Dieci leggende false o vere che circolano sul mondo dell’editoria indipendente

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Un editore indipendente, colto in un momento di relax

Un editore indipendente, colto in un momento di relax

di giuliomozzi

1. “All’editore indipendente importa più del progetto culturale che del profitto”. Falso. Ciò che importa di più all’editore indipendente, è ciò che importa di più alla banca che lo sta strangolando (con somma calma).

2. “All’editore indipendente importa più del progetto culturale che del profitto”. Falso, perché è falsa la contrapposizione. A un editore indipendente – se ha una sua serietà morale – importa innanzitutto pagare dipendenti e collaboratori e autori e fornitori (in quest’ordine); importa pagare le tasse e le imposte; importa remunerare accettabilmente anche il suo proprio lavoro, se non altro per non farsi mandare al diavolo dal coniuge; importa assicurare la continuità dell’impresa; importa non lasciare in eredità ai figli, in caso di infarto da estratto conto, una barca carica di debiti (e di crediti inesigibili).

3. “All’editore indipendente importa più del progetto culturale che del profitto”. Vero, se è nato ricco e possidente.

4. “All’editore indipendente importa più del progetto culturale che del profitto”. Vero in parte e talvolta: se la ricerca del profitto è affidata alle collane (magari dotate di altro marchio, e comunque di diversa grafica) nelle quali gli autori pagano per essere pubblicati.

5. “All’editore indipendente importa più del progetto culturale che del profitto”. Falso. Quasi tutti gli editori indipendenti vivono solo per il profitto. Tant’è che non si sognano nemmeno di pubblicare a es. letteratura, ma si dedicano a: guide turistiche, manuali di qualsiasi cosa, libri di studio per l’università, eserciziari per prepararsi ai concorsi pubblici, ricettari, volumi finanziati dagli enti locali (sempre meno, ma sempre utili) – e così via.

6. “L’editore indipendente ha un particolare legame con il suo pubblico di riferimento”. Vero, ma non è una caratteristica esclusiva dell’editore indipendente; solo che, questa cosa qui, i grandi editori la chiamano marketing. Ci sono editori che si indossano come magliette (o panciotti, tipo Adelphi; o gibus, come Aragno; ecc.).

7. “L’editore indipendente lavora i libri con cura artigianale”. Sempre meno vero, via via che gli editori che lavorano i libri con cura artigianale chiudono – chissà perché – i battenti.

8. “L’editore indipendente salta i gorghi e gli ingorghi della grande distribuzione, e cerca invece un rapporto privilegiato con i veri librai”. Spesso vero. Peccato che per i veri librai rapporto privilegiato significhi spesso pagamento a babbo morto (e possiamo capirli: anche loro ci hanno il laccio della banca attorno al collo [vedi punto 1], e il modo più economico per prendere soldi in prestito è – da sempre – quello di non pagare i fornitori, soprattutto i piccoli fornitori).

9. “L’editore indipendente parla di libri e di persone, non di referenze e di risorse“. Vero. Però parla con una certa insistenza di stagiste, e questo non è un buon segno.

9. “L’editore indipendente è condannato al nanismo dall’esistenza di quasi-monopolii nella distribuzione e nella vendita al dettaglio”. Condannato è una parola grossa, ma la sostanza è vera.

10. “L’editore indipendente scova i talenti che poi i grandi editori sfruttano”. Vero in parte: anche i grandi editori sanno scovare talenti. Bisognerebbe domandarsi, però, come mai tutti questi talenti scovati dagli editori indipendenti non desiderano altro che pubblicare con gli editori industriali. Forse per avere così accesso a pulpiti ben visibili (anche da lontano, talvolta anche dal mare) dai quali lodare le virtù dell’editoria indipendente e deprecare l’avidità mercantile dell’editoria industriale?

12 Risposte to “Dieci leggende false o vere che circolano sul mondo dell’editoria indipendente”

  1. Luan Says:

    L’accento va posto sulla DISTRIBUZIONE: il micro-editore indipendente, in genere, non viene accettato dai distributori nazionali, che preferiscono lavorare con chi sforna almeno una ventina di titoli l’anno. Così è costretto a contattare singoli distributori regionali, con forti spese di spedizione e infinite complicazioni amministrative. Parlo per esperienza, dopo aver fondato e poi chiuso le mitiche Edizioni Libri Molto Speciali. Il progetto era magnifico e avevo ogni intenzione di fare scouting serio.

    https://librimoltospeciali.wordpress.com/

  2. Bartolomeo Di Monaco Says:

    Giulio, sono 11 leggende.

  3. Giulio Mozzi Says:

    E’, vero Bart, sono 11. Ci sono due leggende numero 9. Mi sono fatto prendere dal furore leggendario. E vabbè: melius abundare quam deficere

  4. RobySan Says:

    Mi incurioscisce la categorizzazione delle leggende in “false” e “vere”. Usi “leggenda” nel senso etimologico di “cosa che può – o deve – essere letta”?

    Eppoi, mi sa che la leggenda più grossa è quella dell’indipendenza (con “leggenda” inteso nel senso più corrente del termine)

  5. RobySan Says:

    …umpf…
    Manco Totò Sciosciammocca si “incurioscisce”.

  6. Raffaele Palumbo Says:

    Quanto al punto 7: mai visto un Editore Indipendente stare attento alle (o addirittura: sapere cosa sono le) righe orfane.

  7. cartaresistente Says:

    A me non sembrano leggende.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Raffaele: non hai mai visto un libro Laterza?

    RobySan: ci hai presente Laterza?

  9. RobySan Says:

    Ho presente Laterza e le sue origini (qui). Ma non siamo più agli inizi del ‘900. E’ possibile, oggi, un’impresa in stile Laterza? Quale Croce dovrebbe muoversi per fare una cosa del genere?

    Cito dal sito:

    Croce tracciò nel giro di pochi mesi quella che di fatto è stata, ed è ancora oggi, la «mappa genetica» della Laterza; fu lui, nel giugno del 1902, ad invitare chiaramente Giovanni Laterza ad abbandonare il progetto di pubblicare opere letterarie: «Credo poi che fareste bene ad astenervi almeno dall’accettare libri di romanzi, novelle e letteratura amena: e ciò per comparire come editore con una fisionomia determinata: ossia come editore di libri politici, storici, di storia artistica, di filosofia, ecc.: editore di roba grave».

    Infine, la mia sortita sull’indipendenza si riferisce al fatto che ognuno ben conosce: l’indipendenza, da poveri, è piuttosto faticosa!

  10. Giulio Mozzi Says:

    Oggi Laterza esiste, Roby, quindi “è possibile”.

  11. RobySan Says:

    Certo che Laterza esiste, Giulio, ma esiste da oltre cent’anni. Però oggi far partire un’altra impresa di quel genere, farla partire da zero, o quasi, non è certo affare di poco. Forse occorre intendersi su “che cosa è” questa benedetta indipendenza: indipendenza dalla necessità di vendere? dalla necessita di “stare nel mercato”? da influenze di politici, amici degli amici, mestatori vari? dal pensiero o ideologie dominanti? Insomma, questi benedetti “editori indipendenti”, da chi o da cosa sono “indipendenti”?

    fuori tema:

    Marsilo (che mi pare tu conosca) pubblica l’ultimo lavoro di Busi. Vale un’occhiata
    qui, secondo me.

  12. RobySan Says:

    …era “Marsilio”, ovviamente!

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