Posts Tagged ‘Sylvia Plath’

Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

24 novembre 2014

di Vanni Santoni

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male.

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La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

27 ottobre 2014

di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

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La formazione della scrittrice, 17 / Rosaria Lo Russo

5 maggio 2014

di Rosaria Lo Russo

[Questo è il diciassettesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Rosaria per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

RosariaLoRussoDieci anni

Annusare la carta, sfiorarla con le dita, strusciare la pagina contro una guancia. Pagine ingiallite e sottilissime, un libro grosso, la copertina rossa. Le Mille e una notte a casa di mio nonno nella campagna toscana e i lunghi pomeriggi solitari di una bambina che amava molto leggere favole e poesie, e a casa di mio nonno c’erano anche molti libri di poesia. Nonno leggimene una. Nonno leggimene una. Ma soprattutto nonno Renato aveva un cofanetto, color porpora e ricami dorati, contenente una selezione del Reader’s Digest della più grande poesia italiana, dai siciliani a Montale, accompagnati da 45 giri in cui questi testi lapidari erano declamati dai grandi attori all’antica italiana, Gassman, Foà, Edmonda Aldini… Il cofanetto Le pagine d’oro della poesia italiana è un cimelio polveroso che sta sullo scaffale più basso nella parte della mia libreria dedicata interamente alla poesia, come un grande rettangolo genitoriale. I vinili a 78 giri ivi riposano in pace ma nescit vox missa reverti citando Ovidio. E la musica lirica. Mio nonno era un melomane straordinariamente appassionato. A casa sua ho conosciuto da bambina tanti cantanti lirici e lui spesso mi portava con sé all’opera. Ancora il ricordo di un grande sonno, un sonno cullato e interrotto dalle versioni filologiche di Riccardo Muti al Comunale di Firenze, sei ore di Guglielmo Tell di Rossini. Un sonno beato dal canto e turbato dal canto: croce e delizia. E poi i Quindici, i due volumi, quello con la costa rosa e quello con la costa viola, solo quelli sempre quelli. Il loro odore fortissimo. Avevo dieci anni e il 21 giugno era il compleanno di mia madre. La famiglia andò a pranzo da La Beppa, un ristorante famoso allora a Firenze, sui Viali dei Colli, ombreggiato dal tigli. L’odore dei tigli era fortissimo, il pranzo era stato buonissimo. Tornata a casa ero piena di sensi buoni e questi diventarono una poesia niente affatto ingenua. Una poesia dedicata a mia madre, nella sonnolenza meridiana di un primo giorno d’estate pieno di sensi buoni. Mamma, mi leggi una favola? Anzi, me ne racconti una? La poesia nasceva come risultato dei sensi appagati. Ascoltare, annusare, assaporare. Ma il mio nome calabrese, imposto dalla nonna paterna, non piaceva alla mia mamma fiorentina, che aveva dovuto accettare Rosaria per evitare Concettina, il nome di mia nonna (l’insopportabile suocera perennemente a lutto). Rosaria per Rosarina, Rina, la primogenita di mia nonna Concettina, morta a dieci anni per una malformazione cardiaca congenita. La foto del suo piccolo viso ingoiato dalle occhiaie nere e dal baschetto dei capelli neri incombeva consumandosi di anno in anno, ingiallendo, sparendo: io ero nata perché lei fosse ancora. Io non ero io, ero lei, morta a dieci anni. Il mio primo libro, L’estro, lo ha scritto lei, una bambina di dieci anni, una bambina morta che cantava arie d’opera.

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