Posts Tagged ‘Sergio Pent’

“Odissea on the road con Gauguin rubato”

16 settembre 2013

L’editore Laurana ha appena mandato in libreria quello che, secondo me, potrebbe essere il romanzo più divertente dell’anno: Inseguendo Gauguin, dell’esordiente Giuseppe Sforza. E’ un romanzo al quale tengo molto, perché il divertimento intelligente è merce rara. Qui di séguito riporto la recensione apparsa sabato 14 settembre in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa. Spero che altri recensori vorranno accorgersi delle qualità di questo romanzo (rifiutato o non considerato, come talvolta avviene, dai maggiori e dai migliori editori: ma questa è un’altra storia, ed eventualmente ve la racconteremo un’altra volta). Il mio invito è questo: cercàtelo in libreria, leggete l’incipit, sfogliàtelo. E vediamo se siete capaci di non sorridere. gm].

di Sergio Pent

Tra Benni e Pennac, con qualche schizofrenica sequenza da comica del cinema muto e la voglia di scherzare con troppe seriosità pseudoculturali, il trentatreenne Giuseppe Sforza inventa una sua rutilante odissea “on the road” in un ampio romanzo in cui – oltre ogni giudizio di merito – il relax del lettore è assicurato.
La dissennata fuga del “ragazzo” protagonista è di quelle epiche, gravata da responsabilità e da colpe che gli cadono addosso come piogge fantozziane: adocchiato dall’isterica figlia del Capo – boss della malavita pugliese-triestina – il giovanotto si lascia invischiare nel furto di un quadro di Gauguin, con un milione di euro in valigia e la promessa – o la minaccia – di accasarsi con la trucida rampolla. Ma la valigetta gli viene rubata, il Gauguin si rivela un falso e nel frattempo il nostro eroe ha fatto la conoscenza di un bel gruppo di storditi che fanno capo a Gana, una specie di vichingo onnivoro a cui per caso aveva salvato la vita. E l’amore vero trova il suo traguardo nella splendida Caterina, legata a Gana da oscuri vincoli parentali che condurranno il giovane in una frenetica fuga fra Trieste, la Croazia e le Murge, con una serie davvero esilarante di personaggi che sembrano spuntati da una qualche memorabile macchietta di un “Comma 22”: Tolstoj, Germano Reale, il Postino, Lou Reed (non quello vero), Biscottina, i fratelli Lo Porco… Il tutto miscelato in una narrazione pop, che rammenta la leggerezza di tante scritture sopracitate, ma trova una sua moderna volontà di giocare a nascondino con rimandi, citazioni e non-sense, senza la pretesa di partorire il Grande Romanzo ma con il risultato di assicurare al lettore – anche grazie a una verve frizzante, inarrestabile – il Grande Divertimento.

Otto anni non sono pochi / 3

27 maggio 2009

[Negli otto anni del mio lavoro presso Sironi abbiamo pubblicato tanti libri. Riprenderò qui, in questi giorni, alcuni articoli relativi a quei libri che – a prescindere da qualunque valutazione commerciale – mi sembrano aver meglio “resistito” nel tempo. Questo articolo di Sergio Pent apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, il 12 luglio 2003. gm].

Ci sono avventure narrative che nascono per essere divorate e altre che si prestano ad essere sezionate sui tavoli dell’autopsia critica. L’esordio “monstre” del padovano Umberto Casadei appartiene fuor d’ogni dubbio alla seconda categoria: romanzo inserito nel romanzo, giocato sulle infinite possibilità del raccontare storie o dirimerle, intersecarle, annichilirle, la sua opera megagalattica si presta ad analisi severe e approfondite, non certo alla frenesia del voltare pagina. Storia dei giorni nostri, tra inconsistenza – anche piccolo borghese – di vivere sfiorando la superficie delle cose, bieca rincorsa ai valori effimeri, annullamento dei sentimenti, la prova onerosa – e strutturalmente esemplare – di Casadei ci mette di fronte a un doveroso dispendio di vocaboli – sempre esigui se rapportati alla fatica del romanziere-architetto – per delineare le positive velleità di confronto con l’attualità sociale e – più ancora – con il grande gioco della sfida letteraria.

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Carlo Coccioli / Presenza dello scrittore assente

16 gennaio 2009

a cura di giuliomozzi

Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.

[Questo articolo è stato ripreso il 2 febbraio 2009 in Nazione indiana, qui].

Carlo Coccioli

Carlo Coccioli

“Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto”. Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro Quelli che ami non muoiono mai, Mario Fortunato (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole – quasi un ritornello – quando ho provato a domandare a un po’ di scrittrici e scrittori d’Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, non l’ho mai conosciuto, ma è come se l’avessi conosciuto, lo dico anch’io.

Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata Pier Vittorio Tondelli. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, Piccolo Karma; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume Un week-end postmoderno (Bompiani 1987). “In nessun autore italiano contemporaneo”, scriveva Tondelli, “è presente una così grande tensione interiore, un’irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico”. Tuttavia “quello che si ama nell’opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l’incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l’ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della Casa di Tacubaya (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di Uomini in fuga (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l’induismo e il buddhismo Zen […] ma anche lo stile di vita appartato, l’amore per gli umili e i reietti, l’assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l’erotismo, la predilezione omosessuale”.

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