Desiderare figlio non è come scolpire marmo

by

di Demetrio Paolin

[questo articolo è stato pubblicato nel numero de La lettura, supplemento del Corriere della sera, in edicola questa settimana].

Gabriele Dadati con L’ultima notte di Antonio Canova (Baldini & Castoldi, 2018) ci consegna, coraggiosamente, un romanzo storico alla vecchia maniera. Siamo a Venezia nel 1822, il grande scultore Antonio Canova, prossimo alla morte, decide di raccontare al fratellastro Giovan Battista Sartori una vicenda di cui è stato protagonista e spettatore, e che riguarda l’uomo più potente del quel tempo: Napoleone Bonaparte. Nel 1810 Canova è a Fontainebleu, l’imperatore di Francia l’ha chiamato perché vuole che Maria Luisa d’Austria venga ritratta in un busto di marmo. Lo scultore, mentre è a corte, viene avvinto nelle spire di una strana congiura, che riguarda Napoleone, la sua sposa e il futuro della Francia.

L’ultima notte di Antonio Canova è un serie di cerchi via via più stretti, che corrispondono a diversi punti focali della narrazione: in primo luogo abbiamo il grande artista alle prese con la sua morte solitaria, la sua debolezza fisica, la malinconia per il tempo sprecato e i rimpianti per la gioventù. In questo contesto si inserisce un secondo quadro temporale, l’ottobre del 1810, dove nello sfarzo della corte di Napoleone lo scultore viene a conoscenza del terribile segreto, che  viene raccontato – e abbiamo qui il terzo e più importante scenario –  dal punto di vista di Maria Luisa.

Se quindi nelle scelta del genere Dadati volge lo sguardo a una categoria narrativa codificata, nella costruzione della sua storia l’autore predilige un approccio più complesso. Se tra il genere e struttura abbiamo visto una sorta di frizione, la stessa tensione può essere ravvisata tra lo stile della scrittura e i temi che sono tratti. Dadati, anche nelle prove precedenti, ha sempre costruito i suoi romanzi intorno a una scrittura neoclassica, sorvegliata, colta e mai affettata, che ne L’ultima notte di Antonio Canova porta a maturità. Sono proprio la materia del romanzo e il tempo in cui il romanzo s’ambienta, trovare felice l’espressione linguistica dell’autore; eppure una inquietudine s’avverte, come se a dispetto a questa prosa sotterranea si agitasse un tormento e una ambiguità, legati ai nuclei tematici del romanzo: la morte e sterilità.

Nel trattarle la prosa di Dadati ha un sussulto, come se non potesse più governare la materia con olimpica freddezza: lo sguardo del narratore si fa più acuto e osceno, come è esemplificato nella descrizione del corpo morto di Canova in braccio al fratello: una sorta di pietà, in cui il fratellastro è descritto come se fosse la Vergine e l’artista come il Cristo morente. Se la morte è la cornice del romanzo, la sterilità è ciò che muove la storia, è il fulcro delle relazioni tra i personaggi; l’impossibilità di avere figli, di lasciare eredi e l’immagine di un tempo che finisce senza una memoria di ciò che si è fatto, riveste nel romanzo di una sorta di egoistica cattiveria. Ci sono uomini e donne disposti a tutto pur di avere una carne vivente che serbi ricordo di loro e del loro nome. Questo produce una sorta di ambiguità nei rapporti umani in cui nessuno è intermente innocente o colpevole, che Dadati mai giudica, invitandoci a imparare la compassione.

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