Posts Tagged ‘Simone Gambacorta’

La compromissione inevitabile. Un possibile rapporto tra due romanzi di Mario Pomilio

29 ottobre 2015

di Simone Gambacorta

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. L’intervento di Gambacorta, essendo ricco di note, e perciò mal leggibile in una pagina come quelle di vibrisse, viene fornito in pdf].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Un autore certamente non ignoto e non estraneo alla formazione di Mario Pomilio, e senz’altro per ordini di ragioni ben più pregnanti delle lasche e spesso fuorvianti prossimità anagrafiche, ossia Benedetto Croce, in una delle sue opere più dense e impegnative, e incentrata su un tema che, in altro modo, avrebbe di per sé rappresentato un catalizzatore delle istanze politiche pomiliane, vale a dire la Storia d’Europa nel secolo decimonono, fra la gran messe di osservazioni consegnate a quelle pagine e che assumono una possibilità di significato autonomo (ossia più o meno adatte a essere asportate dal tessuto connettivo originario), ne dispensa una che, sebbene arbitrariamente, può essere esportata, e quindi importata, e senz’altra pretesa che farne un libero spunto di riflessione, proprio all’interno del variegato corpus romanzesco cui Pomilio ha dato forma con le sue opere: «Come se sia cosa possibile – scrive Croce – cercare e trovare la verità senza insieme patirla e viverla nell’azione e nel desiderio dell’azione».

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Fai clic per accedere a la_compromissione_inevitabile.pdf

Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo (da lunedì 26 ottobre )

24 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Più o meno a maggio di quest’anno avevo tra le mani la copia della nuova edizione del Quinto Evangelio (L’orma editore, 2015) di Mario Pomilio; nella mia libreria facevano mostra di sé la ristampa de Il nuovo corso (Hacca, 2014) e di Scritti cristiani (Vita e pensiero, 2014). E mentre ero indeciso su come scrivere, qui in vibrisse, mi è capitato di leggere un’affermazione di Giulio Mozzi sul suo profilo di facebook che diceva più o meno che il Quinto Evangelio era il più bel romanzo italiano del dopoguerra. Alla sua affermazione mi venne solo da dire: Dio mio, sì! Giulio ha ragione.

La letteratura, sappiamo, non è una classifica di calcio, ma spesso è utile cercare di stabilire un qualche ordine di grandezza, cercando – in parole povere – di fornire una sorta di canone dei testi. E sicuramente il romanzo di Pomilio, ma sarebbe meglio dire la sua opera, dovrebbe essere contemplato al suo interno. In realtà, però, dell’autore abruzzese si è parlato poco o niente, relegandolo al ruolo marginale nell’economia della nostra storia letteraria.

Per questo motivo in quel giorno ho pensato di scrivere una breve mail a tre amici, scrittori e lettori forti dell’opera pomilana, dicendo loro che volevo provare a costruire sul Quinto Evangelio e sull’opera di Pomilio non una semplice recensione o saggio ragionato, ma qualcosa di più.

Gli amici in questione erano Giulio Mozzi, Alessandro Zaccuri e Gabriele Dadati e il qualcosa in più che avevo pensato e immaginato è quello che leggerete nei prossimi giorni qui sul sito di vibrisse ovvero una sorta di convegno on line dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, in cui scrittori, critici, teologi e giornalisti sono stati chiamati a scrivere un loro contributo.

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La narrazione originaria

4 giugno 2014

di Luciano Curreri

Simone Gambacorta, nella breve e calibratissima quarta di copertina, presenta bene La narrazione originaria (Galaad, 2014, € 5) di Michele Toniolo: “Un saggio che trova nella maschera del racconto il pretesto per esplorare un altrove di densità, un’oltranza di scrittura”. La riflessione di Toniolo, in effetti, è intensa e ha i suoi esiti migliori – almeno a mio avviso – nella giustificazione della stringata testualità, delle pochissime parole, per un uso intimo e lirico che è inizialmente teso verso l’altro e l’alto, quasi come in certo laudario di Iacopone. C’è un figlio che getta a un padre – “in grembo” (in seno a materna, significativa espressione che accoglie l’incipit del testo) – una manciata di parole che hanno il potere di uccidere il primo e incatenare il secondo. Poi, il movimento narrativo, nutrito di rinvii di natura saggistica, dai profeti biblici a Bonhoeffer, da Blanchot a Benjamin, procede anche e soprattutto verso un “sé” che non abusa delle parole degli altri perché le deve riferire, per l’appunto, a sé stesso: altrimenti, ci si chiede, “a che scopo leggere?”. Ma usare le parole degli altri non è pratica deresponsabilizzante, come in tanta chiacchiera conformista o in quell’attualissima prosa critica e narrativa dei nostri giorni.

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