Posts Tagged ‘Paul Celan’

Complessità/semplificazione: tre specie di opere

18 aprile 2017

Due eroi della narrativa d’intrattenimento

di Alberto Cristofori

[Ricevo e volentieri pubblico. Altri articoli sullo stesso argomento. gm]

La discussione innescata da Gilda Policastro e poi sviluppata da Giulio Mozzi e altri [Alessio Cuffaro, Valentina Durante, Edoardo Zambelli, Alessandro Canzian, gm] sullo spazio gestito da quest’ultimo [e altrove, gm] ha suscitato in me qualche riflessione che spero possa risultare utile. Provo a dire sinteticamente.

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“Fare i conti con il ragazzo che ero e l’uomo che sono diventato”.

24 marzo 2017

[Esattamente un anno fa Conforme alla gloria veniva pubblicato da Voland e iniziava la sua vita negli scaffali delle librerie. Proprio in questi giorni Chiara Pasin ha discusso una tesi dal titolo Tra umano e disumano. Dal corpo memoria di Primo Levi al corpo-performance contemporaneo (relatore Alessandro Cinquegrani) , in cui un’intera parte, la terza e conclusiva dal titolo Tra corpo-memoria e corpo-performance: il caso di Conforme alla gloria di Demetrio Paolin, è dedicata al mio testo. La sua tesi ha come appendice una intervista che Chiara mi ha fatto nei giorni in cui completava il suo lavoro. Con il suo permesso e con molta mia gioia la pubblico qui. dp]

Chiara Pasin&Demetrio Paolin

Le pagine di Conforme alla gloria racchiudono numerosi riferimenti a fonti più o meno esplicite: Levi, Fergnani, Arendt, Kakfa, Celan, Covacich, solo per citarne alcuni, ma anche artisti e performer. Quali sono i suoi modelli più cari?

“È certamente difficile stabilire un canone letterario, ancorché personale e privato. Se dovessi dire le fondamenta sulle quali poggiano le pagine di Conforme alla gloria, direi che il primo testo di riferimento è la Sacra Scrittura. Soprattutto l’Antico Test amento e gli scritti di Paolo; credo che il Dio che compare più volte nel romanzo debba molto a queste mie letture, che sono state anche le letture della mia infanzia. […]Nello stesso tempo mi rendo conto che in Conforme alla gloria Cristo è assente, l’agnello mite e sacrificale, colui che prende e porta sulle sue spalle i peccati di tutti, non c’è. Dal punto di vista teologico, questo romanzo è stato scritto prima della nascita di Cristo, e il Dio a cui io faccio riferimento è il Dio dell’Antico Testamento e quindi concetti come colpa, peccato e male hanno nel romanzo risuonano al lettore in un modo diverso. Sono, se posso usare un termine, più tragici e originari. Hanno qualcosa che riguarda le scaturigini più profonde nel nostro essere umano.

Altrettanto fondamentali sono state per me le opere di De Sade. Dell’opera del marchese mi interessava soprattutto il trattamento dei corpi. Ovvero mi pare che in De Sade, so che sto semplificando, ma mi si perdonerà, c’è in germe l’idea del corpo asservito a una idea, anzi meglio ancora una ideologia, che è poi quello che sottolinea Pasolini – altra fondamenta del mio testo – in Salò. A me interessava questa ipotesi di corpi che passivamente diventano un luogo dove una ideologia si incarna e fa male.”

Leggi l’intervista di Chiara Pasin a Demetrio Paolin su Conforme alla gloria

Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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Che cos’è “Il quinto evangelio”?

26 ottobre 2015

di Enrico Macioci

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Che cos’è Il quinto evangelio di Mario Pomilio? Alla domanda si può rispondere in almeno due maniere.

Anzitutto consideriamo l’oggetto narrativo. Pomilio lo pubblicò dopo prove quali L’uccello nella cupola, Il testimone, Il nuovo corso, Il cimitero cinese, e dopo un lungo blocco durante cui stese saggi e riflessioni e maturò risposte profonde alla sua crisi di uomo e scrittore, allestendo l’officina e forgiandosi gli strumenti per edificare il capolavoro. Veniva da un decennio di stasi creativa che lo portò ai confini del silenzio, e Il quinto evangelio rappresentò la svolta attraverso cui ribaltare le difficoltà in risorse e l’afonia in una diversa, più potente voce. Accade abbastanza spesso, del resto, che un autore consacri il proprio genio attraverso un solo, grande libro – pensiamo a Dante, a Melville, a Musil; è anche il caso di Pomilio.

Il quinto evangelio venne pubblicato nel 1975 (lo stesso anno in cui uscì Horcynus Orca di D’Arrigo), dunque in pieno postmoderno; tuttavia esso riassume, forse più di qualsiasi altro testo narrativo in Italia e in Europa, la migliore essenza postmodernista per poi scavalcarla. Si tratta cioè di un’opera aperta, metatestuale, labirintica, autoriflessiva, debordante, ramificata, potenzialmente infinita; è l’opera di un autore assai consapevole; è colta; ama gli intrighi; mette e si mette in scena; è insomma un’opera intelligente, che richiede al lettore una collaborazione attiva e quasi una co-creazione. Ciò che invece manca di postmoderno – mancanza che non stona e anzi aggiunge merito a Pomilio – sono l’ironia e il disincanto che finiranno per divorare parecchi scrittori a venire, determinando la deriva nichilista che Foster Wallace, già nella seconda metà degli anni ’90, denunciò con toni piuttosto allarmistici. Non si può scherzare (per) sempre, e Pomilio nel suo romanzo non scherza. Del resto Il quinto evangelio parla della questione delle questioni, la questione che per brevità potremmo chiamare del Libro. Quale prova più ustionante per uno scrittore?

Qualche titolo, in breve.

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

24 novembre 2014

di Vanni Santoni

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male.

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La formazione dello scrittore, 17 / Giuseppe Caliceti

13 ottobre 2014

di Giuseppe Caliceti

[Questo è il diciassettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori uscitanno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. gm]

giuseppe_calicetiLo vedo ancora, mio padre! Prima di andare a letto! Io e mio fratello eravamo bambini! Mio padre e mia madre! A turno! Ci leggevano interi romanzi d’appendice! Roba da farti rimanere stecchito! Storie di rapimenti di bambini! Favole con e senza lieto fine! Alcune pagine a sera! In un sussurro! Altre volte un intero capitolo! Altre ancora una sola pagina! Mezza pagina! A seconda del tempo a disposizione! Della stanchezza! Della giornata appena trascorsa! Io e mio fratello ci addormentavamo con quelle parole in testa! Ci addormentavamo dentro a quelle storie! Un’emozione fortissima! Da uno stato alterato di coscienza all’altro! In estate si prendeva in affitto un appartamento! Sull’Appennino! Il paese si chiamava Villa Minozzo! Esiste ancora! Mia madre era impiegata alle poste! All’ufficio centrale! Quello che un tempo era lì in piazza Gioberti! L’unica piazza con l’obelisco di Reggio Emilia! Uno stuzzicadente, più che un obelisco! L’unico della città, comunque! Si faceva trasferire per tutta l’estate all’ufficio postale di Villa Minozzo! Mio padre non ne aveva bisogno! Era maestro elementare! Aveva i tre mesi di vacanza estivi! Poteva starsene un po’ in pace! Giocare coi suoi figli! Andare in bicicletta su per le salite! E’ sempre stato un ottimo scalatore! Ha vinto per ben due volte la Gran Fondo dell’Appennino reggiano! Duecento chilometri di pura salita! A casa di mia madre ci sono ancora le coppe! I medaglieri di tutte le sue imprese! A ogni modo, una notte di luglio sorpresi mio padre! Sveglio! In piena notte! Seduto al tavolo della cucina! Con una stilografica in mano! Mi ero svegliato per andare a pisciare! Non avevo più di sette o otto anni! Mi avvicinai al tavolo! Un po’ preoccupato! Gli chiesi cosa faceva! Mi rispose! Stava scrivendo una favola per me e mio fratello! Oggi non ricordo più che fine abbia fatto quella favola! Se l’abbia poi completata e ce l’abbia mai letta! Ricordo solo il mio stupore! Stava scrivendo una favola! Sul retro della copertina di un libro! Un volume dei mitici Quindici! La mia serie preferita di libri di allora! Aveva una grafia ampia e ondulata, mio padre! Abbastanza illeggibile! Come la mia, d’altronde! Vederlo scrivere in corsivo sul retro della copertina di un libro stampato mi sembrò una specie di profanazione! Sì, una rivelazione e una profanazione contemporaneamente!

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La formazione dello scrittore, 9 / Giuseppe Genna

17 luglio 2014

di Giuseppe Genna

[Questo è il nono articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. Il prossimo ospite della rubrica sarà Marco Candida. gm]

giuseppe_gennaNon so nemmeno a quale formazione fare riferimento; per me, cresciuto negli anni Settanta e Ottanta e Novanta, è adesso più confusione e sbigottimento che ricordo il dire del me stesso, chi incontrò, cosa fece, come arrivò alla scrittura. Inoltre si tratta di “io” e qui sta un problema storico. Utilizzare questo pronome radicale è stato difficile nel corso dei due decenni in cui ho pubblicato. Ho tentato di costruire un ologramma, un avatar, che attirasse fulmini e saette, giusto livore e ingiusto rancore, lasciando in pace la persona in un silenzio e in un respiro ampi, secondo l’insegnamento di un poeta che annovero tra i miei maestri e che era Antonio Porta (così, noto al secolo; si chiamava Leo Paolazzi, in verità).
Prendo molto sul serio questo invito di Giulio, che certamente è tra gli scrittori e intellettuali i quali più stimo da tanti anni, con cui a me è parso di fare un po’ di strada insieme (vorrei citare, insieme a lui, tra i miei coetanei editoriali, quelli per me più decisivi: Tommaso Pincio e Aldo Nove). Dice Giulio: scrivi quello che vuoi sulla formazione tua, meglio se lungo il pezzo, anziché breve. Quindi scrivo questo autoritratto, sommario e forse un po’ peccaminoso, seguendo le metriche suggeritemi.

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La formazione della scrittrice, 9 / Giovanna Rosadini

10 marzo 2014

di Giovanna Rosadini

[Questo è il nono articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Giovanna per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

giovanna_rosadiniLa prima parola che mi viene in mente, sul tema, è solitudine. La seconda, mamma. La scrittura come solitudine di matrice materna? (Probabilmente, in origine – prima di approdare, con la piena consapevolezza della maturità, a quella solitudine corale che rappresenta, secondo un’azzeccatis- sima definizione dell’amica Maria Grazia Calandrone, la condizione di chi scrive)…
Ma andiamo con ordine.
Se ripenso a me stessa bambina, agli albori della succitata consapevolezza, mi rivedo in piedi di fronte ai ripiani della libreria di casa, sola nel grande salone viola che affaccia sul giardino che guarda, da mezza collina, il mare.

La libreria è un’emanazione materna, stipata di volumi einaudiani, i dorsi dei Supercoralli ritmicamente allineati, Bassani, Cassola, Vittorini, Pavese, Calvino… e, lo conservo ancora qui a casa a Milano, ingiallito e con la copertina usurata, il volume delle Poesie di André Breton, il suo profilo nella foto solarizzata di Man Ray in prima di copertina…

Au temps de ma millième jeunesse
j’ai charmé cette torpille qui brille
nous regardons l’incroyabe et nous y croyons malgré nous (…).

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L’esilio in una camera d’albergo. Appunti su Norman Manea

31 maggio 2012

di Demetrio Paolin

Seduto allo stand della Romania, penso a Duckadam.
In realtà aspetto Norman Manea per parlare con lui dei suoi nuovi libri, ma la mia testa mentre lui non arriva ritorna a quel portiere magro e grandissimo, uno dei migliori, che nella finale della Coppa dei Campioni parò quattro rigori, facendo vincere la competizione allo Steaua di Bucarest. Era il 1986, i giocatori erano molto magri e longilinei, il calcio era più lento, meno muscolare e chiunque, io per primo, guardandolo dalla televisione si illudeva che un giorno ci sarebbe stato posto anche per lui.

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