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“La mia dislessia”, di Philip Schultz. Appunti di lettura

21 settembre 2016

di Demetrio Paolin

Una volta, mi pare qualche anno fa, camminando per il paese che mi aveva visto bambino, ho incontrato la mia maestra delle elementari. Avevo pubblicato da poco Il mio nome è Legione e la donna, ormai anziana, si avvicinò e mi disse parolcopertinae che suonavano più o meno così: “Io l’avevo sempre detto che tu avresti scritto dei libri”. Io in quel momento non dissi nulla, ma io avevo chiaro nella mia mente un altro ricordo. Una donna, simile a quella stava di fronte ma più giovane, diceva a mia madre che io non riuscivo a scrivere correttamente parole come “terra” e “rabbia”, che scrivevo le doppie scempie e viceversa; che tutte le “effe” diventavano “vu” e tutte le “vu” diventavano “effe”, che spesso mi distraevo e sembrava mi assentassi da quello che dicevano; senza contare una leggera balbuzie sulla “bi” e la “esse” che sibilava. Mi ricordo anche uno studio con una dottoressa che mi spiegava come non c’era niente di male in me, niente di sbagliato, solo che “avevo un cervello più veloce della mano”.

Ora questo episodio mi è tornato in mente leggendo La mia dislessia di Philip Schultz (Donzelli Editore, traduzione Paola Splendore), che non è il solito memoir in cui il malato parla della sua patologia, ma è la testimonianza di uno dei più importanti poeti americani (vincitore nel 2008 del premio Pulitzer per la poesia), che all’età di otto anni non era ancora in grado di leggere e di scrivere.

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