Giacomo Verri, “Racconti partigiani”

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di Demetrio Paolin

Il racconto proemiale dell’ultima fatica di Giacomo Verri (Racconti partigiani, Edizioni Biblioteca dell’immagine) ha per titolo “Festa per la liberazione”: una sorta di monologo in cui un partigiano si rivolge alla propria nipote nel momento in cui sente la proprie forze venir meno (“forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora”) e passa il testimone della sua esistenza di lotta (lo dovrai dire tu, […], ma ai tuoi bimbi). Questo esemplifica, anche, il nucleo estetico e etico dell’opera di Verri: una riflessione inesausta sui temi legati alla guerra partigiana e alla sua rappresentazione. Già nell’opera prima, Partigiano inverno (Nutrimenti), l’autore aveva messo in scena una riscrittura efficace di quel periodo e già allora mi aveva colpito il suo tentativo di scrivere quella storia come se ne fosse stato protagonista. Racconti partigiani riprende in questo senso il discorso che il testo d’esordio aveva iniziato e lo porta a una più matura conclusione.

Un primo elemento interessante è legato a quello che potremmo definire il momento aurorale della resistenza. Verri racconta l’attimo in cui la lotta partigiana non è ancora diventata “momento storico” da studiare nelle scuole o da ricordare con parole di marmo nei monumenti e nei discorsi oratori; mette in scena, quindi, la resistenza in atto: ovvero racconta l’istante preciso in cui si avverte piena contezza che qualcosa di enorme è accaduto, che diventerà storia ma che ancora non lo è.

L’intento di Verri, infatti, che non è uno storico ma un narratore, non è di costruire una storia della resistenza, né di raccontare tutto il fenomeno resistenziale, ma più semplicemente di dire quella porzione di storia che gli è stata raccontata o lasciata in dono. L’idea, quindi, molto forte e sicuramente controversa è che non si possa fare della resistenza un racconto chiuso e concluso, ma che in realtà si debba procedere per frammenti e scorci, come se il “fenomeno resistenza” recalcitrasse nell’essere visto come una unica e sola cosa.

La resistenza, per come Verri la racconta, non è un monolite, ma qualcosa che è filtrato nelle nostre vite e nella nostra società e tenacemente sopravvive nonostante il passare degli anni e lo sbiadire dei ricordi. Infatti la resistenza non è qualcosa di legato solamente alle memoria. La resistenza sono i corpi di coloro che l’hanno fatta e di coloro che sono morti per essa. C’è un racconto, dal titolo “Vene sottili e petali rosa”, che mette in evidenza tale tensione. Nelle pagine finali del testo Sebastiano, il protagonista, con un coltellino incide il ventre di Carla, una ragazza, uccisa dai fascisti, insieme al suo amore partigiano. Questa slabbratura delle carni del ventre è una immagine simbolica e potente, perché descrive perfettamente da un lato l’atteggiamento dello scrittore che dantescamente sviscera i suoi personaggi, li mette a nudo sul tavolo autoptico della pagine e dall’altra ci ricorda i morti; ci rammenta di come la resistenza non sia stata fatta dai vivi, ma da coloro che sono caduti a terra; è per loro che questa storia si scrive, sono loro che ci chiedono conto e ci impongono la loro presenza. E tale pietas è forse il suggello della maturità raggiunta di Verri come scrittore.

Proprio perché questo testo rappresenta l’avvenuta maturità, Verri decide di fare i conti con il proprio padre, e a mo’ di chiusa decide di regalarci una intervista immaginaria a Beppe Fenoglio. Lo scrittore langarolo è sicuramente il suo nume tutelare, nello stesso tempo proprio l’esperienza di Racconti partigiani pone una sorta di cesura rispetto al magistero fenogliano, non tanto nei temi quanto nella lingua. Se Partigiano inverno era un testo in cui il corpo a corpo con lo stile dell’autore de Una questione privata e de Il partigiano Johnny era visibile e in alcune occorrenze ingombrante, le pagine di questi racconti si staccano dalla prosa fenogliana e ci consegnano una voce più personale, matura e pronta a modularsi anche su altri temi, proprio come quando un padre insegna al proprio figlio ad andare in bicicletta e questi a un certo punto si gira, dice Ciao e se ne va per la sua strada.

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