Kurt Cobain: Montage of Heck

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di Demetrio Paolin

Ho visto il documentario Kurt Cobain: Montage of Heck  a casa sul mio pc. L’ho visto da solo, senza nessuno. L’ho guardato non come un evento mediatico, ma come se per caso avessi ritrovato rovistando negli armadi alcune videocassette della mia giovinezza e per puro senso di nostalgia, di una nostalgia un po’ kitsch, più vicina al cattivo gusto, mi fossi messo a guardarle.

Quello che ho da dire su questa operazione è, quindi, sostanzialmente un sentimento di ambiguità, che difficilmente riesco a districare. Qualcosa di simile mi successe quando Mondadori mandò in libreria l’edizione dei diari del cantante. Allora comprai il libro lo lessi tutto, ma alla fine lo misi da parte. Se dovessi dire in poche battute cosa penso direi che questo documentario, come la pubblicazione dei diari, è stata una occasione persa. Il fatto che lo pensi, però, non mi aiuta a dirvi il perché di questa sensazione. Posso iniziare, notando come i diari e il documentario vivano di due tensioni completamente opposte.

Per quanto riguarda il diario, l’edizione Mondadori fu il risultato di una vera e propria sciatteria, non ci fu nessuna cura filologica, nessun apparato di note, nessuna costruzione a posteriori. Chiunque abbia avuto un minimo di dimestichezza con le scritture dell’Io e la sua pubblicazione sa benissimo l’importanza che ha il paratesto per far sì che il testo in questione venga recepito dal lettore come qualcosa di assolutamente “reale”, anche se è il risultato di un lavoro di finzione e di montaggio. I diari di Cobain cadevano proprio nella trappola opposta: si era pensato a una sorta di spontaneità (scambiando i diari dello scrittore di Seattle per una sorta di riedizione grunge de Il mestiere di vivere di Pavese, il quale aveva ben chiaro invece  la pubblicazione postuma del suo journal intime ), che potesse far arrivare a Cobain senza filtri. La lettura invece lasciava tutti sostanzialmente frastornati e senza nessun costrutto e senza nessun orientamento in quel magma di parole

Il documentario invece indugia sull’esatto opposto: è troppo costruito. Il montaggio ha qualcosa che non ti lascia nessun tipo di sentimento di “spontaneità”, anche i momenti che sembrano più “reali” (la parte finale con la presenza di Courtney Love) sono in realtà frutto di una lunga e meticolosa idea di racconto. Faccio un esempio che mi pare chiarificatore. A un certo punto del film vengono intervistati il padre di Cobain e la sua compagna. La compagna parla di Kurt e dice alcune cose legate al rapporto con il padre e la madre che si sono separati, parla delle fragilità del cantante e dice cose molto dure, anche se sensate, sul rapporto tra padre e figlio… Siamo in campo largo e io mi accorgo che mentre la donna parla l’uomo stringe con le mani il bracciolo della poltrona. La scena ha una sua forza e funziona, funziona perché quel gesto è naturale. A questo punto il registra monta un primo piano delle dita che stringono la pelle del bracciolo. Ecco il documentario è pieno di queste ridondanze di queste piccole tessere che lo rendono tutto molto più artificiale di un film totalmente d’invenzione.

Il fatto che l’operazione non sia riuscita appieno non giustifica però il mio sentimento ambivalente, legato a una serie di suggestioni che provo a raccontare e mettere in fila. La prima cosa che mi colpisce sono i corpi di coloro che vengono intervistati e il corpo di Cobain. Kurt Cobain è magro, di una magrezza anoressica da bambino e tossica in età adulta. Anche le mani, piene di ferite, mi ricordano quelle di molti ragazzi che ho incontrato durante il Sert, mani piene di abrasioni e di ferite, corpi con piccole piaghe, arrossati nelle braccia e nelle gambe, con una pelle secca.

Le persone intervistate sono tutte in carne, la stessa Courtney Love è lontana da alla donna che ci fece impazzire negli anni 90. Tutti sembrano aver raggiunto una qualche stabilità; a dircelo sono anche le location dove avvengono le diverse interviste, belle case borghesi americane, con salotti grandi e una luce che giunge di sbieco. Sono corpi che parlano, che hanno vissuto stravizi e sono sopravvissuti, si sono salvati. Questo loro essere salubri e salvi ci porta anche a sentirne pienamente la vergogna di loro esserci ancora. Questo è visibilissimo negli spezzoni della vita in comune tra Courtney e Kurt.

Questa distanza enorme è coperta dal cadavere di Kurt, dai suoi piedi immersi negli anni 90 e la sua testa che arriva fino a noi. Io immagino Cobain come un gigantesco cadavere che sta lungo il tempo della nostra generazione, di noi che avevamo 20 anni allora e adesso corriamo per i 40 o ci siamo appena arrivati, che come gli intervistati siamo ingrassati, abbiamo avuto le nostre occasioni, le abbiamo prese al volo, stiamo seduti sul divano e ci guardiamo il film. Il senso di fastidio forse nasce da questa situazione generazionale: avremmo potuto essere noi davanti la telecamera a dire le stesse cose, a parlare a vuoto di un amico morto suicida, o di un amico morto tragicamente; una persona che sentiamo essere stata migliore di noi e che non c’è più, mentre noi i nostri difetti e la nostra strenua biologica spinta a vivere ci hanno portato a essere qui.

La seconda cosa che mi colpisce, qui debbo dire che mi colpisce proprio per una profonda consonanza, è quando Cobain sostiene che a lui non interessa il successo, la popolarità etc etc, ma gli interessa scrivere delle buone canzoni. Cioè sostanzialmente a lui non interessa il pubblico, ma la canzone, gli interessa costruire qualcosa che sia bello oggettivamente al di là dei gusti delle persone. Ci sono nel documentario tre scene che secondo me esemplificano bene questa tensione.

Prima: siamo in appartamento dove 4 ragazzi suonano, si vede Kurt Cobain che canta guardando il muro davanti a sé. Non si cura di coloro che gli stanno dietro e gli ballano intorno, sono i suoi amici, la compagnia con cui passa le sere. Lui canta davanti a un muro.

Seconda: i Nirvana devono fare il soundcheck. Il teatro è vuoto e Cobain attacca la canzone. Guarda fisso davanti a sé, canta e davanti a lui non c’è nessuno.

Terza: siamo nello stesso teatro pieno di gente, Cobain canta la stessa canzone e ha lo stesso sguardo come se le persone che gli sono davanti non esistessero.

Questa solitudine totale, questo suo essere sempre e comunque estraneo a ciò che gli stava accadendo è forse il segno più tangibile del suo disagio. Cobain non desiderava il successo che ha avuto, non lo voleva, non gli interessava questo. Lui voleva scrivere canzoni e voleva che qualcuno le ascoltasse. Questa dimensione minima, questo sentimento di non essere adatto a essere una rock star, lo ha disfatto. Cosa passa per la tua testa quando 100mila persone cantano le parole di una tua canzone in cui tu dici che la colpa di tutto è tua, e loro – quelle voci – non si accorgono di quello che stanno cantando? Che senso ha cantare per un pubblico del genere? Ha senso cantare? Ha senso scrivere le canzoni, se queste alla fine si svuotano di ciò che sono e diventano un semplice refrain?

Questa solitudine ha portato Cobain, paradossalmente, a farsi carico di tutti i nostri mali, di tutte le nostre ubbie e dolori. Mi torna in mente l’immagine del cavalluccio marino, evocata più volte nel film. Come sappiamo è uno dei rari casi di gravidanza maschile. Cobain si è fatto fecondare delle nostre sconfitte, dai nostri dolori e sofferenze, ha preso in sé tutta la nostra angoscia adolescenziale, portando la sua gravidanza a compimento. Non lo voleva in nessun modo e non desiderava questo parto: “Ho abortito Cristo, mi sono fatto miserabile povero per il tuo amore” scrive nei suoi diari, eppure questo ha fatto.

Ho l’impressione che la sua morte sia avvenuta a giustificazione della mia esistenza, dei miei dolori e delle mie sofferenze. Questo mi ha portato a vedere il documentario come un dolente ritratto di un amico che ho perduto. Come qualcuno che hai avuto vicino e che hai conosciuto come migliore di te; ma nonostante questo lui è al cimitero e tu sei vivo con la tua famiglia, tua figlia e il tuo lavoro.

Ti guardi dentro e non c’è niente di giusto nel fatto che tu sia vivo e lui no, a un certo punto provi a convincerti che è fortuna, un semplice frutto del caso, ti senti sollevato ma è un sollievo breve, perché sai che anche questo è falso. Allora devi dirti la verità. Esistono persone che per vie strane si fanno carico dei mali altrui: sono persone fragili e piccole, che ti tolgono quel tanto di dolore e sofferenza sufficienti a tenerti in vita; che mangiano il tuo cancro affinché tu possa accedere alla quella zona luminosa, che è la maturità, e una volta arrivato lì, guardandoti indietro, tu possa sentire a pieno la tua sconfitta.

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24 Risposte to “Kurt Cobain: Montage of Heck”

  1. sandrocampani Says:

    Demetrio, il testo è meraviglioso, e mette sfuoco sentimenti che sento fortissimi e immagino moltissimi di noi a cui appunto è toccata questa generazione sentiamo. Correggi i refusi🙂

  2. sandrocampani Says:

    Nel frattempo io potrei commentare in maniera meno involuta, e dire che il testo “mette a fuoco” 😄

  3. demetrio Says:

    (io rileggo ma essi mi sfuggono, se me li segnali in pvt..li correggo. Dovrei diventare famoso e avere un correttore di bozze ufficiale.)

  4. Severino GBandini Says:

    Concordo, bellissimo scritto. Non ho ancora visto il film, verso il quale provo uno strano desiderio/timore, e le tue parole esprimono benissimo le sensazioni che provo e che immagino la visione amplificherà ancora di più.

  5. viccavdo Says:

    Ciao Demetrio, non seguo questo blog ma visto il tema mi hanno segnalato questo articolo. Molto bello il tuo articolo.
    Non lo condivido appieno ma solo perché la mia sensazione non è di ambiguità. Diciamo che le tue accezioni più negative sul film sposano i miei sentimenti senza ambiguità.
    Dopo 20 anni di raccolte in CD sempre con le stesse canzoni “inedite” (?!), di magliette che ristampano la lettera del suo suicidio, di articoli e reportage insulsi etc etc etc… diciamo che non mi aspettavo un capolavoro.
    Quello che mi da fastidio è la strumentalizzazione. Nel film sembrerebbe tutto documentato ma non è così. Non voglio entrare troppo nei dettagli. Mi limito a segnalare un articolo scritto da Buzz Osborne (King Buzz-O per gli amici) compagno di scuola di Kurt al liceo e uno dei pochissimi che non ha mai lucrato sulla morte dell’amico.

    Ecco il link all’articolo:
    http://thetalkhouse.com/music/talks/buzz-osborne-the-melvins-talks/

    Per il resto, ripeto, trovo il tuo articolo molto bello: è lucido, onesto e sensibile.

    Grazie
    riccardo

  6. Ludovico Says:

    da sopra,cit :

    “”La seconda cosa che mi colpisce, qui debbo dire che mi colpisce proprio per una profonda consonanza, è quando Cobain sostiene che a lui non interessa il successo, la popolarità etc etc, ma gli interessa scrivere delle buone canzoni. Cioè sostanzialmente a lui non interessa il pubblico, ma la canzone, gli interessa costruire qualcosa che sia bello oggettivamente al di là dei gusti delle persone””

    ..si può dire che non è una novità come considerazione ,non tanto per Cobain/Nirvana, ma si può dire che nessuno sulla Terra apertamente sostenga ,per sè o i suoi beniamini,che scrivano/musichino/recintino per il successo ,popolarità etc etc?

    credo che tutti gli artisti si questa Terra dovrebbero aver un approccio un po piu laico, (e un effetti,molti, sopratutto in campo musicale,lo hanno🙂 )

  7. Ludovico Says:

    cmq: a me sto pezzo sopra di Paolin proprio non è piaciuto eh

  8. demetrio Says:

    Ciao, mi vengono da dire due o tre cose rispondendo ai commenti. Ovviamente io mi sono avventurato in un campo che non è il mio, non sono esperto di documentari né tanto meno di musica. La visione di questo film ha prodotto in me una serie di riflessioni, che forse sarebbero più adatte a un testo scritto che non a un’opera cinematografica, e una serie di immaginazioni e di disagi. Ho provato a darne conto, tutto qui.

    Il testo in questione, Ludovico, può non piacere. Mi viene da dire difficilmente si può piacere a tutti, né io scrivo per piacere a tutti, o per ottenere consenso. Il mio desiderio, in quanto scrittore, è di creare pagine che funzionino. Non mi interessa se le pagine in questione siano belle o brutte, mai interessato questo canone estetico; io desidero che le mie pagine aderiscano il più possibile all’immaginazione che le ha prodotte. Nel caso di questo articolo sono abbastanza soddisfatto.

    sull’atteggiamento laico nei confronti di Cobain o di qualsiasi altra rock star, boh non so. Se durante un’intervista uno dice una cosa del tipo “non mi interessa essere una rock star, io voglio scrivere canzoni” io tendo a pensare che sia vero, se poi vado a un suo concerto e mi rendo conto durante il concerto che la presenza mia e del pubblico intorno non gli è fastidiosa, ma totalmente indifferente, qualche riflessione mi viene da farla e mi viene sostanzialmente da dargli ragione rispetto a quello che affermava nell’intervista.

  9. maria Says:

    Sono abituata a leggere tutto quando scrive Demetrio Paolin .Lo sento molto.Ho conosciuto così un certo Kurt Colbain.La disamina della persona prima ancora del cantante ha un profondo significato umano(singolare l’immagine della gravidanza maschile)Se ci sono state delle occasioni perse per il cantante,questa analisi gli procura certamente un valido recupero

  10. dm Says:

    A me questo pezzo sembra molto bello. Credo di non condividere tutto quel che dice di Cobain, ma questo non c’entra.
    Il documentario non l’ho visto, ma pure io – forse con qualche anno di ritardo rispetto all’autore – ho vissuto un’adolescenza che al nirvana pure aspirava – e dunque mi guarderò il documentario, presto.

  11. acabarra59 Says:

    “ Sabato 14 dicembre 2002 – « Perché scrivi? » « Perché non sono un calciatore, non sono una rock star, non sono un deputato europeo, non sono un amministratore delegato, e nemmeno un amministratore di condominio, non sono una top model, non sono più assolutamente giovane, non sono riuscito nemmeno a farmi dare dei soldi dall’università, eppure è facile, ci riesce anche un bambino, insomma: scrivo a tempo perso » « Perché, hai tempo da perdere? » « No, il tempo l’ho già perso tutto ». (Non sono un pensionato, non sono un no global, non sono un attore, non sono un assessore, non sono un giornalista, non sono una giornalista, non sono un dentista, non sono un commercialista, non sono un fascista, non sono un santo, non sono un dannato, non sono nemmeno bello, non sono così povero da sperare di diventare ricco, non sono nemmeno di Roma, non sono nemmeno della Roma, e neanche della Lazio, non sono… ) (E quel che è peggio: scrivo un diario, che peggio di un diario non c’è niente) (Scrivo perché mi piace perdere tempo) (Perché, quando sono uscito dall’adolescenza, sono rimasto un po’ fuori, ma poi ho capito che era meglio tornare dentro) (Scrivo, ormai s’è capito, perché mi piace) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 411

  12. acabarra59 Says:

    “ Giovedì 28 febbraio 2002 – « Washington – Sono stati venduti per quattro milioni di dollari i diari di Kurt Kobain, il leader dei Nirvana morto suicida nel 1994. I 23 diari del musicista, acquistati dalla casa editrice Riverhead Books erano stati messi all’asta dalla vedova Courtney Love. » (Dai giornali) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 412

  13. enrico ernst Says:

    Mi pare che il centro del pezzo di Demetrio non sia Cobain, né un film, né un libro… il tema importante, e che ancora nessuno mi pare abbia rilevato, è l’aspetto soteriologico di Cobain – la sua dimensione (così mi sembra risulti nel testo di Paolin) cristologica… il bisogno di Cristo, il bisogno dell’eroe martire – nell’occhio e dal punto di vista di chi gli sopravvive (a Cobain a Cristo) . incarnato nel testo dall’io narrante… ecco qui le parole di Demetrio: “Ho l’impressione che la sua morte sia avvenuta a giustificazione della mia esistenza, dei miei dolori e delle mie sofferenze”. Giustificazione… Si tratta forse di indagare su questo grumo di sentimenti che da una parte ammira e idealizza il Salvatore (Cobain, Cristo: l’uno ha scritto canzoni, e basta, e diventa il concentrato dell’Artista, e l’altro… vedete cosa ne ha fatto la Chiesa: un non-completamente-umano) e dall’altro evidenzia una sorta di senso di colpa/inferiorità del sopravvivente (Lui, il fragile, l’esposto, il puro di cuore, lui era il migliore, che ha permesso di sopravvire, a noi, i peggiori, i semplicemente-umani, i banalmente-umani). In questo corto circuito, tra senso di colpa e idealizzazione, nasce qualcosa che pare un dolore, un affondamento. Kurt Cobain con la corona di spine. Una proiezione, direi così, in alcun modo una “realtà” o una interpretazione di realtà…

  14. dm Says:

    (Ecco, quel modo di guardare a Cobain, come a qualcuno che si prende sulle spalle il peso della colpa, o qualcosa del genere, che poi è il modo, se non mi sbaglio, in cui Paolin guarda alla figura dell’autore in genere, anche se con una scala differente, quel modo di guardare a Cobain è tra le cose che – vedi sopra – non riesco a condividere. Ma a me piace leggere ciò che mi fa sentire estraneo, e detesto essere sedotto dal testo. Tanto per.)

  15. enrico ernst Says:

    Piccola aggiunta. Il non considerare lo spazio pubblico della propria opera può essere riportato, forse, con le dovute differenze, al messaggio del Cristo: “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. Si può ribaltare l’assunto del commento di Ludovico: se (probabilmente) qualsiasi serio artista crea lasciando il “pubblico” sullo sfondo (e sullo sfondo, il successo, la gloria, i soldi ecc.), è pur vero che nel profondo nessun artista può credere davvero di poter creare nel vuoto di una solitaria individualità ispirata, senza avere come orizzonte e sfondo il pubblico, le case di produzioni, il marketing, la struttura dei media, dei compensi, dei diritti ecc.

  16. acabarra59 Says:

    “ Mercoledì 22 maggio 1996 – Dice Sinead O’ Connor: « Devo ammettere di aver provato sollievo alla notizia del suicidio di Kurt Cobain, quasi come se l’avesse fatto al posto mio ». “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 413

  17. deborahdonato Says:

    Anche io appartengo alla generazione scossa da quel suicidio. “Si è ucciso Kurt obain”, ricordo che ci vedemmo il pomeriggio con gli amici, una chitarra e tanta confusione, tutti scossi. Impreparati. Dopo anni passati ad attendere che ci trafiggesse la morte di un altro nostro idolo (Robert Smith), he invece ora è fra i sopravvissuti, ha attraversato con noi il tempo, ha le rughe e tanti chili in più, ecco che arrivava questa morte. Ma non condivido affatto l’idea che lui si sia fatto carico del “male di vivere” di una generazione, che sia morto per noi. Solo qualche anno prima, la mia via da adolescente siciliana, era stata turbata, la mia ingenuità infranta, dale morti di Falcone e Borsellino. Quelle ci avevano inchiodato alla realtà, al male assoluto, ci avevao costretto a comprendere. Avevano tolto dai nostri occhi tutto lincanto infantile. Per cui, non ho mai accettato l’idea salvifica di Cobain, come di Morrison o di Amy Winehouse. C’è il godimento estetico per le loro canzoni e la pietà umana per la loro sofferenza, ma non mi sento affatto in colpa. Non sono sopravvissuta, sono una viva.

  18. Elisabetta Says:

    Non ho visto il documentario, né letto i diari. Presumo sempre bugie e falsificazioni dalle quali chi non c’è più non può difendersi. Mi interessava l’ argomento, perché il personaggio era meraviglioso e la tua scrittura gli ha dato la dignità che chi ha speculato su di lui gli ha, in parte, tolto. Grazie.

  19. demetrio Says:

    Deborah non so. Cioè non so se equiparare il suicidio di Cobain e l’attentato a Falcone e Borsellino, e la loro morte e quella della loro scorta, abbia un senso. Mi chiedo perché avremmo appreso il male assoluto con la morte dei secondi più che del primo? Sicura?
    Io non ne sono sicuro: quando ti muore la persona che ami e capisci che non puoi farci niente quello è male, ma è assoluto? E’ radicale? Non lo credo, credo che il male radicale sia una esperienza che tocca altre corde, non queste.
    Comunque se debbo essere sincero, io rimasi più turbato dalla morte di Cobain che di Falcone; questo fa di me forse più un figlio del reflusso degli anni ottanta… non lo so. Se debbo dire qualcosa che, pur non chiamandolo radicale, ha modificato il mio sentire fu l’apprendere la morte di Cobain. Uno scoramento e una disperazione sorda che provai solamente con l’uccisione di Marco Biagi.

    a tutti gli altri grazie per i commenti e le belle parole.

  20. deborahdonato Says:

    Demetrio, l’accostamento era volutamente forzato, anche se trovava il senso negli echi sulla mia adolescenza. La forzatura era perché l’idea di martirio non mi è mai andata giù. Per il resto, hai messo in luce un momento di certo forte, direi “epocale” se non odiassi questa parola, per chi appartiene alla nostra generazione.

  21. deborahdonato Says:

    E comunque, non si tratta di apprendere il male assoluto, in ciò che volevo dire, ma di apprendere un ethos per essere uomini contro questo male.

  22. Pensieri Oziosi Says:

    Io sono nata negli anni Settanta ed immagino che qualche anno in più o meno possa fare differenza.

    Falcone venne assassinato di sabato e io ricordo che mi misi a piangere leggendo la Repubblica la domenica in giardino, ma devo ammettere che non ho particolari memorie riguardo il suicidio di Cobain — però ricordo un mio compagno di classe che tre anni prima, nel ’91, arrivò a scuola in lutto il giorno dopo la morte di Freddie Mercury.

    A proposito, anch’io era una grande fan dei Cure ed effettivamente il tempo non è stato per nulla generoso con Robert Smith.

  23. deborahdonato Says:

    Perché no, Pensieri Oziosi? È surreale più di prima, hai letto le sue dichiarazioni a proposito dell’interpretazione di Sean Penn nel film di Sorrentino, nel personaggio da lui ispirato? Lui, a tal proposito, non ha mai voluto porsi come il redentore o il testimonial del dolore altrui e ha anche irriso coloro che volevano ingaggiarlo in campagne contro la droga, solo perchè lui è sopravvissuto.

  24. Pensieri Oziosi Says:

    Molto superficialmente, mi stavo limitando al suo solo aspetto fisico. Devo ammettere che successivamente non l’ho più seguito, e no, non avevo letto. Provvederò.

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