Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario)

by

questononeunsonetto

di giuliomozzi

Vabbè, sto esagerando: io non ne posso più. Che la poesia non conti tutto sommato nulla nella vita sociale e civile del Paese, mi sembra una cosa ovvia. Non mi pare che Dante o Petrarca, per tacere di Leopardi e del Berchet, abbiano contato più che tanto – più che nulla – nella vita sociale e civile del Paese. Certo: guardiamo la storia d’Italia, e ci par di vedere una popolazione tutta compresa nei procomberò sol io (tanto per citare il peggio) e tutta intenta ad amoreggiare teologicamente e stilnovisticamente. Ma certo! Peccato che quella popolazione fosse l’un per cento, l’un per mille, l’un per diecimila della popolazione reale, della cui esistenza forse aveva qualche sentore, qualche vaga notizia, qualche rapporto ogni tanto. Oggi viviamo nell’alfabetizzazione universale, ma l’alfabetizzazione non è altro che alfabetizzazione: saper usare almeno al minimo indispensabile l’alfabeto; saper leggere le istruzioni per l’uso della lavatrice; saper compilare in Facebook uno status con la ricetta della parmigiana di melanzane (come la faceva la nonna, la mamma, ec.); e poco più. Notavo l’altro giorno, in uno studio pieno di gente laureata e postlaureata, tutta gente seduta davanti a dei pc e intenta a scrivere, che tutti furiosamente scrivevano usando un dito per mano: che è l’equivalente del tenere una penna come se fosse una vanga. L’alfabetizzazione porta all’alfabeto: non sta scritto da nessuna parte che se oggi metà della popolazione italiana è capace di comperare un libro (o prenderlo a prestito) e provare a leggerlo, perciostesso sia più sensibile alla poesia; o che o una quota maggiore (rispetto a un tempo) di popolazione sia sensibile alla poesia. No, no. E’ vero che Gabriele D’Annunzio vendeva vagonate dei suoi libri di poesia, ma D’Annunzio (allora) era come Fabio Volo (oggi): a prescindere da qualunque giudizio sulla qualità delle opere, tràttasi di autore-star che vende modelli comportamentali e di pensiero a un pubblico mediamente acculturato o aspirante ad acculturarsi mediamente. Che il divin Gabriele abbia cominciato dai libri e il buon Volo ci sia arrivato dopo, poco cambia.

Sono un lettore di poesia, lo confesso. Sono addirittura un compratore di libri di poesia: e talvolta divento matto per riuscire a comperare quel certo libro lì, che lo vendono solo presso il centro sociale occupato nei venerdì dispari dei mesi pari, tra le cinque e le sei di mattina, pagamento in talleri (o che lo pubblica l’Istituzione Solenne la quale, alla richiesta d’acquisto, risponde che loro i preziosissimi libri che stampano in limitatissime tirature li regalano, sì, li regalano soltanto: a un pubblico selezionatissimo: del quale io, volgare compratore, evidente non faccio parte, né posso aspirare). Sono un lettore di poesia antica, quattrocentesca, rinascimentale, barocca, addirittura sette-ottocentesca, e per di più contemporanea. Leggo poesia italiana, francese, inglese: dove ho un minimo di competenza linguistica, ché le traduzioni fanno quello che possono. Nella mia libreria ci sono più libri di poesia che romanzi e racconti, e soprattutto ci sono molti più libri di poesia contemporanea che libri di romanzi e racconti contemporanei.

Quasi tutto quello che so sulla scrittura, l’ho imparato leggendo poesia e leggendo quello che i poeti e certi critici scrivono o hanno scritto sulla poesia. L’intensità che cerco, nello scrivere, è l’intensità della poesia: la parola “intensità” è ingenua, ma spero mi si capisca. Non sono un poeta: non ho quella forza; anche se talvolta mi attento a scrivere in versi (non parlo di quelli scritti per gioco) e addirittura ho pubblicato due libri scritti in versi e tre libri tra le cui prose fanno capolino parti, sezioni, racconti scritti in versi. Un amico, recensendo uno di questi libri, ha generosamente scritto che io non sono un “prosatore”: sono un “versificatore”; ma si è ben guardato – giustamente – dal sostenere che io sia un poeta (vedi); perché i poeti sono bestie d’altra specie, forse d’altra natura.

Che la poesia sia irrilevante; sia marginale; che la poesia non conti (più) nulla; che la poesia sia soffocata dalla prosa; che la poesia si sia ridotta a essere una faccenda di conventicole; che la poesia si sia smarrita tra esperimenti paradossali fin nel nome di “poesia visiva” o “verbo-visiva”, “poesia sonora”, “videopoesia”, “poesia in prosa” o addirittura di “prosa in prosa”; che i poeti siano ormai una microgalassia di piccoli sistemi solari ciascuno contraddistinto da un’incomprensibile (o da una fin troppo comprensibile) poetica; che i poeti siano gentaglia che sta sempre lì a guardarsi, a spiarsi, a contendersi miserabili premietti, a contendersi gli inviti a festival più o meno internazionali e più o meno lussuosi o straccioni (perché ci sono anche i festival lussuosi, non crediate); che i poeti siano sempre lì a creare gruppetti e gruppettini, ciascuno avvinghiato alla propria pretesa rivista miserabilmente online, eventualmente associati in operazioni politicopoetiche di riconoscimento e recensionamento reciproco di rimbalzo e di sostegno: ma di tutto questo, vero o falso che sia (e non è del tutto vero né del tutto falso), che me ne importa?

La bellezza. Ah, la bellezza. Quando mi domandano che cosa cerco nelle opere inedite che quotidianamento scarico, leggo, scorro, scarto (e rarissimamente salvo per una lettura più approfondita, terminata la quale quasi sempre le scarterò), io rispondo: la bellezza. E tutti, dico tutti, quando dico questo, mi guardano straniti. La bellezza, eh sì. Mica l’aderenza a un genere letterario, o a una visione del mondo, o a una certa idea di letteratura, o alle esigenze del mercato (che, sia detto una volta per tutte: se le soddisfa da sé, le sue esigenze, senza che le case editrici possano farci nulla), o alla presenza di tutti i meccanismi narrativi giusti al posto giusto, o alla natura più o meno “di ricerca” o “sperimentale” delle opere, e così via: no, m’importa della bellezza, a me, e che in un’opera ci sia della bellezza me lo dice il mio corpo, semplicemente, perché per finir di leggere un’opera faccio tardi la notte o ci ho voglia di svegliarmi presto la mattina o mi dimentico di scendere alla stazione giusta (leggo molto in treno). Il mio corpo può sbagliarsi, ovvio. Ma se non mi fido di lui, di chi mi fido?

E la bellezza appare. La bellezza appare, qua e là, anche nella profluvie delle opere di poesia pubblicate dai centomila editori di poesia (l’Italia è un Paese di poeti che non leggono poesia, si dice: ma sarà anche un Paese di editori di poesia che non leggono ciò che pubblicano), anche nel pullulare del web, anche nel passaparola della Repubblica delle lettere, anche nei siti pretenziosi o non pretenziosi, la bellezza appare, talvolta, di rado, certo di rado – ma quando mai la bellezza è stata merce comune? Raramente, molto raramente. C’è stato qualche magic moment per la bellezza, nella storia umana: qualche.

La bellezza appare, e farà il suo effetto. Oggi sembra soffocata dalla massa delle produzioni insensate: è vero, la massa delle produzioni insensate copre, nasconde, invisibilizza; peggio: distoglie, deforma, mistifica. E’ forse peggio di quando una donna su cinque moriva di infezioni poco dopo il parto? No, è meglio. Questa è la modernità, o postmodernità, o ipermodernità, fate voi, ma questa è: teniàmocela stretta, teniàmoci stretti noi stessi per quel che siamo, ora, oggi.

Chi se ne importa, dell’irrilevanza della poesia. Mi importa la visibilità della bellezza. Proviamo a smettere di ragionare di poesia, e proviamo a ragionare di bellezza. Lo splendore della verità: ecco la bellezza. (Concetto vecchio, lo so: ma non ne trovo di migliori; anzi, non ne trovo altri, se non bassezze come l’eleganza, l’armonia, la bella maniera, la perfezione tecnica e simili). Lo splendore di un sasso, di un gesto, di una stanza vuota, di un odore di resina, di una visione angelica, dell’impronta di un corpo sul mio corpo, di una macchina perfettamente funzionante, di un bambino morto su una spiaggia, di mia madre immobile un istante dopo l’ultimo respiro, di tutto ciò che volete: lo splendore di ciò che più o meno fuggevolmente appare e sta nel mondo.

Non so se riesco a spiegarmi. E’ così difficile dire ciò che si crede di sapere (ma ci si può sbagliare) immediatamente, per intuizione.

Se avete letto fin qui, secondo me potreste leggere anche l’articolo: Che cosa faccio quando scrivo una poesia (brutta).

(Ah: è uno spinterogeno).

145 Risposte to “Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario)”

  1. miscarparo70 Says:

    Ecco, io credo che meglio di così non si possa dire.

  2. Cetti Petrillo Says:

    Grazie.

  3. nuvolesparsetraledita Says:

    Interessante, anche per discutere di poesia a scuola.
    Te lo copio, e grazie!

  4. nuvolesparsetraledita Says:

    Aufff, ma non c’è il pulsante per il reblog?
    Devo fare un copia-incolla?

  5. Maria Grazia Calandrone Says:

    Chi se ne importa, dell’irrilevanza della poesia. Mi importa la visibilità della bellezza. ADERISCO TOTALMENTE. quanto alla coincidenza tra bellezza e splendore della verità lo capisco – anzi lo sento profondamente, ma è purtroppo insostenibile. chiunque obietterebbe che la verità è difforme, fratta, personale. che si tratta di punti di vista e quella dei poeti non è che arroganza. chiunque non intuisca, così per lampi, a cosa stiamo alludendo. è memoria di un mondo edenico perduto, la nostra – o delirio collettivo, fuga dalla così detta “realtà”? mi ci interrogo da anni. intanto, scrivo, inseguo quella bellezza e quella verità

  6. Giulio Mozzi Says:

    Come ai vecchi tempi, Nuvole. Però il pulsante dovrebbe esserci, mo’ controllo.

  7. la solita sedia | ATBV Says:

    […] queste le parole di Giulio Mozzi, che proseguono qui e sono molto intense e non parlano di poesia o letteratura ma di bellezza, ci si tiene a […]

  8. felice manetti Says:

    La bellezza, la verità, la poesia. Ci vuole sensibilità per coglierle. Insomma una questione di sensi. Nella società dell’immagine siamo stati educati a valorizzare il senso della vista e fatichiamo a captare la bellezza, la verità, la poesia con altri sensi, l’olfatto per es. (l’odore di resina). Senza contare che un buon odore non si può fotografare e postare su fb, è difficilmente condivisibile, quindi spendibile. E’ un piacere intimo, soggettivo. Lo sappiamo solo noi che siamo felici in quel momento. La tragedia di questo tempo ipermoderno è che educa a sembrare felici più che ad esserlo. Siamo troppo ingenui per credere che ognuno di noi può essere Giorgio Tamburato.

  9. anna maer Says:

    e così la bellezza ritorna ad avere un pregio…cercandola, grazie

  10. Maria Grazia Calandrone Says:

    Chi se ne importa, dell’irrilevanza della poesia. Mi importa la visibilità della bellezza. ADERISCO TOTALMENTE. quanto alla coincidenza tra bellezza e splendore della verità lo capisco – anzi lo sento profondamente, ma è purtroppo insostenibile. chiunque obietterebbe che la verità è difforme, fratta, personale. che si tratta di punti di vista e quella dei poeti non è che arroganza. chiunque non intuisca, così per lampi, a cosa stiamo alludendo. è memoria di un mondo edenico perduto, la nostra – o delirio collettivo, fuga dalla così detta “realtà”? mi ci interrogo da anni. intanto, scrivo, inseguo quella bellezza e quella verità Emoticon smile

  11. Donatella Says:

    Domani a scuola dovrei cominciare il Petrarca. Non sapevo come partire per coinvolgere la classe. Leggerò il tuo pezzo, sforzandomi di non farmi trascinare dalla commozione (noi vecchi insegnanti tendiamo al patetismo) leggendo certi passi.

  12. Gianpietro Miolato Says:

    “Lo splendore della verità: ecco la bellezza.”
    La “verità” in cosa si sostanzia? Nello “splendore di ciò che più o meno fuggevolmente appare e sta nel mondo”, intendendo con “splendore” una “manifestazione somma di importanza, ricchezza o bellezza” (Sabatini – Coletti)? Ma in questo caso, come cogliere la natura della manifestazione? Come comprendere che ciò che ci appare è espressione della “bellezza”? Coi nostri sensi, con la nostra sensibilità, o con cos’altro? Non c’è il rischio che tutto si riduca ad un semplice punto di vista?

  13. danieladelcore Says:

    Condivido parola per parola.

  14. tempodiverso Says:

    “Chi se ne importa, dell’irrilevanza della poesia. Mi importa la visibilità della bellezza.”
    bello!

  15. Giulio Mozzi Says:

    Gianpietro Miolato, ho scritto nell’articoletto:

    …che in un’opera ci sia della bellezza me lo dice il mio corpo… [..,] Il mio corpo può sbagliarsi, ovvio. Ma se non mi fido di lui, di chi mi fido?

  16. Franca Figliolini Says:

    così scrivevo, così penso:

    toccare il nucleo duro del dolore
    levigarlo come una gemma
    fino a che non risplenda

    di tuo, di mio – più niente:
    solo l’aspro fulgore della bellezza

  17. fabriziocorselli Says:

    Ben detto!!! “La bellezza”.

  18. DaniMat Says:

    La poesia DEVE essere marginale, irrilevante, eccentrica cioè fuori e distante dal centro! Se così non fosse sarebbe connivente col potere: inammissibile! E non può nemmeno essere facile, discorsiva, onnipresente, prezzemolo a ogni minestra: verrebbe meno al suo statuto ellittico, pindarico, ermetico. Io detesto il lirismo di certa poesia, che per me poesia non è – ma magari questo è un inalberamento solo mio. Però se ci riflettiamo…

  19. Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario) | L'antro delle Muse Says:

    […] Continua a leggere […]

  20. acabarra59 Says:

    “ Domenica 9 dicembre 2007 – « Da cui risplende veramente ab imo »: mi è tornato inspiegabilmente in testa questo verso di una poesia che ho scritto più di trent’anni fa. Comunque oggi credo che sia vero che anche nell’infinitamente basso si può scorgere qualcosa che somiglia a uno splendore. “ [*]
    [*] Lsds / 606

  21. Gilda Policastro Says:

    Dissento, Giulio. Dissento proprio col corpo, come dici tu, tant’è che mi scrollo per un attimo di dosso l’influenza e mi alzo per risponderti dal pc (con quattro o sei dita, a seconda). La bellezza dici, dite (si aggiunge Maria Grazia Calandrone): ma la bellezza di oggi è quella di Dante, ed è quella di Ciro de Pers ed è quella di Lorenzo Magalotti o quella di Foscolo o di D’Annunzio (e a proposito del paragone con Volo mi piacerebbe, del tutto a margine, sapere di quali comportamenti o modelli si faccia latore il secondo, che a me sfugge del tutto)? E la bellezza in Montale è uguale a quella in Corrado Costa? La stessa bellezza, della stessa qualità e natura è in un verso di Calandrone e in una performance di Tarkos? Allora: la bellezza, come il resto, è un portato del gusto, e il gusto è un fatto sociale, culturale, nient’affatto soggettivo. Nessuno prova un vero brivido guardando una statua antica, lo prova perché su quella statua sa già cosa pensare e vi si sono depositati secoli di storia e di giudizio. Il brivido e il gusto della bellezza sono fatti storico-sociali, non individuali. Quel che provi leggendo un passo ben fatto, un verso ‘’incisivo’’ lo provi perché sai di doverlo provare: è così, niente è più fruizione ingenua ed empatica, anzi forse niente è fruizione ingenua ed empatica dalla Poetica di Aristotele, che già s’incaricava di spiegarti il perché e il per come. La marginalità cui si allude nei dibattiti è anch’essa un fatto storico-sociale ed è del tutto fuori luogo il paragone con altri secoli, pre-Gutenberg o anche post. Quello che è capitato alla diffusione dei saperi dalla rivoluzione informatica è tutt’altro: la poesia si diffonde in rete e i poeti sono ormai TUTTI. Prova ne sia che la manifestazione che avevamo organizzato l’estate scorsa a Roma con l’associazione Poetitaly da chiamata a raccolta di “tutti i poeti d’Italia” divenne naturalmente un’autoconvocazione massiva: TUTTI POETI in ITALIA. A fronte di questo, come rispondono le grandi collane, quelle storiche che hanno spazio e visibilità (minima) in libreria? O chiudendo o pubblicando poeti improbabili, fuori da ogni tempo e linguaggio del presente e i poeti nuovi (la cosiddetta area di ricerca) si leggono tra di loro costretti al self publishing o alla circolazione semiclandestina. Quando si dice poesia, in questo momento in Italia, si dice una cosa praticamente opposta se si legge Valerio Magrelli o Tommaso Ottonieri, Massimo Gezzi o Michele Zaffarano. Allora: la bellezza in un montaggio testuale è da brivido lungo la schiena, da rivelazione montaliana? Eppure c’è del bello (e molto) in Balestrini, e ce n’è in Rosselli (tutt’altra musica), in Giulia Niccolai o Iolanda Insana (praticamente opposte). Non ce n’è mai, e dico mai, in Alda Merini: eppure è la poetessa che le genti conoscono e amano (forse perché conoscono solo lei, è di lei e non di Tommaso Ottonieri che si parla in una prima serata di Raiuno?).
    Quanto al fatto che il mercato va come va e l’editoria non può farci molto, dissento con maggior veemenza ancora (influenza permettendo): l’editoria non è estranea al mercato, ma una sua parte attiva, ne incarna le logiche, ne persegue gli obiettivi. Quando presenti un tuo libro non ti chiedono, i mediatori editoriali, “è stato interessante il discorso critico che si è sviluppato attorno alla tua opera” ma quante copie hai venduto. Fisso. E le copie che hai venduto determineranno la tiratura del tuo libro successivo e la promozione del tuo libro (quanto a risorse per la promozione) seguirà automaticamente la tiratura. Si chiama filiera produttiva (pubblicazione/distribuzione-promozione), non è un’invenzione degli scrittori rosiconi contro Fabio Volo e il suo successo “imprevisto”.

  22. chiaralorenzetti Says:

    La bellezza la trovi nelle cose, nelle parole, nelle persone, nella natura, quando la cerchi. E la poesia?
    Interessanti spunti di riflessione, grazie.

  23. danieladelcore Says:

    Sono nuova nella blogosfera, e parlo principalmente di poesia. Come si fa a rebloggare questo articolo? E’ un po’ come condividerlo sulla propria pagina Fb? Pensavo non si potesse ospitare l’articolo di un altro blogger sul proprio blog. Ma se è possibile, chiedo dove sia il tasto.

  24. Maria Grazia Calandrone Says:

    comprendo bene le tue obiezioni, gilda, ma non sono d’accordo con te. intanto ingenuo ed empatico non sono sinonimi e comunque non è di empatia che si parla, quando si parla di contatto con la così detta “bellezza”. mi faccio seria e affermo che incontrarla sconvolge la vita. cambiano i mezzi e gli strumenti (sociologia, relativismo, certo) attraverso i quali si raggiunge la così detta “bellezza” (tal quale la così detta “realtà”), ma quello che si prova quando si riesce a farsene attraversare è uguale per tutti. ognuno raggiunge quell’intensità a modo suo. alcuni non vogliono. e questo fa parte dell’umano arbitrio

  25. Giulio Mozzi Says:

    Gilda, la differenza è – secondo me – dove tu scrivi:

    … la bellezza, come il resto, è un portato del gusto, e il gusto è un fatto sociale, culturale, nient’affatto soggettivo…

    Ovvero: o c’è un’apertura metafisica, o non c’è. E’ sicuramente vero (su un piano) che “la bellezza è un portato del gusto” (e prender questo per vero ci permette di capire e conoscere molte cose); ed è vero per scommessa, senza alcuna garanzia (e quindi è perfettamente legittimo rifiutarlo), che lo splendore è una cosa che c’è.

    Io ho fatto, in tutte le cose della mia vita, questa scommessa. E non possiamo discuterne, perché questa è proprio una differenza.

    Potrei dire a es. che proprio l’apparire della bellezza in opere tanto diverse come quelle che tu ciiti è l’indizio del fatto che lo splendore è una cosa che c’è, del tutto irrelato dal gusto eccetera. Ma non è un buon argomento, non serve a niente.

    (Quanto al resto: sappi che in Mondadori sono ancora lì che si domandano – perché nessuno l’ha ancora capito – come mai il povero Fabio Volo venda così tanto. Di questo mistero – dell’essere questo un mistero – si trova traccia anche nei documenti ufficiali, tipo le relazioni trimestrali ecc.).

  26. Giulio Mozzi Says:

    Daniela del Core: copi l’url (l’indirizzo dell’articolo) e lo incolli in un articolo del tuo blog. Ti apparirà più o meno così:

    https://vibrisse.wordpress.com/2015/12/20/non-se-ne-puo-piu-delle-lamentazioni-sulla-marginalita-della-poesia-e-anche-del-loro-contrario/

    Oppure copi e incolli l’intero articolo, oppure fai entrambe le cose così i tuoi lettori trovano l’articolo presso di te e se voglio vedere questa discussione seguono il rinvio.

  27. GiuseppeC Says:

    Purtroppo e’ un campo nel quale oggi si concentra l’invasamento psico-emozionale inesprimibile nella vita vera, dai buonissimi sentimenti alle perversioni piu’ nere, motivo per cui scrivendone ci si traveste da Batman, Cassandra, D’Annunzio o chi altri per riportare in pari vite ritenute perdenti o perdute. E’ scrittura terapeutica, insomma. Per questo la accompagna un sostanziale e meritato disprezzo: tutti la scrivono perche’ tutti hanno un qualche torto / ferita / scarto da apparare, nessuno la legge perche’ il torto / ferita / scarto di un altro non e’ piu’ rappresentativo del proprio. E la bellezza? Che e’ la bellezza, per un malato? L’equilibrio tra psiche, anima e corpo mi pare una buona definizione per il duemilasedici, uno stato continuo invece che apparizioni improvvise e discrete.

  28. acabarra59 Says:

    “ 10 maggio 1985 – Impastoiato nella cadenza psichica aspiro a una voce ferma un dire pregnante l’immagine esatta: la poesia. “ [*]
    [*] Lsds / 607

  29. paolaboggi Says:

    Una volta, avevo diciannove anni, dopo una lunga camminata di ore, mi sono seduta in un punto qualunque nel mezzo della Vallunga e per un momento, che non ho mai scordato, ho avuto la netta e precisa sensazione di percepire la bellezza della verità. È stato un baleno. Ricordo che presi il mio blocco e la penna, avrei voluto fissare quella cosa che mi era apparsa come una scoperta. E dico “cosa” perché la percezione era stata “sensibile”, ma non solo non avevo parole per definirla, ma era scomparsa; non la percepivo più con i sensi, ma dentro era rimasta la sensazione di averla colta. Ecco, in quel momento ho capito il sublime Kantiano. Forse perché avevo portato filosofia alla maturità.
    Ecco, questa “cosa” mi capita, a volte, di vederla dentro una poesia o nella pagina di un romanzo e come allora poi mi sfugge e resta. Ed è in quei momenti che penso ” che bello”. Non trovo parola più sincera e pura per descrivere ciò che mi resta.

  30. Fabio Carpina Says:

    Io mi trovo a metà (o se vogliamo, completamente da un’altra parte) rispetto alle posizioni di Mozzi e Policastro.
    Dire (come entrambi, mi pare, concordate) che “la bellezza è un portato del gusto” significa che la bellezza ha a che fare essenzialmente col piacere che si prova nel “fruire l’opera d’arte”. Di tipi di piacere che si possono provare ce ne sono diversi. Tra questi c’è certamente quel piacere sociale/culturale che “provi perché sai di doverlo provare”; e c’è il piacere “del corpo” che ti fa far tardi la sera a leggere o che magari ti fa restare in testa per ore o giorni un motivetto idiota che cultura e intelligenza ti imporrebbero di odiare. E ce n’è altri tipi (uno fra tanti: il piacere intellettuale di risolvere enigmi, che si applica tanto a giochi di ogni tipo quanto a opere letterarie che vanno da Finnegans Wake fino al Codice da Vinci, per non parlare dei gialli di ogni epoca).

    Dico che mi trovo nel mezzo in quanto mi pare che:
    1) la posizione di Gilda Policastro è che tutto il gusto, ormai, sia culturale/sociale: nega che ci sia rimasto quel “grado zero” del piacere di fruizione che è essenzialmente fisico , individuale e comunque largamente indipendente dalla nostra volontà;
    2) la posizione di Giulio Mozzi è che non solo questo “grado zero” esista: ma che esso sia un’esperienza metafisica.
    Ecco, io essenzialmente non credo alle esperienze metafisiche. La bellezza di Mozzi ha a che fare con la Verità : io credo che la Verità, se c’è, è inattingibile. Io resto con la convinzione, semplice ma non ingenua, che una cosa è Bella perché mi piace; e mi piace perché, in qualche modo, qualcosa dentro di me è progettato affinché mi piacciano certe cose e non mi piacciano altre . Esattamente come (ma non esattamente per gli stessi motivi per cui) mi piacciono certe pietanze e non me ne piacciono altre… e certe altre ancora posso provare a farmele piacere per motivi sociali o culturali, ma se il mio corpo me le fa rifiutare alla fine vince lui.

  31. La poesia italiana a fine 2015 | Giuseppe Cornacchia Says:

    […] ) nel secondo da Giulio Mozzi ( https://vibrisse.wordpress.com/2015/12/20/non-se-ne-puo-piu-delle-lamentazioni-sulla-marginalita-del… ). Da monatto uscito dalla cittadella una decina di anni fa per viaggiare in campo aperto, ho […]

  32. Giulio Mozzi Says:

    Fabio Carpina, rivolgendoti a Gilda e a me scrivi:

    …Dire (come entrambi, mi pare, concordate) che “la bellezza è un portato del gusto”…

    Invece è esattamente il punto della differenza, come ho scritto qui.

    E infatti nel séguito del tuo intervento distingui le due posizioni.

    Poi scrivi:

    …Ecco, io essenzialmente non credo alle esperienze metafisiche…

    E (al di là dell’ossimoricità dell’espressione “esperienza metafisica”; si tratta semmai di contrappore, a es., “esperienza” e “intuizione”) di questo, come ho già detto a Gilda, mi pare che non sia possibile discutere.

  33. Monica Bauletti Says:

    Si impara a leggere e a fare di conto, non si impara la sensibilità.

  34. enrico dignani Says:

    Natale 2015
    Dicembre, …Natale : “abete vestito come una drag queen,
    baci allegri per le femen e per il mughetto selvatico,
    bocca stanca di panettone, disegno di writers”,
    umana, cosciente dolorosa gioia terrestre.
    Ho! Facile profitto che brilli quaggiù, è festa,
    il manganello con lo stipendio non teme Gesù.
    E’ sovversivo tradire la tradizione,
    Babbo Natale scarabocchiato dalla vecchiaia,
    ma lo nega,
    augura, prima del Capodanno, felice soggiorno a tutti,
    la macchina Corpo, con il conducente Anima,
    festeggia l’eterno relativo, rinnovo .
    Dentro il passeggino, c’è il Natale,
    scintilla vitalità, impone baci e cure.
    Rossi importanti nei calici di Cardinali e Colonnelli,
    Sua Maesta il Sole, brucia il divino nulla,
    dal Natale frattale festoso sta lontano.
    Senza la neve, le fanciulle con lo scooter
    volano con guance rosse nell’aria gelida,
    gridano allegre ai ragazzi : Buon Natale truzzi !
    Il sovversivo tradire la tradizione
    è forse cosa di secoli futuri.
    La vita è brutta? Viva la vita!
    Questo è il Natale, così diventa bella!
    Aporia … Babbo Natale scemo.
    Liquori preziosi nei calici dei Boiardi
    per gli industriali Campari Soda.
    Quel senso caldo di unione chiamato festa
    colori, sorrisi, regali, comunione fàtica collettiva enfatizzata,
    Natale, spirale, scadenzario, entropico, frattale, vertigine.
    Natale è uguale\diverso a ferragosto
    l’uovo di Pasqua con sorpresa sciocca è uguale\diverso
    alla diffusa critica d’arte contemporanea.
    Madonna santa, stammi vicino
    dammi la mano che sono piccino.
    (enrico dignani)
    Aporia: Problema le cui possibilità di soluzione risultano annullate in partenza dalla contraddizione.
    ——————————————————————————————–
    ..sono fàtici i convenevoli e gli enunciati di cortesia che si producono nelle comuni interazioni verbali (ad es. “ciao, come và?

  35. RobySan Says:

    Non entro nel dibattito sulla bellezza in poesia. Mi pongo invece un’altra questione: cosa significa che la poesia non conta o, viceversa, che conta? Conta (o non conta) per far che? Non è che c’è rimasto appeso un cencio di utilitarismo in queste attribuzioni? Vale a dire ancora: chi si lamenta, di che si sta lamentando, in realtà?

  36. Ma.Ma. Says:

    …però se continuate a parlarne solo tra di voi intenditori, noialtri continuiamo a restarne fuori (mi riferisco all’invito specifico che il padrone di casa riserva solo ad alcuni nella sua pagina FB).
    Vengo al dunque.
    1. Non sarà che la poesia a chi non l’ha studiata fa semplicemente paura?
    2. Come dice bene Giulio Mozzi, siamo tutti alfabetizzati, ma forse troppo ignoranti. Poi però – e a me è capitato più volte, anche senza volerlo, in modo imprevisto – può accadere che anche senza avere gli strumenti di cui parla Gilda Policastro per individuare la bellezza, una poesia ti prende allo stomaco e di apre uno scorcio nella mente e tu pensi ma quant’è bella questa cosa, o meglio: ma come ha fatto in così poche parole a racchiudere tanta verità rendendola chiara e comprensibile? Oppure ancora, se fosse possibile cancellare tanto dolore semplicemente cestinando quelle poche parole, sarebbe fantastico. E allora mi chiedo. Davvero bisogna avere gli strumenti giusti per capire la poesia? Quella bella davvero?
    2. Perché quando Giulio Mozzi parla di poesia, a me – che non sono mai stata un’estimatrice di quest’arte, se non declinata nel cantautorato italiano (abbiate pazienza) – viene voglia di avvicinarmi a essa e quando invece leggo i commenti sotto il suo detto, mi passa la voglia?
    3. Perché sono convinta che bello non sia sinonimo di piacere, come dice Carpina? Io mi sono trova più volte a dire “bello!” di un’opera d’arte, senza pensare che mi piacesse. A volte addirittura ho “detestato” il “contenuto“ di alcune opere, oppure mi hanno destabilizzata o innervosita o inquietata, pur trovandole assolutamente belle, ben riuscite,…
    4. Sulla quantità di poeti (a cui fa riferimento Gilda Policastro) comunque pare che già nel 1500 fossero parecchi secondo Erasmo da Rotterdam; dall’ “Elogi della follia“ (pag. 6): “Perciò è da quella nostra ebbrezza giocosa (ndr. la follia) che sono nati (…) infine anche tutto quel consesso degli Dèi dei poeti, così affollato che a stento può contenerlo l’Olimpo, pur vasto che sia“. È davvero un male condividere lo stesso destino della prosa?
    5. Ho trovato condivisibile la risposta di GiuseppeC.

    Ecco ho finito. Forse ho detto un sacco di sciocchezze e ingenuità, ma sono felice di aver postato qualcosa in quando perfetta ignara del mondo dei poeti e delle poesie (circa: confesso di averne scritte anch’io da giovane giovane, ma mi farei tagliare le mani prima di mostrarle a qualcuno).

  37. Ma.Ma. Says:

    Ops… sono lenta: mi sa che alla 2. sia già stata data risposta.😀

  38. enricomacioci Says:

    Concordo con Giulio Mozzi. Anch’io credo che l’esperienza della bellezza sia anzitutto una scommessa (per così dire metafisica, oltre che fisica) con e per sé stessi; il portato sociale c’entra fino a un certo punto. Altrimenti perché da ieri sera me ne starei su facebook a rispondere ai commenti – piuttosto inferociti e/o piccati – di persone che (legittimamente!) non si capacitano della mia freddezza verso Marcel Proust, e cioè verso quello che la cultura ufficiale considera pressoché all’unanimità uno scrittore immenso e incontestabile, forse il più grande scrittore moderno? Se riduciamo la nostra percezione della bellezza al contesto ci neghiamo qualunque autonomia e originalità di pensiero; e anche in un’epoca di controllo ossessivo sulle coscienze, io non voglio crederlo.
    E’ poi di nuovo (drammaticamente) vero ciò che afferma in un commento Mozzi: di questa cosa non possiamo discuterne. Insomma, è un po’ come la fede. Ma, a proposito di bellezza, io lo trovo molto bello.

  39. Giulio Mozzi Says:

    Monica Bauletti: io sono stato educato a certe sensibilità.

    Roby: fornisci un altro argomento, tutto diverso dai miei, in favore dell’inutilità delle lamentazioni eccetera.

    Ma.Ma.: in Fb ho “taggato” alcune persone. L’articolo è leggibile a chiunque. (Finora l’hanno “aperto”, non dico “letto”, 645 persone). Per punti:

    1. Non lo so. Io ho fatto un buon liceo classico, niente di più. (Buono: ma nei primi due anni abbiamo fatto solo grammatica latina e greca; nel terz’anno ho avuta un’insegnante di italiano perfettamente inutile, “buoni” davvero sono stati gli ultimi due; per latino e greco negli ultimi tre anni, quelli dove si doveva studiare la letteratura, ho avuto insegnanti troppo vecchi, spompati, automatici, addirittura decrepiti).

    2. Anche tu parli di corpo.

    2. Vedi il punto 2 (il primo punto 2).

    3. Perché appunto bellezza e piacevolezza sono cose diverse.

    4. No.

    Erico Macioci: “scommessa” è la parola usata, quella volta, da Blaise Pascal.

  40. Monica Bauletti Says:

    Giulio Mozzi credo che lei sia stato educato a conoscere la sensibilità che già le apparteneva.

  41. Fabio Carpina Says:

    Giulio, se dico che sto “a metà” è segno che le due posizioni sono distinte. Che, almeno in un certo senso, concordavate su quella frase l’hai pur scritto proprio lì dove rimandi; insieme, certamente, al perché in un altro senso discordavi.
    Detto questo, sull’ossimoro: “esperienza metafisica”. Certo che è un ossimoro, proprio quello è il punto della mia posizione.

  42. Giulio Mozzi Says:

    Fabio: volevo solo che tutto fosse chiaro.

    Monica: vorrei evitare qualunque cosa che assomigli a: “La sensibilità, o ce l’hai o non ce l’hai”.

  43. L'esageratore Says:

    Nominando la “sacralità” della bellezza, sembra quasi di poter risolvere la questione “temporale” degli altri parametri su cui esprimersi in merito alla poesia, ma non è così. Perché anche la bellezza è imbrigliata nel tempo e la poesia (quasi tutta) è mortale: da non molto, ecco, io mi sono innamorato di questa caducità. E ho provato a dirlo nel link di seguito

    http://www.pupidizuccaro.com/2015/05/14/la-poesia-mortale/

  44. danieladelcore Says:

    Dissento dalla Policastro, quando afferma che “la bellezza, come il resto, è un portato del gusto, e il gusto è un fatto sociale, culturale, nient’affatto soggettivo. Nessuno prova un vero brivido guardando una statua antica, lo prova perché su quella statua sa già cosa pensare e vi si sono depositati secoli di storia e di giudizio. Il brivido e il gusto della bellezza sono fatti storico-sociali, non individuali. Quel che provi leggendo un passo ben fatto, un verso ‘’incisivo’’ lo provi perché sai di doverlo provare”.
    Sono felice allora di essere sempre stata una “ribelle” in questo, e non certo per un anticonformismo snob. Ricordo perfettamente la mia ingenuità infantile, e del fatto che rimanevo colpita più dalle poesie del Pascoli e del Leopardi, che dalla “Fontana” del Palazzeschi o dal “Girotondo di tutto il mondo” di Rodari, ché se potevano divertirmi a 6 anni, non mi sconvolgevano come quella dei “Due orfani” Dissento perché la bellezza che travolge ogni cosa, colpisce chi è sensibile a un tema particolare, a un nodo cruciale, come può passare del tutto inosservata a un occhio poco attento o semplicemente distratto dagli affari pratici della quotidianità. Il gusto in letteratura può essere “dettato” a scuola, trasmesso dall’alto come un dogma dottrinale, ma i dogmi non attecchiscono su un cuore puro, pronto alla meraviglia, allo stupore della parola che svela l’arcano. Ho odiato quasi tutti gli autori amati dalla mia insegnante di Italiano, leggevo altri libri sotto il banco, forse per ribellione o forse perché Baudelaire aveva un suo perché come Prevert. E quando ho letto Montale che quasi mi implorava di portargli il “girasole impazzito di luce”, sono stata giorni, settimane e mesi in meditazione, sul perché quella frase, quelle parole, mi avevano svelato una qualche verità. La poesia per me è questo. Non amo leggere le etichette, non amo chi si autodefinisce poeta, odio le biografie e le bibliografie. Amo immergermi nel testo poetico alla ricerca di un brivido, che se non arriva, mi spinge a interrompere. Ma se arriva, ecco che il mio studio si fa serio, la mia ricerca incessante.

  45. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Esageratore:
    – mi pare che nessuno qui abbia parlato di “sacralità della bellezza” o di cose simili;
    – a ciò che dici qui ho già risposto, per quello che posso, rispondendo prima a Gilda Policastro;
    – l’articolo tuo al quale rinvii mi pare stia tutto, dei due piani che lì nomino, su uno solo.

    D’altra parte, l’esistenza di due piani è cosa sulla quale, appunto, dubito si possa discutere.

  46. L'esageratore Says:

    Lo so, Giulio, ne ho parlato io aggiungendo un tassello al già detto in merito alla bellezza. E ribadisco: esiste una bellezza – della poesia – legata al suo essere “mortale”, al cambiamento di giudizio nei confronti di un’opera da parte degli addetti ai lavori o semplicemente dei lettori nelle differenti epoche.

  47. Giulio Mozzi Says:

    Stai ribadendo, Esageratore, ciò che nessuno nega e tutti, mi pare, accettano tranquillamente (al di là delle parole usate per dirlo).

  48. “Lamentazioni” sulla marginalità della poesia. | Daniela Del Core Says:

    […] Oggi vi propongo la lettura di un illuminante articolo di Giulio Mozzi sul suo blog Vibrisse al seguente link. […]

  49. Maria Grazia Calandrone Says:

    mi fate venire in mente questo: http://www.mariagraziacalandrone.it/index.php?option=com_content&view=article&id=376:il-lavoro-nelle-scuole-radio3suite-4-2-15&catid=46&Itemid=200

  50. Vincenzo Todesco Says:

    Grande. Sguardo pulito. Si respira pulito.

  51. acabarra59 Says:

    “ Domenica 16 gennaio 2000 – Mi sono ricordato meglio: quello che volevo fare non era né il giornalista, né lo scrittore di romanzi – il primo potevo anche farlo – l’ho fatto -, il secondo non ci ho provato neanche. Quello che volevo, che mi sono – in un certo momento della mia vita – ricordato di volere, era qualcosa di più indistinto, ma anche di più assoluto: volevo scrivere, anzi volevo – tenetevi forte – fare poesia. Era una strana vocazione, la mia. Mai veramente perseguita, oppure vissuta in frequentazioni intense ma assolutamente occasionali. Avevo scritto di rado, senza volere nemmeno essere letto. Inoltre avevo sempre avuto in uggia i poeti, quelli veri, quelli in carne e ossa, e il loro mondo che, già ai tempi della mia adolescenza, cominciava ad essere piccolo e meschino. Avevo tuttavia sempre tenuto a mente che per la poesia la gente comune nutre qualcosa di più di una generica antipatia, di una ordinaria ostilità – oppure coltiva un’ammirazione idiota e ancora più turpe del disprezzo: segno che la poesia, anche inesistente com’era e com’è, continua a fare, in un modo assolutamente suo, paura. La poesia, per quel pochissimo che ne sapevo, faceva paura anche a me. Perché capivo che, come qualsiasi forma d’arte, come qualsiasi vera « lingua », è esclusiva, crudele, intollerante, spietata. Cioè per esistere deve escludere tutti gli altri linguaggi – e non perdere neanche troppo tempo a capirli -; deve esercitare la crudeltà, innanzitutto verso se stessa, perché la dolcezza, l’amichevolezza, in queste faccende non servono; deve praticare l’intolleranza, perché per esprimersi deve prima avere sgombrato il terreno da ogni altra presenza, perché ciò che le è necessario è l’attenzione assoluta di tutti i sensi – anzi di uno e uno solo di essi – , l’ascolto incondizionato e fedele della sua parola; deve rinunciare alla pietà, cioè alla comprensione anche parziale della dignità dell’altro, dei suoi diritti, della sua bellezza, e questo anche verso di sé, contro tutto ciò che di non poesia permane in lei stessa. Tutto questo poi si è rivelato abbastanza semplice – e assolutamente impossibile. Si trattava, ho cominciato piuttosto presto a capirlo, delle parole, solo delle parole, sempre delle parole. Le parole per la verità non mancano, ce ne sono dovunque e spesso sono anche troppe. Ma non sono mai nel senso della poesia. Per esempio i giornali. Oppure la politica. Oppure i discorsi che si fanno in casa, per strada, in ufficio. Ogni volta si vuole dire qualcosa che non è la poesia. Allora viene fatto di pensare che, se si vuole la poesia, bisogna soltanto tacere. Ma il silenzio non è una soluzione. Oppure – ed è quello che ho fatto scrivendo questo diario – bisogna ri-dire tutto, tutto quello che viene detto, ma in un altro senso. Ne risulta – al senso comune – una specie di pazzia, uno straparlare, un parlare assolutamente a vanvera e, naturalmente, nessuno ti ascolta. Tuttavia le cose stanno così. E non è neanche una scelta. Èp che non posso fare diversamente, mi sono ricordato di non poter fare altro che in questo modo, anzi di averlo sempre fatto, parlando a modo mio i discorsi degli altri, equivocando, fraintendendo, sbagliando sempre tutto. Perché io sono fatto così e ormai per cambiare è un po’ tardi. “ [*]
    [*] Lsds / 608

  52. sandra Says:

    Detesto i giri di parole, parlare senza farsi capire per fregiarsi di essere intellettuali, certo no alla sciatteria verbale, ma anche ai polpettoni finto intellettuali. E’ bello ciò che semplicemente fa perdere le fermata del treno o della metropolitana riassume alla perfezione il concetto di bello, punto.

  53. paolaboggi Says:

    Vorrei dire due cose sull’esperienza metafisica.
    La parola esperienza deriva dal greco peirao che significa “io tento, provo” quindi io posso tentare di comprendere gli argomenti posti dopo la physis e farne così esperienza. Vista così non è un ossimoro.
    Presa come tale, invece, ossia come unione sintattica di due termini contadditori essa crea il cosiddetto paradosso apparente che serve in realtà per aumentarene il senso, per svelare qualcosa di ulteriore che nasce proprio dalla contaddizione.
    Un po’ come il concetto di rivelazione che insieme mostra e nasconde. Quando l’opera allude a quell’invisibile al quale rimanda e noi percepiamo quell’eccedenza, in quel momento facciamo un’esperienza metafisica, e proviamo il sentimento della bellezza.
    Non so se sono riuscita a spiegare quello che intendevo anche nel commento precedente, ma ci ho provato. Ho tentato.

  54. Gilda Policastro Says:

    Insisto: siamo esseri culturali, non naturali. Non ci nutriamo di bacche correndo nudi per le foreste e salutando il dio sole. Quindi, dacché siamo scolarizzati, un’idea del bello ce l’abbiamo, e di come cercarlo, pure. Ora: lo scarto è tra chi vuole continuare a pensare alla poesia come a un’esperienza mistico-orfico-metafisica (la commentatrice che diceva di aver avuto una rivelazione mentre camminava in montagna etc.) e chi (dalle avanguardie in poi) non può ignorare che la poesia, come tutte le esperienze d’arte, è linguaggio, e il linguaggio è un fatto storico-sociale. E non c’entra assolutamente il complottismo del farci credere, rigettato da Macioci: è una mistificazione pensare di poter trasferire o copincollare quel “buono” soggettivo che Fabio Carpina paragonava al piacere di un cibo (c’è una ragione per cui a me piace la marmellata di pesca che a te fa schifo?) al “bello” estetico. Non siamo, evidentemente, nello stesso ambito. L’esperienza estetica è un’esperienza conoscitiva (da Kant e Hegel in poi), il godimento dell’arte passa attraverso l’intelletto e non c’è verso di dire il contrario. Io posso farmi piacere di straforo la fiction di prima serata perché ne so smontare le retoriche e perché ho letto Proust: non confondiamo la marmellata di pesche con la Recherche, la seconda non è opinabile. Può annoiarti, puoi non averla letta tutta, ma è un capolavoro perché il giudizio espresso su di essa dagli interpreti (non uno, Io, io solo), non partiva dallo stomaco e non consisteva in un pollice verso e ciao. Leopardi scriveva e riscriveva i versi alla luna perché fossero perfetti concettualmente e prosodicamente, non perché le genti ci piangessero sopra. Et cetera.
    (Postilla su Fabio Volo: davvero in Mondadori s’interrogano? Cioè davvero pensano che trovarsi tutte le sere ospite della trasmissione che dopo le partite di calcio fa più ascolti in Italia, condotta da uno che non fa che screditare la letteratura a vantaggio dell’intrattenimento – vedi ieri sera l’irrisione della parola ”sinossi”-, sia irrilevante?)

  55. mg Says:

    un video che c’entra solo in parte con il [e solo con la prima parte del] testo di Giulio: https://youtu.be/6cVcQuHKws4

  56. Andrea Inglese Says:

    Con tutto il rispetto, ho letto il titolo del pezzo di Giulio. E lo condivido. A prescindere dal suo contenuto in dettaglio. Se il titolo che ha scelto, è un titolo denotativo, mi basta. E voglio dare un mio stolido contributo per dissinescare il dibattito. Datato 16 luglio 2015. Estivo e disimpegnato.

    Il GRAVE PROBLEMA LA CRISI DELLA POESIA L’INSOLVENZA DELLA POESIA CONTEMPORANEA, a causa di / per colpa di

    I POETI che scrivono difficile / facile
    I CRITICI che non leggon nessuno / leggono solo chi pare a loro
    I POETI VECCHI che sono vecchi / che sono poeti
    LE GRANDI CASE EDITRICI che non pubblicano nessuno / solo chi vogliono loro
    LE PICCOLE CASE EDITRICI che sono piccole / che non sono grandi
    I GIORNALISTI che non fanno nulla / che non sanno quello che fanno
    I POETI GIOVANI che si leggono tra di loro / che manco si leggono tra di loro
    I ROMANZIERI che scrivono libri che vendono / che pure loro scrivono libri che non vendono
    I POETI DELLA DOMENICA che rovinano la piazza / che non sanno leggere in piazza
    I POETI LAVORATIVI che scrivono senza cuore / che ancora scrivono d’amore
    I LETTORI che non ci sono / che quando ci sono e’ meglio non averli
    LA SCUOLA che dovrebbe educare alla poesia / che fa odiare la poesia
    L’ITALIA che in Russia leggono tutti poesia / che in America latina anche di piu’
    FACEBOOK che si parla troppo di tutto / che non si parla mai davvero di niente

    (Aggiungere voci e variare quanto basta.)

  57. paolaboggi Says:

    Ci tengo a precisare che io non penso alla poesia come a un’esperienza mistico-orfica-metafisica e penso che il linguaggio sia un fatto storico-sociale, credere il contrario sarebbe da acuti stolti. Non mi riferivo alla poesia nei miei commenti, ma all’intuizione del sentimento di bellezza legato allo splendore della verità di cui parlava Giulio nel suo articolo.

  58. Cristian Says:

    Se il post fosse su carta avrei sottolineato:
    1) “L’intensità che cerco, nello scrivere, è l’intensità della poesia: la parola “intensità” è ingenua, ma spero mi si capisca”: ecco qua: tutti gli scrittori dovrebbero pensarla così e agire di conseguenza; non mettere quella certa parole per arrivare a quella seguente, o quella certa frase giusto per arrivare a quella seguente o quel capitolo solo per arrivare a quello seguente …
    2) “ m’importa della bellezza, a me, e che in un’opera ci sia della bellezza me lo dice il mio corpo, semplicemente”: verissimo, la bellezza e nient’altro, e questa bellezza è il nome che si dà al mistero della vita e il mistero della vita chi può sentirlo quando c’è se non il corpo che è il mistero della vita che ci portiamo addosso
    ( appendice: tuttavia il sottoscritto non legge mai poesia, ha rinunciato, non ce la fa; non ci capisce niente e allora entra in una insopportabile agitazione; o forse è il contrario: entra in una insopportabile agitazione e allora non ci capisce niente. E poi a proposito del citato Fabio Volo: il suo successo? perché i suoi personaggi dicono così: sono (mediamente) pirla però poi divento (mediamente) figo; o anche : sono (mediamente) pirla ma realtà sono (mediamente) figo e anzi sono (mediamente) figo proprio in quanto (mediamente) pirla. E ciò corrisponde a un diffusissimo sentire a cui Volo dà piena cittadinanza. )

  59. calicetigiuseppegiuseppe caliceti Says:

    Condivido quanto scritto da Giulio, anche se tralascio tutto il discorso sulla Bellezza che trovo retorico e ambiguo. Alla lamentazione dei poeti, poi, è facile aggiungere quella dei narratori. Penso che Giulio parli qui del famoso ruolo dello scrittore e dell’intellettuale. E ne parli bene. Io ho conosciuto e un po’ frequentato alcuni scrittori del cosiddetto Gruppo 63. Ma potrei parlare anche di altri. La cosa che mi colpisce di più, è che facevano la loro strada senza troppe lamentazioni. Penso ci sia stato un abbaglio collettivo. Quello legato all’intellettuale organico. In realtà la letteratura è la più povera delle arti. E non ha a che fare col mondo dello spettacolo nè con quello del mercato. Nonostante in tanti amatori dei libri e della lettura, spesso, anche esperti, finiscano per parlare spesso di quello. Se scrivere è qualcosa che ha a che fare col mondo delle professioni e/o della fama, come sembrerebbe, si può tranquillamente smettere di scrivere per raggiungere il proprio obiettivo. E’ più facile. E’ meglio. Altrimenti, credo, occorre ripensare alla scrittura e alla letteratura come a una forma di serissimo passatempo. Un lusso. Un non lavoro, anche se richiede impegno e fatica. secondo me un punto cruciale, non solo delle lamentazioni ma anche di un’idea di letteratura, sta proprio qui: nell’associare lo scrivere a un lavoro.

  60. Da Giulio Mozzi,Vibrisse, Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario) | ilcollomozzo Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2015/12/20/non-se-ne-puo-piu-delle-lamentazioni-sulla-marginalita-del… […]

  61. mg Says:

    Mi lascia perplesso la menzione di “bellezza” e “metafisica”. Mi trovo più a mio agio in termini come “senso” (passaggio del senso, emersione/occorrenza del senso, percezione/esperienza e godimento del senso) ed “estetica” (intesa non come area, dottrina, campo, ma come filosofia “non speciale”, non particolare, anzi relativa all’esperire, dunque provvista di margini molto ampi, sfumabili in ogni direzione, o in molte).

    Certo, una diffusione (dunque visibilità) ampia di occasioni di senso (storicamente determinate, benché non esclusive/escludenti) ha bisogno di luoghi e *amplificatori*. Quali? Ad oggi: rete, editoria, teatri, giornali, tv, radio, scuola eccetera. Alla diffusione di alcune e non tutte le occasioni si oppongono certe logiche di funzionamento interne a ciascuno di questi luoghi.

    Di qui le difficoltà di *vedere* (incontrare, esperire) alcune linee di scrittura, per esempio. Non tutte, ma alcune sì. Alcune occasioni di senso. (Non solo perché queste non hanno ampia diffusione, ma anche perché la mancanza di una ampia diffusione manca a sua volta di creare e stabilizzare nel tempo un contesto allargato, un ambiente percettivo, un ecosistema, che permetta a chi ne incontra anche rade occorrenze di apprezzarle, inserendole in un quadro che sia già minimamente attestato, fruito, parzialmente noto).

    Le occasioni di senso che la scrittura straordinaria di Christophe Tarkos permette di incontrare sono assolutamente godibili, potrebbero diventare perfino più popolari del Volo, ma perché l’editoria italiana inclini a prenderle in considerazione, forse qualcosa nel contesto (non solo letterario) deve o dovrebbe cambiare.

    Trasformando il diossido di carbonio in acqua, le stromatoliti [https://it.wikipedia.org/wiki/Stromatoliti], circa tre miliardi e mezzo di anni fa iniziarono a produrre il glucosio, e – come sottoprodotto – un elemento piuttosto importante, l’ossigeno. Di qui, la nascita dell’atmosfera del pianeta Terra, nel corso di diverse centinaia di migliaia di anni (minuto più minuto meno).

    L’ecosistema è importante, per veder comparire (poi, nel tempo, tanto tempo) certe forme di vita. Per vederle, dico: non necessariamente per apprezzarle. (Perché le vedano in molti. Ecc.)

    Probabilmente sui giornali, soprattutto in estate, le lamentele per la marginalità della (e invisibilità della [bellezza della]) poesia continueranno per diverse centinaia di migliaia di anni, e qualche minuto.

  62. Monica Bauletti Says:

    Va bene. Allora c’è un grave errore di crescita da individuare e da correggere. I bambini imparano le poesie ancora prima di imparare a leggere. Fin dalla nascita, crescono accompagnati da filastrocche e poesie che non li abbandonano per buna parte del percorso scolastico. Sembra che questo imprinting non attecchisca visto che ne viene meno l’interesse già prima dell’età della ragione. Quale sarà l’evento che infrange il flusso poetico e che porta al disamoramento per la poesia? Forse la nausea per il troppo studio?, oppure è colpa della mentalità moderna che vuole una società fatta di rampanti carrieristi cinici e opportunisti?, Sembra che siano pochi a “salvarsi. Entrano tutti in banca” (citando Venditti)

  63. Andrea Peverelli Says:

    Sono un Signor Nessuno, non ho a sostenermi hyperlink a centinaia di articoli dal mio personale blog e dalla cerchia di quelli che seguo, e in quanto tale l’individuo perfetto per quanto sto per fare. Io lancio una provocazione, dal mio basso insignificante di giovinastro che nel 2015 la poesia la fa, la legge e la critica (dunque l’ipotetico destinatario di questo articolo): una provocazione che rimane tale qui in questo luogo, che ha (nella strutturazione della mia personale poetica) una risposta construens alla domanda destruens di cui ogni provocazione si costituisce. Non fornirò qui ed ora tale risposta (per altro stramba e inaccettabile ai più), mi limiterò semplicemente a voler far riflettere, o meglio riflettere insieme a-, la pletora di commentatori che di seguito all’articolo del Mozzi hanno sbrodolato i propri “la poesia deve”, “tutti dovrebbero” e idealismi post-romantici inerenti a una supposta sensibilità (regolarmente confusa con l’estetica) onnipotente e onnigiudicante assurta a modello unico di comparazione in campo artistico.
    Ora: c’è veramente bisogno che l’arte risponda ad un’estetica? C’è veramente bisogno che l’arte debba essere “bella” per poter essere definita arte? Una delle conquiste più alte del ‘900 artistico ad esempio è l’istanza di liberazione dalla casta del bello e dalla sovrastruttura-estetica (basti dare una veloce scorsa agli almanacchi delle neoavanguardie europee – soprattutto quella italiana, come rileva giustamente la Policastro nel suo sgranare autori -): un’opera d’arte non arriva più a prodursi perché generante bello, piacere estetico, ma perché generante disordine, disequilibrio. L’arte crea problemi, solleva questioni ed evidenzia ferite, aporie, vicoli bui, non produce l’inveterata consolazione che secoli di poesia hanno preteso di infilarci tra i neuroni come buona arte, né tantomeno dà facili soluzioni, induce lo spettatore alla masturbazione estetica, che è in definitiva una soluzione utilitaristica, da fruitore materiale che caparezzianamente “manomette le tette della scultura” e tenta di utilizzare l’arte (io uomo guardo un’opera perché ho necessità di soddisfare un bisogno, come un animale sottomesso ai propri impulsi – c’è un che di sessualmente morboso nel moderno rapporto con l’arte -). E a ben pensarci, facendo un semplice due più due, se l’estetica induce tale bisogno, e l’estetica è una costruzione umana (non si confonda sensibilità, processo psicologico di approccio dell’individuo ad imput informativi, con estetica, prodotto storico-sociale ben definito) della peggior specie, allora anche tale bisogno è una costruzione umana della peggior specie, creato da noi stessi e a noi stessi imposto. Perché sottostarvi?

    Inutile dire che mi trovo dalla parte della Policastro (entro certi limiti), dunque so perfettamente di essere a rischio linciaggio, soprattutto per la mia provocazione che attirerà l’astio di tutti i fautori del “serva arte in libera sensibilità” e di coloro che vedono in un ragionamento strutturato e ben argomentato un’esibizione di polpettoneria intellettualoide. Non importa.

  64. verabas Says:

    “che i poeti siano sempre lì a creare gruppetti e gruppettini, ciascuno avvinghiato alla propria pretesa rivista miserabilmente online, eventualmente associati in operazioni politicopoetiche di riconoscimento e recensionamento reciproco di rimbalzo e di sostegno: ma di tutto questo, vero o falso che sia (e non è del tutto vero né del tutto falso), che me ne importa?”
    no, non me ne importa!

    ma la bellezza non esaurisce la bellezza.
    e non basta, la bellezza a spiegare giustificare tutto, e non è un metro di misura nemmeno se misuri ogni cosa con le mani le braccia a la profondità del tuo corpo.
    restano altri corpi e altre profondità ignote.
    altre misure ignote.

  65. Daniele Barbieri Says:

    Se da un lato condivido la stanchezza per le lamentazioni (tutte le lamentazioni sono stancanti, e queste particolarmente – e quindi viva il commento di Andrea Inglese), dall’altro quando sento le parole verità e bellezza, mi sento ancora più stanco, peggio se si tira fuori la metafisica – e poco mi importa se c’è chi vive (me per primo) esperienze di bellezza, magari pure collegate alla poesia. Non mi lascerò ingannare dalle sensazioni che la mia cultura e il mio linguaggio mi impongono, pure se non sono davvero capace di uscirne! Quanto al sacro, rispetto alla poesia, e in relazione a tutto questo, mi è capitato di scriverne parecchio, ma mi limito a segnalare un fulminante aforisma di Nietzsche (La Gaia Scienza, 84), che ho interamente riportato qui (http://www.guardareleggere.net/wordpress/2014/08/25/sacro-e-poesia-cosi-parlo-nietzsche/), per la gioia dei lettori (e lo spavento dei poeti.

  66. Fabio Carpina Says:

    L’esperienza estetica è conoscitiva e passa per l’intelletto: indubbiamente. Io sono però convinto che il senso, la “funzione” dell’esperienza estetica come strumento conoscitivo non stia nell’arte, ma altrove. Il “piacere” (inteso in un senso chiaramente abbastanza “largo”, che comprende anche ciò che “ci piace” anche se/anche perché ci destabilizza o ci urta o in qualche caso perfino ci repelle – per rispondere a un obiezione fatta qua sopra) è un meccanismo evolutivo potente; gli individui che provano piacere nelle attività che comportano un vantaggio evolutivo hanno maggiore probabilità di sopravvivere , e quindi di trasmettere, geneticamente o culturalmente, questa capacità alla prole. Comunicare, comprendere quanto ci viene comunicato; raccontare o ascoltare una storia; rappresentare le fattezze di oggetti, in due o in tre dimensioni, o ammirare tali rappresentazioni; risolvere enigmi; ascoltare suoni o melodie comunicativi… sono tutte attività che hanno rappresentato, nell’evoluzione, un vantaggio diretto: e un vantaggio maggiore a chi, da queste attività, ha tratto piacere e pertanto le ha perseguite più attivamente. (In questo dico che il meccanismo è analogo – ma ovviamente diverso – da quello per cui preferire il sapore di ciò che ci nutre rispetto a ciò che ci fa male è un elemento di selezione naturale)
    Tuttavia il “piacere” si sviluppa per meccanismi, si manifesta per concatenazioni di cause/effetti che sono fisici/fisiologici/neurologici e anche culturali… di fatto, sono meccanismi attivabili anche da fatti, rappresentazioni, eventi che non hanno una utilità diretta. E’ lì che per me nasce l’arte: dove l’esperienza estetica, che avrebbe una “funzione” (non dico fine, perché per me in natura non ci sono “fini”) originaria, viene invece sollecitata in assenza di quella funzione, per il puro “piacere” che ne deriva. Alla fine, se mi perdonate la boutade, vedo l’arte rispetto all’esperienza estetica alla stregua di una qualunque pratica sessuale non finalizzata alla procreazione rispetto alla procreazione stessa. Questo anche per fugare l’eventuale obiezione che io relegherei l’arte a un ruolo marginale e trascurabile: marginale e trascurabile quanto il sesso, hai detto niente🙂
    .

  67. Alessandra Sarchi Says:

    Caro Giulio, condivido quanto hai scritto sulla bellezza e sullo splendore, è un’ontologia cui aderisco, come sai. Corollario del fatto che lo splendore c’è e si manifesta, talvolta, è che questo suo manifestarsi possa essere legato a estremo dolore, estremo orrore. La poesia, ma non solo la poesia, consente una comunicazione fra la percezione soggettiva e il mondo degli altri, della storia, della natura, dell’accadere e del tempo che mi pare sia ciò che tu chiami verità.
    Che poi tale verità si pluralizzi, in una prospettiva storica, è evidente. Ricordiamo pure l’importanza del rapporto fra tecnologia e sapere, fra oralità e scrittura, fra consumi di massa e cultura che di volta in volta risultano importanti nel definire il gusto e le tendenze. Ma anche il discorso sociologico non basta a spiegare il perché di un’opera, della sua sopravvivenza fino al presente o oltre il presente, del suo sapere travalicare distanze e differenze, talora davvero enormi. Questa è “l’infinità” che aprono le opere d’arte e di poesia. Dici che t’importa la visibilità della bellezza, ma per essere visibile deve anche essere riconoscibile. E con la riconoscibilità ci si sposta dal piano metafisico a quello immanente, propriamente culturale, dei linguaggi e dei codici condivisi, imparati accettati o rifiutati, e qui ti domando, visto che me lo domando in termini concreti e pure didattici quasi tutti i giorni: si può insegnare a riconoscere, a vedere? Ho usato la parola insegnare, ma si potrebbe preferire quella più allargata e sfumata di trasmettere.

  68. Andrea Inglese Says:

    Secondo contributo, dopo aver letto nei dettagli il contenuto dell’articolo (anche perché chiamato, assieme ad altri, da Giulio a leggere il suo pezzo).
    Vorrei scrivere qui le frasi che più mi sono piaciute.

    1) Sono addirittura un compratore di libri di poesia: e talvolta divento matto per riuscire a comperare quel certo libro lì

    2) (l’Italia è un Paese di poeti che non leggono poesia, si dice: ma sarà anche un Paese di editori di poesia che non leggono ciò che pubblicano)

    3) Chi se ne importa dell’irrilevanza della poesia.

    Ecco, io mi fermerei li. Il concetto vuoto (senza criteri per definirlo) di bellezza non aggiunge nulla alla frase 3). Volendo esplicitarla tutta: chi se ne importa dell’irrilevanza della poesia, dal momento che nelle peggiori condizioni possibili per l’esistenza della poesia (probabilmente oggi riunite in Italia), la poesia continua ad esistere nella sua irrilevanza. L’irrilevanza mi sembra un punto di partenza più solido della indeterminabile bellezza. LEGGETE LIBRI DI POESIA: I MIGLIORI SONO DEI CONCETRATI DI IRRILEVANZA CONTEMPORANEA!

  69. Cristian Says:

    scusate, ma Mozzi ha fatto un discorso semplice chiaro diretto piano pulito: bello. Rileggete, riflettete, imparate a non arzigogolare, a fare intelletualismo

  70. maria Says:

    Cristian precedendomi mi ha rubato le parole di bocca.Ho letto il post senza perdere un concetto e approdando alla certezza che quella era la chiave della comprensione del termine poesia.Mi sono sentita illuminata.E’stato duro passare poi alla lettura dei commenti.

  71. Irene Laszcz Says:

    Tutte le Muse hanno ugual importanza. (Per chi le conosce. Chi non le conosce che se ne vada a spasso.)

  72. alessiomontagner Says:

    @Monica Bauletti: secondo la mia (mia) esperienza, il punto è che non si impara mai un preciso “sguardo” con cui guardare la poesia. Alle elementari io ho imparato a memoria qualche poesia (Carducci e Pascoli, più che altro), e alle medie mi hanno fatto scrivere qualche “prosa in rima baciata”, cioè poesie senza badare a metrica, accenti, eccetera. Secondo questa mia esperienza, non vengono mai consigliati per la lettura libri di poesia, né si dà più la poesia da scrivere come compito: i temi scolastici fino alla terza superiore sono narrativa breve (poi diventa “saggistica da bar”), i libri da leggere per vacanza o altro sono sempre romanzi. Il contatto con la poesia, con le filastrocche da bambini almeno, c’è finché esiste uno sguardo “ingenuo”. Nel momento in cui si vuole capire il testo, decifrarlo, secondo me si abbandona la poesia, perché mancano gli strumenti di decifrazione, e fruirla diventa frustrante e confusionario. Certo, questi strumenti, se non li dà l’istruzione, ce se li procura da sé: però pochi lo fanno, siamo una generazione molto pigra. La scuola qualche elemento base di narratologia almeno lo dà: alle medie ricordo che avevamo studiato la focalizzazione di Genette. Sulla poesia, buio completo: per noi la rima è sempre stata cosa riguardante le ultime tre lettere, e mai si è parlato del posizionamento degli accenti. Ovviamente io ho le informazioni che serve avere sulla poesia. Ma ho comunque l’impressione di aver sempre mantenuto uno sguardo sfuocato, che mi è stancante usare, uno sguardo a cui sono disabituato.

    @Gilda Policastro: concordo al 90%. Intendo: nella fruizione estetica ci sono moltissime variabili. La parte “sociologica” è sicuramente una influenza enorme, e ci sono realmente molte opere che piacciono perché noi pensiamo che debbano piacere. Ciò nonostante, può capitare benissimo che a me non piaccia un pezzo di Fidia. Anzitutto, c’è una variabile biologica: cioè, semplicemente, la mia particolare struttura cerebrale, che costituisce già di suo un “gusto”. Poi c’è lo sguardo che sono abituato ad usare: cioè, io magari sono abituato a fruire la musicalità dello scritto, qualcun altro è abituato a fruirne più di tutto la scenicità, e inevitabilmente così formiamo due giudizi diversi, basati su due sguardi diversi. Una influenza sul gusto certo la ha anche tutto il mio vissuto. Chiediamoci ora: esiste un qualche tipo di bellezza universale riconosciuta da tutti indipendentemente dalle variabili appena dette? Esistono delle basi comuni: abbiamo cioè anzitutto una cultura che ci accomuna, e tutti abbiamo più o meno una stessa base biologica; ciò nonostante, questi punti sono così minuscoli da essere praticamente ininfluenti davanti a tutte le variabili elencate sopra. La mia personale risposta quindi è no. Questo non vuol dire che non si possa parlare della bellezza di un testo: basta porre prima di discutere una definizione, che poniamo come assioma valido (solo) all’interno della nostra discussione.
    La mia visione però è più estrema: per quel che mi riguarda, si può benissimo confondere la marmellata di pesche con la Recherche, sono anzi abbastanza convinto che se non lo si faccia si stia sbagliando, si stia producendo un giudizio non utile perché non basato sulla percezione estetica propriamente detta. Certo la complessità dell’opera può essere ammirata a prescindere da questo, ed è anche vero che il valore della Recherche ha un ampio riconoscimento esterno non basato solo sulla “pancia”, non solo sulla percezione; ma questo direi che è errato, perché ciò che noi cerchiamo nell’opera è una sensazione, e giudicarla secondo qualcosa che non è una sensazione è un giudizio inutile. In realtà tutto ciò che stimola l’intelletto si traduce in una sensazione fisica: Leopardi sì scriveva per la perfezione concettuale e tecnica, ma perché la stimolazione dell’intelletto si rivela comunque come sensazione fisica; anche leggere Kant è bello di un bello percepito col corpo; e finanche l’arte concettuale causa reazioni fisiche proprio a causa della decifrazione e del concetto: la pura intellettualità scissa dal corpo non esiste, o quanto meno è esterna all’estetica; la questione poi sta nel distinguere, e individuare qualche classe di percezioni rientra nel bello. Ciò non toglie che esiste comunque un’arte che vuole essere fredda e causare meno sensazioni possibili.
    (questo va inteso comunque nella visione secondo cui il bello sia effettivamente una forma di piacere ampio, e che in questo non esista nulla di metafisico. Cioè una visione che parte da assiomi opposti a quelli del post, e probabilmente sulla loro veridicità possiamo dire ben poco).

    @Fabio Carpina: in linea di massima sono d’accordo con quanto dici. Però lo studio darwiniano dell’estetica, come la neuroestetica, pure ha dei limiti. Al di là del fatto che tutt’ora non ci capiamo poi molto, forse è meglio concentrarsi sul breve periodo, più che sul lungo (in fondo, nel lungo periodo siamo tutti morti). E chiaramente il bello di natura non è il bello d’arte (ecco perché la bellezza di Megan Fox non può essere paragonata alla bellezza della Venere di Botticelli). Credo però sia semplicistico giustificare il tutto con una coincidenza nei modi di percepire il piacere, da una parte le cose con una funzione diretta le altre senza una funzione. Anzitutto consideriamo che non esiste attività che dia un piacere universale: neppure il sesso piace a tutti, figurati un po’; questo perché tramite il vissuto la nostra mente si adatta al mondo che vediamo, e cambia i nostri valori, la nostra scala di positività-negatività (quindi, c’è sempre la ricerca di un vantaggio: è che il vantaggio si sposta di continuo). Secondo, bisogna considerare che in realtà noi non saremmo comunque in grado di dire quale delle attività che facciamo ha realmente un qualche tipo di vantaggio evolutivo. Terzo, bisogna dire che la “funzione”, alla attività, gliela diamo noi: l’arte non è priva di funzione, mi pare chiaro, e in un altro post su Vibrisse infatti si elencavano tutte le “utilità” della letteratura.
    E l’arte ha invece proprio un ruolo marginale, tra qualche secolo forse non avrà proprio più alcun ruolo. Come il sesso, infatti: non a caso Gandhi si è indotto l’asessualità, e Kant ha scelto di morire vergine, come Newton, come Tesla. …promemoria: fisica e filosofia non aiutano a rimorchiare, fare attenzione.

    @paolaboggi: una volta a Venezia, dopo 30 chilometri a piedi fatti a zig-zag per passare da una mostra d’arte all’altra, sono arrivato all’Arsenale. Non c’era nessuno, silenzio; il sole calava bianchissimo, e l’orizzonte era coperto da una bruma azzurrina. Mi ha dato una emozione profonda, probabilmente legata al bello. Potrei chiamarlo “splendore della verità”. Potrei chiamarlo “sublime”. Potrei fare il positivista estremo e chiamarlo “rilascio di endorfina e vasopressina” (sto buttando a caso i nomi, eh). Ma se decido di chiamarla “splendore della verità”, come facciamo a essere sicuri che stiamo parlando della stessa emozione, visto che non è qualcosa di comune e condiviso come le più generali “felicità”, “tristezza”, eccetera? E quindi, come fai a essere sicura che davvero la tua intuizione corrisponde alla cosa di cui si parla nel post? Io dico che il cielo è azzurro, tu dici che il cielo è azzurro, ma come facciamo a sapere che l’azzurro che vediamo è uguale, e che il tuo azzurro invece non è il mio verde?

  73. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 21 dicembre 2015, molto prima che spunti il sole – La « buona scuola »… Mah. Parliamo piuttosto di « cattivi maestri », anzi, di « maestri cattivi »… Sì, stamani mi sono svegliato, anche stamani dolorosamente presto, pensando all’educazione, anzi no: alla cattiveria. La quale esiste, anche se, va detto, non è ancora del tutto chiaro che cosa sia. C’è nella cattiveria, io penso, qualcosa di grande, di notevole, persino di esagerato. Qualcosa che suscita ammirazione, infinito stupore. Qualcosa che intimidisce, che atterrisce. Qualcosa di più che umano, qualcosa di « angelico ». Del resto, si sa: è la solita storia di Lucifero… Poi leggo, in un ddibbattito sulla poesia: « Alle medie ricordo che avevamo studiato la focalizzazione di Genette », e mi sembra di diventare matto. Genette ai bambini delle medie? Bisogna essere più che cattivi, bisogna essere matti per insegnare questa roba. Meglio la marmellata di pesche. Meglio impiastricciati che matti… “ [*]
    [*] Lsds / 609

  74. Giulio Mozzi Says:

    Cristian, Maria: liquidare come “arzigogoli” e “intellettualismi” quelli che sono dei ragionamenti argomentati mi pare, davvero, poco utile.

    (E il mio discorso è tutto fuorché “semplice chiaro diretto piano pulito”. E’ invece un discorso molto più evocativo che razionale, nonché gonfio di retorica).

  75. Maria Luisa Mozzi Says:

    Grazie, acabarra59.
    Si può però dire ai ragazzi di leggere una poesia tante volte, di farsi un film delle immagini che presenta, di scrivere una poesia nuova con gli stessi ritmi e le stesse rime, se ci sono.
    A volte il tutto risulta gustoso come impastricciarsi di marmellata.

  76. La poesia | squarcidisilenzio Says:

    […] “Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro cont… […]

  77. Cristian Says:

    Giulio Mozzi: appunto, in quanto evocativo, e se vuoi retorico in quanto non mediato, a cuore aperto, è semplice chiaro ecc (ingenuo anche : ” intensità sarà una parola ingenua …”) ovverosia bello. Poi è chiaro – a proposito di corpo – se il mio corpo dice, leggendo: ecco ,qui è stato detto qualcosa di molto vero, semplicemente tieni e porta a casa, non posso impedirmi di pensare che tante cose scritte qui sopra siano arzigogoli o comunque vadano su una strada che mi interessa poco.

  78. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 5 luglio 2007 – C’è anche da dire che l’altro giorno il comico spaventato Citati ha borbottato qualcosa contro Genette che merita di essere ricordato: « L’influenza rovinosa di alcuni libri di testo compilati da professori universitari di tendenze strutturaliste, i quali imposero ai ragazzi di imparare a memoria gli attanti e le diegesi di Gerard Genette invece di aiutarli a comprendere la bellezza e il significato della letteratura. ». “ [*] [**]
    [*] Lsds / 610
    [**] La verità è che tutto quello che penso e che dico si spiega solo con il fatto che a me piace la scuola, mi piacerebbe andarci ancora, mi piacerebbe ascoltare, studiare etc. Forever school.

  79. RobySan Says:

    Il “corpo” può dire che “qui è stato detto qualcosa di molto vero”. Ciò non significa che il corpo abbia ragione. Anche l’ultimo dei guitti sa quali battute fare, e come farle, per strappare commozione a un pubblico ingenuo (cioè non coltivato, sprovvisto dei mezzi dell’analisi).

    P.S.: non capisco come faccia un discorso “gonfio di retorica” a essere “non mediato”. Evidentemente non diamo lo stesso significato ai termini.

  80. enricomacioci Says:

    Ma Gilda, non è vero che la Recherce non è opinabile. Posso opinarla perfino io, e l’ho fatto. Così come Wittgenstein e Tolstoj opinarono Shakespeare, così come Glenn Gould opinò Mozart, così come Nabokov opinò Dostoevskij, eccetera eccetera. Dunque come vedi, pur nell’ambito di ciò che ti giustamente definisci creazione culturale, permangono delle sacche di dissenso o soggettività. Poi, i canoni sono fatti – credo – per durare fino a un certo punto e cadere. Anzi, mi spingo ad affermare che la loro utilità consiste proprio nel fatto che prima o poi cadranno, che aprono un argomento di protesta e dunque di discussione.
    Ancora; ciò che tu chiami il “giudizio dello stomaco” io lo chiamo giudizio del corpo (come pure Giulio Mozzi, mi pare), e in esso non v’è alcuna condannabile superficialità. Credo infatti che tutte le opere serie siano scritte “col corpo”, e che debbano cioè incarnarsi per dire davvero ciò che hanno da dire. Quando non accade, si “sente”; sono infatti ideologiche – non in senso politico, ma proprio nel senso che le idee non si sono fatte carne e l’opera non possiede presa a terra.
    Insomma, comprendo il tuo discorso ma non lo assolutizzerei. I condizionamenti ci sono, e fortissimi, ma rimane un margine; ed è attraverso di esso che il nuovo si fa strada.

  81. Valentina Durante Says:

    Grazie, Giulio. Una cosa di cui avevo molto bisogno. Mi vien da dire solo questo.

  82. Cristiana Stefanelli Says:

    Che bello.

  83. Giulio Mozzi Says:

    No, no, Cristian: al di là del fatto che io e la retorica ormai siamo una cosa (ovvero: la pratica intensiva della scrittura ha mi reso automatico l’uso di certi strumenti), e che quindi la mia “immediatezza” non è mai esattamente ingenua, direi che questo pezzo a me (quando l’ho riletto) è parso tutto fuorché “a cuore aperto”. Ma questo non è importante.

    E’ importante invece, secondo me, imparare a considerare con attenzione anche i discorsi che battono strade che ci interessano poco. Banalmente: potremmo avere torto. E liquidare un’argomentazione complessa con la parola “arzigogolo” mi pare una rinuncia all’uso dell’intelligenza.

    Enrico: no, la Recherche non è opinabile. Ovvero: ciascuno ha il diritto di trovarla illeggibile, insopportabile, ec. (io, per me, la trovo assai spassosa; intollerabile solo quando parla la signora Verdurin, la cui lingua è così cattiva che mi ispira ribrezzo); ma per scalfire il giudizio intersoggettivo, storicamente consolidato, sulla Recherche, ce ne vuole.

    Gilda (è marginale, sul discorso proprio cerco di tornare più tardi): quanto a Fabio Volo, attenzione a non invertire la causa e l’effetto. E’ vero che oggi Volo è superpromozionato, ma questa è la conseguenza: l’editore ha capito che il cavallo corre, e lo fa correre. (E: non è che tutti i libri scritti o firmati da una celebrity vendano un casino. In questo campo addirittura più che in altri gli editori ci provano; il margine di rischio è alto. Poi a volte succedono cose strane: tipo l’autobiografia – per interposto biografo – di Agassi, che in Italia ha venduto moltissimo, ma sulla lunga distanza. Nei primi mesi fu un disastro; poi, pian piano è arrivato in classifica).

  84. acabarra59 Says:

    “ 21 luglio 1995 – « 5 gennaio 1842 – Mi accorgo che qualunque ostacolo sorga io scrivo nel mio diario sempre la stessa dose di verità; perché l’annotazione è più concentrata, e normalmente quel che mi interrompe è vita, vita reale e seria, dopotutto. Tutti gli arzigogoli vengono scartati. Se ho segato dalla mattina alla sera pur rammaricandomi di non essere libero di seguire il filo dei miei pensieri, trovo che alla sera le poche righe con cui descrivo il mio lavoro, riescono a rendere il fruscio della sega più musicale di quanto avrebbero mai potuto le mie più libere fantasie. Trovo che un estenuante lavoro manuale, che assorba anche l’attenzione, è il miglior sistema per liberare il nostro stile dalle chiacchiere. Una frase ben costruita può essere paragonata, per la rapidità e la forza con cui opera, al moderno piantatore di frumento che con un sol gesto fa il solco, getta il seme e lo ricopre di terra. » (Henry David Thoreau, Diario) “. [*] [**]
    [*] Lsds / 611
    [**] E Gilda come sta? È sfebbrata? Auguri.

  85. maria Says:

    Per Giulio Mozzi:la cosa per me si complica.Se un messaggio che
    che mi pare chiaro non è poi così semplice e richiede tutta l’analisi complicatissima(non di tutti chiaramente )degli intervenuti ,allora ritorniamo al punto di partenza.La poesia è solo per una èlite di iniziati e questo blog ha raggiunto vette inaccessibili per me.

  86. Fabio Carpina Says:

    Giulio, sulla “Recherche”. Il giudizio intersoggettivo, storicamente consolidato su un’opera in un certo senso è incontestabile in quanto appunto, storicamente determinato, è un fatto: io posso avere un giudizio diverso, questo non può in alcun modo alterare il fatto che è esistito, esiste un giudizio “largamente condiviso”. D’altra parte, un giudizio intersoggettivo è tanto più valido, tanto meno contestabile, quanto più esso è fondato su osservazioni “oggettive” : per cui posso contestarlo soltanto come si contesta una teoria scientifica, cioè contrapponendovi un’altra teoria scientifica che spieghi gli stessi fatti, gli stessi dati , e li spieghi “meglio” di quella che io contesto. In questo caso, però, mi pare che si parli di qualcosa di diverso: un po’ come si può scientificamente analizzare , valutandone tutti gli aspetti chimico-fisici, il meccanismo di azione sul cervello di una sostanza psicotropa; e su tale meccanismo gli scienziati troveranno sicuramente un giudizio di sintesi che difficilmente potrà essere contestato se non da un altro scienziato sulla base di dati misurabili; e tuttavia, tutto questo nulla ci dice del singolo “trip” di colui che quella sostanza assume, della rilevanza che ha per lui sulla base del suo vissuto, delle lezioni che ne trae, o che crede nel suo stupore di trarne… (e ora giù botte: “Carpina, prima ci tratti da sessodipendenti, ora ci dài dei drogati!” :-))

  87. silvano forte Says:

    144.

    ti prego di non chiedermi pareri
    potrebbero non essere sinceri
    e non perché probabilmente veri
    ma perché prodotto del pensato ieri
    dove sembri oggi quello che parevi eri

    vorrei non esprimessi più pareri
    perché dovrebbero essere sinceri
    quindi probabilmente veri
    lontani dai pensieri di ieri
    sembreresti oggi quello che vorresti eri

    preferisco l’astensione dai pareri
    quando l’aspettativa di spiriti sinceri
    è lontana da pensieri sempre veri
    l’affermazione appartiene sempre a ieri
    conosceva già il silenzio di chi eri

    l’immagine in ritardo di una verità ricordo

  88. Giulio Mozzi Says:

    Paragone ardito, Fabio!

    Maria, ti faccio un esempio.

    Roberto dice: “Io amo Crudelia Demon. Sono innamorato di lei”.

    Essendo Crudelia Demon (come dice il nome) una donna cattivissima, tutti gli amici di Roberto si metteranno a parlare con lui, a discutere, a dirgliene di tutti i colori, eccetera; ne discuteranno magari per mesi.

    Ciò non toglie che il messagio iniziale di Roberto sia, e resti, semplicissimo.

    (Poi, secondo me, il mio articoletto è tutt’altro che semplice, immediato, eccetera; ma questo l’ho già detto).

  89. Gilda Policastro Says:

    @alessiomontagner Cosa intende per ‘’ciò che noi cerchiamo in un’opera”? Chi è quel “noi”, nel suo discorso, dopo una premessa incline a un certo relativismo (cognitivo-sensoriale, mi pare di intendere)? Vale il principio per cui de gustibus non disputandum e quindi io e la mia soggettività siamo legittimati a emozionarci per i versi di Alda Merini oppure, come diceva Guido Guglielmi, de gustibus disputandum eccome e Alda Merini non è Amelia Rosselli, e non lo sarà perché lo dice la pancia di Macioci (che a sua volta, non me ne voglia, non è, ad oggi perlomeno, Proust)? Siete tutti qui a ricordare le poesie imparate a scuola, o a rammaricarvi perché non ve ne hanno date abbastanza da leggere nelle vacanze, ma d’altra parte invocate pure la libertà dell’impressione e dell’“emozione” (attenzione: è il criterio dei giudici di Amici di Maria De Filippi, “ mi ha emozionato più Giulia”, senza altro obbligo valutativo). Si tratta, comprendiamolo tutti, di un discorso estremamente pericoloso, perché se Maria Grazia Calandrone ha gli strumenti per attribuire al semantema “bellezza” un valore non ingenuo e immediato (quello di “ogni scarrafone”, per cui anche le poesiole infantili a rima baciata dell’amico di sopra avranno emozionato sua mamma), non vale per tutti e quella che passa nel pensiero egemone è proprio la retorica del mi piace e dunque ho ragione e se quei mi piace diventano millemila ho ancora più ragione (Fabio Fazio/Volo). No, non è così, e bisogna riportarci a un’idea chiara (sebbene variegata, andando da Massimo Gezzi a Zaffarano, come si diceva) di cosa intendiamo per poesia (e letteratura, più in generale) oggi e riaffermarla come contrappeso al pensiero dominante, che ha ogni strumento e mezzo per diffondersi. Chi si lamenta della marginalità (più o meno a buon diritto) non lo fa certo pensando alle cantilene degli infanti o alle prove della domenica della signora Luisa, ma al fatto che un poeta come Giuliano Mesa è morto senza un adeguato riconoscimento, e i suoi testi li pubblicava Camera Verde a tiratura più che limitata e circolazione semiclandestina. Allora, quello che si chiede è un’attenzione alle scritture contemporanee, alle nuove forme di scrittura, perché se Sanguineti non frignava, come ha ricordato qualcuno, è perché dopo l’editore Magenta degli esordi lo ha pubblicato Feltrinelli, Balestrini è approdato a Mondadori, e insomma, per le generazioni passate valeva un percorso virtuoso di qualche tipo che oggi non si dà. Quando, anni fa, ho sottoposto (peraltro su richiesta della stessa responsabile) i miei testi a una delle più note collane di poesia contemporanea il rifiuto non poggiava su valutazioni estetiche bensì sulla considerazione dell’orizzonte d’attesa e dei tempi: i nostri lettori sono abituati a una poesia più tradizionale, e inoltre la nostra collana è piena fino al 2018. Come la vogliamo chiamare, irrilevanza, con Andrea Inglese? Ed è questo il suo bello? Non mi pare molto democratico, pensarla così: l’aspirazione, come ricordavano gli interventi critici di un mai dimenticato numero del Verri dedicato alla mitologica bibliodiversità, dev’essere quella di avvicinare il maggior numero di lettori alle opere d’arte, non ammansirli col buono e col bello indistinto e in ogni dove, l’emozione, la bellezza e mettiamoci pure lo stupore dell’Angelus di Papa Francesco, così ci stiamo dentro proprio tutti-tutti.

  90. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 2 settembre 1996 – Sarebbe divertente riuscire a leggere la Recherche come immane romanzo comico, come spropositata risata. “ [*] [**]
    [*] Lsds / 611
    [**] Per Giulio.

  91. Giulio Mozzi Says:

    Balestrini, va detto, è arrivato (come poeta) a Mondadori pressoché settantenne (dopo aver pubblicato, tra gli altri, anche per Feltrinelli ed Einaudi). Derive&Approdi sta pubblicando l’opera (quasi, credo) omnia.

  92. miria Says:

    troppo impeto per questa voglia di innamorarsi, troppe parole, meglio scrivere versi

  93. l'amico qui sotto Says:

    @gilda

    È stata fatta svanire per non farle provare dolore facendola scendere all’interno del suo stesso silenzio fino a farle incontrare e lì sparire lo sviluppo delle cellule inverse che avevano avuto la capacità di crescere dentro di lei per non aver avuto la possibilità di esprimere a chiare parole la stessa continua immersione nell’origine della sua scomparsa che già praticava nella complessità del suo quotidiano precedente

  94. alessiomontagner Says:

    @Fabio Carpina: però riconoscerai quantomeno che anche il giudizio intersoggettivo varia col tempo. E che gli effetti (anche a livello neurale) dell’opera d’arte hanno una varietà maggiore di una sostanza stupefacente. No?
    Non sono sicuro di aver capito la seconda parte dell’intervento, quando dici di dover rispondere, alla teoria, con un’altra teoria. Quindi provo a dire quello che penso io in merito, e vediamo se è più o meno quello che intendevi…
    Quel che penso io, è che, al di là del relativismo delle percezioni (cosa chiara), l’unico modo per poter discutere su un giudizio è porre tra noi una serie di assiomi convenzionali, tra cui dovrà esserci una definizione di bellezza e i modi in cui questa si manifesta nel concreto. Quindi, posta questa base, individuare la bellezza di un’opera diventa una constatazione oggettiva. Questa serie di assiomi però oggettiva non è: ognuno ha la sua definizione di bellezza; oppure ognuno ha la stessa definizione ma la vede in posti diversi. è vero quindi che, all’interno di un sistema, di un metodo, il giudizio non si può contestare. Il sistema, il metodo, però, rimangono contestabilissimi, perché non è un metodo scientifico (e ci sarebbe comunque da dirci: la scienza può portare informazioni certe, o ci saranno sempre e solo modelli incerti, con tanto di problemi indecidibili? Ma questa è un’altra questione, fin troppo complessa). Per esempio, prima ho detto che secondo me formare un giudizio su basi oggettive anziché sull’esperienza soggettiva, è qualcosa di sbagliato perché la fruizione dell’opera è soggettiva, e qualcosa che non lo sia è inutile, non descrive il reale stato della fruizione dell’opera, descrive qualcosa che non posso sperimentare (quando a un essere umano interessa esperire l’opera): questa è più una questione di “poetica”, di “cosa deve fare la critica”, “qual è la sua utilità”. La reazione allora sarebbe quella di provare ad analizzare l’effetto dell’opera, appunto, con un metodo scientifico: per esempio, con la neurologia. Il punto è che fin’ora questi mezzi non sono stati in grado di individuare una qualche base universale, ma anzi hanno confermato la relatività del giudizio (c’è da considerare anche che comunque osservare un cervello per ora può dirci ben poco sugli effetti emotivi dell’opera; anche se credo che in futuro ci dirà quanto ci basta).

    @Gilda Policastro: (però dammi del tu…) In “cosa noi cerchiamo in un’opera”, il noi è “generale”, non riferito a una comunità precisa. Davanti a un’opera noi tutti esseri umani abbiamo una serie di aspettative, cerchiamo la presenza di certe caratteristiche (per esempio, guardando un giallo ci aspetteremo una certa struttura), eccetera: e questo influenza il nostro giudizio, le nostre percezioni. Intendevo questo.
    Il punto è che c’è una connessione tra il leggere poesie a scuola, e la libertà dell’emozionarsi. Non parlo della formazione di un gusto solido, preciso, “accademico”, parlo della necessità di avere gli strumenti che permettono di decifrare l’opera. La fruizione dell’opera è sempre una “lotta per il piacere”, un dover trovare il modo “ideale” per fruirla, cioè quel modo in cui l’opera si rivela come piacevole: per esempio, anche Fabio Volo, letto con una determinata mente, è piacevole, una mente totalmente diversa da quella che richiede Proust (ovviamente in alcuni casi riusciamo ad adattarci, in altri no, non siamo pezzi di marmo ma non siamo neanche dei gas). Il punto è che per poter partecipare a questa lotta servono degli strumenti: serve capire perché un’opera si distingue da un’altra, serve capire dove bisogna puntare gli occhi, serve anche capire cosa è adatto a noi e cosa no. Così è più chiaro, il modo in cui l’istruzione non nega la libertà di emozionarsi anche davanti alle manifestazioni più basse?
    Io non capisco sinceramente la necessità di dover andare oltre il giudizio dei singoli, e presupporre un giudizio informato più vero di un altro (ché mi pare tu stia intendendo questo, anche se con altri termini), quanto mi pare chiaro che non può esistere un maggior grado di verità di un giudizio (il giudizio di pancia è un fatto, è incontestabile; un giudizio “intellettuale”, come detto, non mi pare un fatto, anzi, non è esperibile come sensazione, quindi è un giudizio inutile). Ovviamente da un punto di vista storico dobbiamo fare una selezione, scegliere cosa tenere e cosa no: qui è necessario adattarsi. Ma questo non delegittima il giudizio dei giudici di Amici, che anzi personalmente mi pare più vero e immanente di molti altri giudizi critici. Vittoria della mediocrità? Mi pare più una questione di sincerità. Questo non vuol dire che la fruizione debba sempre essere distratta (come Benjamin vorrebbe si fruisse l’architettura), vuol dire solo che esistono diversi modelli di fruizione, tutti legittimi, che portano a diversi effetti per la stessa opera. Io ovviamente, se voglio del piacere, non posso leggere Joyce come leggerei un harmony, ho bisogno di ragionare, di notare strutture e logiche nascoste, ho anche bisogno di lasciarmi andare al flusso quando serve: ma devo fare questo perché il suo risultato è una sensazione positiva, non perché esiste qualcosa di intellettuale che è separato dalla sensazione, o perché esiste un giudizio legittimo che non sia basato sulla sensazione (in questo senso, un ragionamento critico, più che rispondere alla domanda “che sensazione causa l’opera X?”, dovrebbe rispondere a “come devo fruire X affinché si ottenga l’effetto Y? E quanti diversi valori può avere Y? Quanti di questi valori meritano attenzione, e perché?”). Immagina di dover giudicare una bistecca che rispetta perfettamente le regole del manuale, una bistecca cotta “secondo logica” (che non vuol dire niente, ma immaginiamo), ma che nessuno riesce a mangiare, o che chi mangia vomita subito: non può essere una buona bistecca, neanche se esiste una logica dietro questo; è chiaro che la “buona cottura” dipende dalla “mangiabilità”, è chiaro che in principio c’è una percezione positiva indipendente dall’intellettualità della cosa. Ugualmente, ciò che conta in un’opera bella è la sensazione che causa, non possiamo andare a pescare un criterio diverso, perché verrebbe fuori ciò che accade con la bistecca: dichiareremmo buono qualcosa che non si può mangiare (e qui l’assioma che pongo è che l’arte è pura questione di sensazioni fisiche – non tutte, una classe. Magari per te non è così, e allora non so che farci.) Non la considero comunque, questa, una posizione relativista: è una posizione realista. Se la realtà è relativa, possiamo solo accettarlo. è comunque una relatività limitata, come ho spiegato sopra, perché non è impossibile discuterne, se prima ci si mette d’accordo.

  95. dm Says:

    In un commento si dice del “criterio dei giudici di Amici di Maria De Filippi”. Ovvero l’emozione, “senza altro obbligo valutativo”.
    Io, che però non sono colto, che però non sono scemo, ho spesso l’impressione che prevalga quello che qui è brutalmente definito “emozione” e che nel testo di Giulio, se capisco, è il giudizio inappellabile del corpo, scusate per la mia sintesi da bruto. Secondo me, quel che là è detto “obbligo valutativo” e che nei discorsi sulla bellezza dei testi letterari si soddisfa in dispendiosi argomenti, altro non è che una mostra delle autorevoli credenziali necessarie a accreditarsi come attendibile interlocutore. Insomma. A. percepisce l’accecante bellezza del testo di B. Il solo modo per persuadere C., D., E., F. e compagnia della intersoggettività della propria percezione è quello di fornire una splendida impressione di sé come lettore, pensatore, ragionatore. Per far bene ciò, è quasi indispensabile mettere in moto argomentazioni convincenti che diano culturalmente assedio, per così dire, al giudizio di valore. Ma quest’ultimo è irrilevante. Quel che conta è la qualità persuasiva dell’argomentazione e, perciò, la qualità intellettuale morale (culturale) dell’interlocutore, in quanto la percezione potrà avere un qualche valore intersoggettivo solo a queste condizioni. Ed eccoci ai giudici di Maria De Filippi, che non ritengono di dover soddisfare altro “obbligo valutativo” – oltre che per aderire alle logiche e ai tempi televisivi – per la semplicissima ragione che in quel quadretto appeso sulle pareti più lunghe di milioni di case, le figure sono di per sé “importanti” e danno già adito all’intersoggettività delle proprie personali percezioni, non devono persuadere nessuno (sufficiente che ci siano).

  96. GiuseppeC Says:

    Su Fazio e Volo, c’e’ un obiettivo di audience da soddisfare e Volo e’ pienamente rappresentativo, mimeticamente, di una buona fetta di popolazione. Si puo’ fare meglio, ok, ma ricordo esserci passati anche Moresco e Siti? In seconda serata, di recente, e’ passato Zeichen. Rai 3 ha peraltro sospeso una crime-fiction torinese, fatta meglio rispetto a commissariati e placidate popolari, per motivi di audience. Pero’ credo ci sia un equivoco: non e’ che Fazio deve obbligatoriamente promuovere autori letterari comprensibili forse con un dottorato in italianistica; per quello dovrebbe esserci un programma apposito, di servizio, in una seconda serata, magari al posto di un talk show. Non che chi scrive literary debba banalizzarsi per vendere meglio, ma neppure puo’ aspettarsi un interesse su grandi numeri, anzi, molto piccoli, forse solo i cento-centoventi che organicamente fanno literary in Italia, qui detti Repubblica delle Lettere. L’editoria, poi, e’ inondata, qui su questo blog e’ arrivato ieri il trollbombing di un autore del tutto sconosciuto per fare venti voti nella semitrollica classifica dei libri 2015 di Mozzi.

  97. Cristian Says:

    Ok ok Giulio Mozzi, ma a me non interessa come si è costruito il tuo discorso, mi interessa come mi si è manifestato davanti, cosa ci ho visto, come mi ha messo in moto dentro. Mi hanno interessato, come ho detto sopra, quei cenni all’ intensità dello scrivere, alla ricerca della bellezza, quel ricondurla al corpo, quel saperla trovare qua e là in posti impensati; tutto il resto molto meno. Quanto all’ingenuità, la parola non l’ho usata io per primo, e comunque se non c’entra il cuore aperto c’entrerà il cuore chiuso, ognuno si rapporta al suo cuore come vuole, ma ciò non toglie che tu abbia scritto in modo che a me è parso chiaro e schietto delle cose che mi sono parse interessanti. Quanto al resto sì, il fatto è che qua – per dirla con il nostro presidente del consiglio – “siamo ragazzi di provincia”, un poco magari supponenti, ogni tanto, però poi sappiamo di essere tanto ignoranti e sempliciotti ( e non sarà proprio per questo che ci commuoviamo tanto a sentir parlare di intensità della scrittura, di bellezza, e di corpi ingenui e vivi?) e allora si magari ci rendiamo anche conto che ciò che ci pare tanto semplice e immediato non lo è, per cui, ok, magari mi leggo bene tutto e vedo di imparare.

  98. alessiomontagner Says:

    @dm (e dico anche una cosa per @Cristian): io la penso esattamente come te, dm. Io credo cioè che in principio ci sia sempre un qualcosa di fisico, e poi tutto quello di critico che ci si costruisce attorno è una giustificazione a posteriori resa necessaria dalla protezione di un qualche “potere accademico”. Anche qui però ci sono delle distinzioni: molti autori scrivono oscuramente e “iperculturalmente” (ricoprendo le pagine di citazioni colti e sottintesi incomprensibili) proprio per necessità di non farsi capire, per rendere più difficile il ribattere: a tal proposito, si veda l’affare Sokal; ci può essere però, in realtà, anche una reale necessità “filosofica”: e a tal proposito, invece, si veda la polemica tra Parise e Fortini relativa allo scrivere chiaro. Questo comunque pure io lo dico da non-colto (e in realtà non sono neppure sicuro sul non-scemo).

  99. Giulio Mozzi Says:

    I “giudici di Maria De Filippi” (che io manco so cosa e chi siano, ma vado a orecchio) e in generale i giudici dei talent emettono giudizi che hanno un considerevole valore economico. Quindi, qualunque sia il modo in cui dichiarano pubblicamente la motivazione del giudizio (modo che potrà essere molto semplificato o addirittura menzognero: es. voto per il ragazzino carino che farà sospirare le ragazzine e che a me non mi fa nulla, e motivo il voto parlando di emozioni come se le avessi provate) suppongo che siano giudizi professionali e ben meditati.

    Daniele (dm): non si tratta tanto, secondo me, di “mettere in moto argomentazioni convincenti che diano culturalmente assedio, per così dire, al giudizio di valore”. Si tratta piuttosto di mostrarsi convinti, cioè di compiere un gesto teatrale.

    (Ah: la “sintesi da bruto” a me va benissimo, considerando però una cosa: il corpo non è sempre uguale a sé stesso – e non solo perché ciascuno di noi è – chissà perché mi viene in mente proprio questo paragone – una nave di Teseo).

  100. paolaboggi Says:

    @alessiomontagner: alla tua domanda: come facciamo a essere sicuri che parliamo della stessa emozione? Rispondo: non lo siamo.
    Così come non sono certa che la mia intuizione corrisponda a quella di Giulio. Ho raccontato la mia esperienza di quell’intuizione perché è vera, nel sigificato che è accaduta a me e in quel momento; sono stata sollecitata a condividerla dalle parole finali dell’articolo di Giulio quando parla dello “splendore di ciò che fuggevolmente appare e sta nel mondo” e parla dello splendore della verità affermando ” ecco la bellezza” , quella che per intuizione, a volte, si rende visibile. Non pretendevo di elevare quell’intuizione ( soggettiva) a criterio di giudizio oggettivo per la valutazione delle opere d’arte. Vorrei solo dire che quella “cosa” che ho visto vent’anni fa, che non so descrivere, poi mi è capitato di rivederla e riconoscerla magari guardando un quadro o leggendo alcune pagine di un libro.
    Per esempio sto leggendo Stoner di John Williams e lo trovo un buon libro, lo leggo volentieri e provo anche piacere nel farlo. Poi, due giorni fa ho cominciato a leggere “La seconda persona” di Demetrio Paolin e ho provato quella sensazione lì, la stessa di vent’anni fa. Non so spiegarlo meglio, ma credo di poter affermare che esiste lo splendore della verità perché a volte mi capita di venirne abbagliata.

  101. enricomacioci Says:

    @ Gilda Policastro
    Grazie per la fiducia futura … “macioci – ad oggi – non è proust…”🙂
    Però, però: io ho citato (e qui mi riferisco anche a Giulio) obiezioni a Shakespeare, Mozart e Dostoevskij da parte di Tolstoj, Gould e Nabokov, non certo dei Macioci né gli ultimi fessi che passavano lì per caso. Ciò vuol dire che sì, il giudizio intersoggettivo esiste ed è forte – prova ne sia che nemmeno Tolstoj o Wittgenstein son riusciti a persuaderci (per adesso) che Shakespeare sia uno sciocco; ma vuol pure dire che il giudizio intersoggettivo non è assoluto, che non c’è una regola fissa come in altri ambiti del sapere. Nemmeno il giudizio intersoggettivo può smentire Tolstoj (un genio, mica un cretino) o convincerlo che il Re Lear sia quel capolavoro che in effetti parrebbe essere. Nessuno, anzi, può DIMOSTRARLO. George Steiner ha scritto pagine affascinanti su tutto ciò. Qui si aprono a mio avviso delle crepe nella corazza ermeneutica che non vanno confuse coi gusti capricciosi della casalinga di Voghera o coi fenomeni editoriali più o meno di moda. E’ qualcosa che pertiene al mistero della bellezza, appunto. Un mistero che fa dire ad Henry James che Guerra e pace è “un mostro cascante e floscio” (chi di stroncatura ferisce di stroncatura perisce, vero Tolstoj?); o che fa dire a Virginia Woolf che l’Ulisse di Joyce è “l’opera di un adolescente disgustoso che si schiaccia i brufoli.” D’accordo, il giudizio intersoggettivo permane, ma siamo sicuri che non venga proprio per nulla scalfito? Io ad esempio, che sono un tipo dubbioso e scettico di natura, qualche domanda me la sono posta e me la pongo anche sui mostri sacri… E sapete un’altra cosa? Ho la sensazione – non dimostrabile – che alle volte un Proust venga lodato più di quel che davvero si pensi di lui per tema della riprovazione o della derisione (pensare che Proust dové pubblicare a proprie spese la prima parte della Recherce appena una novantina di anni fa…). Io per esempio, che ho adorato Proust in un passato nemmeno lontano, ora non esito a porre Dostoevskij molto al di sopra di lui; e questo non significa in fondo ridimensionarlo, imporgli – nel mio piccolo, ma nel mio piccolo consapevole di lettore/scrittore – un limite ben preciso? O, se dall’individuale passiamo al collettivo, per quanti secoli Dante venne ignorato? Eccetera.
    Mi scuso per la prolissità ma sono argomenti che mi appassionano. Saluti a tutti.

    ps: la pancia ho già spiegato cosa sia, per me; esattamente la stessa cosa, si parva licet, che intendeva Flannery O’Connor quando spiegava ciò che rende buono un racconto: il suo incarnarsi.

  102. Ma.Ma. Says:

    Oh, Giulio. Questo paragone con il paradosso della nave di Teseo è stimolante: cambiamo noi, cambia la società, cambiano gli sguardi verso l’altro e le altre cose, cambiano le cose, cambia l’arte e il modo di farla, cambia la conoscenza degli stolti ma anche quella dei colti che se si lasciano aperti ai mutamenti sempre in atto accrescerà e si modificherà, eppure qualcosa resta immobile il nostro rapporto con ciò che percepiamo come bello… o forse no? Devo prendermi un paio di orette per lasciarmi cullare da questo trip!

  103. alessiomontagner Says:

    @Enricomacioci: è pur vero che quando la Woolf ha espresso quel parere sull’Ulisse il giudizio intersoggettivo sull’opera non esisteva ancora, o di certo non era potente come quello di oggi. Il fatto che Tolstoj sia un genio della scrittura non vuol dire che sia un genio della critica; e un genio della critica non vuol dire che non possa commettere errori (prendendo comunque la tua visione: ho molte riserve sul genio artistico). Diciamo che il giudizio intersoggettivo è la somma di molti giudizi soggettivi. Certo il giudizio intersoggettivo influenza il giudizio del singolo (l’intuizione è giusta: un critico che tenta di stroncare Proust o lo fa per farsi notare, o lo fa per suicidarsi; per farsi notare, accademicamente, è infatti più comune andare a pescare autori sconosciuti e presentarli come geni, cioè l’operazione opposta), ma l’accumularsi di molti giudizi soggettivi “stravaganti”, a distanza di secoli, può anche ribaltare il giudizio intersoggettivo di un tempo.
    In realtà i gusti della casalinga di Voghera potrebbero benissimo entrare nel gioco. Il punto è che nel giudizio intersoggettivo la “autorità” conta ancora di più: è possibile che secoli di maledizioni da parte di genti mediocri non scalfiscano un grande autore, ma può bastare un singolo saggio autorevole a farlo cadere dal piedistallo, se la comunità non ha il coraggio di ribattere a questo “autorevole”. Perché, per dire, diamo per scontato che il giudizio di Tolstoj su Shakespeare sia “sbagliato”? Forse perché l’idea che Tolstoj sia “ottimo autore, pessimo pensatore” è quasi un assioma? Eppure anche T.S. Eliot non apprezzava l’Amleto, lo considerava un’opera fallimentare. Nabokov risponde a Tolstoj dicendo che solo il tempo può rivelare il valore di un autore. Però il tempo è piuttosto incostante, il canone si trasforma nel tempo. Noi oggi amiamo Dante, e diciamo “visto? il tempo alla fine ha rivelato il suo vero valore.” Tra due secoli magari Dante verrà screditato come è successo nei Dialogi ad Petrum Histrum, e allora diranno “visto? il tempo ci ha rivelato che realmente Dante vale due o tre soldi al massimo, Lorenzo il Magnifico gli è sempre stato superiore”.

    P.S.: neanche a Voltaire piaceva Shakespeare, E anche Flaubert ha gettato Guerra e Pace dalla finestra. E di articoli che cercano di dimostrare la mediocrità dell’Ulisse continuano ad uscire anche oggi. E Finnegans Wake poi a suo tempo è stato disprezzato anche dai sostenitori di Joyce, tra cui anche Pound (mentre oggi Derrida e Bloom lo considerano l’apice della letteratura). Insomma, non funziona per formule la cosa, non tutti ottengono lo stesso risultato partendo dagli stessi dati, anche se il calcolo è corretto.

  104. paolaboggi Says:

    @alessiomontagner: ah, volevo dirti anche che quando questo accade mi rende felice. Almeno quest’emozione possiamo condividerla.

  105. dm Says:

    Giulio, sono d’accordo (e non sai quanto) su che “il corpo non è sempre uguale a sé stesso” (credo, nella mia vita, di avere avuto in dono molti corpi). Mi sembra molto cauto – ti confesso -, ai limiti dell’indecidibilità ecco, il considerare tutto ciò come un “gesto teatrale” (e mi pare che “mostrarsi convinti” sia una formula che metta alla porta tutto ciò ch’è tornaconto o, se preferibile, manutenzione di un qualche potere).
    Mi sembra meno cauta e più realistica la descrizione (di ciò che io ho – sempre brutalmente e selvaggiamente – chiamato “assedio”) che fa Alessio Montagner, qui sopra: “tutto quello di critico che ci si costruisce attorno è una giustificazione a posteriori resa necessaria dalla protezione di un qualche ‘potere accademico’”. (Ovviamente l’aggettivo a braccetto col potere può variare).

  106. sinicco christian Says:

    C’è un aspetto che trovo aberrante nella critica, il preconcetto. Non possono essere le tesi di un materialismo razionalista che utilizza le avanguardie come modello a spiegare la poesia, perché la poesia è molto di più, è un risultato inaspettato del lancio di due dadi comuni, un tredici. Le avanguardie si sono poste dei risultati di gruppo, bene: anche quel tempo è passato, quel momento storico ha svolto la sua funzione, e oggi quei modelli sono utili quanto quelli precedenti, non più, o meno. Le poesie di autori della neoavanguardia non sono più importanti dei sonetti del Belli, per la formazione di un gusto. Chi esprime il contrario ha solo l’intenzione di promuovere una formatività contemporanea, peraltro nemmeno con i versi dei poeti di oggi, ma di quelli dell’oltrecielo. La poesia è un risultato inaspettato pur utilizzando strumenti metrici e retorici che si usano da millenni. La questione della bellezza sta nel risultato, che va aldilà dei modelli che si sono riflessi nella formatività di un poeta, la poesia è più della critica concentrata a preservare i propri preconcetti, forse perché non sa più come discutere di un’opera. L’opera, poi, è sì storica ma anche capace di oltrepassare la storia, e qui non è che dobbiamo farci troppi pensieri e riesumare Pasolini e Bigongiari, ma semplicemente comprendere che se certo il lettore di ieri non è quello di oggi, se la realtà di ieri non è quella di oggi, non siamo mica alieni calati dal cielo, ma esseri umani, e i discorsi di duecento anni fa non sono peggiori o di serie b rispetto a quelli di cinquanta anni fa. E’ una pretesa assurda legare l’evoluzione delle opere a uno storicismo bieco che si illude di comprendere, anzi di indirizzare, il gusto.

    Giulio, la poesia in Italia ha quello che si merita, se la critica coltiva orticelli. Mica la grande editoria è scema, mica si fida… piuttosto sono scemi i poeti che pagano 1000-1500 euro per pubblicare il proprio libro, quando con 3 euro a copia si stampa un libro di 300 pagine. Quindi chi è che si lamenta, il poeta che paga il libro o la critica che si occupa di mirabolanti sintesi sul filo delle avanguardie?

  107. dm Says:

    (Alessio, contento di aver trovato qualcuno che la pensa più o meno come me. E che sia più serio e meno farfallone.)

  108. Gilda Policastro Says:

    @alessiomontagner Diamoci pure del tu ma a questo punto dispero che ci intenderemo mai. Non si può rinegoziare ogni volta che la letteratura sia scrittura, che la scrittura sia tecnica, che non ci sia nessuna magia o incantamento, se non negli inganni di Frate Cipolla, e che il godimento di cui tutti parlate non è che un’accensione dell’intelletto. Ora, per capirci definitivamente: sei più contento che l’intelletto ti si accenda con Proust o con Fabio Volo? È ok per te leggerti una storiella insulsa di segretucci di famiglia o vuoi che i segretucci si siano fatti narrazione, conoscenza del mondo, respiro come diceva, mi pare, Alessandra Sarchi universale? Questo non avviene attraverso l’infusione e l’enthusiasmos ma attraverso l’apprendimento, la conoscenza, lo studio, l’affinamento delle capacità, se uno ha la pazienza e la costanza di coltivarsele. Questo invasamento che dite, quest’emozione che provate, basterebbe rileggersi “Il Parini o della gloria” di Leopardi per destituirlo di ogni fondatezza, specie il passaggio in cui spiega come il piacere o il godimento che suscitano determinate opere dipende più dalla propensione di chi le legge che da un loro valore intrinseco e che la stessa impressione non viene poi confermata a distanza di tempo o potrebbe non esserlo, al di là del difetto di novità, col passare delle ore di una stessa giornata. Quindi questa eccitazione del corpo che vi provoca un bel verso, avete ricontrollato se ve la provoca pure a distanza di anni? O di qualche ora? Se sì, è che quell’orgasmos non vi veniva dal corpo, fidatevi di Giacomino, se non della sottoscritta.
    Infine: il prossimo che dice “pure Siti è andato da Fabio Fazio”, giuro che gli buco le gomme: ma diobono la comprendiamo la differenza tra un passaggio occasionale, mai più ripetutosi, e la presenza FISSA tutte le sere tutte, e con l’elemento nuovo rispetto al passato che Volo è introdotto come LO SCRITTORE, rimarcando ogni volta che vende uno sproposito e che gli altri rosicano, ma lui è il nuovo Calvino, e che di scrittori propriamente detti se ne ve(n)dono sempre meno, da Fazio e altrove, e che questo è un cambio di paradigma decisivo? Ancora cinque o sei anni fa c’erano almeno tre programmi con uno spazio considerevole per gli scrittori: quello della Dandini (lì esplose il fenomeno Silvia Avallone), quello di Bignardi (Antonio Scurati deve la sua iniziale fama anche al litigio furioso con la suddetta a proposito di maschilismo e misoginia), quello di Fazio (vendite esponenziali per gli autori ospiti: Francesco Piccolo e i momenti trascurabili di felicità vattelappesca su tutti). L’incremento di vendite conseguente a un’apparizione veniva stimato dal migliaio di copie a salire, a seconda del contesto (un amico invitato in un talk mi rivelò che dal giorno dopo era entrato in classifica), ma oramai c’è solo Fazio a dettare legge e a maggior ragione bisogna rafforzare i contrappesi. Ora: ricordato che Pasolini era in tivù un giorno sì e l’altro pure, lo stesso dicasi di Eco, e che la notorietà e le prebende conseguenti al valore non hanno mai fatto schifo a nessuno e così continua a essere, il punto (che forse ci riporta alla questione iniziale da cui sta specie di controrivoluzione copernicana della bellezza e del gusto – è il gusto che ruota attorno a me, non viceversa – ci ha un po’ deviato) è che non è assolutamente sensato che l’opportunità di visibilità e di successo nel campo LETTERARIO sia garantita a personaggi che scrittori non sono ma che come tali vengono presentati al grande pubblico televisivo. Mozzi la tivù non la guarda, ma ieri sera da Fazio Checco Zalone a petto di Fabio Volo mi è parso un gigante, per inventiva e tempi comici (nondimeno, non direi che mi ha ”emozionato”): a un certo punto ha detto di non voler lanciare il suo film coi classici trailer promozionali, ma di voler presentare un suo libro. Fazio lo prende in mano finto-incuriosito e sopra c’è scritto CHECCO ZALONE, LIBRO: a dire che è ancora un blasone per chiunque, il titolo di SCRITTORE, e che venga svilito da chi con la scrittura ha ben poco a che spartire, non può che sconcertare chi si spende nel campo con ben altre consapevolezze. Cioè: Fazio quando deve invitare un calciatore indiscutibile invita il dilettante della primavera del Cagliari o Rivera? Scrittore, a casa sua (e nostra, purtroppo), è Fabio Volo: e qui la chiudo per sempre, sperando si sia (finalmente) compreso il punto.

  109. almerighi Says:

    La bellezza è un aspetto molto soggettivo, ma sono i poeti per primi a nascondere la poesia.

  110. GiuseppeC Says:

    Boh, il literary ormai passa tramite altre forme (es. La saga di Jose Mourinho, infine esonerato dal suo Chelsea football club, racchiude mezzo teatro greco for the masses) e, fra Volo e Siti, Fazio ospita tanto mainstream: Ammaniti, Mazzantini, Tamaro, Avallone, addirittura Nove, ecc. ecc. Comunque, Gilda, i pistolotti dovrebbe farli al telefono al suo ufficio commerciale o direttamente alle redazioni dei programmi che le interessano, farli qui serve a zero.

  111. enricomacioci Says:

    @ alessio montagner
    Diciamo pressappoco le stesse cose. Non sapevo che Flaubert avesse scaraventato dalla finestra Guerra e pace, grazie dell’informazione. Queste cose le adoro; sono ferocemente dimostrative della fragilità del tutto.

    ps: anch’io credo che l’unico giudice sia il tempo, ma quanto tempo? Sia io che te abbiano notato il caso di Dante, che ha oramai scritto la sua opera da settecento anni e che ha avuto fasi diversissime di ricezione. E anche Shakespeare, prima dell’800 non era considerato l’attuale divinità

  112. alessiomontagner Says:

    @Gilda: e anche se non ci intenderemo mai?
    Comunque, parli di “accensione dell’intelletto”, ma a me questo pare solo una delle possibili manifestazioni della “bellezza” e del piacere letterario. O meglio: solo uno dei possibili modi di leggere un testo, indipendentemente da quale sia. Premetto che a me piace molto Proust, e che Volo l’ho letto solo una volta che mi fu regalato. Ora: la mia mente può essere più adatta alla fruizione di Proust che di Volo (è in effetti così). Questo non vuol dire che non esista – è ovvio che esiste – una mente che riceve piacere da Volo e si annoia con Proust. Il modo in cui questo piacere arrivi, mi pare irrilevante: io sono convinto che non sia l’opera a doversi adattare alle menti (come fa? è statica: comunque non potrà accontentare tutti), ma siano le menti a doversi adattare di volta in volta all’opera che si trovano davanti (una cosa che oggi non siamo più abituati a fare). Proust richiede una lettura attenta. Volo richiede una lettura “distratta”, molto leggera, senza ricerche di significati ulteriori, senza pretese di realismo, accettando tutti i luoghi comuni, prendendo gli aforismi per il loro gusto e non per il loro senso, eccetera. Sono due modelli di lettura, adatti a due diversi tipi di testi: se si applica il modello-Volo al testo-Proust avrò fastidio, e viceversa; se applico il modello-Volo al testo-Volo, otterrò piacere. Questo non vuol dire che la mia mente riesca davvero a farlo: magari è un modello troppo distante dal normale modo di funzionare della mia testa. Non credo però che sia possibile mettere i due modelli in una scala di valore, non c’è il modo di leggere 10+ e il modo 6–; un testo che dà piacere tramite la filosofia e il ragionamento complesso non è ontologicamente superiore a un testo che dà piacere magari solo per la sua forma (in fondo, esiste Bruegel ed esiste Mondrian). Questa “accensione dell’intelletto” di cui parli, a me pare semplicemente l’applicare la giusta mente alla giusta opera: non serve complessità per portare a questa “accensione”, perché un testo semplice può accendere un intelletto semplice (una mente semplice può essere molto stimolata dagli aforismi di Volo!); e se l’intelletto semplice prova a leggere un testo complesso, va in sovraccarico e non si accende un bel niente. Non è che ora devono tutti avere un intelletto complesso, mentre tutti possono avere un’opera adatta a loro (anche perché il mio intelletto è comunque molto semplice in confronto a quello di, che so, Maurizio Ferraris). Se la complessità della mente elevasse in qualche modo la correttezza del giudizio, dovremmo riconoscere che l’unico giudizio legittimo è quello dell’uomo con la mente più complessa: ed è una sciocchezza (sarebbe anche inverificabile).
    Quindi lo studio, come dicevo, secondo me non è necessario ad arrivare a una “accensione dell’intelletto”, ma a capire il tipo di atteggiamento mentale che ci vuole per fruire un’opera: Cy Twombly non è meno bello di Van Gogh, semplicemente servono due menti diverse per fruirli, e per capire cosa devi guardare e pensare in Van Gogh e cosa guardare e pensare in Cy Twombly, bisogna studiare.
    Su “Parini e la Gloria”: ovviamente Leopardi di sbaglia. Non è che perché è Leopardi deve dire solo cose giuste. L’effetto del testo è determinato dal rapporto tra le sue caratteristiche e le caratteristiche della mia mente. Io cambio costantemente, e di conseguenza anche l’effetto dei testi cambia costantemente. Non è possibile che un’opera, qualsiasi essa sia, mantenga un effetto costante su una persona, perché questa persona non è mai uguale a sé stessa. Oppure, facciamo l’esempio di un libro per bambini. A me da piccolo, a dirla tutta, piaceva Geronimo Stilton. Oggi leggerlo sarebbe per me impossibile, crollerei a metà. Vuol dire che è un cattivo testo a prescindere, o che semplicemente è studiato per una fascia molto particolare di fruitori? Per carità, non dico che non esistano libri per bambini più stimolanti (a voglia!), così come non dico che non esistano libri che piacciono tanto ai bambini quanto agli adulti (esattamente come ci sono libri che piacciono sia ai lettori di Volo che ai lettori di Proust): dico che cercare di separare l’opera dal suo fruitore ideale, e tentare di separare il suo valore dall’effetto, mi pare una insensatezza.

  113. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 18 maggio 2009 – È buffo: basta accendere la televisione, che c’è uno scrittore. Nomi strani, facce improbabili, ma sotto a ognuna la didascalia: « Scrittore ». O « Scrittrice » – che, se è carina, suona anche meglio. È buffo, ma è così: se dicono che sono scrittori/ici significa che hanno scritto qualcosa. Infatti questo qualcosa, eccolo, lo fanno vedere, lo mostrano, all’occhio incontrovertibile della telecamera. Questo qualcosa è un libro – un pacco di fogli legati insieme, pieno di piccoli segni scuri, di impegnativa decifrazione. I segnetti cifrati sarebbero la scrittura, la lettura sarebbe l’eventuale sforzo di decifrarli. Dico eventuale perché non è detto che ci sia chi voglia sottoporsi, oggi come oggi, a questo fastidioso tour de force. Credo che gli scrittori/ici lo sappiano: che non li leggerà nessuno, a parte forse una nonna, una zia, un collega – chiedendosi se non sarebbe capace di farlo, dopotutto, anche lui. Credo che si accontentino di andare in tv, una volta sola nella vita, come scrittori/ici in gita, gita-premio. Anche la televisione lo sa, e d’altra parte, a lei, degli scrittori/ici non gliene po’ fregà de meno etc. Per la televisione « tutto fa brodo », una notizia vale l’altra, una faccia vale l’altra, una didascalia, una zoomata non si nega a nessuno. Non so se, come dice il professor Eco, non dobbiamo sperare di riuscire a « liberarci dai libri ». Quello che è certo è che non possiamo in alcun modo sperare di liberarci dalla televisione – e anche dal professor Eco, che non è detto che non siano la stessa cosa. Parola di scrittore, cioè di uno che, come si vede, sa scrivere. E anche leggere. E anche « fare di conto ». E anche usare il telecomando etc. etc. “ [*]
    [*] Lsds / 613

  114. Gilda Policastro Says:

    @GiuseppeC il suo irrinunciabile contributo a questa discussione, invece? Copincollo: purtroppo e’ un campo nel quale oggi si concentra l’invasamento psico-emozionale inesprimibile nella vita vera, dai buonissimi sentimenti alle perversioni piu’ nere, motivo per cui scrivendone ci si traveste da Batman, Cassandra, D’Annunzio o chi altri per riportare in pari vite ritenute perdenti o perdute. E’ scrittura terapeutica, insomma. Per questo la accompagna un sostanziale e meritato disprezzo: tutti la scrivono perche’ tutti hanno un qualche torto / ferita / scarto da apparare, nessuno la legge perche’ il torto / ferita / scarto di un altro non e’ piu’ rappresentativo del proprio. E la bellezza? Che e’ la bellezza, per un malato? L’equilibrio tra psiche, anima e corpo mi pare una buona definizione per il duemilasedici, uno stato continuo invece che apparizioni improvvise e discrete.

    Che ne dice se torniamo ai miei pistolotti? Mi sembrano più interattivi, quanto meno.

  115. Manuel Micaletto Says:

    bravo qui, giulio: “(E il mio discorso è tutto fuorché “semplice chiaro diretto piano pulito”. E’ invece un discorso molto più evocativo che razionale, nonché gonfio di retorica)”.
    e solo qui. l’equivoco che si produce (e su vasta scala, anche solo basandosi sul campione costituito dai commenti, qui in calce al pezzo) non è niente casuale: poesia-bellezza-(addirittura) SPLENDORE. tre termini che costituiscono una combo fatale. il termine “poesia” è già fortemente compromesso, tra le altre cose, da una retorica vuota della bellezza. non è un link storicamente sbagliato: semplicemente oggi ha assunto una configurazione nociva. che ostruisce cioè la possibilità di parlare della poesia. prima c’è questo invalicabile scudo di bellezze, splendori, vita, tutta una gamma di assoluti che si afferma in virtù della sua forza. una forza evocativa (schiettamente poetica, simbolica di un simbolismo elementare), sì, ma soprattutto la forza di abolire il pensiero, la discussione, la riflessione. perché un testo imbottito di retorica come il tuo viene percepito come “piano, pulito, chiaro et distinto”? perché non offre resistenza alcuna. perché non c’è niente da capire, c’è solo la conferma di una visione molto diffusa della poesia, e quell’assenza di ostacoli crea l’illusione di una piena comprensione. ma in realtà si tratta solo di incocciare il vuoto, ed uscirne confermati. gli interventi che presentano invece una certa complessità, che mettono in relazione più aspetti, che problematizzano queste relazioni, che provano a vedere l’oggetto al di là dello smog che lo circonda e inibisce, e non archiviano tutto droppando l’arma di fine mondo BELLEZZA, facile facile: quelli che, insomma, tendono invece ad essere più razionalmente organizzati, più chiari et distinti, proprio loro sono bollati di incomprensibilità, gioco verbale.

    nonè necessariamente sbagliato parlare di “bellezza” se si parla di poesia: ma se lo si fa, occorre farlo con maggiore responsabilità. non posso credere che se ne ignorino le implicazioni, gli equivoci in agguato, quelli di sempre.
    sarebbe meglio, comunque, stando così le cose, evitare. che si possa fare poesia col poetese è forse ancora vero, purtroppo e nonostante tutto: ma è proprio necessario che col poetese si faccia pure il discorso sulla poesia (ovvero nessun discorso, ma un prolungamento di quel finto-pensiero finto-profondo, quel gioco di specchi a forza di cielo fiori vita nascita morte, che il sonno della ragione e la veglia della bellezza spesso producono)?
    le armate della poesia-bellezza sono già numerose, e fitte di mostri, non serve rimpolparle, né incoraggiarle: sarebbe semmai meglio cominciare a parlare di poesia senza fare i poetoni tutto cuore tutto cielo tutto splendore.

  116. Gilda Policastro Says:

    @alessiomontagner se i miei sono pistolotti come dice GiuseppeC, i tuoi non si guadagnano la qualifica solo perché nessuno va oltre la seconda riga, secondo me. Ma quanto lunga la fai, perdonami? Qua il problema è solo uno: tu puoi scegliere, beato te, tra Proust e Fabio Volo. Peccato che la maggioranza si trovi in una condizione diversa e io vorrei che si sapesse quanto godibile può essere Proust proprio sui temi vieti e abusati che tutti pensano appannaggio della letteratura di consumo, l’amore, la gelosia, la malinconia, il tempo che passa e cambia i volti e le persone…cioè esistono dei temi universali, quelli sì, in cui tutti possono riconoscersi, ma non è giusto che ai pochi sia concessa la delizia di farsi un Proust e ai bestioni vichiani ammanniamo Volo, che poveretti. NO. Vale sempre l’apologo del mendicante: non gliela fare l’elemosina, che lo danneggi. Lo puoi salvare facendogli sentire la sua abiezione. Togliamoglielo di mano, sto Fabio Volo facile e inoffensivo, e vediamo se il bisogno di lettura e di storie (di “bellezza”?) può essere appagato in modo meno avvilente.

  117. danieladelcore Says:

    @Gilda: “A fronte di questo, come rispondono le grandi collane, quelle storiche che hanno spazio e visibilità (minima) in libreria? O chiudendo o pubblicando poeti improbabili, fuori da ogni tempo e linguaggio del presente e i poeti nuovi (la cosiddetta area di ricerca) si leggono tra di loro costretti al self publishing o alla circolazione semiclandestina.”
    Su questo punto punto concordo in pieno con la Policastro. E volevo aggiungere di aver letto un articolo molto interessante sulla morte della poesia, che ora non riesco a ritrovare sul web, in cui la Policastro fa notare che se certa poesia è morta, la poesia in cui si parla ancora di cuore, o si rima come se fossimo ancora nell’Ottocento, c’è soltanto da rallegrarsene.
    Aggiungo, perdonatemi se riesco a intervenire a singhiozzi sull’argomento, è una di quelle giornate piene d’incombenze.
    A risentirci!

  118. Pensieri Oziosi Says:

    E anche Flaubert ha gettato Guerra e Pace dalla finestra.

    Non proprio:

    «Merci de m’avoir fait lire le roman de Tolstoï. C’est de premier ordre! Quel peintre et quel psychologue! Les deux premiers volumes sont sublimes; mais le troisième dégringole affreusement. Il se répète! et il philosophise! – Enfin on voit le monsieur, l’auteur, et le Russe, tandis que jusque-là on n’avait vu que la Nature et l’Humanité – Il me semble qu’il y a parfois des choses à la Shakespeare? – Je poussais des cris d’admiration pendant cette lecture – et elle est longue!»

    (Lettera di Flaubert a Turgenjev del 21 gennaio 1880).

  119. GiuseppeC Says:

    Gilda: di nuovo, boh, la letteratura la fate voi ed avete senz’altro ragione visto che e’ il vostro mestiere, per cui mi arrendo. Saluti.

  120. amara Says:

    ecco, menomale

  121. amara Says:

    (era per l’articolo, non per i commenti)

  122. Giulio Mozzi Says:

    Ho ripreso qui qualche frase di Gilda.

    Direi che il giudizio di Flaubert su Guerra e pace è ampiamente condivisibile (grazie, P. O.). Io di solito lo dico diversamente, ma la sostanza è quella: il primo volume è tutto meraviglioso, nel secondo i capitoli nei quali c’è Napoleone vanno semplicemente saltati.

  123. alessiomontagner Says:

    @Gilda: ti dico qual è il problema invece: tu parti dal presupposto che il lettore del modello-Volo provi meno piacere del lettore del modello-Proust, quando invece, se il loro modello mentale è abbinato al giusto libro, provano percezioni simili. Questo di nuovo partendo dal mio assioma secondo cui la bellezza è una percezione fisica: se non lo è, non possiamo discuterne.
    Ora mi parli dei lettori di Volo come se fossero senzatetto, e dici addirittura di farne sentire l’abiezione. Quindi ora il valore di un uomo si calcola sulla base dei suoi gusti letterari, gusti determinati per la larga parte dal vissuto e da caratteristiche biologiche, ancor più che dalla cultura? (per esempio, a me piace Proust nonostante abbia una cultura media) Perché una persona dovrebbe per forza avere un intelletto complesso? (e non parlo di intelletto come un qualcosa di collegato all’intelligenza, eh) Tu dici “non è giusto che ai pochi sia concessa la delizia di farsi un Proust” perché la tua mente è adatta a ricavare piacere da Proust. Se avessi una mente adatta a ricavare piacere da Volo, diresti “non è giusto che solo a noi fan sia concessa la delizia di farsi un Volo, mentre gli altri si annoiano sforzandosi di capire Proust e criticano il Nostro senza neanche leggerlo.”
    “Poveretti”, addirittura. Abbi un minimo di rispetto, almeno.

  124. danieladelcore Says:

    @Alessio Montagner:
    Copio qui l’intervento di una psicologa sulla percezione della bellezza: “Vi è però anche una bellezza oggettiva, spesso largamente condivisa, che si basa su un concetto di armonia, il quale ripropone alcuni aspetti particolari della natura, secondo relazioni ancora non del tutto spiegate dal punto di vista scientifico. Sin dall’antichità sono state cercate queste proporzioni, dette anche ‘phi’ o ‘divina proporzione’, per applicarle nelle opere d’arte, ma senza successo. Recentemente a definire il concetto oggettivo di bellezza umana ci hanno provato, per quanto riguarda il viso, alcuni ricercatori della Università di Toronto e della Università californiana di San Diego, giungendo alla conclusione che è il rapporto tra gli occhi, la bocca e il bordo della faccia ciò che determina la bellezza umana. In quattro esperimenti separati, i ricercatori hanno chiesto a degli studenti universitari di effettuare dei confronti, per valutare l’effetto di volti femminili con identiche caratteristiche del viso, ma con gli occhi “ritoccati” e posti a diverse distanze, fra loro e dalla bocca.”
    Fuor di metafora, in un’opera letteraria, esistono delle proporzioni, delle tecniche, uno studio e una ricerca costante del linguaggio che non si possono ignorare.
    Aforisma di Fabio Volo: “Spesso nella vita e nel lavoro essere gentili ed educati viene scambiato per una debolezza”.
    La domanda che ti faccio Alessio è se davvero Volo con un piccolo sforzo non avrebbe potuto o voluto rendere questo concetto di saggezza popolare (quindi nemmeno originale da un punto di vista contenutistico), più “bello” e universale, esteticamente più fruibile, ubbidendo a quelle poche nozioni grammaticali che oramai sono alla portata di tutti gli scolarizzati. Se Volo avesse detto per esempio utilizzando le sue stesse parole ma rispettando la concordanza tra soggetto e verbo e quant’altro: “Nella vita e nel lavoro, l’educazione e la gentilezza sono spesso scambiati per debolezza di spirito”, mi avrebbe strappato un assenso. Ma scritto in quel modo, questa “verita” mi suscita ribrezzo e non mi arriva. E un po’ come truccare la Gioconda a Carnevale. Non mi piacerebbe più, ne risulterebbe un imbroglio di colori. Qui ci sono imbrogli di parole.
    E credimi non è una questione di rispetto.

  125. alessiomontagner Says:

    @danieladelcore: ovviamente la psicologa afferma qualcosa di falso. Abbiamo una formazione diversa, ovviamente, ma io mi baso su evidenze neurologiche, ed è la neurologia stessa a dirmi che la percezione della bellezza è una questione culturale, e che è sostanzialmente impossibile individuare qualcosa di universale. Poi
    La correlazione tra percezione della bellezza e divina proporzione è stata sfatata scientificamente; poi fa un casino, e confonde il bello d’arte col bello naturale: quindi la psicologa, mi scuso, ma non sa di cosa sta parlando.
    Comunque, facciamo finta che esista realmente una bellezza oggettiva e universale. Se esiste, non si può non riconoscere. Quindi non capisco dove sia la discussione: se la gente riconosce bellezza in Volo, potrebbe essere bellezza oggettiva.
    Tu parli di “proporzioni”, “tecniche”, “studio del linguaggio”. Ma queste cose non sono valide di per sé, sono valide solo in relazione a un risultato, che è la percezione estetica. La percezione estetica ha priorità sulla tecnica, perché la tecnica esiste solo in relazione al risultato.

  126. enricomacioci Says:

    @alessio montagner
    Non è vero che è impossibile individuare una bellezza universale. Basta andare su youtube e vedersi cinque minuti coi gol e le giocate di Michel Platinì…

  127. dm Says:

    (Nella valle che mi ospita come un estraneo, tra i pochissimi lettori di libri per adulti (sei sette per quel che ne posso sapere), c’è l’estasiato da Fabio Volo, un barista tutto tatuato, che non sta mai fermo e, nella fanfara dei fanfaroni ubriachi, consiglia ai pochi che ritiene degni i titoli di Volo, anche a me, quando passo per il bar, ma poi scuote la testa di fronte a tanta ignoranza o a tanta insensibilità. Amen.)

  128. Andrea Peverelli Says:

    A sostegno di quanto dice il buon Alessio e riprendendo le sagge parole della Policastro di qualche pos fa:
    “Nessuno prova un vero brivido guardando una statua classica: lo prova perché su quella statua sa già cosa pensare e vi si sono depositati secoli di storia e di giudizio estetico. Il brivido e il sentimento della bellezza sono fatti storico-sociali”, (aggiungo io) come la lingua, che trascendono l’individuo fino ad imporvisi.
    Ma se si provasse (nella nostra precisa contingenza storica è quanto mai frequente, così come lo è stato per tutto il corso del ‘900) a presentare un oggetto presunta opera d’arte che eluda ogni canone estetico finora stabilito, quasi sicuramente il brivido non si avrebbe: è un fatto psicologico, la diversità spaventa perché ribelle alla mente, l’ordinario acclimatato coi propri processi cognitivi è sano e addomesticabile. La reazione tipica di un uomo del 1915 addestrato all’estetica classica davanti al Quadrato nero di Malevič è la stessa di un indigeno Quiché del Guatemala di fronte a una colubrina spagnola in bronzo all’alba del XVI secolo. Il successo di nuove correnti artistiche lo hanno sempre fatto i pensieri posti dietro tali correnti: se i baffi di Duchamp, il blu di Klein o i tagli di Fontana fossero rimasti anonimi e senza un’ombra di contestualizzazione artistico-culturale, molto probabilmente sarebbero annegati nel ‘900 delle bislaccherie di quei provocatori che attentavano a più riprese alla buona arte classica. Il fatto che ci siano comunque individui capaci di provare sensazioni che esulino dal concetto di “bello estetico” davanti a tali opere d’arte è né più né meno la stessa prova della diversità psicologica e della differente strutturazione mentale del singolo individuo in base alle sue proprie esperienze maturate nel processo di crescita (differente reattività all’input informativo rielaborato a livello mentale); e qui ritorna il vecchio adagio di Pound: l’idiozia costituita dalla“[…] credenza che la grande arte debba essere simile all’arte di colui che giudica è stato educato a rispettare”. Se un uomo è stato educato all’apertura mentale, probabilmente riuscirà a provare emozioni anche di fronte a un taglio di Fontana. E, quale immenso scandalo, magari non si emozionerà davanti a un Kuros arcaico, o lo farà per motivazioni completamente diverse da quelle elevate dalla massa a uniche giustificate.
    E qui entrerebbe in gioco anche il discorso di contestualizzazione, per rispondere a chi (di là, nell’altro post) si chiede come mai oggi Manzoni non piaccia nonostante si faccia studiare. Banalmente: perché ha 150 anni sul groppone. Alcuni autori reggono meglio al peso dei secoli (e non venite a dirmi che Dante è perfettamente moderno), altri nascono e muoiono unicamente nella contingenza dell’attimo storico e sociale: chi, tra 200 anni, si ricorderà ancora di Volo e delle sue dinamiche quotidiane, popolari e pseudo-disimpegnate? E’ impossibile da affermare con certezza, ma io scommetto: nessuno, o comunque molto pochi.

  129. danieladelcore Says:

    @AlessioMontagner:
    evidentemente la psicologa non sbaglia e conosce il suo mestiere, ma volendo andare sul neurologico, io non ho le giuste competenze e non so tu, ma copio qui il link di un articolo, in cui il neurologo Stefano Cappa parla di attivazione delle aree frontali del cervello dove hanno sede i neuroni specchio, alla vista di una statua classica. Si afferma inoltre che se la statua è ben proporzionata, l'”insula”, parte della corteccia cerebrale più nascosta, si attiva maggiormente. L’effetto è stato definito di canonicità.

    L’articolo poi mi ha fatto anche sorridere, perché sostiene che se l’immagine è bella si attiva maggiormente l’amigdala, se è brutta si attiva di più la corteccia motoria. Come a voler scappare dal brutto, osservo ironicamente io. Ma non più di tanto, penso faccia parte dell’istinto di sopravvivenza, se ci soffermiamo su una pagina di Proust, o se rifuggiamo e lanciamo il libro dalla finestra, leggendo una pagina di un cattivo scrittore. E qui chiudo, tra il serio e il faceto.

    http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2011/5/30/NEUROSCIENZE-L-arte-del-cervello-che-riconosce-la-bellezza/181504/

  130. Fabio Carpina Says:

    @danieladelcore: la psicologa che lei cita è in realtà una sessuologa e psicoterapeuta (nobilissime professioni, beninteso); nel suo discorso parla essenzialmente della bellezza del corpo e del volto umano; e in proposito menziona largamente la variabilità del gusto sia tra le varie epoche che tra le varie parti del mondo.
    Così, giusto per la precisione…

  131. danieladelcore Says:

    @Fabio Carpina: ringrazio per la precisazione, e ne approfitto per aggiungere che anch’io non ho mai negato l’evoluzione del gusto in base a coordinate spazio-temporali.

  132. alessiomontagner Says:

    @danieladelcore: la psicologa saprà fare certamente il suo mestiere. Che non è lo studio dell’estetica, perché nella citazione ha inanellato una serie di errori oggettivi.
    Credo di conoscere la neuroestetica in modo più approfondito della media attuale: ho letto libri e paper di Zeki, Ramachandran, Calabrese, Fedrigo, Salgaro, Fuksas, Rosenfield, Zwaan e altri che ora non sto a elencare. E quindi ti dico: non si può prendere un articolo divulgativo di poche righe e credere di farsi un’idea.
    Ti dico però a cosa fare attenzione: 1- che gli effetti neurali notati non ci dicono praticamente nulla della reale percezione emotiva del fruitore; 2- a non confondere bello di natura e bello d’arte: tutta l’arte del 900 sfrutta il brutto (ad esempio: Francis Bacon), eppure è comunque qualcosa che rientra nel bello d’arte (considera inoltre che tutte le immagini in bianco e nero attivano la corteccia motoria in modo maggiore di quelle a colori: è per questo che nella terapia di riabilitazione motoria, a volte, si usa il supporto di immagini in bianco e nero); 3- che tutti i cervelli hanno reazioni simili, e tutti hanno stravaganze dovute alla loro particolare struttura: non esiste un cervello uguale a un altro al 100%, solo che nello studio non lo consideriamo perché ci interessa ciò che c’è in comune.
    A tal proposito, bisogna ricordare che lo stesso Ramachandran ha detto che il 90% della percezione estetica è questione culturale, non biologica; lui ci ha provato a individuare un 10% di bellezza universale (iperbole, metafora, ritmo, simmetria, isolamento modulare, raggruppamento, contrasto, problem solving percettivo, equilibrio, avversione per le coincidenze), ma non è riuscito a dimostrarlo, si basa solo sul fatto che sono preferenze “molto comuni” in diverse culture.

    P.S.: visto che capita a fagiolo, ricordiamo il libro “Proust era un neuroscienziato”, di Lehrer (che parla pure di Eliot, Withman, Woolf e, se non ricordo male, Stein). Tra le altre cose, dice: “è paradossale ma vero: l’unica realtà che la scienza non può ridurre è l’unica che mai conosceremo. Ecco perché abbiamo bisogno dell’arte.”

  133. danieladelcore Says:

    @AlessioMontagner: non per contraddirti, ne saprai sicuramente più tu di neuroestetica rispetto a me che ho letto soltanto qualche articolo divulgativo, e ti ringrazio del tuo contributo, ma da un intervento di Zeki che hai tirato in ballo, mi era parso di capire che l’artista viene definito un comunicatore “universale” essendo l’Arte un qualcosa che non conosce limiti di tempo. Riporto una frase: “il nostro cervello non solo è in grado di ricreare i gesti compiuti dai grandi artisti della storia, ma di entrare in empatia con essi al di là del tempo e dello spazio”. Zeki considera l’arte come una ricerca di costanti attraverso un simile processo di selezione degli elementi essenziali del mondo. Ora a questo punto decido di credere nel 10% di bellezza universale che Ramachandran non è riuscito ancora a individuare.
    Volendo uscire per un attimo dal pantano delle teorie scientifiche, e buttandoci nel campo dei dogmi religiosi, giusto per lanciare una provocazione, potremmo affermare come mi faceva notare un amico credente, che il “bello” esiste in quanto creato, che noi stessi abbiamo un’idea innata di bellezza, perché qualcuno l’ha posta nel cuore dell’uomo come l’idea di eternità o immortalità (per dirla biblicamente). In quest’ottica, nessuno potrebbe obiettare che un tramonto sia brutto o spiacevole, in quanto creato da un Dio buono, che crea soltanto cose buone e giuste. E allora la percezione estetica diventa anche un fatto religioso, e quindi culturale.

  134. alessiomontagner Says:

    Daniela:

    Zeki, come Ramachandran, effettivamente crede che esista una qualche base universale nella fruizione dell’arte, una base determinata dalla struttura del nostro corpo. In realtà, anche io credo che una base minima di questo tipo debba esistere: davanti a uno stimolo, reagiamo tutti in modo simile, non è che uno il cielo lo vede un giorno blu e l’altro verde, perché il nostro cervello, pur variabile, ha una sua struttura oggettiva. Non è così diverso da quello che pensava Kant, se ci pensi: l’idea è sempre quella che a far esistere la bellezza sia un senso comune, basato su un particolare accordo delle nostre facoltà. Ciò nonostante, nel determinare l’effetto di un’opera, credo che questa base comune sia così piccola da essere irrilevante: cioè, non basta a rendere bella un’opera, né può ribaltare le spinte estetiche della cultura, del vissuto, dello zeitgeist.
    Come detto, comunque,ammettiamo, per ipotesi di lavoro, che realmente esista una bellezza oggettiva e universale. Se esiste, non si può non riconoscerla, essendo universale e quindi sentita da tutti. Quindi, qual è il problema? Noi, già ora, la stiamo riconoscendo, anche chi legge Volo deve riconoscerla,altrimenti non sarebbe universale.

    è giusta l’idea dell’entrare in empatia con l’autore di un’opera passata. Però, iniziamo dicendo che il ruolo dei neuroni specchio è ridotto rispetto a quanto si pensava (si veda Il Mito dei Neuroni Specchio, di Hickok), e non bastano a spiegare l’empatia. Ciò nonostante, è vero che se io osservo un dipinto di Van Gogh il mio cervello può imitare il gesto fatto per tracciare quelle pennellate. Il meccanismo, semplificando e allargando, possiamo dire che è questo: la mente dell’artista ha “informato” l’opera, la quale a sua volta “informa” la mia mente di modo che la mia mente simuli la mente dell’artista. è anche per questo che dopo un po’ che leggi uno stesso autore ti viene da scrivere come lui. Ciò nonostante, è chiaro che questo meccanismo ha limiti più ampi di quanto Zeki spera. Il mio cervello stesso ha dei limiti: può entrare in empatia solo con chi è già abbastanza vicino, mentre più un’opera si allontana culturalmente più diventa difficile fino all’impossibilità (entrare in empatia con i dadaisti è ancora difficile, per esempio; presuppone anche una certa serie di conoscenze teoriche).
    Questa cosa però nasconde un nucleo che condivido pure io, e cioè: è la mente del fruitore a doversi adattare all’opera, a dover fare lo sforzo di entrare in empatia, non tanto con l’autore, quanto con l’opera stessa.

    Religiosamente, ci si risolve molti problemi. A tal proposito è interessante considerare quelle immagini che, secondo la tradizione, non sono state fatte da mano umana, ma divina: per esempio, la Madonna di Guadalupe. Se davvero è stata fatta da Dio, dovrebbe essere perfetta come lui. Se così fosse, la sua bellezza dovrebbe essere evidente a tutti e incontestabile e superiore a quella di qualsiasi altra opera mai fatta da mano umana. Eppure, a vederla così, non mi viene da crollare in crisi estetica. Ma forse è dovuto al fatto che io, come umano, sono imperfetto, e quindi non posso comprendere la bellezza perfetta (c’è una boutade di Berlioz che narra di come Beethoven, evocato durante una seduta spiritica, abbia dettato la sua ultima sinfonia nel quarto stile: peccato che nessuno riuscisse a capirla, e a tutti sembrasse orribile. Il senso è anche questo: messi davanti alla vera bellezza trascendente, riusciremmo a riconoscerla? Ma se non la riconosco che bellezza è? Qualcosa di iperuranico?)
    Da un punto di vista letterario, invece, se davvero la bellezza fa parte del creato di Dio, come dovremmo guardare la Bibbia? (perché i testi di valore estetico e letterario, a differenza di quanto dice gentaglia come Odifreddi, li contiene davvero.)
    Poi ci sarebbe la questione della natura: se la Natura in quanto riflesso di Dio è massimamente bella, l’arte per essere bella non può che imitarla nel modo più perfetto possibile (cioè la natura costituisce il limite oltre cui non si può andare): ne consegue che il fotorealismo è l’arte definitiva. …eppure nella natura ci sono anche cose brutte come gli scarafaggi, che comunque sono fatti dal padreterno (brutte per me, almeno: gli insetti sono la cosa che odio di più).

  135. Giulio Mozzi Says:

    Daniela: se citi qualcosa, per piacere, dì che cosa citi. Nel tuo intervento di prima ho messo un link all’articolo che citi.

    Fabio: l’autrice dell’articolo si qualifica come psicologa (laureata nell’università della mia città, Padova) e psicoterapeuta “formata” presso il Centro italiano di sessuologia di Bologna (Cis). (Non è indispensabile essere laureati in psicologia per frequentare una scuola di specializzazione riconosciuta e conseguire il titolo di psicoterapeuta, quindi si usa dare sempre la doppia indicazione). Sono perplesso, però, perché di solito uno si dichiara “specializzato” in psicoterapia, non “formato”; inoltre non riesco a trovare il Cis nell’elenco delle scuole di specializzazione in psicoterapia fornito dal Miur.

  136. danieladelcore Says:

    Scusatemi, per la fretta non riuscivo a ritrovare il link. Non lo faccio più, promesso!

  137. danieladelcore Says:

    @AlessioMontagner: “Zeki, come Ramachandran, effettivamente crede che esista una qualche base universale nella fruizione dell’arte, una base determinata dalla struttura del nostro corpo”. Sì, mi era parso di capire questo. Comunque, la pensiamo in modo simile su questo, forse la verità è nel giusto mezzo, c’è una percentuale di bellezza universale e il resto è un fatto culturale come sosteneva anche la Policastro. Mi viene da pensare che certe raffigurazioni etrusche non incontrano i miei gusti e come dici tu non mi creano particolare estasi. Ti ringrazio però Alessio, per aver tirato in ballo la neuroestetica. Penso che comprerò qualche libro degli autori che hai citato.

  138. Fabio Carpina Says:

    Giulio: hai ragione, e in ogni caso non intendevo usare la questione del titolo dell’autrice dell’articolo per sminuirne l’opinione (mi scuso se è parso che questa fosse la mia intenzione). Intendevo invece sottolineare che quanto espresso in quell’articolo era visto da un punto di vista particolare, quindi legittimamente parziale, e soprattutto un punto di vista che c’entra abbastanza poco (mi pare) con l’argomento in questione.

  139. Fabio Carpina Says:

    (che poi, mi contraddico da solo: il parallelo tra la percezione dell’opera d’arte e il sesso l’ho pur fatto io, qua sopra :-))

  140. Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario) | hookii Says:

    […] a parlare di poesia con un interessante articolo sulla poesia e sulla bellezza dello scrittore Giulio Mozzi. Assunto il dato di certa declinazione egoica che trapela nei riguardi della propria posizione […]

  141. Non se ne può più delle lamentazioni sulla marginalità della poesia (e anche del loro contrario) | Fogli Consanguinei Says:

    […] Continua qui […]

  142. ipoiper Says:

    Quando leggo o ascolto poesia; quando tento di scrivere o scrivo poesia, o così sembra azzardare il cuore e l’amore e naturalmente l’anima, nulla conosco della bellezza di chi mi ha preceduto nei versi, come il grande Giacumino ‘o Scartellato, sono cieco. Totalmente cieco. Solo allora posso dire di aver visto la bellezza.

  143. la Matta Says:

    Ho letto tutto d’un fiato questo e il precedente articolo “Non se ne può più… ” Sono contenta come non pensi. Mi sono libersta dalla sottile tristeźza delle Maialate e soprattutto ho trovato quel Giulio che ad antenne avevo intuito ed intuisco tuttora. Un solo interrogativo : le Maialate sono una strategìa finalizzata a qualcosa o un nuovo taglio per censire i tuoi lettori? Non mi dire che farai stamparei un florilegio delle Maialate se ne avrai riscontrato un alto indice di gradimento… Giulio, che tu lo voglia o no il tuo destriero ti porterà al castello del Re. Adesso sì che lo puoi ben dire : è matta !

  144. Giulio Mozzi Says:

    Rispondo alla domanda: no. Per il resto, il destino delle “maialate” dipende dalla volontà dell’autore e dal sistema editoriale.

  145. la Matta Says:

    Lo splendore della verità …la Bellezza .In poche righe. Hai operato una sintesi che è che POESIA pura e che va dritta al cuore. Perchè vive di semplicitá .Non servono paroloni o frasi arzigogolate per esprimere verità o gettare polvere dorata addosso al lettore insicuro. A volte spengo anche la radio per sentire ,per captare, per riuscire a portare alla luce tutto quello che si nasconde eppure è palese. E quando riconosco in qualcuno questo splendore nascosto non m’importa di espormi al ridicolo se lo saluto con commozione.Matta

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...