UtN, 10 / Voglio parlare a mamma

by

buio

di Gabriella Bampo

[Le regole del gioco].

L’uomo non riusciva a staccare lo sguardo dalla finestra illuminata. Aveva la sensazione che qualcuno, dietro quella finestra, lo stesse aspettando. Qualcuno lo aspettava, e lui l’aveva dimenticato. Chi? Da quanto? Le domande risuonavano nella sua mente senza senso alcuno. Nonostante si ripetesse che erano tutte sciocchezze, si avvicinò alla casa, attratto da una forza misteriosa.
Rimase alcuni istanti fermo, nell’ombra. Pur essendo abbastanza alto – sua moglie da fidanzati lo chiamava gambalunga -, poiché la finestra era a un piano rialzato, dovette issarsi sulle punte dei piedi per spiare. Ebbe un brivido, quando lo scorse.
La stanza, da ciò che riusciva a vedere, sembrava vuota, illuminata da una sola lampada, e tanto bastava per scorgere la sagoma di un grosso baule in un angolo, vicino a una porta. Il baule. Era sempre rimasto là, in quella vecchia casa di periferia, all’apparenza disabitata, che gli capitava, a volte, di guardare dal finestrino dell’auto mentre andava al lavoro.
Lo sforzo di trattenere il capo all’insù gli fece dolere il collo. Si ritrasse e restò qualche minuto immobile e intorpidito, là fuori. Non se ne andò. Un incomprensibile misto di rimorso e paura gli impediva di muoversi.
A un tratto gli parve di sentire un rumore provenire dalla stanza, o più in là, dalle profondità della casa – da una stanza a fianco, forse, o da un corridoio -, un concitato vociare che giungeva fino a lui attraverso il vetro. Si guardò intorno e, nell’oscurità attenuata dalla luce della finestra, vide alcuni ceppi di legna accostati sotto una piccola tettoia. Si chinò a raccattarne qualcuno, li dispose uno sopra l’altro, appoggiandoli al muro. Provò a salire, traballando, li riaggiustò fino a creare un gradino abbastanza stabile.
Con cautela avvicinò il viso alla finestra. Ora lo sguardo abbracciava quasi tutta la stanza. Vide che la lampada era appoggiata sopra a un mobiletto scuro, una macchina da cucire, la vecchia Singer della nonna. Cosa ci faceva, ancora lì. Assurdo.
La porta era socchiusa e la fessura buia. Il vociare si fece più vicino. Prese coraggio e avvicinò l’orecchio al vetro. Sentì discutere un uomo e una donna, o, forse, un bambino. Il tono dell’uomo era aspro. Cattivo. Non riusciva a distinguere le parole. Parevano rimproveri. Poi tonfi, colpi sordi. La voce sottile gridò, infine si trasformò in un lamento. Piangeva, ora, il bambino. Il tono rabbioso dell’uomo sembrò placarsi. Ci fu silenzio, rotto solo dai singhiozzi.
Fu invaso da un senso di desolazione. Scostò la guancia dal vetro, e vide che il calore del suo viso aveva disegnato un’impronta, una traccia delicata che svanì presto con il freddo.
Si chiese perché il pianto di un bambino che non conosceva gli desse uno sconforto così grande.
Il baule. Lo cercò ancora con lo sguardo. In quel momento gli venne in mente quanti salti faceva da lassù. Era piccolo, ma non tanto da non ricordare sua madre che lo rimproverava senza convinzione. Suo padre che rincasava ubriaco. La paura. La porta chiusa. I lamenti soffocati di sua madre dalla stanza da letto. I suoi lividi sul viso e sulle braccia il mattino dopo. Le lacrime sotto le coperte. Le sue preghiere. Gesù fallo morire, fallo morire per sempre, ti prego ti prego ti prego.
Il pianto del bambino era cessato, ora. D’improvviso la luce nella stanza si spense e l’uomo si ritrovò nel buio, la sorpresa stava per fargli perdere l’equilibrio, ma si riprese in tempo.
Nel riquadro della finestra solo una fessura si illuminò, la fessura della porta. Probabilmente dava su un corridoio. Più in là, una voce di donna un po’ roca, forse una vecchia. Sembrava vicinissima.
Lasciala riposare, ora. È stanca. Sussurrava. La voce del bambino era disperata.
Nonna, lasciami. Voglio parlare a mamma. Devo dirglielo!
Non ora, sta troppo male.
Fammi entrare.
No.
Cattiva, sei. Cattiva!
La voce della vecchia divenne dura.
Vai. Fuori.
L’uomo fu preso dal terrore. Scese giù dai ceppi in malo modo e rotolò a terra, battendo un gomito sui lastroni del cortile. Non fece caso al dolore, si rialzò subito, sconvolto. Aveva riconosciuto la voce di sua nonna. Impossibile. Era morta da tempo.
Avvertì una fitta acuta al braccio, e, guardandolo, si accorse di indossare un maglioncino rosso e calzoni corti, i calzettoni a coste, grigi, gli scarponcini marrone. Gambe da bambino, le mani piccole di quando aveva sei anni. Rivoli di sudore gelido gli corsero lungo la schiena.
Gli venne allora, spietato, il ricordo. Era successo durante una vigilia di Natale, come ora. Lui e sua madre stavano preparando l’albero. Le palline di vetro luccicavano nelle scatole aperte che ingombravano il pavimento. Si era messo le serpentine dorate intorno alla testa mentre mamma fissava le luci ai rami, si sentiva un re, era un re magnanimo e permetteva alla regina madre di ridere alle sue buffe smorfie. La radio trasmetteva una musica natalizia e, per questo, non sentirono i passi nel cortile. La porta si aprì ed entrò suo padre. Barcollava, con quello sguardo annebbiato che gli faceva venire i brividi. Restò sorpreso e li guardò con cattiveria. La festa è finita. Urlò. Si scagliò sull’albero e con una manata lo gettò a terra. Poi si girò e andò verso di lui con un sogghigno.
L’uomo rabbrividì e si coprì il volto con le mani. Chiuse gli occhi e rivide la scena.
Con uno scatto di rabbia aveva lanciato uno scatolone addosso a suo padre, e lui era inciampato, andando a sbattere la testa sullo sgabello da cui sua madre era appena scesa. Era rimasto immobile sul pavimento. Quando sua madre lo girò, aveva gli occhi aperti e fissi, e un liquido trasparente gli usciva dal naso.
Era andata così. Era finito tutto la vigilia di Natale. Il suo desiderio era stato esaudito.
L’aveva dimenticato, una spessa coltre di amnesia aveva cancellato tutto, fino a quella sera.
Quando aveva visto la finestra illuminata e deciso di fermare l’auto, era stato spinto da un impulso incontenibile. Attraversava un periodo di crisi, complicato dai continui litigi con sua moglie, sarebbe diventato padre fra due mesi e l’idea più che rallegrarlo, lo spaventava.
Ora aveva rammentato tutto, ma il ricordo era insopportabile. Si sentì disperato.
Doveva farsi perdonare, ma da chi? Anche sua madre era morta, molti anni dopo quell’episodio, senza aver mai saputo quale terribile preghiera avesse provocato la morte di suo marito, un caso archiviato come un fatale incidente. L’eco del pianto di lui bambino gli risuonava ancora nelle orecchie, perciò non si accorse di qualcuno che si avvicinava, in silenzio. Quando alzò la testa intravide la sagoma barcollante nel buio del cortile. Un brivido gli gelò la nuca. Lo spettro fluido e biancastro di suo padre lo fissava. Ti stavo aspettando, mormorò.
Fu tutto buio.
Più tardi, la campana suonò dodici rintocchi, mentre dal cielo scendeva una neve leggera che imbiancava i tetti, le strade, e alcuni abiti da bambino abbandonati in un cortile di una casa buia in periferia.

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8 Risposte to “UtN, 10 / Voglio parlare a mamma”

  1. Flo Says:

    Brava Gabriella! È il mio preferito. Va dritto al cuore suscitando emozioni !!!

  2. Eliana Says:

    Bello, col brivido finale. Brava!

  3. fabiorea Says:

    Racconto piacevole, complimenti. Il finale e i personaggi, forse, sono stati delineati in maniera un po’ troppo sbrigativa

  4. Luciana Says:

    Di questo breve e semplice racconto assai surreale si può dire che sia stato scritto rispettando i dettami del concorso. Gli elementi ci sono e sono ben individuabili. La finestra dalla quale sbircia il protagonista è una finestra riaperta sul suo mondo infantile i cui ricordi sono dolorosi e legati a un senso di colpa che non passa ancora, nemmeno adesso che è un uomo.
    La coincidenza col Natale trova una sua esplicazione con il dono che il bambino-uomo finalmente riceve dal padre in questa notte. in quel “Ti aspettavo” rintraccio una doppia redenzione: il padre che ritorna per farsi perdonare un passato da non padre e l’uomo-bambino che finalmente si sente perdonato. Bella l’immagine dei vestiti del bambino abbandonati per terra, come a dire “Ora sono un uomo non più condizionato dal passato”. O almeno questa è la mia interpretazione. Voglio che sia questo il finale vero, perchè invece da subito ci avevo visto un tratto noir: il padre torna per infierire ancora contro suo figlio fino ad annientarlo, ma in questo caso non sarebbe stato un racconto di Natale.

  5. melaniaceccarelli Says:

    E’ il racconto di un – terribile – natale passato con la sua dose di soprannaturalità. Concordo con chi dice che i personaggi sono appena abbozzati. Sarebbe stato bello sapere di più. Comunque, brava.

  6. Marta Says:

    Ho trovato il racconto troppo breve. I fatti , i personaggi e le emozioni, secondo me richiedevano maggiori descrizioni per riuscire nell’intento di coinvolgere il lettore.

  7. Amanda Melling Says:

    Per me è perfetto così 🙂

  8. profgemelli Says:

    Ma “Un Terribile Natale” si è concluso?

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