Posts Tagged ‘Walter Siti’

Un cuore intelligente, appunti su critica e scrittura.

19 aprile 2017

di Demetrio Paolin

[Altri articoli sullo stesso argomento]

Scriptor, non doctor. Questa breve glossa di Benvenuto da Imola al verso 27 del canto X del Paradiso mi è venuta in mente leggendo i diversi contributi che, qui su vibrisse ma anche su altri siti e social network, sono apparsi dopo la pubblicazione dell’articolo di Gilda Policastro sull’eutanasia della critica e delle due recensioni della Marzano e di Trevi all’ultima fatica di Siti.

Quando nascono queste polemiche e discussioni, io ho un problema ovvero devo capire da dove parlo

La cosa più comoda in questo caso è definirmi: in che veste prendo la parola? (Lo so che è un problema tutto mio, ma secondo me è sempre necessario capire chi è che parla) Parlo da scrittore? Parlo da critico che collabora con alcune testate e giornali nazionali?  Scrittore/Critico. Una delle tensioni sottotraccia che mi è parso di ravvisare nelle diatribe di questi giorni è appunto l’eterna distinzione tra critico e scrittore.

Io mi sono guardato dentro, ho provato a osservare le cose che faccio ogni giorno, quando apro il pc e mi metto davanti a una pagina di word o davanti a un libro che leggo. Io faccio dei discorsi, dei ragionamenti in cui provo a dire come è il mondo, quale è la mia idea di bellezza, di giustizia di amore o di letteratura. In questo senso la divisione tra critico e scrittore è fuorviante: il critico è uno scrittore ovvero una persona che scrive immaginazioni, e che declina la sua particolare visione di mondo tramite una riflessione su testi altrui.

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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Ipotesi di autofiction. Appunti su “Il desiderio di essere come tutti”, di Francesco Piccolo

21 gennaio 2014

di Demetrio Paolin

Esiste una canzone dei Pink Floyd dal titolo emblematico di Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict che ha una particolarità. Ascoltandola ci si addentra in un bosco di notte, in cui insetti, animali e altre bestioline emettono il loro tipico verso. Siamo così portati a credere che gli autori del brano non abbiano fatto altro che lasciare un registratore in un bosco così da poter poi riversare i suoni così come sono sul disco. Questo renderebbe Several species non una canzone in senso lato, ma una specie di documentario sonoro, una cosa molto particolare e in linea con le scelte musicali del Pink Floyd e alla loro attenzione verso gli (si pensi a Mademoiselle Nobs).
C’è un però. In realtà i suoni e i rumori degli animali in Several non sono reali ma sono costruiti e sintetizzati da Roger Waters che li ha riprodotti con la sua bocca. Ciò che quindi l’ascoltatore credeva come reale è fittizio, ma così fittizio che suona reale.
La canzone del gruppo inglese mi è tornata alla mente, mentre cercavo di mettere in ordine le idee rispetto al romanzo di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come TUTTI (Einaudi). Ho idea che Piccolo volesse nella sua opera fare qualcosa di smile a ciò che i Pink Floyd hanno fatto con il brano, utilizzando però la scrittura dell’Io.

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Il romanzo come autobiografia di fatti non accaduti

31 ottobre 2011

[…] Raccontare una storia fittizia come se fosse vera, d’accordo: ma perché raccontare una storia come se fosse la mia storia? Anche per questo bisogna riportarsi al panorama che ho descritto più sopra: ero infastidito, e umiliato, dalla inoffensività a cui è condannato oggi il romanzo, a causa del diluvio di storie che vengono quotidianamente prodotte dai media. Mi ero accorto che leggevo una storia con più interesse, e ne ero più colpito, se sapevo che era una storia realmente capitata a persone vere; allora ho pensato di utilizzare i meccanismi dell’autobiografia (ricordo che rilessi e postillai con attenzione Le pacte autobiographique di Philippe Lejeune), i suoi trucchi anche formali (l’esitazione a fare i nomi, il modificarsi della scrittura a causa di eventi che sopravvengono…), per minare l’indifferenza del lettore. Volevo fargli sparire dalla faccia quel tranquillo sorriso con cui si appresta, di solito, a leggere una storia anche atroce, ma che porta sul frontespizio la rassicurante scritta ‘romanzo’. […]

Queste interessanti pagine di Walter Siti si possono leggere in Le parole e le cose.

Tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana (ovvero: come liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction)

19 agosto 2009

di giuliomozzi

Tanti anni fa il signor René Descartes decise di mettere tutto in dubbio. Dopo aver dubitato e dubitato, gli restò qualcosa, un resto, del quale non riuscì nonostante tutti gli sforzi a dubitare. “Poffarbacco”, pensò: “Sto pensando. E se sto pensando, esisto. Della mia esistenza, quantomeno della mia esistenza come essere pensante, non posso dubitare”.

Nel 2006 le acque di quel bicchiere che sono le pagine culturali dei giornali furono agitate da un breve saggio di Antonio Scurati: La letteratura dell’inesperienza. Due anni prima furono agitate da un articolo di Mauro Covacich apparso in L’Espresso con il titolo Ho le vertigini da fiction. Scriveva Covacich: “Ogni cosa per essere reale dev’essere trasmessa, ma non solo – questa ormai è roba vecchia – anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto la vita come un romanzo ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a la vita come un reality show“. Scurati non diceva cose tanto diverse: “La distinzione tra il finzionale (fictional) e il fattuale (factual) non è più rilevante, prima ancora di non essere possibile”, “Oggi il problema si riformula così: come trasformare in opera letteraria quel mondo che è per noi l’assenza di un mondo. Il mondo non c’è, e per questo diventa urgente raccontarlo”.

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