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“La sofisticata semplicità di Mozzi”

17 aprile 2012

di Matteo Giancotti

[Questo articolo è apparso domenica 8 aprile 2012 in La lettura, supplemento del Corriere della sera. gm]

Spesso è difficile, e comunque non basta a dar conto delle capacità narrative di Giulio Mozzi, dire dei suoi racconti se sono belli o brutti; è uno dei sintomi della complessità e dell’originalità della sua voce. Il racconto più bello, nella nuova edizione Laurana, del suo secondo libro La felicità terrena potrebbe essere Gilda T., che nella raccolta del ’96 pubblicata da Einaudi non c’era. Ma i due “racconti in più” e quello “in meno”,la postfazione dell’autore e lo scritto di Carlo Dalcielo (eteronimo di Mozzi) che caratterizzano la riedizione che sarà in libreria da venerdì [13 aprile 2012] non cambiano la struttura profonda del volume. L’assenza di Migrazione, scritto con Marco Franzoso, rende anzi la raccolta più fedele alla sua coerenza interna, perché quel testo, dal ritmo accelerato e dalle pulsazioni “anni ’90”, non sembra a tempo col metronomo più compassato, in superficie, di Mozzi, e con la sua scrittura senza picchi. La quale, oscillando tra una semplicità quasi primitiva e la sofisticazione del semplice, raggiunge un obiettivo tematico che si trova agli antipodi della semplicità, immergendo il lettore in un magma di vita interiore, denso di dubbi, nel quale diventa difficile orientarsi moralmente. Una delle ossessioni principali dei personaggi di questa raccolta, la paura di fare il male – che inibisce il pur forte desiderio del bene -, è già infatti il male in presenza; un’altra, l’impulso di mescolarsi, di immettere l’individuale nel collettivo, è sempre legata a una percezione problematica della propria irriducibile individualità di pensiero e comportamento, così come lo struggente desiderio di amore e di affetto si rivela, appena enunciato, un destino di solitudine.

Una prefazione poeticamente accesa

26 giugno 2011

Matteo Giancotti, Corriere del Veneto

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“La forma del male che ci ripugna di più”

11 marzo 2011

di Matteo Giancotti

[Questo articolo è apparso nel Corriere del Veneto, supplemento regionale del Corriere della sera, il 30 gennaio 2011].

“Ancora qui a parlarne”, scrive Giulio Mozzi nella postfazione a Il male naturale, uscito nel 1998 da Mondadori, e ripubblicato ora con un inedito dell’autore e un saggio di Demetrio Paolin dall’editore Laurana. Già, ancora qui a parlare del caso suscitato da uno, il più breve, di quei racconti, Amore, che descrive nei dettagli un rapporto sessuale tra un adulto e un bambino. […] Il racconto non si presta, per il modo in cui la materia è trattata, ad ambiguità: non vi è compiacimento o indugio voyeuristico: c’è la nuda rappresentazione di un fatto deplorevole che tuttavia appartiene all’ordine del reale. È, insomma, una rappresentazione del male, che colpisce di più forse perché la pedofilia, oltre a essere la forma del male che forse ci ripugna di più, è anche la meno rappresentata. Scrive Mozzi al riguardo nella sua postfazione: “Ciò che avevo voluto fare aveva una ragione morale”. Gli abbiamo chiesto quale fosse la ragione morale, e la risposta è stata chiarissima: “Le cose che ci sconvolgono dovremmo cercare di vederle, dovremmo cercare un modo di rappresentarle attraverso la narrazione. Finché non le vediamo ne avremo una ripugnanza generica, ma se le vediamo avremo qualcosa di preciso con cui poter confrontarci”. […]

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