“Favole del morire”: recensioni

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José Guadalupe Posada: La nascita di Venere

José Guadalupe Posada: La nascita di Venere

Di Alessandro Zaccuri e Maria Ferragatta.

11 Risposte to ““Favole del morire”: recensioni”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Nessun recensore o intervistatore ha parlato della musica (lessico musicale, scansioni e ritmi musicali, colonna sonora di rumori e musica, alla fine in Emilio delle tigri e forse altro) in questo ultimo libro.

  2. acabarra59 Says:

    “ 16 marzo 1974 – C’era una volta che suonava una musica piena di decoro e contenutezza: erano tempi dolci, e illuminati: le sette ultime parole di un finto idillio, letto e addurmito sotto una fronda di campagna, l’ultimo vento soave, l’ultima graziosa strizzata d’occhio, Serpentina mia, l’ultima carezza della tua voce, Tityre, l’ultimo vago inchino, Fanfan, l’ultimo dejuner, erano tempi erano quando erano è una domanda da fare, no, no, nonono. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 248

  3. Giulio Mozzi Says:

    Però, Maria Luisa, Alessandro Zaccuri parla di un “modello”, quello delle Operette morali “ben riconoscibile e addirittura dichiarato in filigrana”: e la “dichiarazione in filigrana” sta – presumo che Zaccuri intendesse – nella citazione del Coro di morti nello studio di Federico Ruysch (una delle Operette morali) che si fa nella “colonna sonora” di Emilio delle tigri attraverso la messa in musica del Coro fatta da Goffredo Petrassi: ascoltabile qui e poi qui.

    Però sì: due dei pezzi che compongono il libro siano nati per musica (oltre all’Operetta di giugno, ascoltabile qui, anche le Tre invocazioni: ma in quel caso l’esperienza fu per me molto meno significativa, e la musica mi convinse poco); e la scelta delle musiche (poco più che frammenti, a dire il vero) per l’Emilio fu per me importante. Questa era una cosa che forse un recensore poteva notare (altrimenti, a che serve che l’autore sfacchini a postillare il testo, o a mettere su un sito apposito con tutti i suoi bei link?).

    Che poi dietro un certo modo di scrivere, ad esempio nelle parti in “prosa” della Stanza degli animali ci sia la pratica d’ascolto di certa musica – quella che negli anni settanta si chiamava “ripetitiva”, e poi è stata nobilitata in “minimalista”: per esempio quella di Steve Reich (It’s Gonna Rain, Clapping music, ecc.); che l’Operetta di giugno debba, per la sua concezione, tanto all’operetta di Leopardi quanto alla Barca da Venezia per Padova di Adriano Banchieri: be’, sono fatti per così dire un po’ personali. Non credo che un recensore sia in grado di indovinarli.

  4. Maria Luisa Mozzi Says:

    Acabarra59
    Perchè rinunciare a raccontarci le fiabe? Perchè cancellare i ricordi, di relatà o letterari che siano?
    Già abbiamo rinunciato a pensare che possano diventare o ridiventare realtà.
    Almeno che restino immagine e racconto dentro di noi!

  5. acabarra59 Says:

    ” 5 giugno 1986 – Storia del . C’era una volta il POCO ma presto fu di troppo. Così si tagliò di quel CO finale sordo inaccentato inutile lento. Si consentì a un apostrofo. Piccolo. Alla memoria. Passarono gli anni corse l’inchiostro pennini si infransero biro ruotarono a vuoto per quanto sfregate o alitate. Del POCO non si seppe più nulla era già molto se persisteva quella buffa virgola appesa a mezzaria. L’insofferenza cresceva. Con quanto abbiamo da fare! Gli abolizionisti del segnetto residuo tuttavia esitavano. C’era un pericolo: l’equivoco. Si sa di un fiume PO che tutto è stato ed è fuorché POCO salvo è evidente nei mesi più caldi. Inoltre il fiume scorre abitualmente lento grandioso triste: non è roba da alzare la voce. Dunque niente apostrofo. Ma nemmeno accento. Giù le mani dal PO. Il mutilato invece il PO ex POCO pourquois pas? Accentarlo anche gli starebbe benissimo e poi rende l’idea: non fu un deperimento della lingua una lunga erosione miseria cresciuta del parlato e scritto. Invece una frattura fu anzi una scelta un taglio netto come si dice e si fece. Non senza un certo gusto. Sadico clinico. Sì: andava fatto. Abbiamo sopportato abbastanza è stata diciamolo una liberazione. Accentiamolo accendiamolo facciamo festa un gran bel botto che carnevale anche soltanto con un PÒ anche soltanto per un PÒ. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 249

  6. acabarra59 Says:

    “ Lunedì 23 marzo 2015 – La televisione: non c’era, una volta. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 250

  7. acabarra59 Says:

    “ 20 luglio 1994 – « La notte è piccola per noi – cantavano le gemelle Kessler – troppo piccolina ». Un po’ inutilmente, perché a me, che già mi ero attestato nell’intimità del pigiama, nella consolazione delle ciabatte, nella pace del caffellatte, quelle figure animate che si muovevano nella penombra della sala da pranzo, davanti a me non meno che al nonno, alla nonna, alla zia Olga, alla mamma, al babbo, la nostra piccola tranquilla platea familiare, sembravano quasi subito parte di un sogno, messaggere della notte, propagandiste dell’oblio, a me che forse dormivo già, perché allora, come anche ora, mi veniva presto sonno, complice la penombra, il pigiama, la nonna che mi precedeva lungo le silenziose rotte di Morfeo, e dopo un po’ andavo a letto, alla mia notte sconfinata, beata. « La notte è piccola per noi – continuavano a cantare quelle sceme delle sorelle Kessler – troppo piccolina. ». Io dormivo già. Alla grande. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 251

  8. Carla Says:

    Acabarra, che sei uno scrittore vero, e pure bravo, si è capito… è sfizioso leggerti.

  9. acabarra59 Says:

    “ 2 gennaio 1987 – Non sono uno scrittore. Non sono neanche un letterato. Sto dalla parte della letteratura, ecco tutto. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 252

  10. Giulio Mozzi Says:

    E’ in atto un tentativo di acabarramento dello spazio dei commenti?🙂

  11. acabarra59 Says:

    “ Sabato 5 giugno 1999 – « Questi frammenti, nati dall’osservazione dei quadri di Morandi, potrebbero essere spiegati come una rivolta dello spazio contro la tirannia del tempo. Quest’ultima è attiva, accaparratrice, instancabile, nevrotica, maniaca del possesso (che non dura, non può durare). La rivolta dello spazio è invece muta, pesante, silenziosa, ha la fissità ingenua dell’evento naturale, la resistenza passiva del fantasma, inquietante sospensione del sogno. La rivolta dello spazio tende al disinteresse, alla perdita, alla distrazione, all’immobilità. » (Alberto Santacroce, Frammenti per Giorgio Morandi, in «Nuovi argomenti», n. s., 37, 1974) “ [*] [**]
    [*] A proposito di spazio/tempo – comunque, no, non ho intenzione di accabarrare proprio niente, dolce Giulio.
    [**] La s-formazione dello scrittore / 253

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