La formazione della fumettista, 19 / Claudia “Nuke” Razzoli

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di Claudia “Nuke” Razzoli

[Questa è la diciannovesima puntata della rubrica del martedì, dedicata alla formazione di fumettiste e fumettisti. La rubrica è a cura di Matteo Bussola. Ringraziamo Claudia per la disponibilità. gm].

claudia_nuke_razzoliAll’asilo volevo disperatamente fare la ballerina, e per convincere mia madre a iscrivermi a una scuola di danza non facevo altro che piroettare.
Qualsiasi cosa dovessi fare, qualsiasi, la facevo piroettando (sicuramente in modo sgraziatissimo, ma io mi sentivo leggiadra come una foglia nel vento), ma niente. Non c’è stato verso.
Dopo un po’ mia madre capì e a ogni mia piroetta diceva in automatico: “La scuola di danza costa troppo”. Poi un giorno mi aprii uno squarcio sul mento e rinunciai.
Decisi che avrei recitato. La strategia, dopo il primo “no” di mia madre alla richiesta diretta, era più o meno la stessa: mi ero convinta che la vera prova da attore fosse svenire in modo credibile e pensai che se fossi svenuta abbastanza bene da mandare nel panico la mamma, lei si sarebbe arresa al fatto di avere in casa un’attrice nata e mi avrebbe lasciato andare a una scuola apposita. Di conseguenza mi misi a perder sensi ovunque e comunque: a tavola, a giro, durante il bagno… a un certo punto: bam! Cadevo giù stecchita. Ma anche lì, niente da fare.
Ottenni la parte da protagonista alla recita di prima elementare, con grande clamore della critica di Massa e Cozzile (Pt) e per tutto l’anno successivo nessuno mi chiamò più Claudia, ma venni soprannominata “Paiù”, come il personaggio che interpretavo. Ma si rivelò tutto inutile: mia madre, paladina della coerenza, continuava a fare muro.

Frustrata, arrabbiata, carica di sogni infranti, di un cinismo adulto e di uno spirito emo in anticipo sui tempi, mi chiusi in me stessa, ovvero nella mia cameretta circondata da fumetti e libri illustrati.
Ma, offuscata da tutto quel soffrire e macinare odio, ci misi un po’ a collegare i neuroni.
Per almeno un anno attraversai una profonda crisi: volevo fare la scrittrice, ma anche disegnare. Come fare a scegliere? Che atroce dilemma!
Finalmente un giorno riuscii a fare 1+1 e cominciai a fare fumetti.
I primi approcci, alle elementari, non me li ricordo. Probabilmente mi sfogavo semplicemente sui pensierini con illustrazione a fianco, che però mi furono utili per capire una cosa: puoi raccontare tutto quello che ti pare, ma è il modo che conta. Cioè magari parlavo di una cosa di cui non mi fregava niente, o me ne fregava il giusto, tipo il divorzio dei miei, ma cercavo di farlo nel modo piú drammatico o comico possibile. Non ricordo di aver mai sofferto veramente, ma sapevo che ci si aspettava da me l’esatto contrario (anche perché a inizio anni ’90 ero probabilmente l’unica in tutta la classe ad affrontare quel dramma da film). Così, agognando i bei voti come oggi agogno i like su Mammaiuto, decisi che mi sarei agganciata alla prima traccia utile e avrei scritto il grande capolavoro della mia vita, facendo piangere e ridere tutti e aggiungendo, come una subdola ciliegina sulla torta, un’illustrazione di fianco da mano sul cuore e gran soffiate di naso. Il piano riuscì alla perfezione e l’equazione fu elementare: finta sofferenza+glorificazione=arroganza.
I pensierini divennero la cosa piú importante della mia giovane vita.

Quell’arroganza non mi abbandonò mai e mi fregò per il resto dell’adolescenza.
Fino alle medie andò abbastanza bene, tutto sommato. Arrivata in terza media però, sicura che avrei fatto l’artistico o il classico, ricevetti la mazzata finale.
Mia madre, che aveva foderato il mio nido di libri, film e acquerelli fino a quel momento (e così suo padre con lei), mi bocciò tutto, ogni scuola che io dicessi, perfino il grafico-pubblicitario, perfino geometri a scopo interior designer. Rimanendo soltanto l’accademia militare e l’istituto alberghiero, feci quella che mi sembrava la scelta meno terribile.
Quanto mi sbagliavo.
Ho odiato quella scuola di un odio vero e profondo. Odiavo i professori, i compagni, le materie, i banchi, i muri, gli alberi fuori, la palestra, l’autista dell’autobus, i fogli, i libri, le piastrelle, il paninaro del centro, tutti i suoi clienti, la città, i vestiti dei compagni, le loro case, i loro parenti, i loro cani.
E l’arroganza cresceva con la sofferenza (stavolta del tutto autentica), in maniera esponenziale.
Ma infatti, parliamoci chiaro. I miei compagni erano parecchio stronzi, niente giustificherà mai i loro comportamenti, ci mancherebbe. Chi sono io per perdonarli! Ma pure io…mi rivedo seduta al mio banco a difendermi dalla loro cattiveria superficiale, semplice, sciocca (seppur terribile nella sua semplicità), con quello sguardo atto a farli sentire stupidi (e probabilmente in qualche modo ci riuscivo, a giudicare da come si accanivano con me).
Ero migliore delle ragazze popolari perché leggevo libri e guardavo film seri.
Ero migliore dei frikkettoni perché a me piacevano davvero quei libri e quei film seri.
Ero migliore dei secchioni perché non avevo bisogno di prendere 10 a matematica per essere intelligente.
Ero migliore di quelli che si comportavano da adulti, che già lavoravano nel ristorante di famiglia, perché me la cavavo anche se leggevo fumetti.
Ero migliore dei professori perché loro insegnavano alla scuola alberghiera di un paesino di provincia, da cui io sicuramente sarei uscita. (Nota a margine: vivo sempre qui).
Insomma, tutta quella sofferenza e quell’odio erano autogenerati, alla fine, ma quanto mi piaceva fare la vittima non avete idea. E tutto quel vittimismo lo rigettavo scrivendo, scrivendo, scrivendo.

Dovetti scappare di casa per poter fare fumetti in santa pace.
E scappata di casa, finalmente indipendente, finalmente iscritta alla scuola comics grazie ai sudati risparmi guadagnati lavorando in due o tre ristoranti/alberghi per volta, smisi di fare fumetti.
Smisi tutto. Di scrivere, di disegnare: tutto.
Cioè in realtà lo facevo, se non fosse perché pagavo fior di quattrini per una scuola privata.
Intendo dire che smisi di farli come li facevo prima, quando avevo tutto il mondo contro che me lo impediva con forza e determinazione.
Cominciai, per la prima volta in vita mia, a provare a fare fumetti. Che non è farli, non lo è neppure lontanamente.
Provavo con questa o quella penna, con i pennarelli e con gli acrilici, facevo studi di personaggi, abbozzavo storie, mi esercitavo con la china. Ho collezionato centinaia di disegni in quegli anni e neppure mezzo fumetto.
E così avanti per gli anni successivi… parecchi anni a dire il vero.
Poi mi venne in mente una storia e la buttai giù in modo abbozzato, accennato. Le canoniche 4 tavole e studi di personaggi rilegati a spirale in pratici fascicoletti con le copertine trasparenti, insomma. Li portai agli editori a Lucca-mi pare-2009 e gli editori furono carinissimi, mi dissero che c’era del potenziale bla bla ma che bla bla. Insomma: riceverne di due di picche con quella grazia.
Ma io mi incazzai ugualmente. Non so dirvi perché. Sarà che mi davano consigli da editori e per me fare fumetti era prendere roba dalla testa e buttarla a caso su un foglio (che poi la penso piú o meno così ancora oggi, anche se in modo meno radicale)… non lo so. Fatto sta che decisi che non avrei piú sottoposto un solo fumetto a un solo editore, che non mi sarei mai piú impegnata per fare qualcosa di giusto, corretto, bello, che corrispondesse a determinate regole e che avrei scritto e disegnato seguendo una sola regola: cosa avrei voluto leggere io. Rifeci quel fumetto (incompleto, immaturo, pieno di vignette di cui oggi mi vergogno) e me lo autoprodussi, accorgendomi poi che era esattamente la stessa cosa che facevo quando volevo fare la ballerina, o l’attrice, o quando riempivo i banchi e i libri di scuola di fumetti inizio-svolgimento-fine. Di quando volevo fare la scrittrice e scrissi un (orribile) romanzo lungo un quaderno intero.
Lo facevo.
Non è che ci provavo. Lo facevo e basta, com’era era.
E facendolo, e continuando a farlo, miglioravo, cambiavo, sperimentavo (stavolta per davvero, non per giustificare una tassa scolastica).
La staticità di tutti quei lunghi anni improvvisamente trasformata in azione.
Il collegamento era stato così difficile da fare solo perché era troppo palese: l’unico modo per imparare a fare fumetti è farli.

Nuke, nome d’arte di Claudia Razzoli, nasce a Pescia (PT) nel 1983. Fin da piccola dimostra velleità artistiche e letterarie, finchè non incontra il fumetto. Dopo l’ennesima fuga di casa, si iscrive alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, diplomandosi nel 2007. Per i quattro anni successivi lavora al suo primo graphic novel, Red (pubblicato dal collettivo Katlang! per Lucca Comics & Games2011) scrivendo di notte e fingendosi receptionist di giorno. L’anno successivo entra a far parte dell’associazione culturale Mammaiuto, con cui ha pubblicato la serie I diari della Nuke, stampato in volume unico grazie a un’operazione di crowfounding. Ha firmato i disegni di Petrarca per Kleiner Flug, su sceneggiatura di Filippo Rossi e attualmente sta lavorando a un graphic novel che uscirà nel 2015 per Rizzoli Lizard.

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3 Risposte to “La formazione della fumettista, 19 / Claudia “Nuke” Razzoli”

  1. La formazione del fumettista: 19, Razzoli | afnews.info Says:

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  2. LetturAttiva Says:

    Mi chiedo perché le storie dei fumettisti/delle fumettiste mi divertano molto di più delle altre. Per il tono scanzonato di chi non si prende molto sul serio? Anche se crede’ fermamente’ in quello che fa. Per l’odissea che compiono/raccontano prima di arrivare all’itaca del fumetto?
    A patto che questo stile glamour non sia l’etichetta del fumettista, così come quella seriosa l’etichetta dell’insegnante di lettere. Comunque piacevolissima scrittura/lettura.
    Ancora un bel colpo, Bussola/ Mozzi!

  3. mariagiannalia Says:

    LetturaAttiva: non è che lo stile degli insegnanti di lettere sia serioso, è che si tratta di un’altra realtà, che non dipende, purtroppo, solo dagli insegnanti, e che è molto, molto difficile.Per quanto una /un insegnante di lettere non si prenda sul serio e possa ridere delle sue stesse difficoltà, tuttavia non può prescindere dal prendere molto sul serio il proprio compito. Le conseguenze infatti non danneggerebbero solo se stessa/o ma , a cascata, tutta una lunga serie di generazioni di incolpevoli e fiduciosi adolescenti.

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