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…non più gloriosamente attraversata…

19 aprile 2014

Walter Nardon intervista Michele Mari

[Questa intervista è apparsa ieri in Le parole e le cose].

MIchele Mari

MIchele Mari

[…] La letteratura tradizionale preesisteva allo scrittore. Il canone, il genere, gli stili preesistevano allo scrittore. Chi decideva di intraprendere questa attività aveva davanti poche soluzioni: tragedia, commedia, epica, lirica. Una volta eletta una di queste macro-opzioni, sapeva che aveva delle scelte sempre più codificate, termini sempre più cogenti. Al limite, l’oggetto, lo stile, la lingua e il metro coincidevano: c’erano cose che potevano essere dette solo con un sonetto, quattordici endecasillabi divisi in un certo modo. Prima che con il barocco si incrinasse questo sistema e si incominciasse a sperimentare, ci sono stati secoli nella nostra tradizione in cui il problema della scelta dell’argomento e del modo non si ponevano. Il vero problema era quello dell’ortodossia, e al tempo stesso, nella coscienza degli autori più grandi, il problema di un rapporto dialettico con la tradizione. Essere dentro la tradizione senza ripeterla meccanicamente, essere riconoscibili come anelli di quella tradizione ma anche come personalità originali. Per questo occorreva un grandissimo rispetto della tradizione (ai limiti della venerazione), ma occorreva anche un forte carattere. Pensate a Torquato Tasso, che nel pieno della sua creatività si è quasi suicidato artisticamente massacrandosi più di quanto lo censurassero i retori. Tasso ha vissuto la sua originalità in termini di colpa, forse anche perché non aveva sufficiente narcisismo per dirsi: “Me ne infischio, vado avanti, sono Torquato Tasso”. Oggi questo tipo di conflitto è impensabile, perché la maggior parte degli scrittori non ha più alcun rapporto con la tradizione (e intendo un rapporto vitale con la grande tradizione), non più gloriosamente attraversata né drammaticamente subita ma semplicemente evitata, rimossa. […]

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