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“Vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo”

18 settembre 2017

di Paolo Pegoraro

[Questo articolo di Paolo Pegoraro, che ringrazio, è apparso nel numero di settembre 2017 del mensile Jesus].

Quando, nel 2001, Fiction fece la sua comparsa in libreria, i social network non esistevano e i reality sbarcavano nel nostro paese. Rileggere questi racconti di Giulio Mozzi sedici anni dopo – Fiction 2.0, nuova edizione «sfoltita e ampliata» per Laurana Editore – riconferma la sensazione di un libro speciale. E non perché “profetico” dell’avvenuto tracollo della realtà nel suo racconto, e del racconto nelle sue forme. Quasi tutte queste storie propongono fin dall’incipit il confronto con la morte: minacciata, dispensata, vagheggiata. Di fronte all’ineluttabile, personaggi asserragliati nella trincea delle parole. Non è un caso che il primo racconto, La fede in Dio, insceni lo scontro tra profeti del niente e suoi nemici (ma attenti a dire chi è chi). Nell’inedito I mostri il demiurgo Giulio Mozzi viene pregato da un personaggio di essere consegnata al nulla. Qual è dunque, la vocazione della parola? Risponde il racconto Narratology, autentica “narratheology”, vero e proprio manifesto della letteratura cattolica del ventunesimo secolo. «In esso», spiega lo stesso Mozzi, «un uomo domanda: perché il dio, che tanto parlò nei tempi antichi da riempire la duemila pagine della Bibbia, dall’Apocalisse a oggi non parla più? Perché non ha più “ispirato” nessuno?». E la risposta che quest’uomo non trova, ma che dà Fiction nel suo complesso, è: perché gli uomini hanno inventato la finzione credibile. Morale della favola: la scrittura di Mozzi è una sfida continua all’esattezza, formale e contenutistica. Senza mai disumanizzarsi. La sua è una chiarezza appassionata, un grottesco da cattedrale romanica, naturalmente a proprio agio tra le pieghe contraddittorie della «sacra oscenità» di questo mondo materiale.

Per Valter Binaghi

14 luglio 2013

di Paolo Pegoraro

[da Bombacarta, vedi].

«Svaniscono idoli e speranze, e i molti nomi di Dio, e muore sulle labbra ogni invocazione o bestemmia: la stessa luce del giorno trascolora nell’argento, nel rame, nel ferro, fino al piombo di una tenebra sconfinata.
Eppure la notte non è completa: io vivo, io vedo ancora.
Là in fondo, quale fioco barlume impedisce al nulla di proclamare l’ultima verità?
Qualcosa persiste e si muove lontano nel buio e io, che non ho più nome né figura ma solo l’inerzia dell’antico volere, continuo a seguire, come vele nel vento, le mani bianche della mia bambina»

(Valter Binaghi, I custodi del Talismano)

Parlare di un amico che si saluta non è facile. Domani [oggi 14 luglio, ndr] sarebbe stato il suo compleanno, è dovuto partire prima. Valter era una persona conquistata dalla verità. E dall’amore. Uno scrittore allegorico, che ha attraversato tanti generi per parlare sempre di ciò che lo appassionava. Un filosofo nel senso autentico della parola, un amico della sapienza. Non l’ha mai abbandonata: compromessi mai, giudizi ambigui mai, allisciate al potente di turno mai. E per questo ha sempre pagato. I suoi amori: Bernard Lonergan, Gaston Bachelard, Pavel Florenskij. Autori che hanno affrontato globalmente il mistero della realtà, pensatori forti, incontri dai quali non si esce uguali. Anche Valter era così. Ribollente. Per quattro anni abbiamo dialogato a distanza a partire dai suoi libri, romanzi che potevano essere anche formalmente imperfetti, ma in cui rullava sempre la sua anima, potente come un tamburo tribale. Siamo riusciti a incontrarci dopo anni di discussioni al telefono e via mail, è stato come abbracciare l’amico d’infanzia andato a vivere all’altro capo del pianeta.

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“Non si serve del testo biblico, ma lo serve”

21 maggio 2009

di Paolo Pegoraro

[Questo articolo è apparso nel settimanale Famiglia cristiana, nel numero in distribuzione in questi giorni].

Carlo Coccioli è insensatamente scomparso dalle nostre librerie. Eppure il suo romanzo Il cielo e la terra (1950) contò ben 23 edizioni. Torna ora il suo Davide, intensa biografia del grande re d’Israele che segue fedelmente il racconto biblico. «Non mi sono sentito autorizzato a fare intervenire l’immaginazione – assicura l’autore – se non quando i testi tacevano». Coccioli insomma non si serve del testo biblico, ma lo serve. E il risultato è un racconto straordinariamente partecipe, che scavalca gli argini del tempo per venire restituito all’esperienza universale. Basti considerare le parole chiave che il profeta Samuele rivolge al giovane Davide: nessun uomo può afferrare il sogno che porta nel cuore, poiché o lo degrada per riuscire ad afferrarlo oppure cessa di essere uomo. Davide diventa così il romanzo del desiderio, declinato in tutte le sue forme. Davide è l’uomo sensuale eppure indecentemente casto, innamorato del creato e del suo Creatore. È il feroce stratega e il mistico cabbalista. È soprattutto il peccatore che non cessa mai di pregare. Davide è il romanzo dell’uomo che si scopre diviso in una molteplicità di volti che bramano l’unità e la pienezza. Come? Vi è una sola via: l’amore. Quale amore? Ecco il bilancio che il re-messia, sul letto di morte, rivolge al suo ineffabile Signore e Dio, l’Eterno: «Voragini di terrore indicibile, e tuttavia io Ti amo: non ho mai amato nulla e nessuno quanto Te, neppure Gionata dall’anima attaccata alla mia, Saul le cui crisi placavo con musica e canto, Betsabea carne di giglio, neppure il mio Assalonne appeso all’albero come un bove dal macellaio, perché “dall’alto Egli stende la mano” per prendermi: per amore».

“Colui che fu re, poeta, soldato, santo, uomo”

6 marzo 2009

di Paolo Pegoraro

La rivista Letture ha scelto Davide di Carlo Coccioli come “libro del mese”. Questo articolo di Paolo Pegoraro appare nel numero in uscita in questi giorni.

Carlo Coccioli

Carlo Coccioli

[…] La riunione mensile del comitato scientifico di Letture si apre proprio con una lettera inviata dall’autore a Ferruccio Parazzoli nel dicembre 1998. Lettera in cui si avverte tutta la pacata amarezza dell’autore per l’ostracismo riservatogli dai nostri editori. Che definisce «marziani». Egli ricorda che si geme per l’assenza dei suoi libri in Italia «perfino» su un articolo «lunghissimo ne L’Osservatore Romano». Non solo. Coccioli trova cancelli chiusi anche presso i quotidiani e non viene concesso neppure un articolo una tantum: «Soffro [sottolineato nell’originale, NdA] realmente di non poter avere in Italia neanche uno sfogo ogni venti giorni». Perché questo ostruzionismo? Da un lato Coccioli lamenta, nel libro-intervista Tutta la verità, l’eccessivo predominio di scrittori come Moravia o Piovene sulla scena culturale (a proposito: la versione italiana di Tutta la verità è quasi dimezzata rispetto all’originale spagnolo. Perché? Scelte editoriali). Ma un peso lo ebbe sicuramente l’omosessualità esplicita di Coccioli: il suo Fabrizio Lupo – che peraltro affronta l’argomento in maniera assai casta rispetto a chi, come Tondelli, ne calcò le orme – comparve in Italia quasi venticinque anni dopo l’edizione francese. Ma in un’intervista concessa al Canal Once della Televisione messicana nel 1976, Coccioli dirà anche: «[…] la mia problematica non è facilmente assumibile in Italia: io penso troppo a Dio e all’anima, ovvero sia alle domande esistenziali: “Chi sono, di dove vengo, dove vado?”» (citato in De Giovanni, pag. 214). Insomma, è la miscela esplosiva coccioliana nel suo insieme a dare fastidio. Così, concludendo la sua lettera a Parazzoli, lo scrittore livornese affida la speranza di poter tornare a scrivere nel proprio Paese alla preghiera: «Oggi è il giorno della Virgen de Guadalupe, e anch’io, nonostante i miei vagabondaggi teologici che talvolta mi portano molto lontano, ho qui nell’altarino di casa una candela accesa alla Virgencita Morena. Spero che lei non ne sorrida. Questa lettera l’affido a un uomo della Rai… ma l’affido soprattutto alla Guadalupana». […]