Posts Tagged ‘Stefano Dal Bianco’

Dieci cose che ho pensate nel tempo sul conto degli editori, e che con l’esperienza si sono rivelate vere o false

8 giugno 2017

1992. Fotografia di Basso Cannarsa

di giuliomozzi

1. Quand’ero, boh, diciottenne, diciannovenne, mi facevo dare nelle librerie i cataloghi degli editori (allora esistevano i cataloghi stampati) e poi a casa me li studiavo. Confusamente, nella mia ingenuità, identificavo l’editore con il suo catalogo, cioè con i libri pubblicati. In quelle liste cercavo una logica, un’organizzazione: e in certi casi (esempi massimi: Laterza, Il Saggiatore, Einaudi, ec.) la trovavo facilmente. Questo il mio primo pensiero. Era vero, allora. Oggi è ancora vero, ma non è più reale.

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Dieci eventi determinanti che hanno fatto di me lo scrittore che sono

5 aprile 2016

di giuliomozzi

[“Dieci”, mi raccomando, non “I dieci”]

1. Sono nato in una famiglia dove si studiava, e si studiava volentieri; e dove c’erano risorse per studiare. Dai genitori – entrambi biologi – appresi, tra le altre cose, un modo di ragionare e parlare rigoroso. Una logica.

2. Mia sorella Maria Luisa studiava lettere, e mi passava poi dei libri, o me li raccontava, o accettava di parlarne con me – che avevo due anni di meno, molta costanza di meno, e moltissima pazienza di meno. Capivo poco, intuivo qualcosa: sviluppavo l’immaginazione, più che l’intelligenza.

3. All’oratorio conobbi Stefano Dal Bianco. Oggi stimato poeta, allora amico prezioso e istruttivo. Aveva un anno meno di me, mi ha insegnato molto, mi ha portato molte letture: faceva qualcosa che io non capivo, ma che mi sembrava vero.

4. Al liceo ebbi, tra gli altri, due insegnanti che avevano per la loro disciplina un appassionamento autentico: Diana Burla, italiano; Renato Bortot, filosofia. Non so quanto ho ritenuto del loro insegnamento: credo di aver intuito qualcosa dal loro appassionamento.

5. Negli anni Ottanta, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta, per un certo tempo ebbi sopra di me come capo ufficio Guido Lorenzon. Mi fece scrivere molto, mi insegnò molto. Da lui imparai non solo un approccio professionale alla scrittura, ma anche un approccio etico.

6. Nel 1988 trovai in una libreria un libretto di poesie di Laura Pugno, e volli conoscerla. Laura ha dieci anni meno di me, allora ne aveva diciotto: mi ha insegnato molto, ma soprattutto ha riconosciuto qualcosa in me che io stesso non vedevo.

7. Nel 1991 lessi, su istigazione di Stefano Dal Bianco, Grande raccordo di Marco Lodoli. Che Marco Lodoli sia o non sia un grande scrittore, non è questo il punto. Il punto è che quel libro era la cosa più potente che potesse capitarmi in quel momento. E i suoi racconti erano un modello.

8. Nel 1995 o 1996, non so più, conobbi Umberto Casadei: si iscrisse a un mio corso, anzi fu la sorella a iscriverlo. Da lui ho imparato che quando si incontra uno scrittore non c’è altro da fare che mettersi al suo servizio. Lezione utile per gli anni successivi.

9. Nel 2002 o 2003, credo, ricevetti dei racconti da Demetrio Paolin. Non mi convinsero ma mi interessarono. Conobbi così Demetrio. E capii, accidenti se lo capii, che differenza c’è tra uno che fa come me e uno che studia e pensa.

10. E poi sarebbe una lista lunga, molto lunga, di incontri e di apprendimenti. Di alcuni ho preso coscienza solo nel tempo, magari dopo molto tempo. Di altri, chi sa, prenderò coscienza in futuro. Grazie.

La formazione dello scrittore, 13 / Giulio Mozzi

18 settembre 2014

di giuliomozzi

[Questo è il tredicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio l’anonimo intervistatore per la pazienza. gm]

[La prima parte dell’intervista risale al 2010. Vedi le note].

giuliomozzi_453D. Allora, Mozzi, è pronto?

R. Sì, sono pronto.

D. Cominciamo?

R. Cominciamo.

D. Lei, Mozzi, in che modo è entrato nel campo letterario?

R. Be’, sostanzialmente per caso.

D. Guardi, non ci credo nemmeno se mi paga.

R. Eppure è così.

D. Può essere più preciso? Mi può raccontare?

R. Certo. Si può cominciare dall’oratorio. Da ragazzo, diciamo tra i dieci e i diciotto anni, ho molto frequentato l’oratorio. Naturalmente si era formato tutto un giro di amicizie. Tra gli altri, questo oratorio era frequentato da Stefano Dal Bianco.

D. Il poeta?

R. Sì, quello che oggi è pubblicato nello Specchio di Mondadori, ossia la collana di poesia più ufficiale che ci sia in Italia.

D. E lei divenne amico di Dal Bianco?

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La formazione dello scrittore, 12 / Antonio Turolo

11 settembre 2014

di Antonio Turolo

[Questo è il dodicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Antonio per la disponibilità. gm]

AntonioTuroloHo studiato con diligenza. Anche con esagerazione. Dai sei ai trent’anni, cioè dalla scuola elementare fino allo scadere di una borsa di studio dopo la laurea.
Ho letto con passione. Prima narrativa, poi anche poesia. Non c’era nessun libro nella casa in cui sono cresciuto,(oggi sono diventato un compratore compulsivo), tranne qualche libretto d’opera, finito in fondo ad un armadio.

FabioTombari_LibroDiTonino_1 FabioTombari_LibroDiTonino_Il primo che ho letto si intitolava Il libro di Tonino, dello scrittore marchigiano Fabio Tombari. La copertina raffigurava un bambino che ascoltava il suono di una conchiglia. Ho letto con esagerazione. Interi pomeriggi senza uscire di casa. L’apice della passione l’ho raggiunto nella tarda adolescenza, in concomitanza con la scoperta dei grandi scrittori europei di primo Novecento. Oggi sarò forse più smaliziato, ma ho perduto quella capacità di farmi coinvolgere.
E poi c’era il tema. Intendo dire proprio il tema in classe, l’unico tipo di componimento previsto a scuola, senza le inutili complicazioni che qualche pedagogo ministeriale ha voluto aggiungere poi. Mi piaceva molto il tema, proprio per la sua natura anarchica, senza regole, che stimolava la fantasia.

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La formazione dello scrittore, 9 / Giuseppe Genna

17 luglio 2014

di Giuseppe Genna

[Questo è il nono articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. Il prossimo ospite della rubrica sarà Marco Candida. gm]

giuseppe_gennaNon so nemmeno a quale formazione fare riferimento; per me, cresciuto negli anni Settanta e Ottanta e Novanta, è adesso più confusione e sbigottimento che ricordo il dire del me stesso, chi incontrò, cosa fece, come arrivò alla scrittura. Inoltre si tratta di “io” e qui sta un problema storico. Utilizzare questo pronome radicale è stato difficile nel corso dei due decenni in cui ho pubblicato. Ho tentato di costruire un ologramma, un avatar, che attirasse fulmini e saette, giusto livore e ingiusto rancore, lasciando in pace la persona in un silenzio e in un respiro ampi, secondo l’insegnamento di un poeta che annovero tra i miei maestri e che era Antonio Porta (così, noto al secolo; si chiamava Leo Paolazzi, in verità).
Prendo molto sul serio questo invito di Giulio, che certamente è tra gli scrittori e intellettuali i quali più stimo da tanti anni, con cui a me è parso di fare un po’ di strada insieme (vorrei citare, insieme a lui, tra i miei coetanei editoriali, quelli per me più decisivi: Tommaso Pincio e Aldo Nove). Dice Giulio: scrivi quello che vuoi sulla formazione tua, meglio se lungo il pezzo, anziché breve. Quindi scrivo questo autoritratto, sommario e forse un po’ peccaminoso, seguendo le metriche suggeritemi.

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Primo appunto provvisorio e notturno su Didattica e pedagogia della scrittura e della narrazione

20 dicembre 2013
Modelli pedagogici a confronto

Modelli pedagogici a confronto

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Descrizione a posteriori di intenzioni che a priori non è detto che ci fossero davvero, corroborate da impressioni di lettura per le quali ringrazio gli amici

19 dicembre 2013
13 dicembre 2013, ore 19.30

13 dicembre 2013, ore 19.30

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In questa puntata parleremo di poesia

15 marzo 2013

di giuliomozzi

[Era il 1997, e io trafficavo con Nautilus, rivista di attualità e cultura pubblicata in rete. Scrivevo recensioni, pubblicavo racconti di giovani e giovanissimi narratori; e compilavo anche un corso di scrittura a puntate. Qui ne riporto una. Qualche anno prima avevo organizzato, insieme a Stefano Dal Bianco, un corso di lettura della poesia. Molto di ciò che è scritto qui viene più da Stefano che da me. gm]

In questa puntata parleremo di poesia. Gli appassionati della narrativa non se la prendano: lo studio della poesia è comunque fondamentale per arricchire la propria capacità stilistica. Nel testo che segue cercheremo di fornire qualche elemento di metrica. La metrica è lo studio del funzionamento del verso. Di solito i manuali di metrica sono noiosissimi; qui cercheremo di suggerire un approccio diverso a questa in realtà affascinante materia. Alla fine del testo ci sono le note e una breve bibliografia.

Fare il verso alla poesia

Domanda: che cosa è la poesia? Risposta: la poesia è una forma di scrittura nella quale si va a capo prima che sia finita la riga. Potrà sembrare un po’ idiota, come definizione, ma tutto sommato è una definizione che funziona. Ad esempio, se leggiamo:

Domanda: che cosa è
la poesia?
Risposta: la
poesia è una forma di scrittura
nella quale si va
a capo
prima che sia finita la riga.

Questa è indubbiamente una poesia, anche se come poesia fa abbastanza schifo (su questo penso che siamo tutti d’accordo). Oppure:

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Laudatio funebre di Andrea Zanzotto

24 ottobre 2011

di Stefano Dal Bianco

[Questa è la «Laudatio funebre di Andrea Zanzotto» pronunciata da Stefano Dal Bianco il 21 ottobre scorso nel Duomo di Pieve di Soligo (Tv)].

Andrea Zanzotto era uno che ti metteva di fronte al fatto evidente, incontrovertibile, che noi non siamo tutti uguali. Non siamo uguali nella vita, perché ognuno ha ricevuto i suoi talenti specifici, in quantità e in qualità, e non lo siamo davanti alla morte, perché qualcuno si è impegnato più di altri per farli fruttare, i suoi talenti.
A fronte di un corredo straordinario di talenti, Andrea Zanzotto si era assunto in pieno la responsabilità di farlo fruttare, questo corredo.
Ed è evidente che la sua non è stata una passeggiata, e quanto abbia dovuto pagare quotidianamente il suo impegno in questo senso.
Non era uno che si assecondava. Non era uno che si dava credito. Era uno che in tutti i giorni della sua vita – in quello che ha fatto, in quello che ha detto, in quello che ha scritto – si è posto sempre, prima di tutto, contro se stesso.
Non so se sia mai esistito un grande poeta che non abbia questa disposizione come fondamento della sua grandezza.

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Andrea Zanzotto è un grande poeta

19 ottobre 2011
Pieve di Soligo (Tv) e la frazione di Solighetto in una ripresa aerea (dall'archivio di Luigi Bortoluzzi)

Pieve di Soligo (Tv) e la frazione di Solighetto in una ripresa aerea (dall'archivio di Luigi Bortoluzzi)

di Stefano Dal Bianco

Andrea Zanzotto è un grande poeta. Affermarlo dopo sei decenni di brillante carriera mondiale del poeta di Pieve di Soligo può sembrare pleonastico. Eppure l’esperienza del comune fiancheggiatore contemporaneo si scontra non di rado con le voci di lettori, di professori e perfino di poeti italiani che non mancano, con toni più o meno accesi, più o meno ammiccanti o soffocati, di dichiarare la loro estraneità: «È una poesia troppo difficile». La terapia che noi suggeriamo è sempre la stessa: «Hai provato a leggerlo davvero, dall’inizio alla fine?». Al che, immancabilmente: «Sento che il gioco non vale la candela. È troppo intellettuale. Nella poesia io cerco carne e sangue, e qui non provo emozioni, si fa troppa fatica». Così termina lo scambio: noi ce ne stacchiamo con malcelato senso di pena per le sorti dell’umanità, mentre la voce di fronda, nei casi più benevoli, si adopera per tacitare interiormente un vago senso di colpa appigliandosi ai diritti dell’immediatezza del poetico.
Sbagli, cara voce di fronda: il gioco vale la candela. Andrea Zanzotto è un grande poeta per due motivi che proveremo a dichiarare e poi a chiarire. Essi sono, in sintesi e molto banalmente, a) la bellezza, ossia la specifica qualità poetica della sua scrittura e b) il fatto che ciò di cui Zanzotto parla è importante.

Leggi tutto l’articolo (parte di un saggio inedito) in Le parole e le cose.

Veduta con signore

14 settembre 2011

di Stefano Dal Bianco

Un signore che mai conosciamo abbastanza oggi si è affacciato,
abbiamo visto che ha visto qualcosa
per un momento alla finestra,
qualcosa che tremava nella valle sottostante,
che respirava senza vento, con il suo solo potere,
ed era il bosco occupato dal non bosco,
indistinguibile nella foschia,
che respirava senza vento, era il legame
fra esistente e non esistente
e tutto intorno niente.

Allora venne il desiderio, il primo seme della mente,
e quel signore purtroppo si appagò,
divenne un passato remoto,
si volse indietro alla stanza
e cominciò a discorrere con noi
del più e del meno
mentre il legame intrasentito scompariva
e così i nostri confini, che per un po’ di tempo
erano stati i suoi.

Questa e altre nuove poesie di Stefano Dal Bianco in Le parole e le cose, qui (e un’altra qui).