Dieci pratiche di vita non necessarie né sufficienti, ma utili per scrivere un buon libro

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Una giovane scrittrice si dedica al suo primo romanzo

Una giovane scrittrice si dedica al suo primo romanzo

di giuliomozzi

1. Un’opera letteraria, esattamente come il mutuo, è qualcosa a cui si sopravvive con una certa fatica; ma la fatica è alleviata, o almeno resa sopportabile, dalla programmazione. Cerca di dedicare alla tua opera un tempo preciso, un orario preciso.

2. Prendi accordi con i tuoi familiari, se ne hai. Se sei una donna, sarà più difficile. Lo sapevi già, ma non potevo non ricordarlo.

3. Non strafare: se il tuo corpo ha bisogno di otto ore di sonno, non alzarti (o: non andare a dormire) alle quattro di mattina per star su a scrivere.

4. Quasi sempre un’opera ha bisogno di un progetto; ma quasi sempre i progetti vanno modificati (anche sostanzialmente) in corso d’opera. Spesso un progetto troppo minuzioso e obbligato non riesce a prendere vita.

5. Non è necessario che tu sia aggiornato sulle ultime novità editoriali. Quindi non affannarti a leggere, soprattutto non affannarti a leggere ciò che è di moda oggi (e non lo era appena ieri, e non lo sarà più già domani).

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6. Hai mai sentito parlare di “genio e sregolatezza”? Sì? Be’, sono tutte sciocchezze. Se uno è un genio, può darsi che riesca a produrre un’opera nonostante la propria sregolatezza. Se uno non è un genio, la sregolatezza è letale.

7. Se senti un’urgenza fortissima, lascia perdere i consigli precedenti: e bùttati sull’opera. Però ricorda: il fatto che tu senta un’urgenza fortissima non offre garanzie sulla bellezza dell’opera. Anche le illusioni possono apparire come urgenze fortissime.

8. Se hai il vizio di far leggere ciò che scrivi a familiari, parenti e amici: non fidarti dei loro giudizi, positivi o negativi che siano. Puoi fidarti solo del giudizio di chi non ha con te legami affettivi.

9. La rete è piena di persone che si proclamano scrittori o scrittrici. Vale il principio che chiunque dica di sé qualcosa che (almeno secondo lui o lei) gli o le porta prestigio, non manifesta il proprio talento ma la propria vanità.

10. Non credere a ciò che gli scrittori raccontano di sé (e, soprattutto, non badare ai loro consigli). Ascolta piuttosto ciò che dicono le scrittrici: di solito è più utile (soprattutto perché tendono a non dare consigli).

23 Risposte to “Dieci pratiche di vita non necessarie né sufficienti, ma utili per scrivere un buon libro”

  1. Elianto Says:

    A meno che il tuo nome, in realtà, sia Giulia, non ti credo.🙂

  2. deborahdonato Says:

    Punto 2 e 3 perfetti per la sottoscritta, che mette la sveglia alle 5 ogni mattina e poi rimane sveglia fino a mezzanotte circa. Le uniche ore (quelle pre e post notturne) non colonizzate da bimbi e scuola.
    Punto 8 assolutamente vero.

  3. acabarra59 Says:

    “ 11 giugno 1994 – Anche oggi, quando sarà l’ora di andare a letto, avrò scritto il mio diario. Che è diventata un’abitudine, una di quelle fissazioni innocue che si perdonano ai vecchi. In casa ormai è così. Quando mi vedono un po’ nervoso me lo dicono: « Senti, va’ a scrivere un po’ il diario ». Se la sera alla tv non c’è niente – nove sere su dieci -, io scrivo il diario. Se piove e tira vento, io scrivo il diario, anche se, per uscire, basterebbe un ombrello. Se vorrei essere da qualche altra parte invece che qui dove sono, in qualche altro anno della mia vita, in quel tempo in cui non scrivevo per niente un diario, io scrivo il diario. Se non capisco praticamente niente di quello che succede, mentre invece sembra che lo capiscano tutti, io scrivo il diario. Non è un romanzo. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 254

  4. anna maer Says:

    Rileggere le istruzioni semplici e tenere il profilo basso fra vanità e urgenze ansiogene è saggio. Elementare il lavoro di programmazione e metodo, ma è questa la parte difficile assieme alla costanza (che non è una donna). Saluti Giulio. an ma

  5. enrico ernst Says:

    Postilla al punto 2. Cerco da maschio di dividere le incombenze domestiche (anche la presenza con la prole), a metà, con la mia amata – dunque anche per me è (sarà) “più difficile” (se avessi i soldi per una “domestica”!)… Non è molto chiaro se il punto si riferisca a questo…

  6. Ma.Ma. Says:

    Spesso leggo “consigli di scrittura” che puntano sulla disciplina. Di solito si invita l’aspirante apprendista scrittore a organizzare il tempo in modo da tenere qualche ora per scrivere al giorno, ma non troppe! Bastano un paio d’ore, mi hanno detto. La storia deve avere il tempo di lievitare. Ma una come me – che ho carenze di memoria e che per soddisfare la necessità di sentirmi “a mio agio” nella storia devo sguazzarci dentro per un po’ – sbaglia davvero a scrivere 10 ore al giorno 4 giorni la settimana (gli altri 3 sono in redazione) in una sorta di full immersion? In genere, per me fermarmi due giorni e poi riprendere significa trascorrere la prima ora di tempo a cercare di rientrare nella storia… Non avrebbe senso scrivere solo un paio d’ore… Non so, ma credo che ognuno dovrebbe trovare il proprio modo, i propri tempi; ci sarà chi preferisce scrivere di mattina presto, chi di sera.
    Questo per dire che se uno non ha costanza e disciplina, spiegargli che per arrivare in fondo a un romanzo deve fare dei sacrifici e fatica, mi sembra sin troppo. Se uno ha la giusta motivazione, lo fa e basta. Se non ci riesce o se gli pesa troppo, forse non è il suo mestiere. Mi spiego meglio. Tempo fa mi sono confrontata con un adolescente. Stava facendo alcuni stage per scegliere il lavoro che avrebbe voluto “fare da grande”. Dopo essere stato una serata intera nella cucina di un ristorante per affiancare un cuoco, alla fine mi ha detto che sì, gli piaceva come professione, ma che aveva fatto davvero fatica a stare in piedi tutta la sera. Dopo una giornata da “postino” ha chiesto a sua padre di chiamare la direzione perché non aveva più intenzione di tornare sul luogo dello stage sebbene avrebbe dovuto andarci per tutta la settimana. Anche in questo caso: troppo faticoso. Ha provato altri mestieri e poi è finito a fare uno stage di cinque giorni come elettricista. Gli hanno fatto fare su e giù, dentro e fuori dai cantieri portando rotoli di fili, lo hanno fatto stare in piedi per ore intere, lo hanno fatto sudare, ma alla fine mi ha detto che non avrebbe più voluto tornare a scuola tanto che gli piaceva.
    Non è una critica a questi consigli, ma una riflessione che nasce assieme a quest’altra domanda. Mi piacerebbe tentare di partecipare alla prossima bottega di narrazione (se mai riuscirò a conquistarmi una seggiolina), mi chiedo. Ma potrei davvero riuscire a diluire un lavoro sull’arco di un anno intero? Qualcuno mi ha già detto di provare a “rallentare”, forse la bottega potrebbe essere un “esercizio” davvero interessante…

  7. Andy Says:

    Mi sembra un decalogo applicabile a molti altri contesti lavorativi che prevedano un progetto a medio-lungo termine: ed e’ forse proprio questa una delle letture che gli si puo’ dare. Scrivere, alla fine, se si vuole farlo in maniera produttiva, e’ qualcosa di molto simile ad un lavoro (quindi, consiglio Numero 11, se “come tutti gli scansafatiche, avete sempre sognato di fare lo scittore (cit.)”, beh lasciate perdere).

  8. Giulio Mozzi Says:

    Ma.Ma.: mi pare che stare sull’opera quattro giorni per settimana sia una bella disciplina…

  9. Guido De Palma Says:

    Non concordo molto sui punti 5 e 10.
    Il 5, almeno per chi scrive narrativa di genere, conoscere quello che tira nel mercato è utile per piazzare poi la propria opera, se i tempi non sono troppo dilatati. L’hanno fatto in tanti, ad esempio negli anni ’90 con l’Urban Fantasy, con risultati -be’- variabili, come sempre. Se non si è proprio portati per un genere o sottogenere di moda, meglio evitare. Altrimenti, perché non provare?
    Il 10, boh, per esperienza personale ho ricevuto consigli da scrittori di ambo i sessi, senza notare una maggiore predisposizione dell’uno piuttosto che nell’altro ad elargire commenti costruttivi. Come dicono gli inglesi, YMMV.

  10. SimoneGhelli Says:

    Citando Henry Miller, durante il suo intervento a “Libri Come” Daniel Pennac consigliava di non esaurire il momento creativo, bensì di lasciare sempre qualcosa in sospeso prima di andare a letto in modo da ritrovarsi, l’indomani, con qualcosa da cui ricominciare.

  11. dm Says:

    (Secondo me un consiglio è un buon consiglio se una volta letto o ascoltato ti sembra di punto in bianco d’averlo già ricevuto ma non riesci a ricordar quando, ed è insomma una cosa che hai sempre saputo pur non sapendola, e che avresti potuto dire tu per primo, perché è ovvia, be’, almeno per te… Mi riferisco ai consigli in materia di creatività, ovviamente. Deve essere così, a mio modo di vedere, perché le creatività individuali sono tanto diverse fra loro quante sono al mondo le formae mentium * e le forme corporee delle persone.
    Un consiglio che ti viene da una persona dai percorsi cognitivi e dall’immaginario e dal mondo intuitivo completamente diversi da quelli tuoi, è assimilabile a una specie di interferenza.
    Ne sono convinto.)

    (*)
    Speriamo di avere acchiappato la declinazione.

  12. Gabriella De Fina Says:

    Da un anno e mezzo scrivo il mio romanzo, il primo. Ho cominciato con un laboratorio di narrazione, oggi concluso, e Giulio, nella parte iniziale, è stato tra i miei insegnanti. Per me, decidere di scrivere questo romanzo ha significato senza dubbio darmi una disciplina: scrivere tutti i giorni. E quando non scrivo ci penso. Il problema è che ho tanti personaggi, una piccola folla, e loro richiedono attenzione. Ci vuole tempo per conoscerli, e silenzio per ascoltarli. La vita fuori è piena di rumori; poi ci sono i rumori dentro di noi. Ecco la prima cosa che ho imparato fin qui è che per scrivere bisogna fare silenzio, fuori e dentro. In realtà la mia è stata una scelta senza mezzi termini. Da quando scrivo il romanzo ho mollato tutto il resto, o quasi. E non è stato facile. Sono traduttrice e amo la traduzione, tanto quanto amo scrivere. Però ho pensato che se mi fossi messa a tradurre non avrei avuto il tempo e l’attenzione necessari per scrivere. Così ho lasciato tutto. Non ho più fatto proposte, non ho più cercato di lavorare. Certo, sono una privilegiata: non devo andare in ufficio, non ho figli, ho una piccola pensione di reversibilità. E ho un compagno artista che “capisce”. Però non è soltanto questo. E’ una scelta. Queste condizioni le avevo anche prima, eppure non sono riuscita a scrivere un romanzo, prima. Naturalmente, né la scelta né le condizioni privilegiate né il metodo né il silenzio (né l’urgenza, ma io non avevo l’urgenza di scrivere questa storia) garantiscono la buona riuscita di un romanzo. Di questo sono perfettamente consapevole. Può darsi che alla fine mi ritroverò con un romanzo che non vale niente, o che vale ma nessuno vuole pubblicare, e in più senza lavoro. E anche un po’ più sola. Ma non mi importa. Va bene così.

  13. dm Says:

    (Naturalmente vale anche per il mio consiglio…)

  14. GiuseppeC Says:

    Ho iniziato il dodici marzo, finirò in dieci giorni, sarà poco più di duecento pagine o settantacinquemila parole. Un panino.

  15. Elianda Says:

    Gabriella De Fina
    Sono d’accordo con una tua affermazione “Ecco la prima cosa che ho imparato fin qui è che per scrivere bisogna fare silenzio, fuori e dentro. In realtà la mia è stata una scelta senza mezzi termini.”
    Perché se non fai scelte definite non puoi arrivare a scrivere nessuna fine nel tuo romanzo.E’ un continuo trascinarsi con voglio scrivere, voglio scriver e non ho il tempo non porta a nulla.
    E’ l’urgenza di un bisogno che ti porta a soddisfarlo.

  16. Felix Felix Says:

    Mi vengono regolarmente in mente frasi, appunti, possibili …contenitori formali o finché sono in doccia o finché guido. Più probabile il secondo caso.
    Volessi sedermi a tavolino dalle ore 10.00 alle ore 12.00, non mi tornerebbero in mente.
    Ho deciso di prendere il registratorino piccolo e tenermelo vicino, registrare ciò che mi passa per la testa e, con calma, trascriverlo su carta. Ho provato col cellulare, che avrebbe identiche funzioni e pure anche mi scriverebbe il testo, ma qui le mie capacità tecniche non sono all’altezza.
    E’ un metodo che ha già funzionato ottimamente per altri problemi. Sto però navigando nel mare tra la decisione di farlo e il farlo davvero.
    Corro sempre il rischio dell’urgenza fortissima: che, però, mi fa “sballare” l’esistenza e mi porta a rischiare la clinica psichiatrica.
    Ho appena buttato via due scatole di appunti volanti non usati, e ho sei quadernetti di appunti volanti che non verranno mai usati.
    Temo di dover correre il rischio che anche le registrazioni facciano la stessa fine.

  17. Giordana Says:

    Una serie di consigli tutti utilissimi, che cerco di seguire senza riuscirci come vorrei.

  18. Anna Maria Says:

    Grazie,Giulio, alla fine di una giornata tremenda, preludio di un incubo che durerà chissà quanto, leggere il tuo decalogo mi ha fatta piangere. Di gioia. Grazie per il tuo modo schietto di dire le cose, anzi, le verità, quelle che son lì e che aspettano di essere viste, e che tu hai l’abilità di farle apparire a chi gli occhi li teneva serrati. Con grazia e semplicità. Grazie per il punto 2, mai nessuno lo aveva detto, nessun uomo, ovviamente. Ho pubblicato il mio primo libro e sto lavorando al secondo, è stato ed è faticoso, una sofferenza, a volte, ma cavolo, nulla che mi dia più soddisfazione! Purtroppo la tua bottega è un’occasione che ora non potrò cogliere, ma ricordo come un privilegio l’aver potuto frequentare alcuni dei tuoi corsi brevi a Tortona. E mentre la mia gatta Zelda miagola grattando la porta della mia camera da letto (e so già che la farò entrare) auguro a te e a tutti una notte che per me ora sarà più serena ☺️

  19. Ludovico Says:

    Consiglio n° 10 in alto decisamente out/off,

  20. Bartolomeo Di Monaco (@bdimonaco) Says:

    Ricordiamoci che un libro resta sul mercato per un tempo breve (pochi mesi). Tanta fatica per nulla? No, poiché è stato un veicolo semplice (basta un pc e una stampante; una volta una penna e un foglio di carta) per trasmettere ad altri le proprie emozioni e, in certo qual modo, una traccia della propria esistenza. Ma poi? Poi questa comunicazione scompare (difficile che chi ha acquistato un nostro libro lo legga più di una o due volte). La si si può ritrovare in una biblioteca. Ma chi va a cercare lì il nostro libro? Fanno eccezione i “classici”, ovviamente, ma scrivere un opera letteraria destinata a durare e a circolare nelle librerie per un tempo lungo ha le stesse probabilità di quante ne ha il trovare un ago nel pagliaio. Sono convinto che ciò che era rappresentato dalla letteratura si sia trasferito alla “settima arte”, ossia al cinema. Del resto la tecnologia va in questa direzione e la diffusione dei dvd consente di gustare l’opera più volte standosene comodamente seduti davanti ad un televisore. Registi come John Ford o, oggi, James Ivory ci consentono di assaporare ogni particolare della loro arte allo stesso modo, e forse di più, di un’opera letteraria. Non voglio dire che quest’ultima scomparirà (l’invenzione del formato digitale può aiutare gli sforzi economici delle case editrici) ma il suo peso è destinato a ridursi sempre di più a vantaggio del cinema (e anche della musica, che offre caratteristiche analoghe).

  21. Salvatore Says:

    Secondo lei può essere utile programmare una data di: termine dei lavori? Ad esempio, imporsi di scrivere il romanzo in dieci mesi, segnandosi la data di fine sul calendario.

  22. Giulio Mozzi Says:

    Salvatore, dipende da com’è fatta la tua vita. Io non riesco a programmare la mia quotidianità la mattina per la sera…

  23. Melania Says:

    questo decalogo mi sembra utile, elenca consigli pratici, di buon senso e basati sull’esperienza. chi scrive generalmente pensa di averne il talento per farlo – vero o no, lo pensa – molti aspiranti scrittori (- ici) e sicuramente io, si rendono conto di non avere metodo e quando scrivi, quando lo fai seriamente, ti rendi conto che DEVI avere un metodo. a parte i geni, forse, non ne sono certa.

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