Bingo! (dodici anni fa)

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di giuliomozzi

[Sempre in relazione all’articolo di Franz Krauspenhaar Siamo i Fangio della cultura che non paga, e successive discussioni, riporto qui un mio pezzo già pubblicato nel n. 19 della rivista Maltese Narrazioni, uscito nel dicembre 1996. Ricordo che nel 1996 si usavano le lire, l’internet era una roba da iniziati, e io ero un novellino nella Repubblica delle Lettere.]

Gianluca, già mio collega alla Libreria internazionale Cortina di Padova ed oggi felicemente tassista, ogni volta che ci incontriamo (cosa che accade abbastanza spesso al parcheggio taxi di piazzale Boschetti) mi ripete la domanda: «E allora, li abbiamo fatti questi soldi?». Alla mia risposta, negativa, Gianluca risponde esibendo l’incredulità più assoluta e ribadendosi disponibile, per quando mi farò la limousine, a impiegarsi presso di me come autista (io non ho la patente).

Questa insistenza di Gianluca, benché scherzosa, io la trovo irritante. Un po’ perché tutte le insistenze sono irritanti, e un po’ perché io faccio sforzi da ginnasta per tenere distinti e distanti il lavoro e lo scrivere, e quindi il guadagno del lavoro dall’altro guadagno. Il guadagno del lavoro arriva sulla base di un patto: che è scandaloso fin che si vuole, perché è sempre scandalosa la vendita di sé, ma è pur sempre un patto accettato; l’altro guadagno, invece, viene in un altro modo e ha un’altra forma. Giampaolo Rugarli scrive nel suo Manuale del romanziere: «È utile abituarsi a considerare il successo come qualche cosa di degradante; ciò può servire a lenire non poche mortificazioni e, nel lavorare, aiuterà a trovare la prospettiva esatta ».

Rugarli ha conosciuto il successo, credo, soprattutto per il primo dei libri che ha pubblicati: La troga fece molta impressione e fu quantomeno un successo di critica. In ogni caso è autore ben noto e conosciuto, presumo anche decentemente pagato, abbastanza sicuro in libreria, oggi con parecchi libri alle spalle. Questo per dire che Rugarli non dovrebbe appartenere alla specie di coloro che disprezzano ciò che non hanno, ossia per l’appunto il successo.

Io, con una certa ingenua astuzia, da quando «sono diventato uno scrittore», ho badato bene a procurarmi un certo successo. Mi sento molto legato al mio territorio, a Padova dove vivo da trent’anni. Vorrei essere considerato utile alla mia città. Se mi dicono che il mio libro ha vendute tot copie (e che quindi, fatta una semplice moltiplica, io ho guadagnate tot lire), rimango freddino; se ricevo una lettera da un lettore mi emoziono. Se vinco premi, anche dotati di assegni cospicui (per me cinque o sei milioni sono tanti soldi), non mi emoziono: al massimo provo un senso di disagio, perché mi rendo conto di quanto quei soldi mi servano.

Io credo, e lo dico con piena adesione, di essere un cortigiano. Il mio destino in buona parte dipende dall’essere o non essere gradito a persone socialmente più forti. In un rapporto di lavoro dipendente il contratto fa sì che il lavoratore sia, appunto, un lavoratore dipendente e non un servo (non per nulla i padroni abolirebbero volentieri i ccnl); nel rapporto (in fondo meno codificato e perciò meno garantito) tra un autore e il suo editore, nonché tra un autore e tutta la bella gente e le graziose istituzioni (giornali, accademia, salotti, consorterie ecc.) della repubblica delle lettere, spesso il cosiddetto scrittore si trova invece a vivere la condizione del cortigiano.

Qualche anno fa se ne parlò parecchio: alcuni direttori editoriali di case editrici importanti cambiarono casa editrice «portandosi dietro», così si diceva, un bel po’ dei «loro» autori («loro» è un aggettivo che indica il possesso, mi pare). A me sembrava di vedere i capitani di ventura di una volta, che all’improvviso mollavano un Signore per andare a servirne un altro, più conveniente o più vincente, «portandosi dietro» tutti i «loro» uomini. Nell’Italia terra di conflitto tra potenze straniere s’era bene raffinata l’arte del voltafaccia e, si direbbe oggi, del trasformismo. Ora, io non ho voglia di trasformismo.

Mi sono trovato, la sera del 4 luglio 1996, a cucinare lesso nel sudore collettivo del Ninfeo di Valle Giulia. Si trattava del premio Strega. Il mio editore (Einaudi) mi aveva fatto partecipare, procurandomi le necessarie due letterine di presentazione; avevo superata la prima votazione, classificandomi quarto nella cinquina. Non c’erano speranze di vincerlo (si sapeva da sei mesi che l’avrebbe vinto Alessandro Barbero, e così puntualmente fu) ma non era questo l’importante. Conveniva che io partecipassi, e magari mi piazzassi onorevolmente, per fare di me uno scrittore «per famiglie», per togliermi dal ghetto dei «giovini scrittori» che vengono letti solo dai giovini lettori. L’operazione aveva un suo senso: anche a me interessava uscire dal ghetto. Oggi tuttavia dico: non lo rifarei. Non ho niente contro i premi letterari. Non ho mai visto uno spettacolo così osceno come la cerimonia di premiazione dello Strega. L’oscenità veniva, mi pare, soprattutto dall’assoluta mancanza di etichetta e cerimoniale. Confusione sul palco, confusione tra i tavolini, confusione nel retropalco. Una totale mancanza di codici comportamentali; così che (tanto per fermarsi all’abbigliamento) anche l’estrema eleganza di talune mise era resa oscena dalla non so se calcolata o inconsapevole, ma comunque disinvoltissimamente portata, oscenità di altre. Non c’era né semplicità né eleganza, ma solo tentativi grotteschi.

Io porto su di me il peccato originale del cortigiano: che è quello di sapersi migliore del Signore al cui servizio si è posto. Ogni tanto mi sembra che tutta la libertà che ho sia quella di sapere che la mia vita reale non è veramente libera ed è peggiore di quel che sarebbe se fosse veramente libera, e tuttavia è in ogni istante più libera della vita delle persone alle quali io pago in libertà il prezzo della mia libertà. Io, che so di essere servo, fondo su questo sapere la mia condizione privilegiata.

Io scrivo, ho bisogno di un editore. Tutto qui. Certamente potrei fare a meno di un editore: rinunciando a scrivere, oppure rinunciando a pubblicare (ma se rinunciassi a pubblicare rinuncerei anche a scrivere), oppure pubblicando a mie spese, entrando nell’underground. In questo modo avrei la certezza di far arrivare ciò che scrivo a pochissime persone. Invece (e se qualcuno mi nega la legittimità di questo desiderio, possiamo anche smettere di parlarci) io desidero che ciò che scrivo sia ben distribuito e diffuso.

Lo desidero per i soldi? E qui siamo daccapo. No, non credo di desiderarlo per i soldi. E nemmeno per avere il privilegio di ritrovarmi, al Ninfeo di Valle Giulia, agli stati generali dello schifo. E nemmeno per fare, come diceva Laura scherzando sulla mia bizzarria di stampare l’indirizzo di casa nel risvolto di copertina (cosa fatta fin dal mio primo libro e da allora diventata tradizione), un’«operazione di rimorchio su scala industriale». Lo desidero, se volete, perché mi piace esibirmi. Qui rivendico il valore dell’esibizionismo e credo di poterlo fare con buon diritto, visto che spesso sono passato per persona schiva, tranquilla, appartata, poco rumorosa e così via. Qui rivendico il valore, anche economico, dell’esibizionismo.

Mi è capitato di organizzare a Padova e dintorni (per conto dell’Associazione dei Librai, di scuole, di Consigli di quartiere ecc.) alcune conferenze con scrittore ospite. Quasi sempre mi sono scontrato con il pregiudizio che lo scrittore non si paga. La compagnia teatrale sì, il cantante sì, il giornalista sì, il cabarettista sì, il professore universitario sì, ma lo scrittore no.
“Perché no?”.
“Perché viene qui a promuoversi: in somma ci guadagna”.
“Storie. Se viene da Roma spende 114.200 lire di treno (in seconda, intercity, no Pendolino), 119.000 di albergo (al Leon Bianco: tre stelle, pulito, silenzioso, in centro ma non distante dalla stazione ferroviaria), quindicimila almeno per una pizza di cena; mettiamo che il suo libro costi 24.000 lire e che la sua percentuale sia del 10% (cosa che non tutti hanno); se vende centodieci copie si rifà giusto delle spese, e comunque le tirerà dall’editore nel settembre del prossimo anno, sempre che l’editore gliele dia davvero; e le venderà, centodieci copie tutte in un colpo e grazie al nostro invito?”.
“Ah già, beh. E allora quanto gli diamo?”.
“Mezzo milione”.
“Scherziamo?”.
“Per nulla. Togli le spese e rimangono 250.000 lire circa. Metti quattro ore di viaggio per arrivare da Roma, altre quattro per tornare lì, più due da stare in piazza con il pubblico: fanno dieci ore, 25.000 all’ora, per questa bella sfacchinata. Tu lavoreresti per 25.000 lire lorde all’ora?”.
“…”.

E così alla fine sul mezzo milione ci si metteva d’accordo (poi alcuni degli ospiti, bontà loro, hanno rinunciato; ma questo è un altro paio di maniche). A che cosa serve raccontare queste cose? A dare un’idea della dimensione economica del lavoro di scrittore. Naturalmente non si può non tenere conto di quel che dice Aldo Busi: «Io non ho mai avuto falsi imbarazzi a parlare di soldi e compensi e con Wilde sono convinto che è meglio avere rendite sicure e continue che essere affascinanti. Del resto l’unico modo per non essere avidi di denaro al punto da scrivere per soldi è di averne quel tanto di più o quel meno di niente che ti permetta senza goffaggine di farne volentieri a meno del tutto. E siccome l’arte non ha prezzo, tanto vale che sia il più alto possibile. L’unico modo perché un grande artista sia sé stesso è che abbia molti compratori in concorrenza fra di loro: non dovrà piacere a nessuno in particolar modo e farà esattamente come me, come se dovesse piacere e dispiacere solo a sé stesso».

Rimaniamo attaccati alla faccenda del «successo» e del «degrado», come li chiamava Rugarli. Il punto chiave è quell’equivalenza del «tanto di più» e del «meno di niente»: degradante non è il denaro, ma il bisogno di denaro e la dipendenza che esso genera. Quindi la questione del prezzo dell’arte si pone in maniera anomala: non si tratta di far guadagnare il giusto all’artista, ma di essere sicuri che non abbia bisogno di guadagnare. Ovvio che un buon sistema, se uno può, è farsi pagare tantissimo.

E allora, perché Rugarli considera degradante il successo? Forse perché ha fatto meno soldi di Aldo Busi, e ne è invidioso? Non ci permettiamo di pensare questo. La prima parte della frase di Rugarli mi sembra condivisibile per almeno alcuni tra i sensi della parola successo. Quella quota di successo del tuo libro che è prodotta dal direttore commerciale (o dall’addetto stampa, o dal conduttore di talk-show che ti ospita ecc.), cioè per la quale dipendi dagli altri, è effettivamente degradante. È, come si diceva prima, il prezzo che paghi; ed è contemporaneamente il prezzo al quale tu vieni pagato. Un mio amico giornalista lavorava in un quotidiano regionale che faceva circa 170.000 copie. Il quotidiano lanciò un bingo! e aumentò la tiratura di 30.000 copie circa. L’aumento di tiratura sparì con la fine del bingo!. Similmente è degradante, per l’artista, tutto ciò che che non è in relazione con il fatto di aver esibito a un certo numero di persone un oggetto artisticamente bello. E la remunerazione è in precisa relazione con questo.

Essere pagati per il proprio lavoro invece è degradante perché non c’è nessuna relazione umanamente accettabile tra le otto ore al giorno passate in una ditta qualunque e i tredici biglietti da centomila che ci sono (mediamente) nella busta, tra il bisogno che ho io di lavorare e la mia perfetta sostituibilità con qualunque altra persona non del tutto incapace e altrettanto bisognosa. Non è questione di quantità di soldi. Il libero professionista, cioè colui che apparentemente non subisce il pagamento del lavoro ma lo impone (perché è lui che fa il prezzo), sia la persona che ha completamente cancellata la propria capacità di percepire la degradazione. Infatti il libero professionista è molto più servo degli interessi altrui (in quanto deve più completamente condividerli e farli propri) di quanto non sia il lavoratore dipendente qualsiasi, che almeno conserva una sana estraneità dal suo lavoro.

Tuttavia, io ho bisogno di un certo reddito per campare; ed è difficile lavorare otto o nove ore al giorno e poi mettersi buoni buoni a scrivere. Si può fare, l’ho fatto; ma è la condizione ideale? È sensato cercar di ricavare qualcosa dallo scrivere e dagli annessi e connessi? Non per arricchirsi, cosa peraltro quasi impossibile, bensì per liberare dal lavoro una certa quantità del proprio tempo. Io dunque affronto una contraddizione. Questo è il giardino, pubblicato nel 1993 da Theoria, è un libro che non è andato male, come si dice, per essere un libro a) d’esordio, b) pubblicato da un piccolo editore, c) di racconti. Le copie vendute a fine 1995 sono più di 2.000, forse 2.500. Io ci ho guadagnato, direttamente o indirettamente: 500.000 lire lorde per un racconto pubblicato in anteprima dal quadrimestrale Panta; 1,5 milioni lordi di diritti anticipati; 996.400 lire di diritti a rendiconto; 2,2 milioni lordi per una collaborazione con il Mattino di Padova che è durata alcuni mesi; 1,1 milioni come compensi per conferenze (lordi, e comprensivi dei vari rimborsi per viaggi e alloggi): in tutto 6.296.400 lire nell’arco di tre anni: quindi una media di 2.098.800 lire lorde all’anno. Avrei anche vinti i 2,5 milioni del premio Mondello 1993 per l’opera prima; ma quei soldi non li ho mai visti e ci ho messa una pietra sopra. Nel 1995 doveva uscire presso Theoria La felicità terrena, ma poche settimane prima della data stabilita per la pubblicazione, causa un improvviso bisogno di liquidità dell’editore, i diritti sul mio libro furono venduti all’Einaudi per 15 milioni. Einaudi pubblicò il libro nel 1996 e per quanto riguardava i diritti mi dissero: quei 15 milioni che abbiamo spesi per comperarti, li scaliamo dai tuoi diritti. Va detto che 15 milioni erano più o meno tutto quello che un libretto come il mio, se pubblicato da Einaudi, poteva farmi guadagnare. Alla fine accettai di ricevere una sorta di forfait di 5 milioni lordi che Einaudi contabilizzò come «rimborso delle spese sostenute per scrivere La felicità terrena». Con questo libro sono finito tra i finalisti del premio «Pietro Chiara» di Varese, il che mi ha fruttato un assegno di 5 milioni esentasse. Altri 5 milioni esentasse sono piovuti dal premio Giuseppe Cocito che mi è stato assegnato a Montà d’Alba (Cuneo) con una cerimonia piacevolissima comprensiva di swing orchestra. Alcuni giornali e riviste mi hanno chiesto un racconto da pubblicare durante l’estate (soprattutto dopo che sono finito in finale al premio Strega – arrivando poi ultimo tra i finalisti), e alcuni tra questi giornali pagano: fino a mezzo milione per un racconto di tre cartelle. In questo modo dovrei guadagnare forse, al massimo, un altro paio di milioni. Questa è la misura economica del mio successo.

Non so se sono tanti o pochi soldi. Se a qualcuno sembrano tanti, posso dire: ho lavorato molto (molte ore) per fare quel libretto; e ho avute anche delle belle spese, soprattutto di telefono e di spostamenti. Se a qualcuno sembrano pochi soldi, io dirò: sono soldi che mi hanno fatto comodo. Non avessi preso qualcosa con il primo libro, non so se mi sarei messo a farne un altro. E questo secondo credo che alla fine mi darà un guadagno più che dignitoso, per vie dirette o indirette. Ciò che mi fa impressione è la parte del mio guadagno che viene non dalla vera e propria remunerazione del mio lavoro (ossia dai diritti, o dalla pubblicazione di racconti, o da conferenze, o da corsi…), bensì da quella cosa strana e aleatoria che sono i premi letterari; per farmi ottenere i quali, tuttavia, è pur sempre l’editore che fa tutto un gran lavoro di pubbliche relazioni. Non ho né voglia né intenzione di imbarcarmi nella trita discussione sulla sensatezza dei premi letterari. Sta di fatto che il maggiore guadagno che mi è venuto da questo libro è arrivato come libera elargizione e non come remunerazione. È un guadagno non contrattabile, non preventivabile ecc.; ma non importa questo; importa invece che non è un guadagno proveniente da uno scambio. Se ricevo soldi senza aver dato nulla in cambio, questo mi imbarazza. Sono costretto a domandarmi: in realtà, che cosa do in cambio?

A questo punto ripeto: sono un cortigiano.

22 Risposte to “Bingo! (dodici anni fa)”

  1. andrea barbieri Says:

    Ricordavo bene questo pezzo anche se sono passati un po’ di anni. Sono fatti, non ha senso dire ‘bello’, però è bello lo stesso.

  2. Livio Romano Says:

    Lo ricordo benissimo anch’io. E’ un pezzo bellissimo.

  3. andrea barbieri Says:

    Perché come quasi tutte le cose di Giulio – reali o inventate non fa differenza – racconta la dignità delle persone da un punto di vista comune, terra terra, anche quando il protagonista è lui stesso. Lo ha sempre fatto in modo straordinario, e anche commovente.

  4. macondo Says:

    Dai tempi delle monarchie e dei principati, che avevano i loro bei cortigiani, ad oggi tutto è cambiato perché nulla sia cambiato, per dire per l’appunto con un Principe. Ma non c’è nulla di male a essere un cortigiano, perché la figura del cortigiano è più complessa del suo aspetto apparente di “tirapiedi”, egli instaura col Principe un rapporto dialettico o dialogico di consigliere. Quello invece che c’è “di “male” è la lettura morale che mi pare traspaia in vari punti di questo pezzo. Il termine “schifo” con cui vengono liquidati i premi letterari e la loro kermesse ne è un indice. In realtà, i premi letterari obbediscono a necessità di mercato, economiche, dell’impresa editoriale, e funzionano come anche qui è stato accennato. Pilotamento (si dice?) e scambio di “gentilezze” fra editori compresi. Quanto allo “schifo”, non è termine peculiare tale da connotare i premi letterari, ma è un generico applicabile a tante altre manifestazioni mondane o salottiere, in cui la borghesia parvenue fa sfoggio di sé.
    Anche la “degradazione” causata dal lavoro salariato mi pare letta secondo un’ottica morale. Più che degradazione, si tratta di sfruttamento del lavoro. Il profesionista potrà essere più “servo”, ma non più sfruttato di un lavoratore dipendente, la cui “estraneità” al lavoro tanto sana non mi pare, perché alla sua base c’è la consapevolezza del lavoratore della propria sostituibilità, del proprio sfruttamento, del proprio anonimato, del suo essere numero, ecc. A questo prezzo, perchè allora il lavoratore dovrebbe metterci dell’anima nel suo lavoro? Ma forse tutto questo con i rovelli degli scrittori poco c’entra.

  5. giuliomozzi Says:

    Eh sì, Macondo, questo è un pezzo “morale”. Ovvero, un pezzo nel quale chi scrive riflette sulle proprie responsabilità. Che cosa ci sia “di male” nel fare questo, non mi è chiaro.
    (Una risposta del tipo: “C’è ‘di male’ che non esiste solo il discorso morale ma anche quello politico eccetera”, non è valida: perché ho scritto (o ospitato in vibrisse) dozzine d’articoli “politici” su questi temi). Ad esempio qui:
    http://www.vibrissebollettino.net/archives/editoria_cultura_mercato/index.html

    I lavoratori mettono l’anima nel proprio lavoro.

  6. Pabloz Says:

    Pezzo molto interessante, da tanti punti di vista.

    Innanzitutto, storico: quindicimila lire per una pizza? Mezzo milione per una serata? Si fa presto a dimenticare… Per un attimo, mi è venuta in mente mia nonna quando diceva: tien qua sento franchi per comparte e caramee.

    Seconda cosa: sei di Padova. Non lo sapevo. Conosco la libreria Cortina perché è stata la libreria presso la quale ho comprato quasi tutti i libri per il mio corso di laurea: la signora con gli occhiali scuri, il signore magrolino appassionato di letteratura (e che soffre, soffre, soffre per avere la libreria piena di studenti di ingegneria e di chimica, invece che di amanti delle belle arti), i libri di informatica in inglese, con il prezzo scritto in matita sulla terza di copertina. E Piazzale Boschetti. Fa la stessa impressione di quando si vede un servizio al telegiornale su Padova, e “guarda, si vede anche l’UPIM!”. Bello.

    Terza cosa, quella seria. Io scrivo da poco – in realtà, scrivevo anni fa, per me, poi ho smesso, quindi ho ripreso per caso. Non sono uno scrittore nel senso tecnico della parola (ho pubblicato un racconto con la Belloni, ho vinto qualche concorso (solo gloria), e qualche rivista ha inserito alcuni racconti tra le sue pagine: stop): diciamo piuttosto uno “scrivente”. Per vivere, faccio l’ingegnere. Un giorno mi lamentavo con qualcuno della fatica del lavoro; quel qualcuno mi rispose che se mi pagavano, c’era un motivo. In che senso? Nel senso che al cinema, tu paghi per divertirti; se qualcuno ti paga per lavorare, è evidente che quello che si diverte non sei tu.
    In questi mesi sto scrivendo un romanzo. Rubo ore al sonno, ai viaggi, qualche volta al lavoro (e poi corse per recuperare il tempo perduto), per completare un periodo, un paragrafo, un piccolo capitolo. La gioia che questa attività mi dà è tale che sarei disposto a pagare, per poterla avere.
    Così a volte ho il sospetto che la gente, quel tumulto di persone senza volto che immaginiamo al di là delle nostre pagine, sappia, in cuor suo, che scrivere è bello – e che lo faremmo anche se nessuno ci pagasse, o se dovessimo pure pagare. E’ probabile che anche per gli attori di teatro, sia così, o per chi canta: però lì, il pubblico paga per un piacere che consuma subito – e forse è quella la piccola differenza.
    Difficile far cambiare idea alla gente…
    A presto,
    Paolo

  7. Federico Platania Says:

    “Lo scrittore non si paga”. Proprio questo pregiudizio è un buon punto di partenza per le riflessioni intorno a questo argomento. Perché esiste questo pregiudizio? Come si è sviluppato? E’ possibile combatterlo? E’ giusto farlo? Se questo pregiudizio dovesse scomparire cosa cambierebbe, davvero, per gli scrittori (e non parlo ovviamente solo degli aspetti economici)? Sono tutte domande per le quali ora non ho risposte certe, ma che ritengo cruciali.

    In un commento a un post precedente Simone Battig definisce “ridicolo” il “mettere tra le priorità di discussione di uno “scrittore” i rimborsi spesa e gli scontrini fiscali”. E’ vero, le priorità di uno scrittore dovrebbero essere eminentemente artistiche, non contabili. E anche secondo me è giusto mantenere distinti il guadagno-da-lavoro e il guadagno che deriva dallo scrivere. Ma se il mancato rimborso spesa è figlio non solo di una generalizzata situazione di crisi economica o della scarsità di fondi a disposizione, bensì anche e soprattutto di un pregiudizio culturale, allora forse porre al centro della discussione aspetti apparentemente così secondari sarebbe tutt’altro che ridicolo.

  8. giuliomozzi Says:

    Pabloz, la Libreria Cortina ha cambiato proprietario: la signora Palmira e il signor Amedeo non ci sono più. Se tu sei del 1970, dovresti aver frequentata la libreria mentre ci lavoravo amch’io (dal 1989 al 1996).

    Comunque, mi dài un duro colpo. Immaginavo che, a Padova, le persone che hanno in qualche modo che fare con lo scrivere e il pubblicare sapessero che io abito a Padova. 😉

    Federico: ciò su cui vale la pena di ragionare è dunque il “pregiudizio culturale” del quale tu parli.

    Faccio un’ipotesi terra-terra, e molto approssimativa. I teatranti sono teatranti: sono sempre vissuti di ciò che fanno sul palco. Idem i musicanti, i prestidigitatori, i mangiatori di fuoco eccetera. Quindi, se vuoi che salgano sul palco, li paghi. Tanto più che per tanti secoli sono stati, quelli che campavano sul palco, per lo più reietti e poveracci. Lo scrittore, invece, per secoli è stato quello che, essendo ricco e ben sistemato, poteva permettersi di leggere libri, meditarli, e magari scriverli anche lui. Tant’è che, quando sale sul palco, talvolta se non spesso lo scrittore lo fa con una certa degnazione.

    Ecco, non so se questo può essere un punto di partenza (uno dei punti di partenza).

  9. Barbara Gozzi Says:

    “Lo scrittore, invece, per secoli è stato quello che, essendo ricco e ben sistemato, poteva permettersi di leggere libri, meditarli, e magari scriverli anche lui. Tant’è che, quando sale sul palco, talvolta se non spesso lo scrittore lo fa con una certa degnazione.

    Ecco, non so se questo può essere un punto di partenza (uno dei punti di partenza).”

    Punto di partenza e nodo, secondo me.
    Forse è solo una questione di prospettive, forse. Ultimamente me lo sono chiesta spesso.

    Scrivere è un atto creativo che non ha prezzo, non deve perché lo si fa non per un potenziale ‘ritorno economico o in termini di successo’ bensì per quella ‘bestia che da dentro divora’. Perfetto.
    Ma se per farlo tolgo tempo ad altro che mi retribuisce, che si fa? Si smette di scrivere, rispondo io, perché (da soli o con famiglia) in un qualche modo a fine mese sarebbe meglio arrivare, salvo avere – appunto – altre possibilità economiche.
    Allora, da ‘questo’ punto di vista lo scrittore è ancora un ‘certo tipo’ di persona, che essendo ben sistemato non ha bisogno di marcare cartellini o comunque trovare forme lavorative retribuite.
    Ecco svelato l’arcano (forse): lo scrittore non va retribuito perché non è un mestiere, è un’attitudine, un’attività di un ‘certo tipo’ di persone (non per quel ‘certo’ poco meritevoli, magari di talento, capaci, tenaci ect ma comunque con ‘quel valore aggiunto prerequisito obbligatorio per).

    Si potrebbe obbiettare che esiste sempre la soluzione intermedia. Vero. Ma in cosa consiste in pratica? Lavorare otto ore (o più) poi nei c.d. ‘ritagli di tempo’ (di solito dopo gli impegni familiari, commissioni e doveri vari) si scrive quel che si può, come si può e il resto amen. In questo modo è un ‘passatempo’, qualcosa che si fa per passione, voglia, interesse ma che si relega a brevi finestre temporali saltuarie, occasioni e mutevoli. Si può fare si, in molti la conoscono questa ‘soluzione’.
    Allora l’ultima domanda: è tutto qui?
    Non importa chi sei, quanto puoi essere realmente meritevole o meno, talentuoso o meno, ossessionato o meno… non importa. E’ come in un diagramma a blocchi. Rombo: puoi sostenerti economicamente lavorando? Freccia a sinistra: no, freccia verso il basso: trovati un lavoro retribuito. Sempre dal rombo, freccia a destra: si, freccia verso il basso: bene, se ti pare puoi anche scrivere.

    No?

  10. Pabloz Says:

    @Giulio: è vero, non sapevo che sei di Padova, e la cosa, cioè lo scoprirlo solo ora, credimi, è più dolorosa per me, che per te… Sempre di più, infatti, mi rendo conto che scrivere come faccio io – con un altro lavoro alle spalle – mi costringe ad essere ai margini del mondo che invece amo, che è quello dei libri – della scrittura e della lettura. Questa “marginalità”, più o meno coatta, mi porta ad uscite che, quando mi va bene, potrebbero essere considerate come naif. A volte penso che se io vivessi in Oklahoma, o nel Siang, non saprei molto di meno di quello che so. Vivo la letteratura in una dimensione meramente virtuale.

    @Barbara: il mondo è pieno di eccezioni. Non c’è dubbio che chi sta bene di suo, ha molto più tempo disponibile per la scrittura – ma non è detto che abbia più talento per riempirlo. Mi capita spesso di pensare all’esempio di Kafka, che passava le notti a scrivere racconti, e non perse un solo giorno di lavoro per amore della scrittura. Un tempo c’erano i mecenati: persone che toglievano soldi alla povera gente per godere del genio di artisti al loro servizio: potremmo rimpiangere quei tempi, ma forse, tutto sommato, è meglio oggi. Chi ha talento, viene fuori, prima o dopo – se uno non ha fretta, al limite anche da morto! (ps grazie per la segnalazione di questo post!)

  11. Pabloz Says:

    @Giulio: tornando al discorso dei teatranti, invece, c’è da dire che il teatro inizia quando l’attore sale sul palco, e finisce quando scende. La consumazione, come si usa dire, avviene in quel preciso lasso di tempo. Uno scrittore che parla di un suo libro, invece, be’, capita che sia più per il suo piacere che per quello di chi ascolta. Kundera, in un suo libro, aveva trascritto, su uno spartito, le note il quale uno scrittore “canta” le parole “come ho detto nel mio libro” – confrontandole con la melodia, molto più semplice e meno modulata, di quando qualcuno dice “la mia casa”. La presentazione di un libro, in altre parole, assomiglia più ad una “reclame” che ad uno spettacolo divertente…

    Quanto al problema dei soldi, che affligge gli scrittori, se da un lato capisco il dispiacere di non vedere riconosciuto, anche economicamente, il proprio talento, dall’altro mi chiedo: chi dovrebbe tirare fuori i soldi? L’editore? Lo Stato? La libreria che ospita una presentazione? Direi che la moneta o non interessa a nessuno – e allora immagino un mondo in cui gli editori si svenano per i loro libri, e gli scrittori vendono la loro casa per promuovere la loro arte – o interessa a tutti – e in quel caso, si fanno i conti, e si spendono soldi solo dove tornano indietro. Mi pare che nessuna delle due ipotesi preveda che l’editore paghi e lo scrittore ci guadagni. Troppo cinico?

  12. macondo Says:

    @ Giulio,
    non ho niente contro la morale, per carità. Ciascuno organizza la propria condotta sui principi in cui crede. Personalmente io contrappongo alla morale l’etica, individuando nella prima una provenienza dal pensiero cristiano (almeno qui da noi). Ma non so se la mia dicotomia morale (improntata sul “discorso” religioso) VS etica (ateismo, o cmq laicità) è accettata. E non contrappongo nemmeno il discorso morale al discorso politico, anche perché quello che fai è un discorso sociale (del/sul socius), ergo già politico di per sé. Ciò su cui discetto è che, se da un lato il discorso politico oggi ha divorziato dalla morale (etica, per me), mi sembra comq sbagliato costringere il discorso politico all’interno di parametri morali (etici).

  13. Guido Tedoldi Says:

    Aggiungo (spero) un elemento di riflessione: rispetto al Medioevo da più parti citato, quello dei mecenati e degli scrittori che potevano permettersi di essere tali perché ricchi, i tempi sono un po’ cambiati.
    A partire perlomeno dal ’68 siamo entrati nell’epoca della laurea di massa. Gli indici di alfabetizzazione sono un po’ migliorati rispetto ai secoli (o anche, in alcuni casi, ai decenni) precedenti. Oggi è dato per scontato che un essere umano sappia leggere e scrivere. Anche i poveri, nella stragran maggioranza dei casi, sanno leggere e scrivere. Essere scrittore, oggi come oggi, mi pare pertanto molto diverso rispetto ad altre epoche.

  14. federica Says:

    @Pabloz.
    C’è questa cosa che da un po’ mi torna a bussare alle strette porte del mio cervello: e se fosse proprio la marginalità al mondo delle lettere a costruire la possibilità di scrivere?
    È un pensiero che fatico ad articolare meglio perchè è ancora informe, si affaccia e basta. È parente della mia idea di base secondo cui lo sradicamento e lo spiazzamento sono motori della vita.
    (Il sabato mattina mi è più facile dire ca*****, forse).

  15. Pabloz Says:

    @Federica
    Mi capita spesso, di pensarlo. Anni e anni fa, quando facevo ancora il liceo, scribacchiavo nei piccoli quaderni a righe delle versioni di latino e greco, o tra gli appunti di filosofia. Pensavo: quando arriverà l’estate, potrò dedicarmi a scrivere tutto il tempo che vorrò: ma non succedeva mai. Quando il tempo era mio, tutto intero, scrivere non mi era più necessario.
    Se guardiamo a scrittori veri, poi, la storia è piena di questi casi: uomini o donne costrette a fare tutt’altro, che inventano un mondo parallelo. C’era anche un bel libro, su questo argomento – non ricordo né il titolo né l’autrice, ed è un peccato – che raccontava brevi biografie di scrittori che per tutta la vita sono stati obbligati a lavorare per mangiare, e che proprio nella fatica – o nella noia, o nella disumanità – del loro lavoro hanno trovato il motivo (e i temi) per scrivere.

    Sulla tua seconda idea, a breve distanza, c’è un bellissimo aforisma di quel grande che fu Genet: il genio è disperazione superata a forza di rigore. Più vicino, c’è la sensazione chiara che è proprio quando si è strappati dal proprio nido che nasce qualcosa di nuovo. Condivido pienamente, quindi, la tua idea di base.

  16. Pabloz Says:

    ps @Federica
    La mia prima parte della risposta centra solo in parte il tuo discorso. Avvicinandomi un po’, farei un’analogia con il mondo della scienza, dove le buone idee sono spesso venute da persone che per vari motivi si tenevano ai margini del sapere ufficiale – penso ad Einstein all’Ufficio Brevetti, o a tutti i ragazzi che appena laureati trovavano l’idea della loro vita: e poi basta. Sicuramente, l’invenzione è un modo diverso di vedere le cose, e l’essere ai margini del pensiero “ufficiale”, in questo senso, potrebbe aiutare…

  17. giuliomozzi Says:

    Macondo, ti propongo le due voci del De Mauro in rete:
    http://demauroparavia.it/28397/morale
    http://demauroparavia.it/15710/etica

    Poi: certo, un discorso sul piano morale (o etico) non è un discorso sul piano politico. Allo stesso modo, un discorso sugli spaghetti non è un discorso sulle penne rigate.

    Pablo: dal punto di vista dell’editore, un autore va remunerato per quanto profitto genera. Dal punto di vista dell’autore, un editore è un buon editore se sa cavare profitto dai libri.

  18. cristiano prakash dorigo Says:

    bel pezzo.
    trovo la domanda “perché scrivo?”, molto importante per chi scrive.
    mi piacerebbe un libro in cui gli autori scrivano perché lo fanno.
    cristiano

  19. Pabloz Says:

    @Giulio: Mi piace leggere queste affermazioni prive di qualsiasi retorica – un buon senso che forse nasce dal doppio ruolo da te giocato nel mondo dell’editoria – autore e, in senso lato, editore.

  20. macondo Says:

    @ giuliomozzi,
    anche Roland Barthes aveva il “vezzo” (molto francese) di affrontare un argomento interrogandosi sull’etimo delle parole fornito dai dizionari, ma lui ci si interrogava, appunto…

  21. giuliomozzi Says:

    Hai ragione, Macondo. E’ più pratico dare alle parole un significato di fantasia, fregandosene del dizionario. Così si produce più fuffa con meno fatica.

  22. Felice Muolo Says:

    Giulio,

    ho letto il pezzo. Molto bello. Se allora eri un novellino, nella Repubblica delle Lettere, cavolo, ora cosa sei diventato? Comunque, se ne è valsa o meno la pena, non potevi fare altrimenti. Questo per me è essere scrittori.

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