Posts Tagged ‘Roberto Saviano’

La formazione dello scrittore, 25 / Sergio Garufi

17 novembre 2014

di Sergio Garufi

[Questo è il venticinquesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Sergio per la disponibilità. gm]

sergio_garufiTutti ce l’hanno su con l’imprinting, come le oche di Lorenz. Si parte sempre da lì: la biblioteca paterna, l’aura sacrale dei libri, il bimbo piccolo che spia i genitori assorti nella lettura. A ben vedere, anche le poche esperienze di segno opposto, cioè le storie di chi è diventato scrittore in case prive di libri, sembrano comunque ricondurre tutto a una volontà di riscatto familiare, quasi che fosse impossibile non rapportarsi in qualche modo ai propri genitori. Per quanto mi riguarda, io ho cominciato a scrivere per scommessa. Con l’impegno, la determinazione e soprattutto la spericolatezza cui normalmente si fa ricorso quando s’intende vincere una scommessa. Una scommessa con me stesso, per mettermi alla prova e con l’unico premio della soddisfazione personale, ma anche col mondo, per vedere se riuscivo a farla in barba agli altri. Io partivo da un assunto molto skinneriano, nel senso di Burrus Frederic Skinner, lo psicologo comportamentista americano che sosteneva che l’educazione e l’ambiente sono tutto, e che d’innato abbiamo poco o niente. Datemi dieci bambini piccoli, e fra vent’anni vi restituirò un ingegnere, un avvocato, un calciatore, un cantante, cioè saranno creta nelle mie mani, ne farò quello che voglio io. Basta metterli sotto a studiare e praticare assiduamente una cosa e i limiti congeniti spariranno. Io sono stato lo Skinner di me stesso. A un certo punto della mia vita mi son detto: posso farcela. Se mi ci metto d’impegno la do a bere a chiunque. E cosa c’è di più innato e sacrale della letteratura? L’ispirazione, lo spirito che soffia dove vuole? Io lo farò soffiare a comando, e poi tutti diranno “lo sapevo”, “era nato per quello”.

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La personaggizzazione corrente

2 ottobre 2010

Mi sconcertano in modo particolare la leggerezza e la serenità d’animo con le quali – nel momento stesso in cui si nega l’identità individuale di una persona proprio perché la si rende simbolo indifferenziato di un tema scelto a piacere, e possibilmente fra quelli più «sexy» per la cosiddetta opinione pubblica – si finge di tributare a questa singola persona il massimo dell’onore possibile.

Invito a leggere, perché mi sembra molto interessante, l’articolo di Federica Sgaggio Sakineh, il personaggio e l’ideologia del simbolo.

Invidia

27 giugno 2010

A proposito di questo fotomontaggio apparso nel mensile Max – e definito una “speculazione di cattivo gusto” dal diretto interessato, qui -, mi sembra interessante ciò che ha scritto Benedetta Tobagi (qui), ciò che ha scritto Federica Sgaggio a partire dall’articolo di Tobagi (qui, e forse conviene dare un’occhiata al post scriptum prima dell’articolo), e poi ancora ciò che Federica Sgaggio ha scritto, qui, riassumendo la discussione avvenuta nel suo blog e concentrando l’attenzione sull’ “argomento dell’invidia“. gm

(E vedi anche, già che ci siamo, l’editoriale di Carmilla e il commento che ne fa Valter Binaghi).

Roberto Saviano, Alessandro Dal Lago

15 giugno 2010

Due interventi interessanti a proposito del libro Eroi di carta di Alessandro Dal Lago: uno di Severino Cesari (apparso qualche giorno fa nel quotidiano il manifesto, e ora ripreso in Il primo amore), l’altro di Helena Janeczek (apparso in Nazione indiana).

Roberto Saviano, pochi giorni fa, ha recensito favorevolmente l’ultimo libro di Helena Janeczek (qui). Nella collana einaudiana Stile libero, che Severino Cesari dirige con Paolo Repetti, è da poco apparso La parola contro la Camorra di Roberto Saviano. Se volete, potete pensare che gli interventi di Cesari e Janeczek siano interessati. Oppure, potete pensare – come penso io – che hanno presa la parola due persone che sono umanamente vicine a Roberto Saviano e alla sua vita materiale.

Del modo di fare le domande

8 giugno 2010

di giuliomozzi

Antonio Moresco ha proposto in questi giorni, nel sito Il primo amore, due domande. Entrambe portano una rubrica: Sugli attacchi da sinistra a Roberto Saviano. La prima domanda è:

Perché oggi, dopo gli attacchi di Emilio Fede e Berlusconi, è proprio la sinistra ad assumersi la responsabilità di delegittimare Roberto Saviano?

La seconda domanda è:

Perché in questi anni ogni posizione forte, in tutti i campi, viene automaticamente considerata “di destra” da una certa sinistra?

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Se non esistesse

8 giugno 2010

di Umberto Casadei

[Questa nota è presa di peso dal blog di Umberto Casadei, dove è apparsa il 4 giugno scorso].

U. Casadei

Se non esistesse il calciatore Borriello, per il quale Roberto Saviano tralascia sistematicamente le cose buone che albergano nelle terre natali di entrambi, insistendo esclusivamente su singoli aspetti per meglio lucrarvi; se non esistesse il sassofonista Sepe, che rinfaccia a Saviano di farsi pubblicare da Berlusconi (del quale evito di ricordare le recenti idiozie, in materia) e di usufruire della protezione dei vertici di quel Sistema che partorisce e alimenta proprio ciò che lo scrittore afferma di combattere; se non esistesse il mio coinquilino, eroico aspirante narratore di mafia, fuggito da Taranto perché da Ancona in giù, soli contro tutti, non c’è via di scampo salvo far comodo a qualche cosca, in qualità di arma, contro cosche nemiche (questa la sua ultima accusa a Saviano); se nella realtà minuta, straperiferica e alcolizzata dei miei pomeriggi di qualche anno fa non fossi incappato nell’ex militante dell’estrema sinistra patavina, oggi sessantenne, da cui per primo, in stretto dialetto veneto, ebbi a sentire che Saviano è uno che sputa nel piatto in cui mangia; se non esistesse il mio poco più che ventenne collega, pieno di tic, malato di gastrite, solo come un cane e fottuto nel cervello (battute a bruciapelo, guradandoti negli occhi, tipo: “eiaculo molto”) per cui Saviano è un piazzista particolarmente rompicoglioni, che vende, come tutti, la sua mercanzia, e chiude una conversazione per altro manifestamente impossibile, ridendomi in faccia: ma allora davvero Lippi lo lascia (Borriello, naturalmente) a casa? Insomma se non avessi modo, nella mia quotidianità, d’attingere continuamente a una compiuta, capillare antropologica putrefazione, le affermazioni del preside della facoltà di scienze della formazione dell’università di Genova Alessandro Dal Lago, le prenderei per quello che sono, cioè applicazioni di teoria e critica del funzionamento dei mezzi di comunicazione di massa al caso specifico della icona mediatica Roberto Saviano; generose, persino esemplari, quanto generoso ed esemplare era Gomorra all’epoca della sua pubblicazione; ma anche un po’ come dire?, già sentite, non nuove, insomma patrimonio comune e acquisito – quanto, del resto, già sentito, non nuovo e acquisito appariva il contenuto informativo, in materia di camorra, del libro di Saviano. E invece no.