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Aforismi sul post-moderno

26 dicembre 2012

di Valter Binaghi

deserto-1I

Trionfo dell’inglese. Una lingua che parifica ogni interlocutore nell’immediatezza del “tu”.
Niente gerarchie presunte, niente antecedenti storici al discorso. Una lingua simile non doveva conquistare il mondo? L’unica possibile per il commercio, che omologa i distinti nella democrazia del denaro. Ma dal crogiolo in cui si fondono identità storiche e tradizioni, l’unica dignità che sopravvive è la variabile del prodotto interno lordo.Trionfo della miseria.
Una lingua esperta nello smontaggio, lingua da manuali per eccellenza, distingue per funzione, mai per forma, conosce il genere maschile e femminile ma solo come un’aggiunta, acquisita per importazione sopra una grammatica che resta sostanzialmente neutra nell’onnifruibilità del “the”. Sarà per questo che la nostra specie sta perdendo i più dolci connotati della caratterologia erotica, per ritornare al puro dimorfismo sessuale? Trionfo della semplificazione.

II

Dal lunotto dell’ultimo vagone, un passeggero guarda il paesaggio fuggito.
Filosofie della cultura, solo malinconie senili? Le inventarono coloro che per ultimi percepirono con vivace consapevolezza il declino delle Forme e del Rito, alla vigilia del gran falò del primo conflitto mondiale, che fece vuota spoglia di tutto ciò che non resisteva al nuovo Sacramento del Tritolo. Penso a Nietzsche, a Ortega Y Gasset, a Spengler. Intelligenze vive e per nulla senili, si lasciarono alle spalle la nostalgia del classico per appropriarsi della sua eredità trascendentale.

III

Se l’uomo non ha più un compito da adempiere all’interno di una Forma consacrata, se il suo agire non si configura come un contributo a una Storia che lo supera, chi gli darà il sostegno nel dolore e il perdono delle sue mancanze? Eccolo allora assegnarsi la missione della felicità personale (il miglior modo per condannarsi all’infelicità perpetua), o addirittura della genialità, fino alla presunzione di ottenere i doni dello Spirito con qualche modo dell’agire tecnico, dalla genetica alla magia. Un narciso nevrotico, organismo cibernetico in perenne scarsità d’informazione, come Houellebecq lo rappresenta nei suoi romanzi deprimenti.

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