc., la forma impersonale non mi pare dissimuli l’identità di chi pensa, discute e infine sceglie i nomi dei possibili Lettori. Sono i tre che hanno ideato la cosa e che lavorano, da quasi un anno, per tenerla viva. Il fatto che tu senta il bisogno di ribadirlo pubblicamente, però, e quello che tu usi il termine «cooptazione» (in sé per la verità neutro, ma nell’uso comune in genere associato a vincende di clientelismi e dintorni), mi fa pensare che tu disapprovi questo metodo. E mi piacerebbe sapere il perché.

  29. Andrea Cortellessa Says:

    @ Luciano Pagano
    Grazie per le tue osservazioni. Solo una correzione al tuo ragionamento: la media numerica si riferisce ai “punti”, non ai “voti” (temo che anche sul sito di Pordenonelegge vi sia la medesima inesattezza). Ogni votante ha a disposizione, per ogni categoria alla cui votazione ha scelto di partecipare, un massimo di sei punti per ogni votazione, che può usare in tutto o in parte e che può assegnare tutti al medesimo libro o suddividere, nella misura che preferisce, tra un massimo di due libri a categoria.

  30. Marco Candida Says:

    Giulio scrivi:

    Le risposte alle mie domande conclusive mi sembrano pienamente soddisfacenti: mostrano infatti che è “letteratura di qualità” ciò che è dichiarato tale dalla “comunità”, i cui componenti scelgono e votano, come tu scrivi, “sulla base della propria passione, della propria competenza, della propria generosità”.

    Pero’, se non sbaglio, non esiste una dichiarazione redatta da parte della “comunità” riguardo a che cosa “sia” o cosa “si intenda per” letteratura di qualità. Al limite si forniscono solo degli esempi, attraverso i titoli selezionati e votati e messi in classifica. Non c’e’ una definizione, per approssimativa che sia. Socrate diceva: “Non voglio esempi di coraggio. Voglio la definizione di coraggio”. Proprio questo permette a una “comunità” di fondarsi e di essere credibile: la definizione faticosa e approssimativa di alcuni valori o, come in questo caso, anche di uno solo: quello della qualita’.

    (Non discuto che ci sia la passione, la competenza, la stima, la generosita’ a tenere insieme il gruppo, ma tutto questo ruota intorno ed ‘ giustificato da qualcosa che non si sa nemmeno bene definire… Pazzo mondo romantico…)

  31. Andrea Cortellessa Says:

    @ Valter Binaghi
    Perché tutto questo prurito? E perché addirittura la pistola (citazione infelice, mi perdoni)? Quello di Tommaseo è un romanzo molto bello e interessante, io preferisco quello di Manzoni ma non mi parrebbe irrimediabile lesione a qualche principio universale se qualcuno mi dicesse, argomentando, che preferisce invece Tommaseo. A entrambi, comunque, personalmente preferisco Le confessioni di un Italiano di Ippolito Nievo. Quanto alla sua domanda «Non vi pare che la qualità letteraria dovrebbe essere qualcosa di più dell’eccellenza o del radicalismo?». Qualcosa di più dell’«eccellenza», francamente, no. Personalmente tendo in effetti ad associare «qualità» ad «eccellenza». Il «radicalismo» (immagino si riferisca a quello formale) è un connotato che spesso si associa (per me, sempre) all’«eccellenza» – ma non necessariamente. Comunque quello appena espresso è un mio gusto, non credo condiviso dalla maggioranza dei Lettori. Il suo opta invece per «coniugare profondità e leggibilità». Scommetto che moltissimi dei Lettori siano d’accordo con lei, e mi pare che i risultati in particolare della Classifica di narrativa italiana lo dimostrino (del che, infatti, diversi osservatori si ritengono scontenti). Francamente non vedo il problema e dunque, appunto, l’origine del suo prurito.

  32. vibrisse Says:

    Andrea, non disapprovo il metodo, e per me “cooptazione” è una parola neutra.

    Penso, anzi, che bisognerebbe mettere in evidenza questo: entra nella comunità – se accetta la vostra proposta – chi voi scegliete (voi: voi tre, ascoltando le proposte dei centoquaranta, eccetera).

    Ovvero, voi vi assumete la responsabilità – pubblicamente, esplicitamente – di stabilire che una certa persona ha sufficiente passione, sufficiente competenza, sufficiente generosità per essere invitata nella comunità (ovviamente non conoscete tutti, e il mondo sarà pieno di persone altrettanto appassionate, altrettanto competenti, altrettanto generose, e che voi non invitate: ma questa è una obiezione palesemente sciocca).

    Quindi: tre “promotori” scelgono centoquaranta (per ora) “grandi lettori”, i quali a loro volta scelgono un certo numero di opere nell’immensa produzione editoriale.

    giulio mozzi

  33. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse
    Chiedi: «un testo prodotto per uno scopo di “intrattenimento” può trovarsi, magari suo malgrado, a essere “letteratura di qualità”?».
    La risposta è sì. Anche «qualità» è categoria locale, congiunturale e consensuale. Dunque storica.

  34. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse.
    Rispondo ora al tuo ultimo commento. Sì, le cose stanno così. Ed è anche vero che fra i 140 ci sono persone che abbiamo conosciuto proprio facendo questo lavoro, che ci sono state presentate (e i cui meriti di passione-competenza-generosità ci sono stati illustrati) da altri Lettori, o da altri che Lettori non sono (non vogliono o non possono essere). Purtroppo siamo in ritardo nel “caricare” le biobiblio dei Lettori sul sito, altrimenti potrei fare molti esempi. Ma resta valida per me la formulazione di base: «Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico: si è cercato di creare un modello rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale, fatta di idee, competenze, poetiche eterogenee». Le scelte non sono dunque frutto di nostre ubbie, fisime o, peggio, clientele. Ma di nostri ragionamenti. A loro volta, beninteso, fallibili.

  35. Andrea Cortellessa Says:

    sempre @ Vibrisse
    Tanto è vero che fra i Lettori che abbiamo perso, alcuni si sono allontanati (come te o Gabriele Frasca, perdita per me altrettanto distruttiva) per ragioni che non ci sono ben chiare; altri perché ci siamo resi conto che non esercitavano quasi mai il loro diritto-semidovere di voto, dunque li abbiamo sentiti, gli abbiamo chiesto se intendevano continuare, e in tutti i casi ci hanno risposto che in effetti non riuscivano a seguire l’iniziativa. Saranno stati sei o sette casi, statisticamente direi pochi. Ma comunque sei o sette nostri errori. Persone che restano di valore, evidentemente, ma che abbiamo sbagliato a pensare potessero essere i nostri Lettori.

  36. vibrisse Says:

    Sull’intento di non seguire “ubbie, fisime o, peggio, clientele”, non ho dubbi. gm

  37. Andrea Cortellessa Says:

    @ Marco Candida
    «Non discuto che ci sia la passione, la competenza, la stima, la generosita’ a tenere insieme il gruppo, ma tutto questo ruota intorno ed è giustificato da qualcosa che non si sa nemmeno bene definire…». L’obiezione «che cos’è la qualità» ha già ricevuto a più riprese risposta, facendo ricorso all’utile precisazione che su questo sito qualche thread fa è stata proposta Massimo Adinolfi. Ma quello cui «ruota intorno» tutto questo è, come ho ripetuto sino a sgolarmi, una protesta contro lo strapotere del mercato e l’appiattiamento dei media sui prodotti di mero consumo e mero intrattenimento. QUESTO È IL PUNTO. Se invece ci si rifiuta di discutere questo punto per almanaccare all’infinito sulla definizione di «qualità» non so proprio che farci. Diciamo che è il segno che non si trova in alcun modo interessante questa proposta, e dunque non vedo proprio perché insistere a commentarla.

  38. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse di nuovo
    «ovviamente non conoscete tutti, e il mondo sarà pieno di persone altrettanto appassionate, altrettanto competenti, altrettanto generose, e che voi non invitate: ma questa è una obiezione palesemente sciocca». No, non è affatto sciocca. Anche questa infatti è una obiezione che ci siamo fatti da soli, nel testo già citato pubblicato su Nazione indiana nell’aprile dell’ano scorso: «siamo consapevoli che, a fianco dei cento che abbiamo scelto, ce ne sono altrettanti che hanno la stessa competenza e la stessa autorevolezza. Sarebbe stato possibile allargare la giuria o proporre addirittura un altro gruppo, composto di cento persone differenti ed ugualmente legittimate a esprimere giudizi di qualità. La nostra giuria non è né vuole essere, in alcun modo, un canone degli scrittori e dei critici contemporanei. Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico, ecc.».

  39. Denis Smaniotto Says:

    @ Cortellessa
    Permetti però che per discutere dello strapotere del mercato e per affrontare una discussione che vede confrontate una classifica basata sulla qualità e una sulla quantità, andrebbero almeno chiariti bene i termini; se poi qualcuno insiste su una definizione forse è perché l’argomento non gli sembra esaurientemente trattato. Ma forse il punto di questa discussione, come dici, è un altro.
    Tra l’altro, personalmente (ma sto rispondendo a un ragionamento rivolto a Marco Candida) trovo la proposta della vostra classifica interessante, altrimenti non sarei intervenuto.

  40. vibrisse Says:

    Intendevo dire, Andrea, che è sciocco usare quell’obiezione per screditare l’iniziativa – come alcuni hanno fatto.

    L’obiezione di Marco Candida è secondo me sensata, e non mi trova d’accordo. Per uscire dai puri problemi di nomi, dico: accettiamo o non accettiamo che lo scopo della comunità non consiste nel riconoscere una “qualità” che appartiene realmente a questa o quella opera, ma consiste nell’introdurre la “qualità” in questa o quella opera per mezzo di un gesto creativo e di un certo consenso?

    Come diceva saggiamente Vujadin Boskov: “Rigore è quando arbitro fischia”.

    A questo punto, la valutazione dell’iniziativa si sposta su un altro piano: quello del potere. Alla cerimonia di premiazione delle opere “più di qualità”, nel settembre scorso a Pordenone, nell’ambito di Pordenonelegge, c’erano quattro gatti: i premiati, qualche amico dei premiati, un paio di persone che passavano di lì per caso. Mentre fuori, nelle strade e nei vari luoghi dell festival, la gente si accalcava.

    Mi spiace, Andrea, che non ti siano “ben chiare” le ragioni della mia uscita dalla comunità. Provo a rispiegare. Questa comunità dice di sé stessa: noi siamo competenti, appassionati, generosi. E io non posso stare in una comunità che così convintamente si loda. Perciò dico: io non sono competente, non sono appassionato, non sono generoso. E me ne sto fuori.

    (Per oggi basta, me ne torno a letto a smaltire la febbre. Grazie per la pazienza).

    giulio mozzi

  41. Andrea Cortellessa Says:

    @ Vibrisse
    Rispetto la tua febbre, e dunque rinviamo la discussione; ma anche questa risposta («io non posso stare in una comunità che così convintamente si loda») non mi soddisfa. (Anche perché è la terza o quarta diversa che dai.) Cosa vorrebbe dire che il problema è «lodarsi»? È o no vero (localmente, congiunturalmente, consensualmente) che questi Lettori sono in effetti appassionati, competenti e generosi? Se sì, perché non dirlo? Chi si loda s’imbroda; vabbè, e con ciò? Se invece pensi di no, dillo. Altrimenti questa tua risposta equivale alla riproposizione di un noto paradosso il cui autore non è Zenone di Elea ma, non a caso, Woody Allen («non farei mai parte di un club che accettasse fra i suoi membri uno come me»).

  42. Andrea Cortellessa Says:

    Ancora, crudelmente, @ Vibrisse
    Se invece la questione è quella del «potere», che non c’entra mi pare col cattivo gusto di lodarsi, allora il discorso è più complesso. È vero, al Premio Dedalus 2009 c’erano quattro gatti. Ma a parte che il Premio è una cosa e le Classifiche sono un’altra, e a parte che il nostro grande sponsor-ospite non ha fatto alcunché (diversamente dai patti) per pubblicizzare la cosa, se una cosa è seguita da quattro gatti vuol dire che non ha senso? E se per comunicare l’importanza di una cosa si fa di tutto per sollecitare attenzione, dibattiti, ecc., poi si deve venire rimproverati perché così facendo ci si loda e dunque ci si imbroda? E se una cosa buona e giusta ti pare debole, e tu che ne sei una colonna portante te ne vai, pensi in questo modo di rafforzarla?

  43. Andrea Cortellessa Says:

    Tregua-febbre. Ci riscriviamo quando stai meglio. I miei omaggi.

  44. vibrisse Says:

    Andrea: “Se una cosa è seguita da quattro gatti vuol dire che non ha senso?”. No. Ma può voler dire che non ha (non ha ancora, eventualmente) potere.

    E confermo: io non posso stare in una comunità che così convintamente si loda. Se abbia o non abbia ragione a lodarsi, non m’interessa. Tu dici che ce l’ha: ebbene, ce l’ha. Mi fido.

    (Vado davvero. Ho la minestrina sul fuoco).

    giulio

  45. Marco Says:

    Cortellessa, be’, a parte che volevo solo lasciare un commento, non mettermi contro centoquaranta persone, mi scuso per la banalita’ immane, ma le critiche non servono solo per demolire, ma anche per incoraggiare, per migliorare. Non e’ il caso di sentirsi sempre aggrediti. Avrei comunque proposte concrete per migliorare il progetto, se vuole posso dirgliele in privato per e-mail. Cosa vuole che le dica? Ripeto che a me va benissimo questa iniziativa. Forza cosi’, e avanti tutta!

  46. gianni biondillo Says:

    Andrea,
    il paradosso è di Groucho Marx, non di Woody Allen.
    Te lo dice un lettore non so se competente ma di certo appassionato. 😉
    E in ogni caso: sincategorematico!!!

  47. claudio damiani Says:

    Entro nella discussione invitato da Cortellessa che mi aveva gentilmente invitato a partecipare alla giuria pordenonelegge/dedalus per dire alcune cose molto brevemente. Sono d’accordo con Mozzi e lo stimo molto come scrittore, anch’io avevo sulle prime accettato l’invito di Andrea, poi mi sono ritirato quando ho visto i nomi.E’ vero che oggi si tende a dare valore solo alle vendite e al pubblico, e i motivi sono tanti, tra questi senz’altro la reazione a una precedente visione troppo ideologica, o il fatto che i media siano governati dalla pubblicità e dunque parlino solo di ciò che ha successo. Però un critico, non dimentichiamolo, può stroncare un cattivo libro che ha successo e può elogiare un buon libro che non ne ha. Si obietterà: ma i media non te lo fanno fare. Un momento: non lo fanno fare a un recensore qualsiasi, ma se un critico è un vero scrittore, ha cose da dire idee e lingua, forma, è qualcuno la cui parola diventa autorevole, avrà voce anche nei media. Certo la letteratura adesso nei media è un po’ cenerentola, ma non dobbiamo dimenticare il potere, la forza della parola, che è stata sempre e sempre sarà immensa, e che la letteratura è il campo di questa forza. Certò in questa povertà, in questa obiettiva desertificazione, un critico per quanto profondo e geniale, libero da ideologie e appassionato, può esser preso dallo sgomento e corrompersi, deviare da una linea di verità. Ma siccome l’unione fa la forza a questo punto è giusto, e avverrà, che scrittori di valore (ma non in sè e perchè riconosciuti dal pubblico, ma perchè reciprocamente si attribuiscono e riconoscono valore) si associno in qualche modo, facciano lega, e allora ne vedremo forse delle belle. Della lista di Cortellessa molti nomi li riconosco, ma troppi non li conosco, e non li riconosco. Detto ciò la qualità di un autore non la fa nè il pubblico nè la critica, la fa il tempo, un secolo almeno, meglio due. Dunque non parlerei di qualità, parlerei però di un necessario attacco, meglio se non da soli, a tanti funzionari ingranaggi e dirigenti di media che nascondono la loro vuotaggine nel gusto volgare del pubblico, e nell’ideologia del mercato, come prima facevano con altre ideologie, la loro mancanza di creatività, di vera passione, di vero amore.

  48. Andrea Cortellessa Says:

    @ Gianni Biondillo
    Giusto. E sincategorematico!

    @ Claudio Damiani
    Ti ringrazio molto Claudio, per la volontà – espressa non solo da questo tuo intervento pubblico – di spiegare perché prima hai inteso far parte di questo gruppo e perché poi non te la sei più sentita. Sapere con esattezza perché una cosa non piace, a una persona che stimo, è la premessa indispensabile a migliorarla. (E scusami, Giulio, ma il fatto che per te essa si autolodi troppo non riesco davvero ad accettarla, come motivazione. Se me la spieghi meglio, magari la capisco.) Consentimi di dare anche in pubblico la risposta che ti ho dato in privato.
    In sostanza dici che il gruppo non è sufficientemente qualificato per esprimere i suoi giudizi. Sei il primo che lo dica pubblicamente, e ripeto ti ringrazio per la tua, del resto ben nota, franchezza. Per prima cosa mi pare che tu cada in un equivoco quando dici «è giusto […] che scrittori di valore (ma non in sè e perchè riconosciuti dal pubblico, ma perchè reciprocamente si attribuiscono e riconoscono valore) si associno in qualche modo, facciano lega, e allora ne vedremo forse delle belle. Della lista di Cortellessa molti nomi li riconosco, ma troppi non li conosco, e non li riconosco». A parte che non è la «mia» lista – semmai quella di Alberto Casadei, Guido Mazzoni e mia – sembra in ogni caso che tu pensi che i 140 siano tutti scrittori e poeti, ma così evidentemente non è. Pensa anzi che le critiche più aspre che ci sono state rivolte (in particolare da Carla Benedetti e poi dal quotidiano «Libero») sono state proprio motivate dalla presenza in «lista» anche di scrittori – oltre che di critici letterari, giornalisti, operatori culturali, critici di altre discipline, attori e registi del cinema e del teatro – perché in questo modo «votano per se stessi» (sull’assurdità di questa formulazione mi sono già speso qui e altrove, dunque vado avanti).
    Ma l’intento dei tre inventori-realizzatori-lavoratori volontari delle Classifiche era un altro. Associare, appunto, scrittori e critici (e ad altre figure di lettori appassionati, competenti e generosi). Ripeto per l’ennesima volta la frase scritta pubblicamente ormai quasi un anno fa: «La nostra giuria non è né vuole essere, in alcun modo, un canone degli scrittori e dei critici contemporanei. Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico: si è cercato di creare un modello rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale, fatta di idee, competenze, poetiche eterogenee».
    Dunque non sono ovviamente presenti nel gruppo tutti gli scrittori meritevoli, ma quelli che a nostro parere rispondano a tre requisiti: 1) siano meritevoli; 2) siano in grado (e abbiano volontà) di esprimere di frequente giudizi sui loro colleghi; 3) rappresentino il più possibile la composizione «dello spazio letterario italiano e la sua varietà conflittuale». (Un’ulteriore restrizione è la fascia d’età, che per tutti abbiamo pensato sensato concentrare fra la trentina e la cinquantina.)
    Ripeto ancora che avrei preferito fare questo tipo di considerazioni potendo rinviare direttamente alle biobiblio, ma cominciamo proprio dagli scrittori. È intanto evidente che ciascuno di noi riveste più ruoli, e non per questo (come ridicolmente argomentato) cade in conflitto di interessi. Sia Casadei che Mazzoni sono, oltre che giovani e autorevoli critici e storici della letteratura, a loro volta poeti (Casadei ha pubblicato anche almeno un libro di narrativa), e anzi I mondi, la sua prima raccolta appena uscita da Donzelli, è stata apprezzata su importanti giornali da critici (anzi, tutti poeti-critici, mi pare) anche di orientamenti opposti. Però certo se al momento mi si fa il nome di Guido penso, oltre che a un caro amico, è a un bravissimo critico che penso; ed è in quanto tale che si è preso la briga di inventare insieme a me e ad Alberto questa cosa. Un critico col quale non vado peraltro mai d’accordo; tanto in Parola plurale che nella Fisica del senso, addirittura parto confutando le tesi del suo Sulla poesia moderna (anzi, come mi ha fatto notare con fair play lo stesso Guido, non del suo libro ma solo di un suo capitolo).
    Se allora scorro i 140 nomi, gli scrittori che sono lì come scrittori (anche se poi possono altresì insegnare, fare i consulenti editoriali, tradurre, fare appunto i critici ecc.) sono Antonella Anedda, Franco Arminio, Vincenzo Bagnoli, Silvia Ballestra, Andrea Bajani, Alberto Bellocchio (fuori età, invitato come già vincitore del nostro vecchio “Premio Dedalus”), Mario Benedetti, Giannio Biondillo, Silvia Bre, Franco Buffoni (c.s. per Bellocchio), Maria Grazia Calandrone, Carlo Carabba, Stefano Dal Bianco, Claudio Damiani, Mario De Santis, Giorgio Falco, Paolo Febbraro, Massimo Gezzi (che è anche il nostro segretario), Andrea Gibellini, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Nicola Lagioia, Mia Lecomte, Fabrizio Lombardo, Rosaria Lo Russo, Paolo Maccari, Valerio Magrelli, Stefano Massari, Francesca Matteoni, Paolo Nori, Tommaso Ottonieri, Tommaso Pincio, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Luca Ricci, Flavio Santi, Tiziano Scarpa, Igiaba Scego, Beppe Sebaste, Elena Stancanelli, Italo Testa, Giacomo Trinci, Chiara Valerio, Giorgio Vasta, Lello Voce, Edoardo Zuccato. Sono, mi pare, 45 su 140 (anzi, 137 circa, dobbiamo ancora formalizzare defezioni come quella di Damiani stesso). Alcuni di loro possono essere meno noti di altri, ma sono fra i più promettenti poeti (Bagnoli, Calandrone, Carabba, De Santis, Lombardo, Maccari, Massari, Matteoni, Santi, Testa, Trinci) e narratori (Falco, Pugno, Ricci, Vasta, Valerio) della loro generazione (oltre ad essere quasi tutti assai attivi appunto come critici, giornalisti, ecc.).
    Torno a ripetere, come un mantra: «La nostra giuria non è né vuole essere, in alcun modo, un canone degli scrittori e dei critici contemporanei. Nello scegliere i Cento Lettori, si è seguito un criterio sociologico: si è cercato di creare un modello rappresentativo dello spazio letterario italiano e della sua varietà conflittuale, fatta di idee, competenze, poetiche eterogenee».
    Ecco. Noi, dopo lunghe discussioni, abbiamo pensato che questi nomi possano rappresentare la «varietà conflittuale» ecc. Certo è che se poi uno come Damiani se ne va perché non si riconosce negli altri, contribuisce appunto a rendere meno varia, tale composizione. È proprio lui con la sua presenza e la sua collaborazione, insieme ad altri che senta affini (e che non mi pare manchino, nell’elenco succitato), a incarnare tale varietà. Secondo me, infatti, fa male ad andarsene; pubblicamente gli chiedo di ripensarci.

  49. Andrea Cortellessa Says:

    Scusate. Rileggendo il mio ultimo commento mi rendo conto che ho involontariamente attribuito I mondi a Casadei anziché a Mazzoni. Basterebbe questa gaffe (altro che critiche e dibattiti pubblici di centinaia di commenti) a far fallire tutta la baracca!

  50. Andrea Cortellessa Says:

    Ho pure dimenticato Massimo Gezzi (alla sua seconda raccolta col recentissimo L’attimo dopo) nell’elenco dei giovani poeti di sicuro avvenire. Questa discussione la pagherò cara…

  51. Luciano Pagano Says:

    @Andrea Cortellessa
    grazie per la precisazione, in effetti non si capiva.

  52. vibrisse Says:

    Andrea, se non riesci ad accettare la mia motivazione, puoi solo accettarla.

    giulio mozzi (in versione provvisoriamente zen).

  53. Andrea Cortellessa Says:

    Cioè «Accetta il mistero» (A serious man)?

  54. vibrisse Says:

    No: “Accetta la differenza”.

    Accetta che al di là di ogni nostra buona volontà ci sia una (qualche) differenza insormontabile: per cui qualcosa che per me è evidente per te è oscuro, e viceversa.

    g.

  55. Andrea Cortellessa Says:

    Non ci avevo mai pensato, ma forse questo è il motivo per cui tu fai lo scrittore e io il critico. Per me ciò che è evidente per me ma oscuro per gli altri deve essere comunicato agli altri, fino al punto che, almeno relativamente, sia anche per loro evidente; per te è importante al contrario che l’oscurità di ciò che è per te evidente, cioè appunto la sua differenza, agli altri arrivi in quanto tale.
    Ciò non toglie che resto insoddisfatto. Quando non capisco una cosa, posso impazzire finché non ne vengo a capo. Sono fatto così. Così come tu sei fatto come sei fatto, maledizione.

  56. vibrisse Says:

    Benedizione, Andrea. Benedizione. g.

  57. monica Says:

    giulio aveva scritto anche una domanda “Per uscire dai puri problemi di nomi, dico: accettiamo o non accettiamo che lo scopo della comunità non consiste nel riconoscere una “qualità” che appartiene realmente a questa o quella opera, ma consiste nell’introdurre la “qualità” in questa o quella opera per mezzo di un gesto creativo e di un certo consenso?” (non sono la sua portavoce, né curiosa delle risposte, un po’ dispettosa, forse, sì)

  58. Andrea Cortellessa Says:

    Vuoi dire che gli altri non sono l’inferno, dunque?

  59. Andrea Cortellessa Says:

    @ Monica
    Ma perché dobbiamo farci i dispetti? Cos’è, un gioco?

  60. Andrea Cortellessa Says:

    Comunque, accetto i suoi dispetti. Magari se lei non è interessata alla risposta, qualcun altro lo sarà. Ebbene, la mia risposta a quella domanda è no. Com’è del resto ovvio da tutto quello che sto facendo. E se Giulio fa quella domanda non scrive “per lodare” ecc., ma per sottilmente decostruire, se non per fare un dispetto a sua volta (non ci avevo pensato, che queste discussioni si potessero fare per dispetto, è un insegnamento questo). La mia risposta è no, perché se è vero che l’attribuzione di «valore» è atto ovviamente soggettivo (e se espresso pubblicamente concorre alla formazione, certo, di una doxa basata sul «consenso»), essa non si può operare in condizioni di arbitrio assoluto, essendo in relazione alla sostanza, cioè alla «qualità», del proprio referente. Nella fattispecie in relazione a un testo. Che ha caratteristiche proprie e non congiunturali-locali-consensuali. Congiunturale-locale-consensuale sarà dunque l’attribuzione del valore a oggetti che conservano una qualità intrinseca (cioè, sempre nella nostra fattispecie, delle caratteristiche retoriche, stilistiche, ideologiche). Della voga dispettosa dell’assoluto relativismo decostruzionista à la Stanley Fish (C’è un testo in questa classe?, 1980) mi pare che Umberto Eco (I limiti dell’interpreteazione, 1992) e Mario Lavagetto (Il testo letterario: istruzioni per l’uso, 1996) abbiano fatto piazza pulita con una certa efficacia. Da quest’ultimo testo prelevo il primo lemma, punto di partenza del resto del ragionamento (p. VII): «Il testo è qualcosa che “c’è”».

  61. Marco Says:

    Monica, nella sua risposta Giulio si riferisce alla qualita’ come se fosse un oggetto da inserire dentro il corpo di un’opera: si da’ per scontato che questo oggetto che si introduce nell’opera per mezzo di un gesto creativo e attraverso un consenso e che si chiama per l’appunto qualita’ sia, poniamo, un diamante o un rubino o una pietra preziosa o comunque un oggetto che da subito presenti la connotazione della qualita’. A me pare del tutto evidente, pero’, che questo non faccia altro che spostare la questione se cio’ che l’artista introduce nell’opera sia o non sia effettivamente di qualita’ – proprio perche’ la qualita’ non e’ un oggetto ed e’ errato riferirsi alla qualita’ come se lo fosse.

    Invece, io, a Cortellessa (a cui rispondo che a me le questioni sulla qualita’ letteraria interessano, che proprio come lui credo che ci sia quella cosa che sbrigativamente chiamiamo qualita’ letteraria, e che possa esistere anche in senso assoluto, o forse in senso assoluto-provvisorio, e che l’operazione di aver messo in piedi una classifica di qualita’, pur con tutti i suoi limiti, e le sue pecche, mi sembra un tentativo stimolante), bene, a Cortellessa, il cui approccio fenomenologico mi sembra indiscutibile, domando: non possiamo forse considerare la “qualita’” quel concetto che non e’ possibile definire ma che appare soltanto come il risultato di un rapporto tra opere reali?

    Cerco di spiegarmi meglio. Siccome non possiamo definire in senso assoluto il concetto di qualita’, possiamo solo portare degli esempi di opere di qualita’ (o, direbbe Giulio, dove la qualita’ si trova, e’ stata inoculata, e’ stata consapevolmente introdotta: ma come ho detto questo e’ solo spostare la questione e ci porta solo da capo), forse per definire come mai un’opera sia di qualita’, si presenti, consista nella qualita’ (in che consiste la qualita’ di quest’opera?) questo lo si puo’ fare attraverso il paragone con altre opere. Ad esempio, noi diciamo: Omero e’ il piu’ grande poeta d’ogni tempo. Perche’ diciamo questo? Diciamo questo non perche’ l’opera di Omero presenta qualita’ (perche’ se cosi’ fosse davvero basterebbe consenso attorno alla qualita’ per produrre la qualita’, fabbricarla letterarlmente: cosi’ come si fabbrica un tavolo, una sedia, un cavalletto, un diamante) ma e’ il piu’ grande poeta di ogni tempo perche’ paragonato con tutti gli altri poeti considerati piu’ grandi in ogni loro tempo (e che a loro volta lo sono perche’ paragonati con tutti gli altri poeti del loro tempo sono risultati i piu’ grandi) proprio Omero risulta essere il poeta piu’ grande d’ogni tempo. Dunque la qualita’ riconosciuta all’opera di Omero deriva da un rapporto, da un paragone con opere reali. E tuttavia, ed ecco la critica alla classifica di qualita’, questo rapporto e’ possibile perche’ avviene con opere reali e di numero chiuso. Supponiamo che ogni secolo abbia il suo poeta piu’ grande. Supponiamo che i secoli siano trecento. Ogni secolo ha il suo grande poeta quindi si avrebbero in tutto trecento poeti. Allora Omero viene paragonato a trecento poeti e in forza di questo paragone Omero risulta il migliore tra questi trecento poeti. Ecco fatto. Invece la classifica di qualita’, ritenendo la qualita’ qualcosa che si puo’ riconoscere, ritenendo la qualita’ ‘qualcosa’, un oggetto, un’aura, un’anima, che consiste in se’ e per se’, si esercita non su un numero chiuso di opere, ma se non infinito, quantomeno indefinito. Dunque non c’e’ possibilita’ di verificare in che cosa consista la qualita’ di un’opera rispetto a un’altra opera (di rispondere alla semplice domanda: in che consiste la qualita’ di quest’opera?) giacche’ non c’e’ possibilita’ di fare alcun confronto reale.

    Esiste una soluzione? Si’, certo che esiste. La soluzione e’ pensare alla qualita’ non come a un concetto attorno al quale debba esserci consenso, ma come a un concetto sorretto e tenuto in vita da un preciso sistema di presunzioni. Ad esempio presumere che un numero chiuso e definito di case editrici producano tendenzialmente opere di qualita’ e esercitarsi su quelle opere. Ad esempio presumere che tutti i libri di genere per la loro stessa natura non possano entrare nella classifica di qualita’. Ad esempio presumere che, come ha fatto Garufi con me, i libri di un certo autore non possano entrare mai e poi mai nella classifica di qualita’. Dopodiche’ stilata una lista di queste presunzioni, chiesto scusa perche’ si e’ comunque umani troppo umani, si puo’anche stilare una lista di eccezioni a queste regole. Ossia dire: ci arroghiamo il diritto di contravvenire a tutte queste regole qualora venissimo a conoscenza di un’opera di genere dell’orrore pubblicata da una casa editrice di accertata mancanza di qualita’ scritta da Marco Candida e che si intitola Garufi si e’ pappato Franz Krauspenhaar in collaborazione con Gianni Biondillo che a paragone di tutte le altre opere merita tutto sommato di finire nella nostra classifica.

  62. Andrea Cortellessa Says:

    @ Marco Candida
    Non so se ho capito bene il senso dell’obiezione. Cerco di riassumerla. La qualità dunque secondo te si può sceverare solo relativamente (Kafka ha una qualità maggiore di Hofmannsthal, per esempio). E dunque, dal momento che le Classifiche di qualità di Pordenonelegge non partono da un canone ristretto di opere fra le quali scegliere, non sono in grado di sceverarla.
    Ma la tua premessa, a mio modo di vedere, è erronea. Se dobbiamo fare delle valutazioni comparative (come sono appunto, alla fine del percorso, quelle espresse dalle Classifiche, che addirittura esprimono preferenze secondo una scala quantitatova – il che è concettualmente opinabile e infatti viene abbondantemente contestato) evidentemente confrontiamo fra loro più opere (per es. gli ultimi libri di Lagioia e Mozzi). Ma quando ciascuno di noi attribuisce valore a un oggetto (per es. al libro di Mozzi) non lo fa comparativamente; lo fa in assoluto (anche se soggettivamente; dal punto di vista del soggetto giudicante, però, quella valutazione è assoluta). L’esempio di Omero che fai è particolarmente calzante al mio discorso. Noi non facciamo valutazioni comparative, nei confronti dei poemi attribuiti a «Omero», perché non abbiamo a disposizione altri testi della stessa epoca (nella quale già il concetto di «testo», poi, è molto diverso dal nostro). Convenzionalmente, e a partire dai filologi alessandrini di più di duemila anni fa, quel corpus di testi viene considerato la base della letteratura occidentale (la base, più che il vertice). Ma già i due corpus attribuiti a quest’autorialità mitologica sono in realtà, com’è noto, espressioni di due società, e di cue culture, fra loro molto diverse; e ciascuna delle due permetterebbe di fare valutazioni specifiche (come del resto tutti noi, sin dai banchi di scuola, facciamo).
    L’altra ipotesi che fai mi pare concettualmente opposta alla tua prima. Che cioè sia teoricamente possibile che vengano fissate delle caratteristiche a priori che escludano un determinato oggetto dal novero della «qualità». È evidente che non è possibile fissarle in astratto, perché – come Giulio ha fatto notare sin dall’inizio della discussione – si sono dati nella storia moltissimi casi, per esempio, di opere “di genere” (cioè con mero fine di intrattenimento) che nel tempo sono assurte al rango di opere letterarie, e in qualche caso persino a quello di pietre di paragone della «qualità» letteraria.
    Il giudizio, dunque, non può che essere dato di volta in volta di fronte a quella singola e irriducibile opera. E alle sue intrinseche e irriducibili «qualità».

  63. Enrico Macioci Says:

    @cortellessa
    Tenendo conto che ho ben compreso cosa lei intenda per qualità e per classifica di qualità, e premettendo che non voglio in alcun modo indispettire né provocare, mi vengono in mente due brevi esempi da porre alla sua attenzione: Tolstoj – dunque una persona calata profondissimamente nel linguaggio – giudicò RE LEAR al di sotto di una critica seria (sic); mentre Wittgenstein – sulle cui abilità e sensibilità linguistiche credo non si possa dubitare – affermò con un certo disprezzo che Shakespeare era un funambolo in sostanza inutile e vacuo e non un vero creatore, un dichter come ad es. Holderlin. Queste sono eccezioni nell’ambito d’un’amplissima tradizione critica che considera Shakespeare un genio assoluto della letteratura, ma: si possono strictu sensu IGNORARE? E se no, qual è la maniera di conciliarle con un METODO che pretenda definirsi tale? E ancora: come facciamo OGGI ad avere la certezza che una data opera possegga caratteristiche “non congiunturali-locali-consensuali”? Perchè dovremmo essere congiunturali noi giudicanti e non invece l’opera, ch’è pur sempre prodotto umano e in qualche modo limitato? Io ad es. considero la DIVINA COMMEDIA (tanto per andare sul leggero) un’opera congiunturale, ovvero un’opera profondamente medievale, ma ciò non toglie un briciolo al suo elevatissimo valore estetico e cognitivo in data 2010. Tuttavia mi domando: la potenziale eternità di un’opera (chè in fondo, estremizzando, è questo che tenta con giusta ambizione di certificare la classifica di qualità) esiste DI PER SE’? E mi viene da porre un’altra domanda/esempio (poi mi fermo perché si potrebbe andare avanti per venti pagine): se attualmente in pochissimi leggono un autore dell’enorme statura di Goethe, ciò dipende soltanto dalla difficoltà dell’autore e dall’ignoranza e inadeguatezza dei lettori, oppure in parte si deve a una certa congiunturalità di Goethe medesimo? Cioè: i grandi autori sono senza tempo, però noi viviamo una fase antropologica d’immense accelerazioni e cambiamenti, una fase che viene fra l’altro dopo il secolo più terribile di sempre – quando altro sarebbe potuto sorgere se non nel ‘900 un miracolo di sofferenza a nome Paul Celan? E proprio per ciò non ci è, Celan, incommensurabilmente più contemporaneo di Virgilio? Quel che ho a grandi linee argomentato non è cavillo ma mi sembra inficiare, almeno in parte e però nel profondo, l’asserzione del suo post in data 15 marzo ore 14,06 riguardo la qualità, e la valutazione che di essa noi possiamo oggettivamente fare.
    ps: penso con orrore al buon vecchio Benedetto Croce che liquidò i poemi in prosa di Rimbaud come le scemenze d’un giovane squilibrato, il quale subito dopo per fortuna dell’umanità tacque. Ecc. ecc. ecc. e amen.
    pps: l’assoluto decostruzionismo che lei cita alla fine del suo post sta antipatico pure a me.

  64. Andrea Cortellessa Says:

    A me pare abbastanza chiaro (opinabile, si capisce, ma chiaro): congiunturale è il giudizio del singolo, e anche di un’intera epoca, non la sostanza dell’opera (cioè le caratteristiche che la connotano e «qualificano»). Il caso della Commedia, i cui valori sono oggi per noi indiscussi e paradigmatici, è esemplare. In un arco di tempo compreso fra la seconda metà del Cinquecento e quella del Settecento, Dante praticamente uscì dal canone. Evidentemente alcuni cultori restarono (per esempio Galileo, che aveva vivaci passioni letterarie), ma la sua autorità venne vivacemente contestata. Parve appunto “inattuale” (non nel senso positivo di Nietzsche, evidentemente). Oggi ci pare assurda quella lettura riduttiva, ma solo dopo che la sua «rivalutazione» è passata per un «uso» che ci pare altrettanto assurdo (quello nazionalistico-risorgimentale da noi incarnato da Foscolo e De Sanctis). E ancora: l’«idea di Dante» che ha coltivato la poesia del Novecento discende soprattutto dalla lettura di Eliot. Ma Eliot è lo stesso che a un certo punto stroncò l’Amleto di Shakespeare (e non pour épater). E via dicendo. Il punto resta fermo: congiunturale è il giudizio che possiamo dare noi umanamente fallibili, e dunque l’idea che di una determinata opera si ha nel tempo; non dirò «eterna», ma relativamente meno congiunturale diciamo, è invece la «qualità» specifica del testo. Magari il ventiduesimo secolo potrà avere nei confronti di Dante la stessa relativa indifferenza che il ventunesimo secondo lei ha nei confronti di Goethe, ma questo non potrà mai ridurre o azzerare le qualità intrinseche della Commedia o del Faust.

  65. lucia Says:

    Scusate se mi intrometto in questa discussione con un esempio molto banale e sicuramente non all’altezza dei commentatori che mi hanno preceduta ma seguendo il dibattito mi è venuto in mente un fatto di cui sono stata partecipe.
    Ho fatto parte di un gruppo di scrittori che per un paio d’anni ha organizzato incontri culturali come mostre fotografiche, mostre di quadri, rappresentazioni teatrali e musicali, e presentazione di libri o letture di testi scritti da questo gruppo di scrittori. Il pubblico era quasi sempre lo stesso ma molto variegato sia in relazione all’età che alla preparazione culturale, sia essa intesa come cultura letteraria che come cultura musicale e/o artistica in generale, tra queste persone molto colte c’erano anche persone che non possedevano tale preparazione.
    Ora gli scrittori erano una decina.
    Eppure il pubblico quando diceva “scrittore” si riferiva sempre a una sola persona tra tutte quelle che componevano il gruppo. Tra l’altro i racconti che venivano citati e/o ricordati spesso erano i racconti di quella persona da loro vista come “lo scrittore”.
    Ora io non so se quella persona scrivesse meglio delle altre, so che dalla maggior parte del pubblico quella persona era percepita come scrittore.
    Può essere questa “percezione” indice di qualità?
    Può essere che al di là della forma letteraria, al di là della storia raccontata, al di là di ogni retorica usata, ci sia qualcosa d’altro che determina la qualità?
    Può essere che uno scrittore interpreti in un dato momento una storia che è sentita universalmente necessaria, pur trattandosi ovviamente di un universo molto ristretto?
    Può essere quindi la necessità di un’opera a determinare la qualità?
    Oppure è l’insieme delle tre cose (storia, forma e necessità) a determinare la qualità?
    Lucia

  66. stefano Says:

    Intanto sarebbe curioso che Andrea Cortellessa fosse ateo. Un ateo che crede nell’anima dei libri. Io personalmente non credo che esista una quintessenza della qualità letteraria, cioè non credo alle qualità intrinseche della “Commedia” o del “Faust”. Però credo anche di aver capito cosa sarebbe questa qualità di cui parla ( vabbe’ non solo lui :-)! ), e non sento il bisogno di cercare di smontare i suoi argomenti, anche potendolo fare. In fondo che ci siano persone che si preoccupano di difendere una cosa così, che sia reale o illusoria, mi sta bene. E’ un modo per preoccuparsi dell’anima, che sia reale o illusoria.

  67. Andrea Cortellessa Says:

    @ Stefano
    Sono ateo, sì. Ma non è che un ateo non creda in nulla. Personalmente io credo (oltre che ad altre cose) nel valore – non nell’anima – dei libri. Persino di chi li scrive. E addirittura di chi li legge.

  68. stefano Says:

    Andrea, ti credo, infatti sono ateo anch’io. La curiosità stava nel fatto che Giulio se non sbaglio è credente, e in questa discussione, se non ho preso ulteriori abbagli, vi siete scambiati i ruoli. Ci si potrebbe scrivere una storiellina zen. A proposito, tempo fa presi in biblioteca un tuo saggio, “la fisica del senso”.

  69. Marco Says:

    Caro Cortellessa, mi dichiaro battuto. Il suo argomentare, poi con una cosi’ ricca fioritura d’esempi (che mi riportano piacevolmente indietro agli studi di scuola), mi ha convinto. In fondo, ha ragione lei: torniamo alle cose, torniamo ai libri. Basta ragionare su essenze, sostanze, concetti generali ed astratti, definizioni. Tutto cosi’ vuoto: un giardino senza fiori. Limitiamoci a cercare dei libri che facciano, a volte in modo non subito comprensibile, del bene.

  70. Andrea Cortellessa Says:

    @ Stefano
    Molto pungente. C’è infatti chi insiste a ritenere poco convincente il mio ateismo.
    @ Marco
    Ma non ci davamo del tu?

  71. luciano pagano Says:

    Lo Strega? Sono pronto.

    http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/paolo_sorrentino070310.html

  72. gino spadon Says:

    Ho letto “Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire” di Valerio Magrelli e da lettore fiducioso nei titoli, pensavo di trovarvi dieci “riscritture” o, addirittura, come è detto nella “Premessa”, dieci “reincarnazioni” del sonetto baudelairiano “Recueillement”, Fiducia, ahimè, delusa perché tolta la riscrittura lipogrammatica di G. Perec presente nel romanzo “La Disparition” e tolta la trsansmetrizzazione operata da J. Prèvost in “Baudelaire Essai sur l’inspiratio et la création poétique”, resta ben poca cosa. Del che è consapevole l’autore stesso, che dopo aver promesso scoperte epocali, finisce col parlare, a proposito dell’influsso esercitato dai versi baudelairiani sulle opere di scrittori quali Michaux, Céline, Colette, Nabokov, Beckett, Queneau, Houellebecq, di “echi”, di “spie labili”, di “riferimenti esili”, di parallelismi “minimi e circoscritti”. A rivelare questa “forzata” modestia è il mutamento di tono. Via, via che il libro si dipana non più dichiarazioni perentorie, ma affermazioni cautelose che fanno apparire il Magrelli afflitto da una sorta di sindrome attenuativa tanto è grande l’uso che egli fa di condizionali, di dichiarazioni reticenti come: “Non sembra azzardato suggerire”, “Non pare eccessivo definire”, “Senza forzare l’interpretazione, potremmo ritrovare in…”, “Questo brano sembra riprendere la struttura di…” “Pare oggettivamente consentito annoverare…”… ”A costo di forzare la lettura sembra possibile stabilire un parallelo fra…” ecc. Reticenze e cautele imposte dalla oggettiva “povertà” degli accostamenti possibili. Velocemente esemplificando diremo che del “Repos dans le Malheur” di Michaux si dice che “sembra riprendere la struttura, l’assetto, le componenti stesse di ‘Recueillement’”, ma subito dopo si aggiunge che si tratta di “accostamento affatto congetturale”; di Colette si cita un brano di “Noces” in cui la scrittrice, cedendo al suo amore dei calembours, dà una versione ironico-sarcastica di un verso di “Recueillement” trasformando la dolce “Sera” del sonetto nel titolo di un giornale: “Le soir”; Di Nabokov, si dice che in “Lolita” l’esortazione del professore di francese all’amata Dolores: «Fa’ la brava, Dolores» riecheggia il baudelairiano «Sois sage, ô ma Douleur»…”. Quanto a Beckett viene riconosciuta l’azione che i versi del sonetto baudelairiano esercitano su “Fin de partie” e se ne dà come prova il “mouchoir” col quale Hamm si copre il viso, estrema metamorfosi del “linceul” (sudario) con cui la Notte incede negli ultimi due versi di Baudelaire”. Per la raccolta “Fendre les flots” di Queneau si propone un accostamento, anche se riconosciuto “minimo e circoscritto”, fra il verbo “raccogliere” presente in una quartina e il sostantivo “recueillement” del sonetto. Della versione lipogrammatica di Perec si afferma solo che essa fa apparire il sonetto baudelairiano “uguale ma diverso, sfigurato e insieme riconfigurato”. Restano infine il romanzo “Les particules élémentaires” di Houellebecq, “Mort à crédit” e “Voyage au bout de la nuit” di Céline. Nel primo romanzo uno studente della banlieue parigina scorge nelle sue strofe l’essenza “funeraria” di Recueillement, giudizio che Magrelli dichiara di condividere pienamente. “Mort à crédit”, a sua volta, offre l’occasione per rilevare una somiglianza fra questa riflessione di Céline sull’invecchiamento di Parigi,: «è una rottura di scatole invecchiare, vedere cambiare le case, i numeri, i tram e le pettinature della gente”, e i versi di “Le Cygne”:: “..….la forme d’une ville / Change plus vite, hélas! que le cœur d’un mortel”. Stesso accostamento viene fatto fra il sarcastico invito [“viens!”] rivolto da una bouquiniste al marito perché si sbrighi a chiuder bottega e i versi. “ma Douleur, donne-moi la main; viens par ici” Rimarrebbero altre osservazioni da fare, ma credo bastino questi “vertiginosi” accostamenti per dare un’idea di un libro ricco di digressioni-divagazioni nettamente superfetatorie e povero, estremamente povero, di reali “somiglianze”. (Gino Spadon)

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