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“Un tentativo di trasmutazione dell’orrore”

16 dicembre 2010

di Nando Vitale

[Questo articolo è apparso nel quotidiano il manifesto, ieri 14 dicembre 2010].

A nove anni, Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, poi I ragazzi della via Paal, infine Henry Miller e Anais Nin. Al liceo i suoi temi erano carichi di melodramma e di retorica. Nell’intervista al blog Sul romanzo, Veronica Tomassini descrive la genealogia del laboratorio di scrittura riconoscibile dietro le quinte del suo testo di esordio, Sangue di cane: “Congiunzioni, incontri speciali, che io chiamo affinità-traghetto. Ricominciò tutto di nuovo, la mia orbita affastellata di parole, io dentro, confusa, a raccattare e rimettere insieme periodi brevi, sempre più brevi, accecata dell’idea di una scrittura nobile solo se cattiva, scarnificata, laconica”. Infine, è l’amore per gli scrittori russi, l’aspirazione al medesimo sguardo lucido, a fornire tono e intensità a una scrittura diseguale e ossessiva, vacillante tra maledizioni terrene e invocazioni divine.
Sangue di cane è il racconto di un tentativo di trasmutazione dell’orrore attraverso un paradigma di eros e abnegazione. Ma non c’è nulla di pianificato: viene prima l’amore, nato dall’incontro tra un giovane e bellissimo polacco che chiede spiccioli a un semaforo di Siracusa e una ragazza italiana. L’amicizia – sostiene Maurice Blanchot – è una forma di ospitalità. E l’amore, così come lo descrive Veronica Tomassini, è una versione dell’ospitalità e dell’accoglienza che supera i confini dell’umano.

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