L’altrove non c’è più

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di Cesare De Michelis

In passato, quanto l’editoria di cultura diceva di disprezzare il denaro, in realtà metteva l’ideologia al centro della cultura, della vita e del potere. L’egemonia culturale si poteva pagarla cara, perché rendeva potere. Oggi, la perdita di centralità di qualsiasi motivazione ideologica rende illogica tale prospettiva e quindi caduco un simile progetto editoriale. Oggi l’altrove non c’è più, perché mai qualcuno dovrebbe investire su qualcosa che non esiste? Come diceva Fortini, non esiste più il mandato sociale. Se ci fosse ancora, ci sarebbero decine di editori pronti a rimettersi in quell’ottica. Ma non è così. Di conseguenza, è vero che il parametro del mercato è diventato determinante. Ma non è solo per fini di lucro, visto che alla fine l’attività editoriale resta a bassa redditività e perfino un filo mecenatesca. Il mercato è diventato importante perché, in una società liberale, l’unica misura del successo e dell’egemonia è quella del successo numerario.

[Cesare De Michelis è il presidente di Marsilio Editori. La citazione è tratta dall’intervista a Fabio Gambaro del 2001 in Tirature, ripubblicata in Fabio Gambaro, Dalla parte degli editori, p. 119. Via Wikiquote].

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13 Risposte to “L’altrove non c’è più”

  1. Felice Muolo Says:

    “Successo numerario”.

    Maurizio Torchio pubblica presso un editore di prestigio un libro che passa inosservato. (A proposito, ho trovato il racconto smaccatamente carveriano.) Cosa succede? Maurizio Torchio non scompare ma viene successivamente pubblicato da un editore più suggestivo del primo.

    Giulio, vuoi provare a spiegare a una “testa di coccio” come la mia come stanno effettivamente le cose? Grazie.

  2. Felice Muolo Says:

    Con suggestivo intendevo dire prestigioso. Molte scuse.

  3. vibrisse Says:

    Le cose stanno esattamente come dici, Felice. Torchio pubblica con un editore piccolo ma considerato un libro che passa pressoché inosservato. Poi non scompare, ma viene publicato da un editore più prestigioso. Evidentemente l’editore più prestigioso ha letto quel primo libro e lo ha trovato interessante. L’editore più prestigioso aveva avuto modo di ascoltare la lettura di uno dei racconti di quel primo libro – prima della pubblicazione – nel corso della manifestazione “Ricercare”.

    g.

  4. Alcor Says:

    “Ma non è solo per fini di lucro, visto che alla fine l’attività editoriale resta a bassa redditività e perfino un filo mecenatesca. Il mercato è diventato importante perché, in una società liberale, l’unica misura del successo e dell’egemonia è quella del successo numerario.”

    A guardar bene anche De Michelis ha ancora i piedi piantati nell’ideologia, o meglio, nella convinzione che ne discende che successo ed egemonia siano più importanti del denaro.
    Cioè ancora nella politica.
    In una società liberale non dovrebbe essere così, visto che non è nata da noi, la società liberale, ma nei paesi protestanti dove il denaro è valore in sé. Liberi di intraprendere.
    A chi non lo conoscesse consiglio un libro che è rimasto negli anni tra i miei preferiti, “Il borghese, lo sviluppo e le fonti dello spirito capitalistico” di Werner Sombart, Longanesi, 1978.
    Un libro poco italiano che parla però molto anche delle perdute origini borghesi dell’Italia.

  5. Carlo Cannella Says:

    Mi sembra abbastanza logico che un grande editore stia alla finestra e valuti col tempo l’opportunita’ o meno di pubblicare un autore emergente. Meno logico, considerando che l’attivita’ editoriale e’ appunto a bassa redditivita’, che chi faccia del profitto la sua prima regola cerchi di concentrare quell’attivita’ nelle sue mani. E ancor meno logico, o poco comprensibile, affermare che l’ideologia non e’ piu’ al centro della cultura, visto che Einaudi, ad esempio, non pubblichera’ l’ultimo libro di Saramago non perche’ sia un brutto libro ma perche’ il suo autore ha avuto l’ardire di definire Berlusconi un delinquente.

  6. Felice Muolo Says:

    Grazie per la spiegazione, Giulio. Considerazione: ci sono quindi editori che offrono una seconda possibilità ai perdenti. Stando così le cose, a chi bisogna dare le colpe quando si urla che l’editoria è in crisi di risorse finanziarie? Non sarebbe meglio affermare che, l’editoria, si permette lussi proibiti? Leggendo alcune biografie di alcuni grandi scrittori del passato americani, riscontravo che bastava un flop perchè la fama dello scrittore non era più sufficiente a fargli pubblicare un altro libro. Spesso succedeva che lo scrittore caduto accidentalmente in disgrazia moriva dimenticato. In Italia, l’editoria si scava la fossa con le proprie mani?

  7. vibrisse Says:

    Felice, le cose stanno molto diversamente.

    Maurizio Torchio non è un “perdente”, bensì un “vincente”. I suoi libri, infatti, sono molto belli.

    L’editoria (italiana) non è “in crisi di risorse finanziarie”, e non ho mai sentito nessuno “urlare” una cosa del genere.

    Un editore con le spalle grosse può permettersi di investire su un autore. Ci sono investitori che esigono profitti immediati; altri che preferiscono profitti a lungo termine; altri che compongono un “bouquet” misto, di investimenti più e meno rischiosi, a termine più o meno lungo, eccetera.

    Vedi: pretendere di semplificare, di ridurre tutto a un paio di luoghi comuni, come fai tu, non serve a niente. Serve solo a non capire nulla.

    gm

  8. Felice Muolo Says:

    Bene, Giulio, significa che mi sono inventato tutto. Mi sento gratificato di non essere carente di immaginazione. Per uno che pretende di fare lo scrittore, è buon segno.

    Per quanto riguarda Maurizio Torchio, ‘perdente’ logicamente si riferiva sul piano commerciale immediato, non sulla qualità dei suoi libri.

    Inoltre, Giulio, denigrandomi continuamente, non rendi un buon servizio a vibrisse. Io partecipo al dialogo, mica ce l’ho con qualcuno in particolare. Mi auguro che per te sia altrettanto nei mie riguardi. Grazie.

  9. arvicola Says:

    […] Oggi, la perdita di centralità di qualsiasi motivazione ideologica […]

    Gli argomenti che ruotano intorno alla “fine delle ideologie”, nonostante la loro grandissima diffusione, continuano a lasciarmi sconcertato. Quello che percepisco io è: un apparato (di pensiero e di persone) ideologico ha vinto, l’assenza o l’esiguità di competitori ha reso estrema la proposta/imposizione di contenuti ideologici tesi al proprio rafforzamento attraverso, anche, il consenso culturale. Naturalmente questo non ha necessariamente una relazione con la qualità dell’offerta culturale, che anche in periodi di assolutismo ideologico ha saputo produrre opere di qualità altissima; anche quando dichiaratamente propagandistiche.

  10. Felice Muolo Says:

    Carlo Cannella, non è che la cosa mi riguardi in modo particolare, ma trovo comprensibile che Einaudi non pubblichi Saramago, dal momendo che Saramago ha dato del delinquente al proprietario di Einaudi, cioè Berlusconi. Ma forse anche questa considerazione è un luogo comune e io non riesco proprio a starci lontano.

  11. vibrisse Says:

    Ad esempio, Felice.

    Dimmi dove hai sentito “urlare” – da qualcuno che sa di cosa parla – che l’editoria (italiana) è “in crisi di risorse finanziarie”, e mi ricrederò.

    Mi basta una citazione, un link, un rinvio a un articolo, a una pagina di libro.

    giulio

  12. Felice Muolo Says:

    Ma, Giulio, ogni volta che intervistano un editore viene fuori che non ce la fa ad andare avanti. Oltre i piccoli, anche i medio grandi. Giusto per fare un nome, la signora Mursia, recentemente, ha detto che riesce difficilmente a quadrare i conti. Basta poi vedere le case editrici che passano di mano velocemente. Ultimamente, Castelvecchi ha ceduto la sua. Ma tu m’insegni. Con ‘urlare’, intendevo questo stato di cose. Ciao.

  13. vibrisse Says:

    Felice, ma il problema per questi editori – che io sappia – non è di “crisi di risorse finanziarie”.

    Se – ad esempio – un editore è inguaiato perché i suoi libri vendono poco, non è che sia in “crisi di risorse finanziarie”.

    gm

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