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Un dolore nella spina dorsale / Demetrio Paolin

1 agosto 2015

di Demetrio Paolin

[Intervento tratto dal libro Se incontri Giulio Mozzi per la strada uccidilo].

Demetrio Paolin ha pubblicato: Mi sono suicidato di già, Stylos 2003; Una tragedia negata. Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, Il Maestrale 2008; Il mio nome è Legione, Transeuropa 2009; La seconda persona, Transeuropa 2011; Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura, LiberAria 2014.

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L’omicidio è un atto di intimità, e per questo quasi nessun uomo o donna vuole compierlo. Certo qualcuno mi dirà: ma la guerra? Ovvio che è un’altra cosa, ma comunque non è di questo che volevo parlare; dicevo che l’omicidio è un atto intimo, perché quando ho pensato di uccidere Giulio Mozzi ho provato un sentimento ambiguo, molto simile alla prima volta che feci la comunione e mangiai il Cristo. Pensai ora mi mangio Cristo, e la schiena ebbe un fremito. Penso ora uccido Mozzi e la pelle s’accappona.
L’omicidio ha a che fare con l’amore, mi dico, certe volte si uccide per il bene, si uccide per conservare nella propria testa l’amato bene così come ce lo ricordiamo, lo facciamo perché ciò che amiamo si è allontanato; allora uccidendo lo facciamo diventare una cosa nuova, tutta nostra. Lo cristallizziamo.
L’omicidio è una cosa brutta. Io ho visto i morti di morte violenta, e non è una cosa bella. Ecco: quando li scruti aperti come polli sul tavolo autoptico capisci che ci sono cose che tieni insieme nella tua mente, ma che nella realtà sono tremende; e allora le scrivi, così le cose che scrivi dicendole rimangono tremende, ma hanno una grammatica che le addomestica.
La prima volta che ho visto Giulio Mozzi io ero pieno di queste immaginazioni ma non lo sapevo. Era salito in treno a Milano, l’editore Sironi aveva bocciato il mio libro di racconti, facendo bene a bocciarlo che era un libro orrendo, ma Giulio mi voleva incontrare lo stesso. Quel lungo incontro, a tratti penoso per il mio stato di ansia, ha il suo seme di verità in una frase che Giulio pronuncia. Lui sfoglia quelle pagine, mi guarda e dice: «Qualcosa c’è».
Quella frase è la sua colpa, quella frase è tutto quello che posso salvare di Giulio Mozzi. Lui aveva una semplice possibilità, rimandarmi a casa, dimenticarsi di me, dire: «Ok, ci hai provato, ti abbiamo letto, non ci sei piaciuto. Fai altro. Hai una vita, hai un lavoro».

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La politica non c’entra

15 febbraio 2011

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La vita nelle lettere (frammento)

6 ottobre 2009

1998

Uscì nel novantotto
il libro mio tremendo,
Il male naturale:
uscì per Mondadori,
prodotto industriale,
pagato venticinque
milioni, con i quali
pagai senza esitare
due mesi di stipendi
e mesi tre d’affitto
per conto di Theoria,
che allora navigava
sott’acqua e sottosuolo
(sia chiaro che non era
un prestito, ma un dono).

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