Posts Tagged ‘Wallace Stevens’

Nessuno andrà senza perdono. L’”Evangelio” di Pomilio, il “Regno” di Carrère

30 ottobre 2015

di Alessandro Zaccuri

[Termina con questo intervento il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri interventi che, grazie alla generosità di alcuni, si sono aggiunti a quelli programmati: alcuni ci sono già pervenuti, altri li attendiamo].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Pubblicati a quasi quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, Il quinto evangelio di Mario Pomilio (1975) e Il Regno di Emmanuel Carrère (2014) sono come lo stesso libro scritto da due autori diversi, in condizioni storiche e personali diverse, con strumentazioni tanto diverse da risultare opposte e complementari. Una montagna scalata da versanti differenti, anche se la cima è unica. Ma la cima è, per sua natura, evidente e nello stesso tempo sfuggente.

Questa che proverò ad argomentare non è propriamente una tesi critica, ma la convinzione che ho maturato nella mia storia di lettore di Pomilio e di lettore di Carrère. Dell’uno e dell’altro, non dei due contemporaneamente, perché per molte ragioni – la più banale delle quali deriva dall’anagrafe – ho conosciuto Pomilio e Carrère in tempi successivi. Ho letto Il quinto evangelio da ragazzo, mentre Il Regno mi è venuto incontro nel pieno dell’età adulta, e prima di lui c’è stato L’Avversario (2000), il libro nel quale Carrère, inaugurando la sua pratica dell’autofiction, tradisce quell’inquietudine teologica che ha reso ai miei occhi Il Regno stesso un libro meno sorprendente di quanto sia stato per altri. Un uomo che affronta in quel modo il mistero del male non può non essere attratto, con forza uguale e contraria, dal mistero del bene. Chi ha raccontato la dannazione, non può sottrarsi al racconto della salvezza, sia pure una salvezza possibile ed eventuale, qualcosa che balena giusto per un istante prima di perdersi nelle nebbie dello scetticismo.

È lo stesso annuncio portato dall’Angelo della Realtà di Wallace Stevens, l’epifania necessaria che si mostra all’improvviso sulla prosaica porta di casa, sempre restando “un’apparizione apparsa in / apparenze tanto lievi a vedersi che se appena / volge le spalle, subito, ahi subito svanisce”. Eppure, dice ancora di sé l’Angelo parlando ai paysans da cui è circondato, “Sono uno di voi ed essere uno di voi / vale essere e sapere quel che sono e so”. Per me la letteratura sta in questa comunanza di destino, in questa rivelazione fugace e ricorrente, indiscutibile nella sua indimostrabilità. Il quinto evangelio e Il Regno potrebbero essere letti, in questo senso, come un commentario ai versi di Stevens, ma vale anche l’ipotesi contraria, vale più che altro la constatazione per cui, in questo arcipelago di parole e segni, ogni testo commenta ogni altro e ne è a sua volta commentato.

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La formazione dello scrittore, 23 / Roberto Deidier

6 novembre 2014

di Roberto Deidier

[Questo è il ventitreesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Roberto per la disponibilità. gm]

di Roberto Deidier

Si forma, uno scrittore? E come? Ci sono modi che possiamo riconoscere o condividere? Certo non ci sono modi standard. Forse ce ne sono stati in passato, quando la poetica non era un’opzione ma una norma; lo scrittore moderno, al contrario, ha saputo conquistarsi una dose di libertà, sufficiente per affrancarsi da imposizioni e diktat d’ogni genere. Cosa abbia saputo fare di questa libertà, com’è ovvio, diventa un altro discorso. Resta che a ciascuno sono spettati i modelli e le letture, in cui si è imbattuto quasi sempre per caso.

Per me, come per tanti altri, la scuola è stata un’occasione importante. Non solo quella del liceo, che mi ha messo in contatto con i classici, ma quella primaria, con le filastrocche e le poesie del sussidiario. E con un maestro che ci metteva sotto gli occhi gli antenati di Calvino e i personaggi impronunciabili delle Cosmicomiche: vero carburante per l’immaginazione di ogni bambino. Gli infiniti di Leopardi erano già dietro la porta. Ma ricordo, tra i soliti poeti delle elementari (Pascoli e Ungaretti furoreggiavano nei libri di testo), Prévert, con una curiosa poesia, la prima lunga poesia che mi fu chiesto di mandare a mente. Non ne so più un verso: s’intitolava Per fare il ritratto di un uccello e suggeriva, per la riuscita dell’impresa, di cominciare dal disegno di una gabbia, per poi rappresentare l’uccello con le piume colorate; infine si doveva cancellare la gabbia. Strana e bella allegoria della scrittura che tenta di imprigionare il mondo, e poi ne apre tanti altri più ampi, ma allora non potevo saperlo e pure se lo avessi saputo non lo avrei compreso. Così cominciavo a scrivere senza capire quello che stavo facendo: la gabbia era diventata la mia stanza, ascoltavo i muri, la loro vita interna fatta di tubi e suoni misteriosi e appuntavo queste sensazioni in un quaderno che finì perso da un trasloco all’altro.

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La formazione dello scrittore, 9 / Giuseppe Genna

17 luglio 2014

di Giuseppe Genna

[Questo è il nono articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. Il prossimo ospite della rubrica sarà Marco Candida. gm]

giuseppe_gennaNon so nemmeno a quale formazione fare riferimento; per me, cresciuto negli anni Settanta e Ottanta e Novanta, è adesso più confusione e sbigottimento che ricordo il dire del me stesso, chi incontrò, cosa fece, come arrivò alla scrittura. Inoltre si tratta di “io” e qui sta un problema storico. Utilizzare questo pronome radicale è stato difficile nel corso dei due decenni in cui ho pubblicato. Ho tentato di costruire un ologramma, un avatar, che attirasse fulmini e saette, giusto livore e ingiusto rancore, lasciando in pace la persona in un silenzio e in un respiro ampi, secondo l’insegnamento di un poeta che annovero tra i miei maestri e che era Antonio Porta (così, noto al secolo; si chiamava Leo Paolazzi, in verità).
Prendo molto sul serio questo invito di Giulio, che certamente è tra gli scrittori e intellettuali i quali più stimo da tanti anni, con cui a me è parso di fare un po’ di strada insieme (vorrei citare, insieme a lui, tra i miei coetanei editoriali, quelli per me più decisivi: Tommaso Pincio e Aldo Nove). Dice Giulio: scrivi quello che vuoi sulla formazione tua, meglio se lungo il pezzo, anziché breve. Quindi scrivo questo autoritratto, sommario e forse un po’ peccaminoso, seguendo le metriche suggeritemi.

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