UtN, 9 / La pipa del vecchio pazzo

by

img_1875-bn

di Manuela Mazzi

[Le regole del gioco. Per chi vuole, il racconto in pdf].

«Dietro il muro del cimitero. C’è un’ombra in ginocchio sulla propria tomba».
Cantilena con voce profonda, il più grande dei ragazzi.
«Dietro il muro del cimitero, la notte fonda è in cerca di una nuova moribonda».
Sussurrano le parole sotto le fronde di uno scheletrico bosco.

È la nostra notte. È la notte dei bambini. Così, la vigilia di Natale nel paese della Cappella delle Serpi. Qui giace la leggendaria Iettatrice, che un dì, non si sa se da viva o da morta, ci disse: «Attenti, bimbi miei, ancora non sapete che non tutti i grandi sono buoni e che a giocare con il diavolo si fanno patti pericolosi.»
La notte di Natale, il potere passa nelle nostre mani. E ci resta per tutto il giorno.
Regole non ce ne sono. Non quelle dei grandi. Le loro regole non cambiano. Le nostre regole invece sì. A parte una. Quest’anno i grandi hanno chiesto a tutti di rispettare un divieto: ci è stato proibito di uscire dal confine del paese; non possiamo entrare nel bosco.

È grosso e ha il motorino più potente di tutti. Lo ha truccato da solo. Si chiama Michelone – non il motorino, eh, il capo della banda! – ed è il più vecchio dei ragazzi grandi. Io, che mi chiamo Lucia, sono invece la più grande dei piccoli: a inizio novembre ho già compiuto sette anni. Sono però anche l’ultima arrivata: questa è la mia prima vigilia fuori casa.
Il compito del capo è farci scoppiare il cuore in gola. Per riuscirci deve farci venire paura, ma di quella vera. Questa è la tradizione. Se si impietosisce, vuol dire che è diventato grande prima del tempo, e allora sarà obbligato a smettere di giocare con noi. Ma finora non è mai capitato.
Io, è vero, sono la più piccola della banda che comanda la notte di Natale, ma non sono meno spericolata di loro. Mi scherzano dicendo che sono un maschiaccio. E io ne vado fiera, altrimenti non sarei stata ammessa nel gruppo. Gioco con loro già da quest’estate: è molto divertente. A loro piace sfidarmi. E poi dicono che serviva un’iniziata per il rito della vigilia. Finora ho superato bene tutte le prove. Sempre. Con il sorriso. Dicono che sono coraggiosa. Ma il Vecchio pazzo con la pipa dice sempre che il coraggio è solo un’opinione. Allora io ho imparato a crearla. L’opinione. È il mio segreto: basta controllare le emozioni. Butto fuori quelle che la gente si aspetta, e trattengo invece quelle vere; come quando si sta sott’acqua: se sai che ti salva la vita, anche se fai fatica, smetti di respirare. Perché per me solo quello che viene detto o scoperto smette di non esistere, diventa reale, e la realtà scivola sempre via, scappa di mano. Non va bene. Allora bisogna controllare quello che viene detto e mostrato. I segreti servono anche per questo. Per tenere in prigione i pericoli. Che se li tieni nascosti non diventano veri. Capita certe volte la stessa cosa con certi ricordi che è meglio non riportarli neanche nei pensieri, perché si corre il rischio che tornino reali. Me lo ha insegnato un altro adulto già l’anno scorso. Lui va in giro per i boschi quando sa che ci siamo in giro anche noi bambini. Ci dicono, i grandi, di stare attenti soprattutto la notte di Natale. Che lui sa! Che tutti noi siamo in giro. Ma io so che lui è buono e che ci segue e ci controlla solo per proteggerci. Che ci vuole molto bene e per questo ci abbraccia tanto. E certe volte si gioca insieme e ci controlla anche che stiamo in salute, come un dottore vero. Me lo ha detto anche lui che è bravo. E poi mi ha detto anche che però era un segreto, che i grandi non capiscono. E ha ragione. Credo sia quello che intendeva dire anche la Iettatrice: non tutti i grandi sono buoni. E i grandi del paese vorrebbero catturarlo e metterlo in prigione. Se lo fanno, poi a noi chi ci difende durante la Notte di Natale?
Gli altri della banda non so se lo hanno già incontrato: lui protegge prima i più piccoli, eh. Per questo credo di no. Io sono la più fortunata. E allora non glielo dico agli altri. Resterà un segreto. Che è quello che mi dà coraggio. Perché so di non essere da sola, anche se dovessi entrare da sola nel bosco: difatti, anche se quest’anno non dovremmo farlo, potrebbe tornarmi utile durante una delle prove. Ci sono tante prove da superare la Notte di Natale.
La prima dice che bisogna andare al cimitero per invocare la Iettatrice posando un mazzo di fiori belli e freschi sulla tomba del suo bambino morto e così – come dice la leggenda – lei comparirà per ringraziare. A quel punto bisogna tornare per ricevere i ringraziamenti ma stando attenti al suo tocco che porta alla morte, o perlomeno chi si lascia toccare si ritrova con la vita rovinata. Ma io so dove scappare: nel bosco ci sarà chi mi protegge.

Ecco: lo sentite anche voi questo fracasso? È il motore truccato del Michelone; sta arrivando. E con lui, gli altri. Mi avevano detto di farmi trovare qui in piazza. Dove di solito giochiamo a guardie e ladri. Mi sono messa sotto l’unico lampione vicino al vialetto della vecchia posta, così mi vedranno di certo. Perché anche se non è tardi, è comunque buio pesto. Niente luna, questa notte. O forse c’è ma resta dietro i nuvoloni: io, da quando sono qui, non l’ho vista. Ed è già da tanto che aspetto, eh. Sì, ero un po’ agitata per l’emozione.

«Ehi mocciosetta, allora? Che fai? Vogliamo andare?»

Sorrido.

«Su! Dài! Monta dietro!, sveglia!»
«Su quel coso arrugginito?»
«Senti, senti!, la principessa si lamenta… ti vuoi già tirare indietro?»
«…era solo che si sporcano i vestiti» abbasso lo sguardo. L’imbarazzo non è per la paura. È che salire sul moz del capo mi fa sentire importante e poi… siamo tutti vestiti di nero per meglio mimetizzarci con il buio. A me non piace il buio.

«Forza: sali! Che dobbiamo finire prima di mezzanotte!»

Monto a cavalcioni sul portapacchi scassato. Le chiappe stanno ancora facendo a gara per cercare una posizione accettabile, quando quello scemo sgasa a manetta facendomi quasi cadere.

«Occhio a non bruciarti con il tubo di scappamento: tieni larghi i piedi!»

Mi sento un’equilibrista senza asta per bilanciarmi. E allora mi aggrappo al giaccone del capo. Lo afferro ai fianchi con tutta la forza che c’ho e ci resto attaccata anche se lui impreca a ogni affondo di manopola, per dare gas. Poi, di colpo, stinca lasciando il nero dei copertoni sull’asfalto. La mia faccia si spiaccica contro la sua schiena.

«Okay. Tu aspetta qui! Tocca a noi ripulire il cimitero da… – il Michelone finge di guardarsi in giro per controllare che nessuno ascolti e poi abbassa la voce – …da… quegli orrendi spiriti rompipalle».

Scendo dal moz con il culo gelato che ha preso la forma delle sbarre di ferro. Come tocco terra, il Michelone e altri tre in motorino schizzano via. Nelle narici mi si infila quell’odore schifoso di miscela bruciata, ma faccio finta di niente e continuo a sorridere. A pochi metri dalla scalinata, derapano e imboccano la rampa di sinistra, quella per le carrozzine a rotelle. Il rumore dei motori sembra rimbombare in tutta la valle. Le sgasate sulla ghiaia sollevano polvere e generano ticchettii violenti dei sassolini lanciati con tantissima forza dappertutto: sembrano proiettili. È così buio che riesco a vedere solo le luci dei fari impazziti come occhi di ciclopi giganteschi in una danza di guerra, come nei cartoni, quando sono pronti a darsele di santa ragione.
Mi viene un brividino di paura e un po’ di voglia di rassicurazione: guardo verso il bosco e poco dopo, tra i tronchi, vedo danzare una luce a intermittenza. Una vecchia pila militare. Una lucina. Il segnale dell’Angelo custode che non mi perde di vista con il suo cannocchiale da cacciatore. Mi rassereno e torno a guardare i miei amici che scorrazzano tra le tombe con i motorini.

******

«La notte di Natale, dietro il muro del cimitero, è senza stelle».
Continua il narratore a voce bassa e serio in volto.
«Cammina al buio una donna incappucciata, dietro il muro del cimitero».
Rallenta la cantilena; si fanno incandescenti, pupille curiose.

È la notte di Natale. E i camini del piccolo villaggio di montagna sono tornati a rinfocolare. Un centinaio di anime indaffarate armeggiano con pentole da lavare e chiacchiere da rinfrescare. Tutti si conoscono. Più che per nome, per soprannomi, ruoli sociali o gradi di parentela: il Tacchino (che si diverte a rumoreggiare con la gola esibendo un elastico saliscendi del pomo d’Adamo), la Gioconda (per il sorriso plastico, la faccia ovale e i capelli lunghi lasciati sciolti), i tre figli del Maestro (il piccolo, il medio, il grande), il Iaio (sempre con il sorriso), il Maestro, il Dottore, la Perpetua (quella che dorme nel letto con due capre e ha avuto una storia, si dice, con il prete Cicoria), il Generale (moglie del Lampadina, elettricista), il Ballerino (noto per l’incessante nevrotico ondeggiare di gambe), il Don Cicoria, il Canappia, il Rosso, il Vecchio Pazzo della pipa, e via elencando.

Alla messa di mezzanotte, vecchi e pisciasotto si incontreranno all’ombra dello stesso campanile, innalzato centinaia di anni prima per oscurare la luna. La chiesetta si trova ai bordi di un dirupo, alla fine del paese, oltre i campi, all’ingresso di un fitto bosco, sentinella del cimitero rialzato e cinto da un muro robusto, grigio a chiazze muschiato.
Tra sgangheri banchi di legno, inginocchiatoi consunti e icone severe, si gela anche d’estate, che nemmeno posando lo sguardo sugli affreschi di Antonio da Tradate ci si riesce a riscaldare gli animi. La notte di Natale, il vero sacrificio è resistere per tutto il tempo della messa senza battere i denti. Il freddo accumulato nelle vecchie mura ti rimbalza contro entrandoti nelle ossa. E di certo gli sforzi di asinello e bue, interpretati da sindaco e vicesindaco camuffati per il presepe secondo la tradizione del villaggio, non bastano a portare un po’ di tepore manco nella culla del nascituro. Perciò, da ormai molti anni, il piccolo della cesta è intagliato nel legno, ché di bebè il paese non ne ha più né da cullare, né da sacrificare.

******

«Al secondo giro, dietro il muro del cimitero, non c’è più nessuno.»
Tono cupo, orecchia tese, respiri fermi.
«Resta solo un cappuccio marrone scuro
appeso a penzolar dietro il muro del cimitero.»

Aggiunge il cantastorie fissando uno a uno i suoi immobili ascoltatori.

So che non è morta. Lo so perché la rivedo almeno una volta all’anno. Tutti gli anni. Accade la notte di Natale. La osservo per ore. Arriva al calare del buio. Dopo lo scorazzare assurdo dei ragazzi in motorino. Serpeggia lentamente tra le lapidi, poi scompare e poi ricompare, fino a mezzanotte. Si fa spettro – per modo di dire, visto che, io lo so, non è morta – solo se qualcuno prova ad avvicinarsi a lei. Io lo so perché, nei primi anni delle sue apparizioni, ho provato a raggiungerla tante volte, in tutti i modi. Di soppiatto, mascherato di nero, evitando la strada maestra, nascondendomi tra i rami del bosco, ma niente. Non sono mai riuscito a vederla da vicino. Ora no, non ci provo più. Da tanto tempo. Eppure lei non manca mai all’appuntamento, io lo so. Mica come aveva fatto quell’unica volta che ebbi il coraggio di invitarla a fare un pic-nic sulla riva del laghetto, giù, vicino alla Cappella delle Serpi. Quella volta non si fece vedere. Da quella volta nessuno la vide più in paese.
Tranne la notte di Natale. Dicono io sia solo un vecchio pazzo. Ma non è così: lei arriva dal nulla, poi s’incammina lungo il muro del cimitero, ci gira attorno e prosegue a valle della chiesa, poi risbuca dall’inizio della cinta di cemento e sassi. Io lo so, perché la vedo: solo poco prima di mezzanotte scompare nella nebbiolina che al limitare dei campi e a ridosso degli alberi c’è sempre in questo periodo. Dicono che siano solo mie immaginazioni, sogni in dormiveglia. Mi appisolo spesso, è vero, ma so quello che i miei occhi vedono. Non è una leggenda, lei non è morta.
Perché fa visita al cimitero e poi ci gira attorno? Be’, non è mica un segreto. Questo non lo so solo io. Lo sanno tutti in paese: fa la ronda al presepe. Come una sentinella materna in apprensione per l’atteso nascituro, che non deve correre rischi. Iniziò a farlo un paio di anni prima di scomparire. Quando, dispiaceri a parte, era ancora un fiore. Oh, avreste dovuto vedere com’era bella, la mia Rosvita. Generosa e prosperosa. Quand’era giovane, anche i bambini, anche quelli più innocenti, si voltavano a guardarla.
Sembrano trascorsi secoli da quei giorni.
Natale si illuminava solo con il suo sorriso. Era allegro ai quei tempi, il sorriso, sì, ma soprattutto il Natale. Negli anni è finito per tingersi di nubi fosche, e la gente di qui lo ha infine gettato nelle fiamme di leggende e riti satanici. Che io lo so, che non sono cose buone. Parlo di quei cerimoniali magici di adulti perditempo e di quei rituali mascherati da gioco di giovani dispettosi. Oh, è vero, dimenticavo: voi non potete saperlo. Qui da noi, vige da secoli una tradizione, direi, unica. Dall’alba della vigilia al pranzo di Natale, in paese comandano i bambini, in onore dell’importanza che va riconosciuta al magistero del bambin Gesù.
E così, prima e dopo il cenone della vigilia, i bambini – be’, non tutti, diciamo quelli che non sono più in fasce, sino ai ragazzetti alla soglia dei diciotto – vengono cacciati di casa, o meglio: sono invitati a restare fuori dalle mura domestiche: e così, il paese intero diventa loro. Dalle strade ai muretti, dai campi alle corti, dai boschi al… cimitero. Una lunga notte bianca – qualche volta per davvero, neve desiderando – che negli anni ha assunto significati e rituali come fossero leggi inflessibili.
Ma quello è il mondo dei bambini, là fuori, mentre io me ne sto rinchiuso qua dietro il vetro su cui la brina si fa pizzo incorniciando il paese intero. Mi piace curiosare la gente che si è barricata in cucina a ridere, sghignazzare e a far fiocchi e pacchetti più che a cucinare, e poi i giovani che scorrazzano in banda, i cani in cerca di un posto al caldo, i gatti raggomitolati, le volpi con il naso all’insù, e le luci che poco a poco si accendono rischiarando gli unici angoli bui rimasti in ombra tutto il giorno.
Lo faccio dalla scomparsa di Rosvita, ogni anno, come quest’anno.
Invece di ingozzarmi a un cenone (una volta c’era sempre qualcuno del paese che mi invitava, ma ormai non lo fanno più) io mi siedo qui, da solo, sulla lastra di granito che fa da panca interna alla finestra, e resto affacciato tutta la notte: è un po’ triste, sì, restare soli la Notte di Natale, ma per tenermi compagnia e riscaldarmi un po’ stringo tra le mani la mia vecchia pipa. È un bel ricordo. Ma non voglio parlarvi davvero della mia pipa, perché dovrei rimettermi a ragionare sul motivo e sul modo in cui, ogni anno, sempre il 24 dicembre e sempre nottetempo, a un certo punto torna da sola nella sua scatola da regalo, come per magia, come se si rinnovasse di continuo il dono che mi fu fatto dalla mia amata. Proprio così: la pipa che fumo è quella che mi regalò lei, la mia Rosvita: un regalo di un Natale di gioventù. L’unico vero ricordo che ho di lei: un dono di gratitudine per averla aiutata economicamente a crescere il suo bambino per quasi un anno. Il suo secondo figlio. La mia pipa. Già. Non mi serve altro. E di certo non mi serve la gente del paese. Fu colpa loro se Rosvita se ne andò.
I primi che la soprannominarono «la Iettatrice» furono i ragazzetti. Erano poco più giovani di Rosvita e tutti innamorati di lei. Ragazzetti diventati poi genitori e oggi ormai nonni di quei disgraziati a cui hanno tramandato la storia dello spettro della Iettatrice, che si è fatta già leggenda, rendendo le sventure della mia Rosvita, ahimè, immortali. All’epoca, quel nomignolo affilò le linguacce del paese in poco tempo e Rosvita non riuscì a sopportarlo. Sapete? Non se lo meritava. Io lo so. Non era stata fortunata è vero. Ma quella malignità fu una penitenza ingiusta e grave quanto la sua malasorte.
Non trovò mai un uomo, dopo il fattaccio che la vide sopportare a stento un aborto naturale inizialmente taciuto, prima, e la morte del suo unico figlio, poi. L’aborto accadde al quinto mese: a me raccontò che fu “voluto da Dio per punizione”. Lo ripeteva sempre. Prima solo a me. Poi fece l’errore di raccontarlo anche ad altri. Fosse nato, sarebbe stato il primogenito del vecchio parroco, quel porco, che fu infine scacciato e maledetto dalla gente di qui, come ben si meritava. Lo mandarono via dopo la morte del secondo figlio di Rosvita. Quello che io aiutai a crescere finché rimase in vita. Anche quel piccolo innocente morì: prese una polmonite che era ancora in fasce e accadde proprio la Notte di Natale, mentre giaceva nella culla del Bambin Gesù. Un’altra punizione, giacché anche lui era figlio del diavolo: un errore di consolazione, perpetrato impudicamente dallo stesso servo del demone che si prese cura non solo dell’anima ma anche del corpo di quella debole e fragile creatura. Approfittò per la seconda volta dell’ingenua sofferenza di una diciassettenne. Lui fu scacciato, è vero, ma fu lei, la mia Rosvita, a subire maggiormente la maledizione di quel doppio tradimento di Dio, che le aveva appesantito cuore e mente senza mai più permetterle di trovare pace.
Mi chiedo tutti i giorni come sarebbe stata la sua vita, e come sarebbe stata anche la mia, se avessi avuto il coraggio di dichiararle il mio amore. Tanti anni fa. Non ne ebbi mai la forza. Avrei potuto sfidare il paese intero per il suo amore, e lo farei ancora oggi pur essendo ultra novantenne, ma lei era troppo bella per me, non la meritavo e poi non avrei mai potuto abbandonare i miei fratellini: mamma e papà ci lasciarono cadendo in un dirupo, uscendo di strada con il furgone dei vitelli da vendere al macello giù in città; io avevo da poco compiuto diciannove anni ed ero appena stato nominato guardiano della diga; mio fratellino ne aveva dieci meno di me, mia sorella era più piccola di otto, e quando lui si fece uomo e lei si sposò, era ormai troppo tardi. Il fattaccio era già accaduto. E Rosvita era già scomparsa.
Qualcuno dice che sia morta. Ma io non ci ho mai creduto. Oh, sì, certo. Lo so bene che in cimitero, là, vicino alla piccola tomba di marmo bianco senza foto, si trova quella della mia bella Rosvita. Lei scomparve l’antivigilia di Natale di tre anni dopo il fattaccio. Io l’avevo invitata al laghetto per farle sentire che non era sola, che un amico vicino, ce l’aveva, e per farle capire che le volevo davvero bene e che se avesse avuto un po’ di pazienza e di sentimento per me, forse un giorno… ad ogni modo, siccome non la si trovava e nessuno sapeva dove si fosse cacciata, furono subito attivati i gruppi di ricerca nei boschi, quasi tutti certi che la poveretta avesse scelto di fare un gesto estremo per disperazione. Il suo corpo non fu però mai trovato.
Chi dopo qualche giorno e chi dopo qualche settimana, alla fine la maggior parte del paese si rassegnò alla sua scomparsa. I suoi genitori ne soffrirono così tanto da andarsene per rifugiarsi in città, dove scomparire tra la gente, un po’ per la vergogna, un po’ per dimenticare. Restai solo io a insistere, e insistetti così tanto che, due o tre anni dopo, era Natale, quando dissi a tutti di aver visto la Rosvita a far visita al suo bambino in cimitero, nessuno mi credette. E, per farmi tacere, un gruppo di donne del paese si riunì in osteria con una mappa dell’intera zona e un pendolino. Invocarono santi e spettri fino a quando il pendolino non indicò tre aree precise dove cercare i resti della mia amata. E purtroppo, che il diavolo se le porti, in una di quelle aree trovarono davvero le ossa di una donna che tutti diedero per scontato fossero quelle della mia Rosvita, a tal punto da seppellirle senza avviare alcuna indagine, potendo così mettere finalmente una croce vicino al nome della poveretta.
Da allora in paese è diventata usanza che ogni volta ci si trovi a dover cercare dispersi nei boschi, come capita spesso con i cercatori di funghi forestieri, le donne si riuniscono all’osteria con il pendolino. E per tenersi allenate, ogni tanto ci giocano anche in altri momenti come a Capodanno: in questi casi si procurano, non più una mappa, ma un foglio contenente lettere e risposte spicce, come e no, forse e non so; poste in cerchio le lettere, e sui punti cardinali le risposte. Così che, di anno in anno, cercano di mettersi in contatto ognuno con i propri morti per augurare loro il Buon Anno e chiedere qualche curiosità sul futuro. Sciocchezze. Di solito.
Quest’anno però è diverso, perché le donne si sono già riunite negli scorsi giorni e altre sedute sono previste, fin quando non ci azzeccheranno, fin quando il «mostro» non sarà catturato… il mostro è insidioso perché è uno che non rapisce le prede, ma le conquista, a suo dire, le protegge. Esistono i guardiacaccia… lui si definisce un guardiabambini. Un forestiero che, da almeno un anno, si aggira nella valle e non si sa dove viva. Ha già abusato di diversi bambini in più villaggi. Non so se le donne riusciranno a trovarlo, ma anch’io resterò vigile. A costo di combattere a colpi di tazze di caffè la stanchezza che mi fa fare delle pennichelle occasionali purtroppo sempre più spesso…

******

«L’ombra senza maschere ha trovato la sua vittima,
dietro il muro del cimitero, basta un suo tocco che la iella porta in dono.
E così dietro il muro del cimitero,
a un tratto affiora il volto del prescelto. E quest’anno il prescelto sei…
proprio…»

Una leggera sospensione, poi l’atteso grido spaventoso:
«Tu!»

Non è stato difficile. Non davvero. Non tanto. Ho afferrato il vasetto di crisantemi comperato dal Michelone, e mi sono messa in marcia. Lui e gli altri si sono squagliati poco prima:

«Resti da sola. Sarai sola durante tutte le prove. Ma ricorda che noi controlliamo tutto».

Sulla via per il cimitero non ho incontrato nessuno e nemmeno dentro. Ho camminato spedita. Senza guardarmi in giro. Ho cercato di non ascoltare rumori diversi dal calpestio dei miei piedi. Un passo dopo l’altro, veloci veloci. Sguardo basso su vaso e strada. Ho salito le scale, ho girato intorno alla vecchia ringhiera di ferro fatta di squame arrugginite, ho oltrepassato il cancello, ho voltato a destra dove ci sono le piccole tombe bianche, quelle dei bambini morti in paese, e poi mi sono avvicinata a quella del figlio della Iettatrice, sepolta anche lei lì vicino.
La grande tomba di quella donna mi ha dato sicurezza, dico, vederla lì, con la sua foto e il suo nome. Per un attimo mi è parso chiarissimo che lei fosse là sotto, al sicuro, in modo che non potesse andare altrove, men che meno per farsi un giretto la Notte di Natale. È l’effetto che mi fanno le lapidi. Hanno sempre un aspetto così pesante e immortale. Che rassicurano: ci dicono che possiamo essere certi che loro, i loro inquilini, non possono uscire da lì sotto. Credo.
Appoggiato il vasetto sul marmo del piccino, mi sono voltata e, senza nemmeno dire un Requiem aeternam, sono tornata di corsa in piazza dove poco dopo mi hanno raggiunta di nuovo i ragazzi.
Questa volta sono venuti a piedi. Per non fare troppo rumore. Per non rischiare di svegliare il Vecchio pazzo della pipa. Lui a quest’ora si appisola sempre un po’. E resta così in un lungo dormiveglia fino a poco prima della messa di mezzanotte, quando si sveglia come un galletto americano all’alba, nel breve tempo di una scatarrata.
La pipa del vecchio c’entra con la seconda prova.

«Sei pronta?»

Annuisco. Dopo essere stata in una notte così buia al cimitero da sola non c’è molto altro che possa spaventarmi. Chissà perché si ha più paura dei morti che non dei vivi.

«Ricorda: sei da sola. Sai esattamente quello che devi fare: se il Vecchio pazzo ti becca, te la dovrai cavare da sola».
«Però, mi pare una brutta cosa prendere in giro un povero vecchietto…»
«Mocciosa che non sei altro: gli facciamo un piacere, non capisci?» sghignazza il Michelone: «Quel vecchio è sempre da solo, soprattutto a Natale, se saprà che lo spettro della Iettatrice lo pensa ancora… sarà più felice. No? È per questo che alla messa di Natale sorride sempre. Ora va!»

M’incammino verso la casa del Vecchio pazzo. Resta oltre un orto spezzato in due da un sentiero che dal cancello porta alla porta di ingresso. In paese nessun vecchio chiude la porta a chiave. Ma devo fare tutto senza farmi beccare. So che il Vecchio sta sempre affacciato alla finestra. Vedo la sua ombra, ma devo avvicinarmi di più per capire se è sveglio oppure se dorme. Invece di passare dal cancello, mi arrampico sulla ringhiera nell’angolo più buio, dove il lampione non riesce a illuminare. Striscio lungo il campo, un ammasso di terriccio nudo, nero e increspato, come le squame di un drago, come le scaglie della cinta di ferro del cimitero. Forse è per questo che il paese è dedicato alle serpi.
Arrivata al muro, cammino sempre accovacciata avvicinandomi alla finestra, poi mi appiattisco per terra. Se non avessi piena libertà questa notte, la mamma mi alzerebbe di peso prendendomi per le orecchia vedendo come mi sto sporcando.
Sbircio dal basso verso il vetro. La faccia del vecchio traballa nella luce delle fiamme che si agitano nel camino. Ma almeno riesco a vedere i suoi occhi e la posizione della testa. La pipa non ce l’ha in bocca. Spero l’abbia appoggiata. Si è mosso. Fa sempre così, mi hanno detto. Dormicchia per qualche minuto e poi si risveglia. Può anche mettersi a russare e ripigliarsi di colpo. Per ora mi sembra abbastanza intontito. Sgattaiolo verso la porta e mi appendo alla maniglia: facendo pianissimo, l’abbasso.
Il perno della serratura si sblocca emettendo un tac secco. Aspetto qualche secondo prima di spingere piano la porta. Spio attraverso lo spiraglio per accertarmi che non ci siano sorprese. Non voglio però che uno spiffero lo rabbrividisca: appena sono sicura della via libera, scivolo dentro e accosto subito la porta fino a richiuderla. Non mi muovo. Non respiro. Ascolto soltanto. Si sente schioppettare la legna. C’è puzza di polenta e stracchino e di minestrone, roba da vecchi, che però mi piace. Mi sposto più avanti. Conosco questa casa perché è quella del mio prozio, fratello di mia nonna. A me, mi piace questo mio zio. Ha un paio di gatti che mi lascia accarezzare. Ogni tanto, mentre me ne coccolo uno sulle ginocchia, lo zio, che gli altri chiamano il Vecchio pazzo della pipa si diverte a farlo spaventare picchiando una scarpata sul legno del poggiapiedi della panca del camino. Così al gatto piglia un colpo e mi mette le unghie nelle gambe facendo scoppiare dalle risate il mio prozio, ché diventa tutto un gridare e scappare.
Mi sposto nell’atrio come fanno questi gatti quando controllano un topino. Mi affaccio alla porta del cucinone: lo zio è proprio appisolato. Mi tiro il cappuccio della felpa sulla testa. Se mi vede e lo racconta alla mamma, mi sa che sono rovinata anche se è la Notte di Natale. Mi avvicino di soppiatto alla finestra. Accidenti. Lo zio tiene la pipa in mano. Allungo la mia. Afferro pianissimo il bocchino nero, ma la testa mi sembra troppo stretta nel palmo della sua destra. Tiro un pochino controllando che non si svegli, ma la pipa non viene via. Lo zio, che si lascia puntellare dal muro della parete, si sposta un po’ di lato. Mi innervosisco. Provo a metterci un po’ più di energia. Se non riesco a prendere questa pipa fallirò certamente la prova. Le soluzioni però non sono molte: o mollo, oppure strattono. E se scelgo la seconda, dovrò tenermi pronta per scappare. Ci penso un paio di secondi.
È deciso.
Tornerò più tardi a rimettere la pipa nella scatola dei regali.
Uno. Due. Tre.

******

«Ma si può sapere che cosa hai combinato? La pipa non doveva uscire di casa! Quello ora andrà in sbattimento…»
Michelone è furioso.
«Ci penserò io…» dico voltandomi verso il cimitero, mentre lui sbuffa scocciato. «Ora pensiamo a finire l’ultima prova…»

Siamo vicino al bosco; non avessimo la proibizione, ci staremmo dentro, nello spiazzo delle cinque vecchie querce. Il bosco è quello che circonda la chiesa. Michelone mi strappa di mano la pipa e la infila nello zainetto che ha portato con sé, poi, scocciato, torna nei panni della guida per il rituale: «Sediamoci in cerchio!»

Appena appoggio il culo per terra sento di nuovo salirmi il freddo fino ai reni: mamma dice che bisogna stare attenti a fare queste cose, che altrimenti continua a venirmi la cistite. Ma faccio finta di niente. È quasi finita. Il Michelone lascia calare il silenzio prima di dare il via all’ultima cerimonia d’iniziazione: finita questa prova, se riuscirò a non farmi toccare dalla Iettatrice, sarò ufficialmente una di loro, in caso contrario, be’, meglio non pensarci…. Do una sbirciata verso il bosco. Sposto lo sguardo un po’ ovunque, e poi lo vedo. Il mio angelo custode mi avvisa che c’è, mandandomi il segnale con la piccola torcia, accendendola e spegnendola, là, un po’ lontano, in mezzo agli alberi.

Non si sentono altri rumori umani: solo il nostro respiro e il fruscio dei vestiti di chi proprio non riesce a stare fermo. Ora un pizzico di brivido addosso mi è venuto, ma forse è solo il freddo che mi sale dalla terra. Il pensiero basta a far passare la paura, che però poco dopo rimonta di nuovo, poco a poco. È colpa del Michelone che ha iniziato a cantare la filastrocca tramandata dalla tradizione:

«Dietro il muro del cimitero. C’è un’ombra in ginocchio sulla propria tomba».
Cantilena con voce profonda, il più grande dei ragazzi.
«Dietro il muro del cimitero, la notte fonda è in cerca di una nuova moribonda».
Sussurrano le parole ai bordi dello scheletrico bosco.
«La notte di Natale, dietro il muro del cimitero, è senza stelle».
Continua il narratore a voce bassa e serio in volto.
«Cammina al buio una donna incappucciata, dietro il muro del cimitero».
Rallenta la cantilena; si incendiano, pupille curiose.
«Al secondo giro, dietro il muro del cimitero, non c’è più nessuno».
Tono cupo, orecchia tese, respiri fermi.
«Resta solo un cappuccio marrone scuro appeso a penzolar dietro il muro del cimitero.»
Aggiunge il cantastorie fissando uno a uno i suoi immobili ascoltatori.
«L’ombra senza maschera ha trovato la sua vittima, dietro il muro del cimitero, basta un suo tocco che la iella porta in dono. E così dietro il muro del cimitero,
a un tratto affiora il volto del prescelto. E quest’anno il prescelto sei…
proprio…»

Una leggera sospensione, poi l’atteso grido spaventoso:
«Tu!»
Sghignazza, il Michelone indicandomi.

Ma no che non mi sono spaventata!

Il Michelone diventa serio di colpo:
«Davvero! Ora tocca a te: attenta a non farti toccare. Ricorda che la Iettatrice è stata così chiamata perché dopo aver toccato due bambini, ed erano i suoi figli, questi morirono entrambi: uno prima ancora di nascere e il tocco fu interiore, l’altro morì in fasce per colpa di una polmonite, ed era proprio la notte di Natale. Sarai totalmente sola. Di qualsiasi cosa accadrà ti dovrai assumere ogni responsabilità.»

Il gioco è questo. Devo raggiungere il cimitero. Poi. Devo aspettare di incontrare la Iettatrice. Quando si mostrerà a me, io dovrò permetterle di avvicinarsi abbastanza per ringraziarmi di aver portato i fiori sulla tomba del suo piccino. Eh, sì, pare che la Iettatrice si mostri oltre che allo zio anche a noi bambini, che lei vorrebbe proteggere. Il punto è che pare che la Iettatrice dopo aver ringraziato con una voce d’oltretomba proverà ad abbracciarmi: io devo essere più svelta di lei e scappare. A quel punto pare che lei torni a girare attorno al muro di cinta del cimitero in cerca della persona da abbracciare.
Questo mi hanno spiegato gli altri ragazzi, che ci sono già passati e ce l’hanno fatta.

******

So che non devo girarmi. Me lo avevano già spiegato quando, abbracciata al vaso di fiori, sono andata a far visita al piccino morto di polmonite. «Sarai da sola. Da ora in poi: resti da sola» . È tutta la sera che sento ripetermi questa frase. Comincio a credere che sia la rotella principale dell’ingranaggio della paura, che per me è un po’ come un orologio lento, perché quando si ha paura i minuti sembrano non passare mai. Come quando si è da soli. Restare soli. Chissà se lo zio della pipa ha paura tutto il giorno, tutti i giorni.
Sono quasi arrivata al muro del cimitero. Non vedo nessuno. Né con, né senza cappucci.
Ora non mi resta che fermarmi e aspettare. Ecco di nuovo il tempo, questa volta immobile, e di nuovo il silenzio dell’essere soli. Forse dovrei canticchiare. Dico, per sentirmi meno sola. Il buio poi è birichino. Perché crea immagini, mostri, cavalli, uomini neri, animali strani, cose che si muovono. Più mi guardo in giro e più mi sembra che il cimitero si animi di tanti strani esseri. Che siano spiriti? Spettri? Oh, no, forse è già la Iettatrice che si è fatta furba e ora si mostra solo come ombra?
Mi trema un po’ la pancia, ma non è fame. Un po’ mi piace questo brivido: è un’emozione forte. Ma un po’ mi dà anche mal di testa. Non ho corso, eppure ho il cuore che mi batte nelle tempie. Pensavo battesse solo in gola, certe volte. Di nuovo un’ombra. Aumentano anche molti suoni che hanno del sovrumano. Guardo per un istante verso gli amici. So che non dovrei farlo. Ma, ecco, mi servirebbe vederli per rassicurarmi. Guardo, però non c’è più nessuno. Per davvero.
D’accordo. Ora ho paura. Ma non posso scappare. Non ancora. Provo a camminare. Salgo le scale e faccio un paio di avanti e indietro davanti al portone della chiesa. Cammino piano, perché altrimenti il rumore dei miei passi mi distrae. Mentre devo stare in allerta.

Un passo, due passi, tre passi, contropasso. Mi fermo. Respiro. Non mi volto. Un passo, due passi, tre passi, contropasso. Sudo. Mi blocco. Non mi volto. Ho paura di vedere chi c’è dietro di me. Solo se lo vedi può diventare reale. Un passo, due passi… si allunga davanti ai miei piedi la lieve ombra disegnata dalla luce di un lontano lampione oscurato da un essere: una sagoma senza contorni precisi.
Sono terrorizzata dalla paura. E se non fosse la Iettatrice? E se fosse la Iettatrice? Ah, già! Può avvicinarsi per ringraziarmi, ma non deve farlo troppo da potermi toccare. Devo reagire. Ora.
Mi volto. È lei. Un mantello quasi da cappuccetto rosso, però da adulto e nero. Tiene il capo piegato in avanti. Non vedo il suo volto. Per gentilezza sorrido:
«Buonasera signora» le dico balbettando un po’.
«Grazie per il dono natalizio portato al mio piccino» dice quell’anima in pena e oscura con voce così straziante da sembrare quella di un vecchio catarroso. «Vieni – insiste facendo un paio di passi verso di me – fatti abbracciare!»

Uno. Due. Tre.

Punto lo sguardo verso il bosco e inizio a correre. Pochi passi e mi ingolfo. La gambe pesano tantissimo. In palestra mi hanno spiegato che può succedere quando sei molto agitato, ad esempio per una gara, e il tuo corpo butta nei muscoli delle cattive sostanze… e allora devo respirare e calmarmi. Mi volto: la Iettatrice ha deciso di non seguirmi. Mi calmo in pochi passi, poi riprendo a correre aumentando la velocità in modo più regolare. Punto lo sguardo dove avevo lasciato gli amici: non c’è nessuno. Faccio ancora qualche metro e poi finalmente una luce amica manda il segnale che attendevo. Continuo a correre con più tranquillità. Almeno fino a quando, quasi arrivata al limitare del campo, quasi in salvo, dietro di me percepisco l’affanno della Iettatrice. Deve averci ripensato: mi sta rincorrendo. Non sarebbe dovuta andare così. Mi volto: è ancora abbastanza distante. Posso ancora farcela. Aumento la velocità dei passi, senza perdere di vista il punto dove si è accesa e poi spenta la luce.
Scanso alcune piante. Arrivo in uno spiazzo dove mi sento disorientata. Quello che sembrava un sentiero, un percorso già battuto, è finito. E ora? Dove vado? Del mio Angelo custode, nessuna traccia. Anche della Iettatrice non sento più il fiato: che mi abbia persa?, o sono io quella che si è persa?
Non faccio in tempo a voltarmi per rifare la strada al contrario, che mi sento afferrare: una mano sulla bocca, l’altra attorno al corpo. Per un istante temo sia la donna porta sfortuna. Se è lei, ormai mi ha toccata, ormai sono già morta. Forse. La mano attorno alla mia vita, mi fa voltare. È il mio Angelo. Sorrido. E poi urlo un no a squarciagola.
Dal fitto del bosco è sbucato Michelone, vestito con una tunica nera e con un bastone raccolto per strada: ha appena tirato una legnata in testa al mio Angelo facendolo stramazzare a terra.
«Sei cattivo! Come tutti gli adulti. Lui è un mio amico!» gli urlo piangendo, mentre provo a prenderlo a calci.
Il Michelone cerca di calmarmi. Pare voglia spiegarmi qualcosa. Ma poi l’Angelo si rialza. E l’Angelo – lo vedo chiaramente – ora ha gli occhi del diavolo, mentre il Michelone ha un cappuccio che gli penzola sulla schiena.

******

Io non so bene tutto quello che è successo quando i ragazzi della banda hanno fatto correre i grandi per portare via «il mostro». So però che il Michelone mi ha protetta per tutto il tempo. Mi è stato vicino e mi ha spiegato tutto quello che poteva spiegarmi, ad esempio che è corso in mio aiuto quando ha capito che mi stavo dirigendo verso una luce proveniente dal bosco e notata anche da lui. Quell’uomo, il mostro, ecco: quello era un vero cattivo.
«Ma allora? Non mi hai lasciata da sola…»
«È la Vigilia di Natale»
«Neanche durante le altre prove?»
«Mai!» Sorride.
Mai… provo una specie di sollievo nello stomaco e in testa, come quando dopo aver rotto qualcosa in casa, la mamma decide di non sgridarti, oppure come quando ritrovi un oggetto prezioso che credevi di aver perso, e lo ritrovi prima che la mamma se ne accorga. Oh, devo ricordarmi di restituire la pipa…
«Ma allora sei diventato grande prima del tempo…» mi rattristo.
«Sì, e siccome dovrò lasciare il gruppo, come sai, esiste una legge per cui io – fino alla fine di questa mia ultima giornata da capo – posso cambiare a mio piacimento tutte le leggi della banda dei ragazzi del paese della Cappella delle Serpi».

******

«Avanti! È aperto!» non ha quasi più voce il Vecchio della pipa. È stata una vigilia troppo strana. Il trambusto in paese. Il mostro. La comparsa e la scomparsa della sua Rosvita. La pipa rubata ma non ritrovata nella scatola…
«Sono io Zio! C’è anche il Michelone. Possiamo entrare?»
«Ma che domande… forza. Metto su un po’ di latte a scaldare: le volete un paio di caldarroste da buttarci dentro?»
«Ma che domande!» Gli fa il verso Lucia. «Abbiamo una storia da raccontarti: è un po’ lunga».
«E i vostri genitori lo sanno che siete qui?»
«Sì – risponde Michelone – ma io resto poco. Volevo solo dirle che dall’anno prossimo in poi sarà di volta in volta invitato a cena: è tempo che nessuno resti più solo in questo paese. Non la vigilia di Natale. Noi ragazzi avremmo deciso che ogni anno sarà – se lo desidera – ospite di una famiglia di un membro del nostro gruppo. Se non se la sentirà, l’intero gruppo verrà da lei a cucinare e a tenerle un po’ di compagnia. Ma la storia che Lucia le racconterà come nostra portavoce, è un’altra e c’entra con questa…» il Michelone prende dallo zaino la pipa e la restituisce al Vecchio pazzo: «La storia, ecco, spero possa considerarla come un nostro regalo di Natale».
«Oh, cari, me l’avete ritrovata! Come potrò ringraziarvi e ricambiare?»
«Signore – risponde con molto rispetto e con un po’ di vergogna – potrebbe farlo perdonandoci.»
«Ragazzo: non so bene a che cosa ti riferisci, ma… è la vigilia di Natale. Sei perdonato. Tu e i tuoi amici! Ora però voglio sentire la storia…» sorride giocherellando con la sua pipa.

******

Il cielo mi pare ancora più buio del solito, eppure sorride. Lui non lascia nessuno da solo. Buon Natale.

Tag:

46 Risposte to “UtN, 9 / La pipa del vecchio pazzo”

  1. Laura Says:

    Io dubito che a una bambina di sette anni appena compiuti si possa attribuire una simile capacità di introspezione (“È il mio segreto: basta controllare le emozioni. Butto fuori quelle che la gente si aspetta”, “Perché per me solo quello che viene detto o scoperto smette di non esistere, diventa reale, e la realtà scivola sempre via, scappa di mano”). A sette anni concetti come realtà ed emozione sono piuttosto fumosi. Anche espressioni come “Le chiappe stanno ancora facendo a gara per cercare una posizione accettabile” mi sembrano incongrue.
    Suppongo che potrebbe dire, invece, “sono terrorizzata dalla paura”, ma non riesco a capire se sia voluto. Secondo me le espressioni colloquiali o scorrette (che rientrano nel personaggio) stridono con le frasi elaborate usate dalla piccola in altre occasioni.
    Credo che il racconto sarebbe più plausibile se la bimba fosse una ragazzina di almeno tredici o quattordici anni (dalle capacità espressive molto sviluppate).
    La storia riferita da un bambino che ha appena iniziato le elementari potrebbe essere interessante, ma a mio avviso la sua prospettiva dovrebbe essere diversa.

  2. Ma.Ma. Says:

    Commento ragionevole Laura: dal mio punto di vista credo che per sviluppare certi “pensieri” non serva necessariamente un’età, ma un’esperienza. Qualche bambino deve crescere più in fretta e adottare strategie di difesa prima di altri… Ad esempio una bambina a cui viene insegnato da un adulto o più adulti a mantenere dei segreti (come certi abusi, o violenze)… Poi è vero che vederli verbalizzati fanno un certo effetto: eh, sì, può essere proprio questo anche un indizio di “pericolo” quasi mai colto: chi ha insegnato a quella bambina certe parole, frasi, concetti che lei ha imparato? E perché? Comunque: grazie per il coraggio e la costanza di essere arrivata fino in fondo 🙂

  3. Amanda Melling Says:

    Io lo trovo un racconto bellissimo. Soprattutto perché si concentra su come una leggenda possa essere sempre viva grazie a una tradizione che la alimenta. Però è nelle mie corde anche per i vari elementi esoterici, quindi sono di parte. Anche la figura della iettatrice corrisponde tipicamente al profilo della donna accusata di stregonieria o iettatura. Insomma è ricco di elementi ben pensati.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Manzoni termina il celebre “Addio, monti” con queste parole:

    Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda.

  5. Luciana Says:

    Ho ri-iniziato la lettera dei Promessi Sposi su un libretto pubblicato dalla SEI nel 1945. 700 pagine di carta velina che devo girare con grande delicatezza, un mondo unico e onnicomprensivo. E dopo dormo bene. 🙂

  6. manu Says:

    Molto bello, molto belli anche i dialoghi. Complimenti Manuela.
    @mozzi: ma autori maschi ce ne sono?

  7. melaniaceccarelli Says:

    Molto bello, non angosciante ma misterioso. Belle le descrizioni, il contesto, la creazione di un mondo contemporaneo e insieme antico. Per quanto riguarda la resa del pensiero della bambina, al di là della chiosa dell’autrice, credo proprio che Giulio abbia ragione, anzi Alessandro.

  8. Ma.Ma. Says:

    Oh, grazie manu e grazie Melania: è vero, non è molto “terribile”, sic!

  9. mariagiannalia Says:

    In questo racconto l’ambiente è ben rappresentato, il bosco, gli interni, gli oggetti, tutto è molto tangibile.
    Ma la costruzione dei personaggi mi lascia un po’ di perplessità: la struttura di questo racconto è a due voci: la bambina (7 anni?) e il “vecchio pazzo”. Entrambi narrano in prima persona, ma non si nota alcuna differenza di registro tra l’una e l’altro. Le prospettive della narrazione mi sembrano un po’ confuse: più che sentire la voce della bambina, io sento una voce di donna che racconta di sé bambina. Voglio dire , non può essere credibile questo personaggio che non varia in nulla il suo linguaggio rispetto all’adulto che è la seconda voce narrante. Narrano nella stessa maniera.
    Giulio cita Manzoni per (forse, non so se ho capito bene) giustificare la scelta stilistica dell’autrice, ma credo che si tratti di scelte molto diverse: nel primo caso era una scelta necessitata storicamente, nel secondo non saprei davvero.

  10. Laura Says:

    In questo momento sto aspettando mia figlia a danza (un turbinio di bambine e ragazzi) e ho con me i diari di John Cheever. Ho appena letto una frase che riassume in sei parole quel che ho cercato di spiegare: “Quand’ero bambino pensavo da bambino”.

  11. Maddalena Frangioni Says:

    Leggo con piacere tutti gli articoli pubblicati da vibrisse, li trovo interessanti e stimolanti. E’ possibile inviare un articolo? Ci vorrei provare. Grazie Maddalena Frangioni

  12. Amanda Melling Says:

    Sulla descrizione dal punto di vista di una bambina di 7 anni è vero, non è assolutamente possibile. Ho proprio ora un figlio di quell’età. Probabilmente avrebbe funzionato meglio con una bambina di 11 e l’altro capobanda di 14. Anche perché è già intrepido a 11 anni fare tutte quelle cose in una notte. Non so se ho capito cosa intendi Giulio con la citazione. Forse che i pensieri comuni portano a un destino comune? O forse pensi che sia stato preso spunto per questo racconto? Non sono così acuta.

  13. Claudia Says:

    Laura: “Quand’ero bambino parlavo da bambino e pensavo da bambino” non è una citazione da San Paolo?

  14. Luciana Says:

    I bambini le emozioni le vivono dentro e fuori dal corpo, ma le riconoscono e le esternano in forma diretta dicendo: ho paura, ho freddo, voglio scappare, mi piace, non mi piace. Ai bambini di 6-7-8 anni serve spiegare cosa sono le emozioni, perché ancor bene non lo sanno. “Smette di non esistere”, questa espressione presuppone la capacità di pensiero reversibile e cioè in grado di tornare indietro in un percorso mentale già fatto in andata per decifrare la quasi doppia negazione: smette – non esistere.
    “Quello che viene detto o scoperto diventa realtà ma scappa di mano”. Questa parte secondo me andava semplificata e resa proporzionata al linguaggio infantile. In questo modo se ne traeva una freschezza notevole e brillante come sembra essere Lucia. L’intento di simulare il linguaggio dei bambini (che poi è l’esternazione del loro pensiero) c’è, solo che i bambini fanno pensieri incompleti, talvolta accennati e, spesso, è da certi accenni che tu, adulto, ricavi il senso del loro dire. Esprimersi come i bambini per un autore è difficilissimo. Vedrei bene una sorta di dialogo, al posto di questo monologo interiore della bambina, per farla esprimere, ma in un modo diretto con un diretto interlocutore.
    Il secondo stacco ci porta al piccolo villaggio, nomi e soprannomi. E qui mi chiedo: dove sono gli occhi della bambina? Dei bambini? Chi sta narrando, di chi è questo punto di vista? Non lo trovo. Sarà quindi un’inferenza del narratore onnisciente che vuole dirci cosa succede al villaggi, -mi dico- mentre i nostri sono nel bosco, nel cimitero. È uno stacco poco amalgamato, che “stacca davvero troppo”. Messo così, mi sembra un riempitivo poco efficace.
    Le azioni in tutto il racconto sono offuscate dalle numerose descrizioni e direi che prevalgono sull’agire, ridotto quasi al secondo piano di questo quadro. Io sono una lettrice paziente, eppure qui fremo, chiedendomi a più riprese: e allora che succede? Fra questi gatti acciambellati, i cani in cerca di caldo e le volpi col naso all’insù continuo a chiedermi cosa deve succedere e se succede. Tutto il pezzo dell’uomo con la pipa, che rimpiange Rosvita e che sta solo a Natale mi appare un lungo racconto delle “cose che erano, di quelle già accadute, dei rimpianti e delle nostalgie, tutte cose che sviano dall’attualità in corso, da quella Lucia che sta lì e ci aspetta ma della quale stiamo quasi perdendo le tracce. E l’azione dov’è? C’è qualcosa che deve accadere o è solo un lungo flashback dei ricordi? mi chiedo di nuovo.
    Abbandono a metà lettura il racconto, pur avendo appena detto che sono una lettrice paziente. Il mio interesse si è spento, la noia si è affacciata. Non me ne voglia l’autrice, alla quale chiedo scusa per averlo fatto e questo commento, mentre al Giulio dico che se l’è cavata a buon mercato nominando il Manzoni.

  15. Ma.Ma. Says:

    Le voci sono tre.
    La bambina.
    Il vecchio.
    Un narratore (solo per la parte descrittiva del paese, poi non parla più).
    Non me la potrei mai prendere, Laura. Anzi. Seppure tu sia arrivata sino a metà, sei stata un’ottima lettrice. Per cui rinnovo i miei ringraziamenti.
    – Vedrei bene una sorta di dialogo, al posto di questo monologo interiore della bambina, per farla esprimere, ma in un modo diretto con un diretto interlocutore. – Avessi fatto parlare Lucia, Lucia non avrebbe detto niente.
    Lucia non è una bambina di sette anni, come tutti i bambini di sette anni. Lucia è una bambina che per evitare sberle ha dovuto creare dei pensieri più complessi. Lucia è una bambina che per evitare di fare arrabbiare la mamma ha dovuto creare dei pensieri più complessi. Se la mamma si arrabbia per dei vestiti sporchi, chissà che cosa farebbe se sapesse dei segreti che deve mantenere.
    Io sono una bambina di sette anni. Ho appena iniziato la seconda elementare e i bambini che mi stanno attorno mi sembrano tutti sciocchi. Non capisco come ragionano perché si cacciano nei guai stupidamente. Io ho imparato a fare la brava bambina. So come trattare con gli adulti, perché ho spesso molto a che fare con un adulto che mi tratta come una bambina grande. Tanto che quando parla di giochi da non svelare, sono già capace di capire che non sono giochi quelli che non devono essere svelati. Percepisco che se si sapessero certe cose la mamma si arrabbierebbe. Capisco che allora non devo dirle certe cose. Meglio tenerle per me. Meglio non parlare. Meglio fare finta che non esistono. Esisterebbero solo se le dicessi. Funziona come quando mamma e papà litigano e si urlano dietro. Non mi fanno paura. Li detesto perché li trovo stupidi. Se non fossero stupidi saprebbero che certe cose non dovrebbero dirsele. Perché basta sentire la solita frase di papà per sapere esattamente quello che accadrà due secondi dopo. E allora è meglio svignarmela. Se non faccio in tempo poi cominciano a chiedermi chi ha ragione dei due. E allora faccio come sempre. Come quando sento mamma parlare con le sue amiche raccontando un sacco di cose che io non dovrei sentire. So che non devo sentirle. Perché ho già sentito tante volte dire: “tanto è piccola non capisce”. Io capisco. Ma se voglio continuare a sentire devo fare finta di non sentire, di non capire. Così quando percepisco che mi guardano entrambe continuo a fare finta di non accorgermene. Sto zitta. È sempre meglio non parlare. Se parlo poi non riuscirò più a controllare quello che succede. La situazione mi scappa di mano.
    Sono una bambina di 11 anni. Ormai ho elaborato così tante strategie che inizio a ribellarmi. A 11 anni quando mi arriva una sberla, guardo in faccia mia madre e le porgo l’altra guancia sfidandola e ridendole in faccia. A 14 anni sto già lavorando. Sono già nel mondo degli adulti. E nessuno mi dà più sberle. E nessuno mi tocca più. È garantito. A 14 anni comincio a parlare.

  16. Ma.Ma. Says:

    E… su Manzoni. Io così l’ho capita: se una bambina non parla, ma pensa, i pensieri sono quelli anche se non tali sono le parole.

    Detto questo: concordo su tutti i miei limiti di scrittura. Contesto però, come detto sopra, le osservazioni sul contenuto dei pensieri di una bambina di sette anni… di questa bambina di sette anni.

    🙂

  17. Ma.Ma. Says:

    (Non Laura, Luciana: sorry!)

  18. Laura Says:

    Claudia: può essere. San Paolo non l’ho letto.

    Ma.ma: ho commentato solo la parte relativa ai pensieri della bambina, ma il racconto l’ho letto tutto.

  19. Laura Says:

    Ah scusa, ho visto adesso che infatti rispondevi a Luciana 😉

  20. Luciana Says:

    Tu, Ma, difendi il tuo lavoro con i denti, come faccio io col mio e per questo ti ammiro. Però, concedimi, Lucia fino a circa metà racconto non si svela per la bambina che Non è! Lucia esiste da sempre nella tua mente, nel senso da quando hai pensato questa trama, ma è nel tuo pensiero non nel nostro di lettori. Certo, lo sveli nel prosieguo, ovviamente, ma qual è il problema fondamentale di un racconto? Se il lettore lo abbandona per 1-2-3 x motivi fra i più disparati tu (io-noi) abbiamo fallito prima che fossimo riusciti a renderlo partecipe e a coinvolgerlo nella nostra “bella” storia! (sono al cell, più di questo mi è difficile)

  21. Ma.Ma. Says:

    In parte hai ragione: evidentemente se non si è capito è colpa mia. Tuttavia… i “segnali” ho provato a darli subito, nelle prime 2800 battute (su 40’000). Nel primo paragrafo dico: “Qui giace la leggendaria Iettatrice, che un dì, non si sa se da viva o da morta, ci disse: «Attenti, bimbi miei, ancora non sapete che non tutti i grandi sono buoni e che a giocare con il diavolo si fanno patti pericolosi.»
    (…) Quest’anno i grandi hanno chiesto a tutti di rispettare un divieto: ci è stato proibito di uscire dal confine del paese; non possiamo entrare nel bosco.”
    E nel secondo paragrafo che mi sembra contenga parte di quanto viene “contestato” (“Dicono che sono coraggiosa. Ma il Vecchio pazzo con la pipa dice sempre che il coraggio è solo un’opinione. Allora io ho imparato a crearla. L’opinione. È il mio segreto: basta controllare le emozioni. Butto fuori quelle che la gente si aspetta, e trattengo invece quelle vere; come quando si sta sott’acqua: se sai che ti salva la vita, anche se fai fatica, smetti di respirare. Perché per me solo quello che viene detto o scoperto smette di non esistere, diventa reale, e la realtà scivola sempre via, scappa di mano.”) dico: “Capita certe volte la stessa cosa con certi ricordi che è meglio non riportarli neanche nei pensieri, perché si corre il rischio che tornino reali. Me lo ha insegnato un altro adulto già l’anno scorso. Lui va in giro per i boschi quando sa che ci siamo in giro anche noi bambini”.
    Certo non sono stata esplicita… però, ecco, credevo si capisse.

  22. Ma.Ma. Says:

    (NB: non difendo il lavoro 😉 solo i pensieri di Lucia 😀 – poi ammetto che mi piace “discutere”, eheheh)

  23. Giulio Mozzi Says:

    Ancora sulle voci.

    Ricordo che la narrazione è un’arte convenzionale. Si fonda su convenzioni. Ogni testo, dalla massa di convenzioni disponibili, estrae le proprie.

    Per dire: nei Promessi sposi, Renzo e Lucia e tutti gli altri parlano… in toscano! Ma vi rendete conto? In toscano!

    (Quando nella realtà nemmeno l’autore del romanzo, il conte Alessandro Manzoni, lo parlava: preferiva il milanese, per le faccende pratiche, e il francese per quelle di cultura).

    Detto questo, non mi fiderei troppo di affermazioni del tipo: “E’ impossibile che una bambina di sei-sette anni…”.

    E’ possibile. E’ improbabile, se volete, ma è possibile.

    (Peraltro: quante cose impossibili avvengono, per dire, nel Fantasma di Canterville o nel Ritratto di Dorian Gray? Eccetera).

    Laura, Claudia: sì, è san Paolo, prima lettera ai Corinti, cap. 13, subito dopo il celebre passaggio sulla carità:

    La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.

  24. Amanda Melling Says:

    È vero tecnicamente non è impossibile, all’interno di una narrazione, qualcosa di improbabile. Nella mente avevo un pensiero più “pratico”: il limite dello sviluppo della coscienza legato all’età. È chiaro che posso narrare di un bimbo di tre anni che suona perfettamente il pianoforte per poi svelare che è la reincarnazione di un pianista. Tutto può essere. Mi sono immaginata però un’ipotetica redazione di letteratura per ragazzi, specializzata in psicologia infantile, che prendeva in mano il racconto, e penso che avrebbe risposto così. Tra l’altro è un’esperienza che ho avuto anni fa. Ho ricevuto in risposta all’invio dei miei racconti (per bimbi di sei-sette anni) da una grossa casa editrice che non andavano con una analisi psicologica dell’infanzia moderna. Infatti poi quel libro non me l’ha pubblicato nessuno, anche se poi dopo autopubblicato è stato anche tradotto da un’università inglese, rimane che non se lo caga nessuno per motivi di non coerenza con la psiche infantile moderna…In un concorso ufficiale, con presentazione, antologia, diverse persone esperte in giuria, sarebbe stato un limite in questo racconto? Secondo me, si. Sarebbe stato un errore abbastanza grande per non rientrare nei finalisti. Però, ripeto, a me è piaciuto moltissimo.

  25. Laura Says:

    Grazie per la citazione. È un brano bellissimo.

  26. Luciana Says:

    Premessa: come aveva detto Giulio fin dall’inizio, questo è un gioco. Io gioco perché mi piace giocare e questo mi piace in particolare perché è un gioco letterario. Quando gioco, lo faccio sul serio. Ma quello che per me lo rende speciale è che mi permette una grande libertà di espressione e questo perché non conosco nessuno di voi, quindi leggo i vostri racconti con uno spirito puro, non devo accondiscendere nessuno né rendere piaceri ad alcuno, non lo faccio nemmeno per convenienza, perché il Giulio sceglie a prescindere e fa bene a farlo. Questa libertà qui per me è bellissima e ringrazio tutti voi che me la permettete.
    Veniamo a noi. Mama dici di aver dato indizi (io intendevo sulla bambina, forse mi sbaglio ma quanto citato riguarda la iettatrice e l’uomo pipa) “Qui giace la leggendaria Iettatrice, che un dì, non si sa se da viva o da morta, ci disse: «Attenti, bimbi miei, ancora non sapete che non tutti i grandi sono buoni e che a giocare con il diavolo si fanno patti pericolosi.» Dicono che sono coraggiosa. Ma il Vecchio pazzo con la pipa dice sempre che il coraggio è solo un’opinione. Allora io ho imparato a crearla. L’opinione. È il mio segreto: basta controllare le emozioni. Butto fuori quelle che la gente si aspetta, e trattengo invece quelle vere.» In realtà la bambina riporta pensieri di altri, anche se poi su questi innesta i suoi pensieri mai detti.
    Che dirti MaMa: tu contesti le osservazioni sul linguaggio della bambina, che poi non è linguaggio perché lei non può dire per i motivi da te adotti nel racconto, non è linguaggio ma pensiero. Ed è su questo che si gioca la questione. Insegno quest’anno a bambini di 7 anni, hanno la stessa età di Lucia e ti assicuro che… hai già capito. Giammai. Ma, mettendo pure che la mia competenza in merito sia parziale e forse lo è, io chiedo a te: hai una competenza scientifica che giustifica la tua affermazione? Soltanto un neuropsichiatra infantile, uno psicologo dell’età evolutiva, uno psicopedagogista possono, forse, tagliare la testa al toro in questa questione.
    Ma siccome i lettori in media non sono specialisti del genere, dove si arriva? Che quando si scrive dobbiamo avere davanti il lettore e le sue capacità/difficoltà di lettura e comprensione. Questo non significa svilire il nostro lavoro, semplificarlo troppo o peggio ancora banalizzarlo, non sia mai. Ma, secondo me, il lettore è il nostro vero Scopo, non il racconto che è soltanto un Mezzo. Giocare al meglio col mezzo, per ottenere l’attenzione e, si spera, l’approvazione del lettore, che dica che hai fatto qualcosa di buono e che qualcosa gli ha restituito. Il lettore è il nostro vero scopo, quella creatura tendenzialmente pigra e svogliata che ha bisogno di “frustate” linguistiche per risvegliarsi dal torpore.
    Tu, non badare a me, perché hai 2 buoni motivi per essere contenta: il tuo racconto è stato pubblicato qui e hai ricevuto molti giudizi positivi.

  27. Luciana Says:

    Nella mia “arte” narrativa devo stabilire le convenzioni che ritengo necessarie per esprimere ciò che voglio. L’insieme delle convenzioni che ho stabilito deve, necessariamente, creare e rendere per così dire stabile un canale “attivo” di comunicazione. Attivo nel senso che a una frase scritta, a un racconto redatto, usando le migliori convenzioni di cui sono in possesso in quel momento, tenendo conto del genere letterario e del target di riferimento, deve (dovrebbe) scattare una reazione positiva nel destinatario della mia comunicazione (il lettore). Se in questo canale qualcosa non funziona, o funziona male, o in parte, di fatto il canale comunicativo si interrompe.

    Lettera ai Corinzi: san Paolo, secondo me, crea un semplice paragone per illustrare la differenza che c’è tra un bambino (creatura ancora imperfetta) e un adulto (creatura che può tendere alla perfezione).
    Ovviamente il bambino è la metafora di un non credente, e pertanto creatura nella quale sia possibile una infinita e senza rimedio imperfezione, mentre il credente la raggiunge grazie ai benefici di una conversione che tutto rende perfettibile.

  28. Giulio Mozzi Says:

    Amanda, giustamente scrivi:

    Mi sono immaginata però un’ipotetica redazione di letteratura per ragazzi, specializzata in psicologia infantile, che prendeva in mano il racconto, e penso che avrebbe risposto così.

    Vibrisse non è una redazione di letteratura per ragazzi specializzata in psicologia infantile: è per questo che io do una risposta diversa.

    Luciana, scrivi:

    Ovviamente il bambino è la metafora di un non credente…

    No. San Paolo è sempre stato un credente fanatico.

  29. Ma.Ma. Says:

    Luciana, ma se non bado a te come faccio a godere di una bella discussione? 😀
    Vedo che dipende dai “canali aperti o chiusi”: più del “che cosa dico”, conta il che cosa “arriva”.
    «Attenti, bimbi miei, ancora non sapete che non tutti i grandi sono buoni e che a giocare con il diavolo si fanno patti pericolosi.» Io penso: siccome non so a che cosa allude la Iettatrice, qui, perché non è stata ancora spiegata la sua storia, posso solo prendere il senso delle parole. E, come quando qualcuno mi mostra un prete che si prende sulle ginocchia un bambino, nel mio immaginario queste parole accendono un allarme: “bimbi, giochi, adulti non tutti buoni” mi fanno pensare alla pedofilia. Poi parlo del divieto di entrare nel bosco, aggiungendo che certe cose, certi pensieri, Lucia le ha imparate da uno che gira nei boschi: “Me lo ha insegnato un altro adulto già l’anno scorso. Lui va in giro per i boschi quando sa che ci siamo in giro anche noi bambini”. Il che per me significa affermare che: Lucia ha incontrato più volte il “mostro”, l’adulto non buono, per cui è stato indetto il divieto di varcare i confini del paese… Lucia mantiene in segreto una relazione tra lei, fanciulla, e l’uomo che si preoccupa anche del suo corpo, che stia bene. Però questa parte tu l’hai tolta e la prima parte l’hai interpretata in altro modo: nessun allarme si è acceso in te. E questo vorrà pur dire qualcosa… A me fa strano. E – non ti offendere, eh! – mi fa venire in mente la “cecità” di molti adulti davanti a certi segnali. Uno dei principali problemi che ostacola l’individuazione di certi problemi. Forse. O forse no.
    Non ho nessuna documentazione scientifica. Ma anche se ci fosse, non mi cambierebbe molto. Mi fido di più della mia pancia. Eh, sì, lo so. È un grosso limite: che cosa ci vuoi fare? Dimmi una cosa: la parte in cui simulo di essere una bambina di sette anni, durante un mio commento-risposta… ecco, anche in quel caso di tempra una serie di ragionamenti impossibili, o molto improbabili? Mi incuriosisce saperlo. Grazie se avrai ancora un pizzico di pazienza per rispondere a questo.
    Per il resto hai pienamente ragione.

  30. Ma.Ma. Says:

    non “di tempra”, ma “ti genera”

  31. Amanda Melling Says:

    Non sono d’accordo Giulio, un giudizio deve pur essere legato al contesto che un determinato racconto vuol rappresentare. Se un racconto vuole essere ad esempio horror, bisogna partire da quella base. A me questo racconto pare essere per ragazzi, dal sapore anni ’80, avventuroso e morbido, e partendo da quello, cambierei l’età della protagonista. Oppure, se proprio si volesse mantenere la sua psiche così sviluppata, calcherei la mano sugli aspetti fantastici del racconto, in modo che non ci possa essere un vero paragone con il mondo reale.

  32. Alexander C. Says:

    Scusate se prendo la parola, giusto alla fine di questa lunga discussione. Credo che le osservazioni di Laura siano giuste, inclusa la citazione di John Cheever. Allo stesso tempo, però, penso che nulla è impossibile, come sopra affermato. Il fatto stesso che noi esistiamo dimostra che nulla è impossibile, e non solo concretamente in quanto esseri umani. Per il fatto che come autori tendiamo ad accanirci in un’arte che è pura finzione (pura è meravigliosa finzione). Cos’altro siamo noi esseri umani se non il riflesso di questa finzione? Pensiamoci bene: spesso un testo scritto di getto viene giudicato superficiale dalla mente razionale, che come tale finisce per deprecare la genuinità di una scrittura immaginifica. D’altro canto un testo rielaborato cento volte cos’altro è se non “un’altra cosa” rispetto al testo originario? Cos’altro è quel testo finale, se non il riflesso automatico di questo lungo crogiolo di continue invenzioni, prodotto spesso, per altro, di altre invenzioni? È inevitabile per me pensare alle infinite “copule” citate da Jorge Luis Borges in “Finzioni”.

  33. C.P. Says:

    Alexander, nessuno contesta che la frase sia nei diari di J. Cheever. Solo che è presa dalla lettera ai Corinzi di Paolo, quindi citarla come frase di Cheever, anche se è giusto, fa un effetto curioso.

  34. Alexander C. Says:

    Grazie, C.P. Il mio intervento concerne la prima parte della discussione, e in ogni caso si poneva, per quanto mi riguarda, super partes.

  35. Patrizia Says:

    Ho letto i commenti e concordo con Giulio: che una bambina di 7 anni pensi in quel modo è improbabile, non impossibile. I bambini a volte stupiscono, basta ascoltarli. Alcuni parlano e ragionano da adulti. Altri parlano da adulti, ma alla fine non capiscono davvero il senso di ciò che dicono. Detto ciò, ho letto gli altri racconti e questo per me è stato il migliore. Personaggi reali e paure reali. Brava.

    Però mi associo alla domanda di altri: hanno partecipato solo donne?

  36. Luciana Says:

    Giulio, Giulio, te voco: comprendimi! Il Saulo non è stato folgorato sulla via di Damasco per nulla! Era un assassino, il Saulo, un farabutto ma la Grazia l’ha folgorato e ne ha fatto un seguace di Gesù. Da lì si è redento, si è convertito, si è salvato. Poi ha capito che non poteva tenersi quel tesoro solo per sè ma doveva renderlo agli altri, ai peccatori, a chi voleva come lui salvarsi. Così ha scritto le sue lettere ai Corinzi ai Tessalonicesi e chissà a chi altri. Ha usato delle parabole, sull’esempio di Gesù, quel racconto inizialmente orale che veniva appunto raccontato sulle vie e sulle piazze. Tutte le parabole sono delle metafore, delle storie semplici che Gesù usava per trasmettere alle genti la Sua verità. Non è san Paolo un non credente, ma la metafora confronta i due, il credente e il non credente.

  37. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Sono d’accordo sulla disquisizione tra possibile e probabile del Mozzi, collocherei però l’impossibile in un fantasy dove me lo aspetto, anzi pretendo l’incredibile accompagnato da un nugolo di punti esclamativi stuporosi che mi pungola a leggere avidamente fino in fondo.
    Di questa narrazione invece penso che non sia credibile.
    Ho un’esperienza limitata ai miei tre figli ma sono certa che una bambina di sette anni, ammesso e non concesso che abbia una tale maturità di pensiero, abbia anche la ricchezza di vocabolario per esprimersi in maniera appropriata come un adulto laureato.
    Inoltre nella mia pur sempre limitata esperienza, un ragazzotto di 14 anni mai caricherebbe sul suo motorino, una bimbetta di 7, ne andrebbe del suo onore di maschio prepubere.
    Rimango comunque un’affezionata lettrice di Manuela che è sempre molto puntuale, garbata, interessante e utile per ampliare il mondo delle mie scarse conoscenze.

  38. Ma.Ma. Says:

    Ma… Maria Cristina, a me il Michelone però mi ci portava sul motorino quando ci avevo quell’età lì, e mi prendeva pure in giro! e al mio cuginetto gli faceva fare Goldrake afferrandogli un polso e una caviglia per poi farlo girare in tondo, come se volasse… Detto questo: grazie mille per il complimento non voluto. Non essendo io laureata, e manco “maturata”, semmai appena appena “licenziata”, ecco – nonostante mi rimproveri la trascrizione del pensiero di una bambina (ché lei non parla, quelli sono i suoi pensieri) – sapere d’averlo fatto (così mi dici) persino con “la ricchezza di vocabolario” di un laureato, wow, fosse vero ne sarei parecchio lusingata. 😀

    Grazie Alexander C. e grazie Patrizia e grazie Amanda.
    Ma soprattutto grazie a Giulio che mi ha insegnato ancora qualcosa: leggerò Addio ai monti.

  39. Luciana Says:

    @MaMa, sono colpevole di un grave torto nei tuoi confronti: ho verificato fin dove ti ho letto “Restai solo io a insistere, e insistetti così tanto che, due o tre anni dopo, era Natale, quando dissi a tutti di aver visto la Rosvita a far visita al suo bambino in cimitero, nessuno mi credette.”
    È ancora meno della metà, credo, e poi ho commentato. L’ho fatto in onestà, come sempre, ma limitatamente a quella onestà che mi era permessa dalla parte letta. Infatti, se rileggi i miei commenti, non trovi una parola che parli del seguito, ma tutto si concentra sul motivo del mio abbandono, sul perché era avvenuto, sulle funzioni del nostro scrivere e, nel dirlo nel commento, lo chiarivo contemporaneamente a me stessa. Forse avrei dovuto ritirarmi prima e non risponderti, ma ogni volta che l’ho fatto, l’ho fatto con onestà. La mia cecità qui è grande, perché non ho proseguito la lettura, ma, rifuggendola perché non mi era congeniale, ho spostato tutta l’osservazione sulla parte letta e su questa sono scaturite le riflessioni. Ma nella realtà, ogni volta che un adulto si avvicina a un bambino/a io lo guardo sempre con sospetto, temo, e mai adotto il principio di innocenza, ma quasi sempre quello della possibile colpevolezza.
    Rimandami il commento che dici, se vuoi, perché non so bene a quale ti riferisci.
    Ti chiedo scusa per le mie mancanze.

  40. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Ho scritto adulto laureato per evocare velocemente un’immagine, non volevo essere titolo-di-studio-ista anche perché la maggior parte dei laureati che conosco hanno un vocabolario di 50 parole circa.
    E comunque, a prescindere dalla volontarietà e dall’enunciazione di quello che, a mio parere, è un difetto, i complimenti te li meriti senz’altro tutti.
    Se possibile – mi permetto di farmi gli affari tuoi – , tientelo stretto il Michelone: chissà che uomo galante è diventato…

  41. Ma.Ma. Says:

    Ma noooo! Non scusatevi. 🙂 Ci mancherebbe ancora. Accidenti. Era così bello discutere… Va tutto bene Luciana (parlavo sempre delle prime 2mila e rotte battute ;-), insomma delle prime righe).

    Maria Cristina: eh, il Michelone c’ha la sua vita, ma di tanto in tanto – visto che il paese è piccolo – ci si incontra ancora. Così come capita con gli altri “bambini e ragazzi più grandi” ormai tutti cresciuti 😉

  42. Luciana Says:

    @MaMa Ho riletto la prima parte di Lucia, fin dove sente il motore: è davvero complicata, molto. I pensieri di Lucia sono una raffica, e andrebbero analizzati un per uno, (cosa questa nociva in un racconto) dove a un suo sentire si uniscono le ammonizioni della iettatrice e del vecchio. Io la semplificherei molto focalizzando tre punti: Lucia, l’uomo nero, il vecchio e su questi elementi giocherei al meglio le mie carte. Ho provato a trascrivere il pensiero di Lucia con l’escamotage di “delegare” agli adulti la “responsabilità” di ciò che dice e provando a dare un registro adeguato all’età. I risultati sono mediocri, perché è difficilissimo scrivere i pensieri e le parole dei bambini.
    “un’iniziata”, mettilo in corsivo e dopo “Il Michelone mi ha detto che è una che lo fa per la prima volta”
    “un’opinione”, “così mi ha detto il Vecchio quando mi ha parlato del coraggio, non so bene cosa sia, ma ci sto pensando. Penso anche alle emozioni, che anche queste tanto chiare non le ho, ma so che riguardano quello che sentiamo dentro, la paura, la gioia, cose così… e ho imparato che quando le senti devi saperle comandare, come in un gioco e puoi decidere chi far vincere e chi far perdere”
    “Butto fuori quelle che la gente si aspetta, e trattengo invece quelle vere” “Qualcuno mi ha anche insegnato a non dire tutto, perché quello che sento dentro, certe volte, lo devo tenere solo per me”
    “smette di non esistere” “così, se lo tengo per me, continua a esserci”
    “Per tenere in prigione i pericoli.” “E diventa il mio segreto, dove tengo prigionieri i pericoli, così non tornano”

  43. Fiammetta Palpati Says:

    Continuo a sentire che la vena di Manuela sia nella ricchezza dell’ideazione e nella tensione verso la narrazione – in quello che lei stessa definì, diversi mesi fa: la menestrella che c’è in me. Penso che una messa a fuoco delle forze in gioco e una registrazione delle voci potrebbero far risaltare l’una e l’altra.
    Grazie ma.ma.!!

  44. Ma.Ma. Says:

    Do la mia parola che mi impegnerò ancora di più per migliorare! 😀 Grazie Fiammetta! E grazie anche a te Luciana. Sono proprio contenta di questi confronti. Ora mi sa che sarà meglio abbandonare il salotto, prima che il padrone di casa chiuda la porta. Gli ospiti non devono allargarsi troppo (e parlo di me, eh!).

  45. Luciana Says:

    Sono d’accordo con te MaMa, le lodi fanno tanto piacere, ma è dalle critiche che s’impara qualcosa (eh, parlo per me!) 😍

  46. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Giusto, sorella…

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...