Che cosa faccio quando scrivo una poesia (brutta)

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Fotografia di Simonetta Viterbi

Fotografia di Simonetta Viterbi

di giuliomozzi

Vista l’attenzione ricevuta dall’articoletto Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario), ieri ho pubblicato qui un breve testo in versi. Su questo testo non ho nessuna pretesa: perciò nel titolo c’è quel “(brutta)”.

Vorrei ora fare qualche riflessione, molto semplice. Ricopio per comodità il breve testo:

attraversò la strada e non
s’accorse; fu
più tardi ricomposto. Ne
dispose la riesumazione
un magistrato, qualche mese
più tardi e il camionista
andò libero essendo state trovate
tracce di eroina

Innanzitutto: questo testo è una poesia? Risposta: sì, in quanto è un testo che va a capo prima che sia finita la riga. Potrà essere, anzi è sicuramente, una poesia brutta: ma pur sempre una poesia.

Poi: questo testo è in versi? Risposta: sì. Ecco le misure, almeno come le percepisco io:

attraversò la strada e non (novenario tronco, 4a)
s’accorse. Fu (quinario tronco, 2a)
più tardi ricomposto. Ne (novenario tronco, 2a 6a)
dispose la riesumazione (novenario, 2a [6a])
un magistrato, qualche mese (novenario, 4a [6a])
più tardi e il camionista (settenario, 2a)
andò libero essendo state trovate (settenario 3a + quinario 1a)
tracce di eroina (senario 1a)

Per “tronco” intendo qui un verso il cui ultimo accento cade sull’ultima sillaba (come in “Volaron sul ponte che cupo sonò”): un novenario tronco ha quindi otto sillabe metriche (es. “tar-di_e_il”: due sillabe). Dopo la misura del verso indico dove cadono gli accenti principali (numero della sillaba) ed eventualmente quelli che sento come secondari [tra parentesi quadre]. L’ultimo accento, essendo ovvio, non è indicato.

Tutti i versi sono leggibili come versi “canonici”; solo il penultimo ha bisogno di essere inteso come verso doppio (settenario più quinario: è un dodecasillabo piuttosto diverso da “Dagli altri muscosi, dai fori cadenti”, che è un doppio senario).

Certo, alcuni versi sono un po’ bizzarri: che l’ultimo accento del terzo verso cada su “ne” (partitivo), che è una parola tipicamente proclitica, è quasi paradossale. Anche il “non” del primo verso, peraltro, non è esattamente a suo agio nella posizione di ultimo accento; il “fu” del secondo, invece, se la può cavare (di “fu” fortemente accentati la storia della poesia è ben ricca, a partire da (non è in fine verso, ma era per citare ancora Manzoni) “Ei fu. Siccome immobile”, ec.).

Tra sintassi e versi c’è un rapporto del tipo, per così dire, “scusandosi col dir: non lo conosco”. Le inarcature (o: gli enjambement) iniziali sono più brute e quelle successive meno: fattostà che non c’è un verso che corrisponda a una qualche unità sintattica riconoscibile. Anche il più lungo, “andò libero essendo state trovate”, rimane in sospeso.

Si può dire, forse, che il breve testo è qualcosa come un madrigalino.

Ma se trascrivo il testo senza andare a capo,

attraversò la strada e non s’accorse; fu più tardi ricomposto. Ne dispose la riesumazione un magistrato, qualche mese più tardi e il camionista andò libero essendo state trovate tracce di eroina,

mi pare che si ottenga un testo che è prosa e basta: magari una prosa bisognosa di qualche segno di punteggiatura (es.: “qualche mese più tardi: e il camionista andò libero, essendo” ec.), ma tranquillamente prosa. Quello che non succede, per dire, se (complici anche le rime, vabbè) trascriviamo Petrarca

Solo e pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti, e gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio uman l’arena stampi

ma anche se trascriviamo Ungaretti (L’isola):

A una proda ove sera era perenne Di anziane selve assorte, scese, E s’inoltrò E lo richiamò rumore di penne Ch’erasi sciolto dallo stridulo Batticuore dell’acqua torrida, E una larva (languiva E rifioriva) vide; Ritornato a salire vide Ch’era una ninfa e dormiva Ritta abbracciata ad un olmo:

perché in Ungaretti, a parte le maiuscole a inizio di verso, c’è una quantità di altri segnali (soprattutto lessicali) che irrimediabilmente “fanno poesia”. Si potrebbe sostenere che le lievi slogature sintattiche presenti nel mio testo (quelle che nella versione “in prosa” impongono di mettere dei segni di punteggiatura) sono a loro volta un qualcosa che “fa poesia”; e penso sia vero; tuttavia la forza dell’effetto, rispetto al testo citato di Ungaretti, mi pare decisamente minima.

Quindi: la mia poesia è una poesia che è tale proprio solo perché c’è l’a capo. Senza l’a capo non si “sentirebbero” i versi, e quindi i versi senza l’a capo non ci sono, o non sono tali. Il contenuto e il lessico da notizia di cronaca (appena un po’ straniata dall’uso del passato remoto) ugualmente non “fanno poesia”.

Se leggo e rileggo il breve testo, la sensazione che ho è quella di una specie di collage per abrasione: c’era un testo più lungo, più e meglio articolato; ne sono state tolte delle parti, e questo è ciò che ne resta. Non sto a dire che il bianco dopo l’a capo è la parte cancellata del testo: non sto a dirlo perché non è questa la sensazione mia.

La domanda è: che cosa avevo in testa, ieri, quand’ho improvvisato queste poche righe?

Intanto, si intenda bene il verbo “improvvisare”: che non significa buttar giù casualmente, spontaneisticamente, e così via. Richiamo tre cose:
– il fatto che, di testi simili a questo, ne ho già scritti una quantità; alcuni di loro sono anche andati a formare un libro (Dall’archivio, Aragno, 2014); un po’ potete leggerne, per esempio, qui;
– l’idea di improvvisazione musicale;
– una frase dalla voce Improvvisazione di Wikipedia: “Il semplice atto di parlare è già di per sé una forma di improvvisazione perché richiede, da parte della mente, una ricerca nel processo di pensiero che deve essere creata in maniera istantanea e allo stesso tempo efficacemente comprensibile”.

Potrei dire che ieri volevo compiere un “semplice atto di parlare”.

Breve deviazione. Avete mai ascoltata la vostra voce registrata? (solo audio, mi raccomando; niente video). Io sì, spesso. E mi sono accorto che nel mio “atto di parlare” ci sono delle pause del tutto ingiustificate sul fronte sintattico, e che però producono (abbastanza regolarmente da farmi esclamare: questo è significativo!) “versi”. Fine della deviazione, che peraltro deviazione non è.

Possiamo figurarci (sentii dire una volta da un chiarissimo professore) che giunto a un certo punto della scrittura della Commedia Dante Alighieri non fosse più capace nemmeno di ruttare o cagare senza farlo in terzine incatenate. Ecco: si parva licet componere magnis, qualcosa del genere. Solo che la mia andatura (ecco la parola-chiave) non è quella delle terzine incatenate ma quella descritta prima: un andare a capo sintatticamente insensato che produce sequenze di versi pressoché canonici e talvolta bizzarri.

Ma (immagino delle domande): è nato prima l’uovo o la gallina? L’andatura di testi in versi come questi deriva davvero dal tuo parlato, o è stato l’aver avuto intensamente che fare con la scrittura a dare al tuo parlato una certa andatura? Questi novenari tronchi con accento finale su monosillabi atoni, è una cosa che ti viene o una cosa che cerchi? Questo sfasamento tra sintassi e metro è qualcosa che ti piace? Eccetera.

Per rispondere a domande come queste dovrei inventarmi qualcosa, e suppongo che non sia particolarmente onesto dare a domande come queste risposte d’invenzione. E così vengo al titolo di questo articoletto: Che cosa faccio quando scrivo una poesia.

Cerco di mettere il mio corpo in un testo, ecco cosa faccio.

Non posso certo mettere in un testo le mie dita o la mia milza; posso metterci forse qualcosa dell’andatura del mio corpo. La voce, presumo, ha un’andatura che deriva dall’andatura generale del corpo; e spero che possa, la voce scritta, conservare dell’andatura del corpo quanto basta per renderla presente a chi legge, perché chi legge possa sentire quell’andatura nel suo corpo.

Come quando, dall’andatura, si riconose da lontano e in mezzo alla folla la persona amata: che quell’andatura lì ce l’ha solo lei o lui, e in quell’andatura splendono la sua bellezza e la sua verità.

E questo è tutto.

(“Ma”, dice uno, “e quel poveretto che è stato travolto dal camion, fatto a pezzi, e il camionista…”. “Non ha importanza: quella è solo materia”).

14 Risposte to “Che cosa faccio quando scrivo una poesia (brutta)”

  1. mluigialongo Says:

    Giulio, grazie. Molto interessante.

  2. acabarra59 Says:

    “ Senza data [1994] – « “ Giovedì 11 aprile – Gli hollow men li riempie la televisione. “. Scegliamo questo che ci sembra un testo sintomatico del diario di Adriano Barra. Che cosa se ne può dire? È un testo breve, anzi brevissimo. Avanziamo un’ipotesi: a Barra piace la brevità – le phrases courtes di Renard? -, l’icasticità, forse sarebbe più esatto dire la fulmineità – a Barra piace essere “ improvviso “, nel senso di “ improvvisata “, ma anche di “ improvvisazione “. Piace mordere-e-fuggire, come un animaletto pauroso, una zanzara, una mosca, un topo. È anche un testo un po’ oscuro, perché non è scontato che il lettore sappia chi sono questi “ hollow men “ o che se ne ricordi nel momento in cui legge, ma, poiché, leggendo, sarà costretto a scegliere fra ricordarsene o ammettere di non sapere chi sono, possiamo anche definirlo un testo quiz. A Barra piace l’oscurità? Quello che è certo è che gli piacciono i quiz. Nei quiz c’è qualcosa di puerile, di infantilmente sadico, di sinistramente ludico. Nei quiz c’è un sapore di scuola, di Signoramaestra, uno sgradevole sapore di Gigisatutto, che forse a Barra, perversamente, piace. Nei quiz c’è anche opacità, insignificanza, stupidità – che senso ha sapere i nomi, le date, le poesie a memoria etc? -, assurdità: tutte cose che forse all’ambiguo Barra non dispiacciono. » (Amilcare Buoi, Un diario non abolirà l’azzardo: La meditazione dello zero di Adriano Barra, in Un uomo, un diario. Atti del convegno di studio su Adriano Barra, Avezzano, 23-24 novembre 1994) “ [*]
    [*] Lsds / 611

  3. dm Says:

    Un’andatura, sì, un’andatura.
    (Spero di avere la possibilità – un computer mio, del tempo – di scrivere qualcosa al riguardo, qui tra i commenti. È una metafora che mi risuona e mi convince.)

  4. danieladelcore Says:

    Ma no, no, la materia in poesia nasce con il verso, dentro al verso. Non si può ragionare di versi scevri dal contenuto. Non puoi essere ricomposto così a caldo, riesumato dal tuo sonno eterno, disonorato da un magistrato scrupoloso, che scagiona un omicida stradale. Non mi piace la destrutturazione che prescinde dal contenuto. Mi viene da pensare alla complessità molecolare, al fatto che per molti scienziati sia difficile spiegare come una cellula sia apparsa dal nulla senza un mitocondrio, o peggio senza membrana. Sarebbe dire che la poesia si evolve da un’accozzaglia di stilemi, alla quale si da un’aggiustata alla “come viene”, andare a capo, sì ma quando, cosa lasciare in sospeso, rimare no, ma ogni tanto una rima interna non uccide nessuno. E no, non mi piace la critica letteraria.

  5. Giulio Mozzi Says:

    “Un’accozzaglia di stilemi”. Bella formula, mi piace.

  6. Cetti Petrillo Says:

    quanto sono ignorante!

  7. Thomas Says:

    “Ratio pedum in oratione est multo, quam in versu, difficilior”. Quintiliano

  8. RobySan Says:

    Tra parentesi.

    (per me è bella
    la macchina a corrente continua
    – che a corrente continua non è -,
    con: quella sua rigorosa
    flessibilità,
    la genialità dell’idea
    del collettore a lamelle,
    la sua capacità d’obbedire
    alle ben modulate
    variazioni di corrente)

  9. acabarra59 Says:

    “ 16 giugno 1988 – A me sembra che, in ogni caso, quello che Proust ha voluto farci sapere è il piacere del testo. La passività felice dell’ascolto la fortuna umana dell’affidarsi della fiducia in una voce. Quella voce che si chiama letteratura. ]“ [*][**]
    [*] Lsds / 614
    [**] Buona notte.

  10. deorgreine Says:

    le accozzaglie di stilemi sono il mio forte! Mi riconosco…

  11. Giulio Mozzi Says:

    Traduco il Quintiliano (ix, 4) citato da Thomas: la prosodia è molto più difficile in prosa che in versi.

  12. acabarra59 Says:

    “ 2 dicembre 1992 – Di quanto ho scritto mi riconosco solo in quel telegrafico poema in prosa: « Tènere le distanze ». “ [*]
    [*] Lsds / 615

  13. Giulio Mozzi Says:

    Per l’andatura, vedi.

  14. la Matta Says:

    Mi vengono in mente le parole di “gracias a la vida”.Chissà perchè.Matta

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