Posts Tagged ‘Raymond Carver’

Dieci sindromi tipiche dello scrittore in cerca di editore (con terapie)

5 giugno 2017

di giuliomozzi

1. La sindrome di Segrate. “O Mondadori, o niente!”. E così, il nostro scrittore in cerca di editore rifiuta le proposte delle Edizioni Nuovi Autori, delle edizioni Scrittura Creativa, di Aldino Truff Editore, di Rumenta Editore, e così via; ma, nel mucchio, rifiuta anche le proposte di case editrici serie, serissime, non segratiane, ma comunque riconosciute dai lettori e dalla critica e ben distribuite. “O Mondadori, o niente!”, e non si riesce a fargli capire che se è vero che essere pubblicati da un piccolissimo editore può significare non arrivare nemmeno nelle librerie (se poi sono editori come quelli della nostra lista: auguri), è anche vero che pubblicare con un grande editore senza essere l’investimento principale di quell’editore può significare essere buttati là, nel mucchio, e ciao.
Terapia: portare lo scrittore in una libreria di libri usati. Fargli vedere quanta roba c’è, pubblicata da Mondadori, anche solo pochi anni fa, della quale si è completamente persa la memoria.

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“Tutti gli insegnanti di scrittura creativa sono degli scrittori falliti”, di Alessandro Oldeni

25 marzo 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

OldeniE’ nota l’ammirazione del curatore di vibrisse, che Dio ce lo conservi, per un libricino qualche anno fa pubblicato, e più recentemente ripubblicato, dell’Ermanno Cavazzoni da Bologna; titolato: Gli scrittori inutili. Nella limpida casistica del Cavazzoni, l’illustre Mozzi si è riconosciuto – bontà sua – nella casella degli scrittori in disuso (e il Cavazzoni mai smentì): ed è forte di tanta spregiudicata autocoscienza che il vostro bibliofilo, umilmente, si azzarda a recensire questo torrido pamphlet, dovuto alla penna di un Anonimo (perché il nome, per tacer del cognome, nomina sia pur pudicamente fin troppo) che sicuramente l’intinse nel curaro; e confida che il padrone di casa non se la prenderà.

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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La formazione dello scrittore, 26 / Federico Platania

20 novembre 2014

di Federico Platania

[Questo è il ventiseiesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Federico per la disponibilità. gm]

La formazione del non-lettore

Tutti i miei compagni di scuola avevano la tv a colori. Io no. La mia casa era piena di statue. Nessuno dei miei compagni di scuola poteva dire altrettanto.
Credo che la mia relazione con la cultura sia stata segnata da questa diversità che io ho sempre vissuto con orgoglio. Mio nonno, Pasquale Platania, era uno scultore (ero il nipote di uno scultore!). La mia casa era piena di libri (quanti? sicuramente più di quanti ne vedevo nelle case dei miei compagni di scuola). A otto anni ero affascinato dall’atmosfera del salotto di casa mia con tutte quelle statue, quei libri e quel vecchio televisore dove mi rassegnavo a vedere Jeeg Robot D’Acciaio in bianco e nero.
Così affascinato che l’idea di prendere uno di quei libri per leggerlo non mi ha mai sfiorato. Per anni.
Ricordo però quel pomeriggio in cui mio padre, dopo aver preso un volume da uno scaffale, mi disse: vedi questo libro? Pensa che ci sono persone, anche molto intelligenti, che non sono riuscite a finirlo.
Quel libro era l’Ulisse di Joyce. Ecco. Se oggi sono un “lettore forte” è perché quel giorno mio padre (il quale, per paradosso, faceva parte di quel gruppo di lettori che non è riuscito a finire l’Ulisse) mi ha indicato una vetta da scalare, un traguardo da raggiungere. Sono stato folgorato sulla via della letteratura non grazie alla promessa di un piacere, bensì alla prospettiva di una difficoltà.
Dieci anni dopo sono sulla scalinata esterna dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Ho quella copia dell’Ulisse tra le mani. E non mi sembra vero. Mi sento come uno scalatore che dopo una serie di ferrate in montagna giunga finalmente al giorno in cui è pronto per affrontare l’Everest.

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La formazione dello scrittore, 21 / Sandro Campani

27 ottobre 2014

di Sandro Campani

[Questo è il ventunesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori usciranno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Sandro per la disponibilità. gm]

sandro_campaniSono cresciuto in un paesino sull’appennino emiliano, in Val Dragone: l’ultima valle del modenese a Ovest, poi c’è il Dolo e diventa provincia di Reggio. Mia madre era di lì, mio padre del reggiano. D’estate il paese raddoppiava la sua popolazione, con i villeggianti (che su chiamavamo i berligianti, cioè i calpestanti), ma d’inverno eri sempre da solo: nella mia classe delle elementari, la più numerosa, eravamo in sei (in quinta per esempio erano in due, e facevano lezione insieme a noi). Le strade per scendere a Sassuolo, a Modena o a Reggio, allora erano scomode e lunghissime, e andare giù era un avvenimento raro. Per cui, crescevi isolato, sempre nei boschi e nei campi, spostandoti in bici per chilometri in salita, e gli amici che avevi erano dati, non c’era tanto da scegliere. Io avevo Davide, con cui facevo tutto: giocare a pallone, andare in bicicletta e andare a funghi. Quando avevo cinque anni è nato il mio primo fratello, e siamo venuti su insieme.
A differenza di come poi sarebbe diventato lui, e poi anche l’altro mio fratello, il terzogenito, io ero un bambino un po’ imbranato nei lavori. Vangavo se c’era da vangare, ammucchiavo il fieno o aiutavo a potare, seguivo mio padre a far legna, mescolavo il cemento e gli passavo i sassi se c’era da murare, gli passavo il metro e le viti se faceva qualche mobile, ma sempre con una mancanza di convinzione, di realtà, di aderenza alle cose, direi, che mi faceva sentire sbagliato. Ero privo di quella sicurezza nei gesti e nel contatto con gli oggetti che avrebbe dovuto far di me un uomo normale. A Natale (mio nonno era mezzadro giù a Scandiano, allora, poi sarebbe risalito a Carpineti) si parlava sempre di trattori, e io continuavo a non capirne niente, refrattario, proprio, e provavo un fastidio bruciante per la mia inadeguatezza. Guardare le bestie, tutte quante, mi piaceva tantissimo, ma anche lì da esteta, non con gli occhi di uno che avrebbe saputo come trattarle.
Hai il desiderio di muoverti dentro il mondo vero in cui si vive e si maneggiano gli oggetti con costrutto, e invece ti sembra di poterlo soltanto guardare, e parlarne, perché lo osservi irrimediabilmente dal di fuori: questa dissociazione è una cosa da cui temo non scapperò mai finché campo.

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Il libro di poesie di Raymond Carver (Le cose che ci sono in casa, 41)

4 luglio 2014

di Cristian Miotto

[Le regole del gioco sono qui].

C’è questo gioco bello, sto dicendo a Mara,
di pigliarsi cura per mezzo di parole
che sian giuste e pudiche,
come ci si piglia cura di un bambinello in fasce,
di un oggetto,
qui, di casa, che noialtri amiamo.
L’ha indetto Giulio Mozzi.
Ah, mi dice allora Mara.

E dopo:
come Carver, Ray…
Cosa? io gli dico a Mara.
Sì, quella poesia in quel libro …
Quale ? non me lo ricordo.
Ci sono cose sue di casa, dice Mara,
messe lì
con parole giuste e pudiche che non si può di più
perché dice solo il nome, Ray,
di quelle cose lì che vede
che a me mi pareva che gli dava vita col solo nominarle
né più né meno di Gesù risorto
che gli ha solo detto il nome, “Maria”,
e l’ha fatta risorgere anche lei, Maria,
che stava in piena depressione davanti al suo sepolcro.

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A proposito di un tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana

31 agosto 2009

di Marco Bellotto

[Marco Bellotto è l’autore di due romanzi: Il diritto di non rispondere, Sironi, e Gli imitatori, Marsilio. Questo suo pezzo risponde a un pezzo di giulio mozzi, pubblicato qui qualche giorno fa e intitolato Tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana (ovvero: come liberarsi dall’inutile categoria dell’autofiction)].

Ho letto il pezzo di giulio, e non sono d’accordo su nulla, o quasi.

1. Mi è capitato di frequentare per un certo periodo alcuni scrittori italiani e posso dire senz’ombra di dubbio che sono in stragrande maggioranza dei memorabili coglioni. Hanno tutti i difetti del piccolo-borghese: ipertrofia dell’ego, carenza assoluta di autoironia (la loro autoironia è sempre fasulla), servilismo ai limiti dell’accattonaggio verso i potenti, boria insensata verso i deboli. Sono ipocriti, permalosi, vendicativi, traditori, meschini. Pur avendone i difetti, non hanno nessuno dei pregi della piccola borghesia, dato che la aborrono: loro sono scrittori! Di conseguenza ho smesso di frequentarli, con l’esclusione di quelli che non sono così, fra cui giulio.

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Carverismi vari

24 febbraio 2009

Il mio articolo Escalation!, è stato discusso da Giorgio Fontana nell’articolo Contro il carverismo, da Francesco Di Bernardo nell’articolo Carverismo o lishismo?, da Orgone5 nell’articolo Sul carverismo, da Cletus nell’articolo Sul carverismo, voci. gm