Posts Tagged ‘Romolo Bugaro’

Dieci principii utili a scrivere una recensione che il lettore apprezzerà

9 luglio 2016
Non sapendo bene quale immagine collegare all'articolo, l'autore dello stesso ha deciso di impiegare un'immagina descrittiva del mercato

Non sapendo bene quale immagine collegare all’articolo, l’autore dello stesso ha deciso di impiegare un’immagina descrittiva del mercato

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Ho letto e ho pianto

6 giugno 2015

di giuliomozzi

romolo_bugaro_effetto_dominoEffetto domino di Romolo Bugaro racconta una storia molto semplice. Un piccolo imprenditore immobiliare tenta l’affare della vita: la costruzione, in zona pedemontana, di una cittadella residenziale di lusso. A un certo punto la banca, per una valutazione puramente formale (e forse per beghe interne), gli blocca il credito. Lui va a rotoli. I suoi fornitori vanno a rotoli. I fornitori dei fornitori vanno a rotoli. Uno di loro si impicca. L’imprenditore si rivolge a un possibile partner: che gli dice di no. Ma un collaboratore dell’imprenditore lavora nell’ombra. Quando l’ultima possibilità è vendere tutto, è proprio il partner già indisponibile, pilotato proprio dal collaboratore ormai ex, a comperare al minor prezzo possibile. Alla fine la cittadella si costruisce, e rende ai compratori un sacco di soldi. La moglie dell’imprenditore – amata di un amore non romantico e solido – è portata via, in fretta, da un cancro: come se il destino volesse fare pulizia di tutto, proprio di tutto, senza lasciare niente. Il nostro uomo si trova spogliato e solo.

Io sono uno che legge col corpo e vi dico: ho letto, senza fermarmi mai; e ho pianto; e ho provato compassione per tutti. Questo romanzo di Bugaro è ancora più asciutto e concentrato dei precedenti. A tratti sfiora la nuda cronaca. Appaiono qua e là delle immagini – dei paesaggi, soprattutto – e la scrittura si eleva a un’intensità emotiva altissima.

Non so che altro dire. Magari qualche frase scontata, tipo: “Questo è un grande romanzo”. Sì, è un grande romanzo.

Romolo Bugaro, Effetto domino, Einaudi 2015, pp. 228, 19,50 euro.

La formazione dello scrittore, 19 / Romolo Bugaro

20 ottobre 2014

di Romolo Bugaro

[Questo è il diciannovesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Romolo per la disponibilità. gm]

Sono stato fortunato, fortunatissimo. Sono nato in una famiglia senza particolari problemi economici e capace di offrire molte cose.
Mio padre, medico, era un uomo con mille interessi. Amava la musica, la storia, la letteratura. Avevamo la casa piena di libri. Edizioni e collane bellissime: la Medusa della Mondadori, gli Scrittori Stranieri della Utet.
Ricordo il suo primo consiglio. “Vedi se ti piace questo.” Era Vicolo Cannery di John Steinbeck. Ho cominciato a leggere, non mi piaceva granché. Forse rivendicavo una specie di autonomia di giudizio. Ben presto l’ho abbandonato.
Però sono rimasto sugli americani. Winseburg, Ohio di Sherwood Anderson è la prima lettura significativa di cui abbia memoria. A distanza di trenta o quarant’anni non ricordo praticamente nulla delle storie, dei personaggi. Ricordo invece gli ambienti, il paesaggio. Campagne invernali con pochi alberi, pochi suoni. Colline dove la distanza era pura luce.
Dopo Anderson, come alcune migliaia di lettori desiderosi di scrivere in proprio, sono passato a Hemingway. A partire da Il sole sorge ancora in un’edizione oggi introvabile (ovviamente di mio padre): Jandi Sapi di Roma. Anno di pubblicazione: 1944. Traduzione: Rosetta Dandolo. Prezzo di vendita – testualmente, dal dorso del libro: “in Roma L. 150 (esente da aumento) fuori Roma: L. 160 (esente da aumento)”.
La guerra stava ancora infuriando nel Nord Italia, fascisti e nazisti avevano appena fondato la Repubblica Sociale, e nella capitale già si stampavano gli autori proibiti dal regime.

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Disadattato!

29 aprile 2010

di Romolo Bugaro

[…] Una volta un amico scrittore di cui tacerò il nome mi ha insultato perché m’ero autodefinito disadattato.
“Tu guadagni un mucchio di soldi” ha gridato in pizzeria, suscitando la preoccupazione dei cenatori ai tavoli vicini. “Un disadattato è una persona che non riesce a sbarcare il lunario!”
Sottintendeva che lui era molto più disadattato di me. Ci contendevamo il titolo. Devo ammettere che appariva in vantaggio. Tribolava moltissimo coi quattrini, il lavoro e la vita in generale. Sempre mi ribaltava addosso questa condizione problematica. Gli volevo bene, lo cercavo spesso, eppure era un po’ la mia bestia nera.
“Sono disadattato, sì!” avevo insistito sordamente. “Non sai come mi sento!”
“Non conta niente, come ti senti!” aveva ruggito l’amico scrittore, sgomentando in modo definitivo i tavoli vicini. “Contano i fatti! Tu hai uno studio d’avvocato! Paghi in tasse il doppio di quanto guadagno io!”
Era furioso. Magari aveva ragione. Facile fare il difficile, se hai la tranquillità materiale. Mi iscrivevo al club dei tormentati per posa?
“Tu non sei disadattato” insisteva, sporgendosi pericolosamente verso di me. “Non sai di cosa parli!”
Rendendomi conto della crescente preoccupazione dei vicini di tavolo e della inaspettata difficoltà della mia posizione, avevo rinunciato a replicare e ordinato un secondo Jack D. […]

Dal libro Bea Vita! Crudo Nordest, appena giunto in libreria per Laterza, collana Contromano. Lo scrittore non nominato sono io. gm

La sessualità degli Italiani (e delle Italiane)

21 aprile 2010

di Michele Smargiassi

[Questo articolo è apparso nel quotidiano La Repubblica il 24 febbraio 2010. Del volume La sessualità degli Italiani si parlerà a Padova giovedì 22 aprile (vedi) con la partecipazione degli autori, degli scrittori Romolo Bugaro e Marco Franzoso, e dell’attice Saida Puppoli. gm].

Ora lo facciamo con la luce accesa. Tre volte su quattro. La vergogna è finita. Lo facciamo più spesso, più volentieri, più a lungo nella vita. Ci diverte, ci soddisfa, non ci ossessiona ma ne sentiamo il bisogno. Lo facciamo una volta al mese in più di trent’anni fa, altro che stress e sonnolenza da tivù. Lo facciamo spensierati ma non incoscienti, senza tabù ma con rispetto, via via più audaci e sperimentatori. La sessualità degli italiani (Il Mulino editore) è sempre più sensuale, ma non insensata. Giunti all’ultima delle oltre trecento pagine di analisi, grafici e tabelle di quello che non è esagerato chiamare il “Rapporto Kinsey italiano”, è palese che la pornomania, nel nostro paese, è essenzialmente una patologia del potere mediatico.

Era legittimo temere che la volgarità televisiva interpretasse una dissolutezza pandemica, pescasse in un libertinismo di massa. Ma pagina dopo pagina ci si convince che nel nostro paese la “modernizzazione sessuale” (quanto alla rivoluzione, vedremo poi) non solo non ci sta trascinando verso un bordello di lolite e prosseneti, ma l’abbandono progressivo dei due paradigmi tradizionali, quello ascetico e quello procreativo, insomma del “non lo fo per piacer mio”, solo in parte è sfociato in puro edonismo, più spesso in un legame più intenso tra affettività e sensualità, libero da sensi di colpa e di norme imposte, ma non privo di codici e di valori.

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Pulp oggi, quale domani? Il caso italiano (1996)

1 febbraio 2009

di giuliomozzi

[Questo articolo apparve, nell’agosto del 1996, nel periodico in rete Nautilus. E’ interessante confrontare le discussioni letterarie di dodici anni (e mezzo) fa con quelle di oggi. I prezzi, ad esempio, sono in lire. gm] [Sullo stesso argomento: Istruzioni per scrivere un racconto cannibale]

L’anno del pulp – Gli interventi di Giulio Ferroni e del Gruppo 63 – Un tentativo di definire il pulp – «Il pulp in letteratura», un incontro a Venezia organizzato dall’associazione Walter Tobagi

L’anno del pulp. Per la narrativa italiana il 1996 è stato, così si dice, l’anno del pulp. Durante la primavera e l’estate le cosiddette pagine culturali dei quotidiani e delle riviste illustrate ne hanno parlato a iosa, sostanzialmente dicendo: c’è una nuova anzi nuovissima generazione di narratori; il loro riferimento culturale è il film Pulp Fiction di Quentin Tarantino; raccontano di orrori metropolitani con tanto sangue, liquidi organici vari, superviolenza ovunque e così via; oltre che pulp sono trash e splatter; seppelliscono il passato con uno sputo (catarroso); sono cattivi anzi cattivissimi, nonostante l’aria angelica che si danno nelle fotografie con occhi dolci e gattoni a pelo lungo; la loro morale, se ne hanno una, è il cinismo; sanno di essere, come scrittori, pura merce; e ne godono; e chi più ne ha più ne metta.
I campioni di questa nuova ondata sarebbero: Aldo Nove autore di Woobinda e altre storie senza lieto fine, Castelvecchi; Tiziano Scarpa autore di Occhi sulla Graticola, Einaudi; Nicolò Ammaniti autore di Fango, Mondadori; Giuseppe Caliceti autore di Fonderia Italghisa, Marsilio; e, un po’ meno citata, Isabella Santacroce autrice di Fluo, Castelvecchi.

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