Posts Tagged ‘Tq’

Tq: tre articoli

17 agosto 2011

[…] Chi vi critica in questi giorni nella maggior parte dei casi non vi sta criticando, vi sta liquidando. Se ne sta tirando fuori nella maniera più inequivocabile possibile. Si sta liberando della seccatura. Perché in effetti i vostri manifesti – ripeto, il primo e il terzo – sono una seccatura. Li leggi e fai “uffffffff”. Se da un lato capisco chi vi liquida, dall’altro farlo subito come foste la solita sbobba intellettualoide italiana mi sembra privo di senso. Non avete ancora fatto nulla. […] (Rivista Inutile, Alessandro Romeo).

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Tq: questo sì che è da congiurati!

7 agosto 2011

[…] Di fronte all’ipervisibilità di cui si nutre un intero sistema socio-economico e culturale, possiamo pensare di elaborare delle strategie di occultamento? […] Se all’ipervisibilità mediatica possiamo rispondere inventandoci strategie di occultamento, all’astrazione e alla perdita di fisicità (e di contesto) delle relazioni (anche solo verbali) possiamo forse rispondere elaborando strategie conviviali. […]

L’articolo del Tq Carlo Mazza Galanti Visibilità, occultamento, convivialità mi pare piuttosto interessante – il cappello è un po’ accademico, ma basta sopravviere ai primi capoversi: poi viene in buono – in un’ottica di vera e autentica congiura. Gli accosterei le mie riflessioni del 15 maggio scorso sul prendersi cura.

Tq: nuovo sito (e noterella su un’aggressione)

7 agosto 2011

Generazione Tq

Tq. Il sito.

Generazione Tq abbandona con calma il blog improvvisato nei giorni scorsi e si trova una casa stabile. Colgo l’occasione per fare due cose.
Prima cosa. Molte persone mi hanno chiesto in privato se io faccia parte di Tq. No, non faccio parte di Tq: per il semplice fatto che non faccio parte della tq, della generazione trenta-quaranta. Ciò non mi impedisce né di guardare con attenzione e stima a ciò che i Tq fanno, né di tentare mettere in evidenza ciò che di più interessante c’è, amio parere, nel loro lavoro.
Seconda cosa: ho la sensazione che Tq, appena fatti due passi fuori di casa, abbia subita una vera e propria aggressione. Questa aggressione è stata compiuta, mi pare, più con il dileggio che con la critica; si è fondata sul rispedimento al mittente, ossia sull’accusare i Tq esattamente di ciò di cui Tq accusa il complesso editoriale-industriale; e pertanto ha generato astio verso Tq esattamente tra chi avrebbe tutta la convenienza a cogliere l’opportunità della faccenda. Ma bene scrive Matteo Di Gesù nell’articolo Affinità e divergenze tra i compagni del gruppo 63 e noi:

Il Gruppo 63 è stato accusato per quarant’anni, da buona parte dell’establishment culturale, di brigare tendenzio- samente per la presa del potere. TQ è stata accusata per quattro mesi, da buona parte dell’establishment culturale, di brigare tendenziosamente per la presa del potere. Se non altro i salari medi dei componenti del Gruppo 63 con- sentivano, per quei tempi, di sopravvivere decorosamente (leggi tutto).

Tq, liberisti involontari?

30 luglio 2011

di Valeria Pinto

[Riprendo questo intervento di Valeria Pinto dalla discussione in corso, in calce alla pubblicazione dei “manifesti” di Tq, in Nazione indiana. Condivido nella sostanza le perplessità dell’autrice. Ho dato al testo un titolo di mia invenzione. gm].

C’entro per poco. Ancora per un poco nella Q. E forse un poco di più nei lavoratori della conoscenza (essendo, come si dice, “incardinata” da un po’ di anni all’università come associato di Filosofia teoretica). Ma per quel poco che c’entro vorrei dire un paio di cose. Ossia che penso che questo manifesto sia molto importante e che però avverto un problema. Diciamo che è un problema di spirito e di lettera. Nel senso che condivido fortemente quel che in principio mi è sembrato lo spirito del manifesto e non avrei esitato ad aderire in modo anche operativo, se poi non fossi rimasta disorientata da passaggi letterali che, trattandosi di un documento steso da letterati, fatico a pensare siano ingenui o casuali. Ma ditemi voi.

Mi lascia perplessa il fatto che un manifesto avverso alla “epidemia neoliberista” si lasci però impassibilmente contagiare da termini, concetti e parole simbolo del lessico neoliberale, elevandoli persino a punti programmatici. “Gestione della cultura basata sulla competenza”, si legge. Se piace, passi per “gestione della cultura”. “Competenza” però è una parola compromessa: la sua programmatica distinzione da “conoscenza” serve oggi a divaricare il sapere operativamente utile (skills per capirci) dalle presunte oziosità da intellettuali. Capisco, almeno credo, la buona intenzione di rivendicare il ruolo dell’“intellettuale specifico”, dedito al proprio oggetto, contro l’“intellettuale universale mediatico”, che svolge il suo servizio alla modernizzazione delle forme di assoggettamento fornendo concetti rassicuranti sull’intera estensione dell’esperienza, e con ciò di fatto reclamando il diritto alla banalità di contro a “professionisti considerati arcaici, scansafatiche, ed elitistici” (vedi l’Appel des appels – un bel manifesto, che ha qualosa da dire anche sugli ex militanti poi convertiti). Però avanzare contro di questo formule come “impegno di trasparenza e di riconoscimento della competenza e del merito” risulta proprio disorientante. Sono slogan che ci si aspetta in altre bocche. Quelle dei ministri dell’attuale Governo, o in quelle della sinistra in perenne ansia di intercettare le battaglie della cosiddetta modernizzazione (su cui, guarda caso, la destra è solita anticiparla)… insomma, sono formule da Gelmini o Giavazzi, da Brunetta o Abravanel: che ci fanno in questo manifesto?

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Tq: la congiura dei professionali

28 luglio 2011

di giuliomozzi

La cosa che più mi colpisce e mi interessa, di ciò che si chiama Generazione Tq e che sento chiamare volta a volta “movimento” o “associazione” (con prevalenza del primo), è che coloro che hanno dato vita alla cosa lo hanno fatto presentandosi non come “intellettuali” bensì come “lavoratori professionali”. E in effetti, se guardo la lista di chi sta in Tq, vedo che (c’è qualcuno che non conosco, ma sono proprio pochi) si tratta in buona maggioranza di lavoratori dell’editoria. Spesso (per quel che so delle loro vite) piuttosto precari; talvolta (id.) consolidati; altre volte (id.) situati in quella zona intermedia nella quale non sai se sei un precario o un libero professionista (e magari sei semplicemente un libero professionista in un mercato fermo, ecc.).

Ora: nei “manifesti” di Tq queste persone esprimono dei desideri che a leggerli sembrano elementari, quasi infantili nella loro elementarità, addirittura ovvii: facciamo un po’ meno di libri, per piacere, e magari diminuiamo la produzione di quelli orridi piuttosto che di quelli belli; facciamo un po’ meno di corruzione tra “mediatori culturali”, per piacere; facciamo un po’ meno di lavoro sottopagato, per piacere; facciamo un po’ meno di lavoro fatto alla cazzo, per piacere; eccetera: vedi il manifesto per l’editoria. Il fatto è che le persone che esprimono questi desideri – che condivido – sono talmente implicate, talmente prese dentro il lavoro editoriale, talmente incastrate nei meccanismi aziendali, che…

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Tq: manifesti

27 luglio 2011

[…] Questo non è un appello che basti firmare: questo è un invito, aperto a tutti coloro che lavorano nell’ambito della cultura e delle arti, a pensare e ad agire assieme, deponendo egoismi e rivalità; a mettere in gioco parte del proprio tempo e in discussione il proprio ruolo artistico o intellettuale, e a essere fortemente, fieramente cittadini, operando da mediatori tra i saperi, intervenendo nel dibattito politico, immaginando nuovi modelli di pratiche sociali. È un invito che estendiamo poi a tutto il Paese, un invito al dialogo e alla formazione di comitati TQ, rivolto a tutte le categorie di trenta-quarantenni che vorranno lavorare assieme a noi: dai ricercatori agli economisti, dagli artisti di altre discipline ai lavoratori dello spettacolo, dagli insegnanti agli operai, dai free lance ai precari del terziario avanzato – molti di loro, proprio come noi, alle prese con una somma ennesimale di ruoli distinti: nella stessa giornata, più volte al giorno. […]

Il gruppo Tq (Trenta/quaranta) avvia un luogo di discussione pubblica, qui, e pubblica tre manifesti: un manifesto generale, uno per l’editoria, uno per gli spazi pubblici.

Un progetto politico

15 maggio 2011

di giuliomozzi

[…] Questo non è un Paese per giovani – è vero – e tantomeno è un Paese per intellettuali. Ma forse il modo migliore per reagire a questa emarginazione non è continuare a denunciarla come uno scandalo – il fatto è sotto gli occhi di tutti, e a scandalizzarsi siamo sempre gli stessi – quanto piuttosto cercare di uscire dall’angolo. […]

Dell’appello Tq si è parlato molto, all’interno della repubblica delle lettere, in queste settimane (c’è anche un articolo in vibrisse, di Demetrio Paolin, con in coda qualche link utile: qui).
Ci ho pensato su anch’io.
Me ne parlano amici e conoscenti, e mi dicono delle cose. Ad esempio mi dicono: può considerarsi “emarginato” chi riesce a lanciare un appello dalle colonne del supplemento domenicale del Sole 24 ore? Io so che sì: perché, dalla posizione in cui sono, riesco a distinguere l’apparire dal potere. Su quel supplemento potrei scriverci anch’io: mi è stato proposto. Mi fa piacere che la direzione abbia intrapreso uno svecchiamento del parco-collaboratori. Mi sembra una scelta di marketing sensata, intelligente e positiva.
Se mi domando di quale e di quanto potere dispongo, mi rispondo: nessuno. Definisco il potere così: dare un ordine con la certezza che sarà eseguito. Io non ho nessuno che esegua i miei ordini, né mi verrebbe in mente di dare ordini a qualcuno.
Non ne faccio una questione di principio. Qui sto ragionando su di me, su ciò che io sono e su ciò che posso fare.

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TQ, qualche appunto sulla felicità

6 maggio 2011

di Demetrio Paolin

[Pubblico di seguito un breve intervento che riprende le cose che ho detto a Roma durante il seminario TQ, organizzato da Laterza. Al fondo ho preparato una breve “linkografia” così che tutti – anche chi non c’era – possano orientarsi. dp]

Aneddoti & citazioni. C’è una vignetta di Charlie Brown che io tengo sempre nel mio portafoglio, l’ho ritagliata parecchio tempo fa e ora è praticamente lisa e consunta, ma non ho bisogno di leggerla tanto l’ho imparata a memoria. Nella vignetta viene posta a Charlie Brown la seguente domanda: Cosa vuoi fare da grande?. E lui, senza neppure pensarci troppo, risponde: Essere vergognosamente felice.

Questa cosa mi è tornata in mente pochi giorni fa al lavoro. Io per lavoro mi occupo di immigrazione: lavoro in un ufficio che aiuta le persone straniere a compilare le domande di rinnovo dei permessi di soggiorno, li assiste nei passaggi complessi e astrusi delle leggi e dà consulenza per le vertenze del lavoro domestico.

Insomma, dicevo, un giorno nel mio lavoro sto finendo di compilare uno dei soliti permessi di soggiorno, quando alla ragazza che mi stava davanti dico: Ecco fatto, vedi? Non ci è voluto niente. Cosa vuoi di più?

Lei mi guarda. Forse è stufa o stanca, è pomeriggio tardi, certamente deve andare a fare la notte a qualche vecchietta e mi dice: Essere felice.

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