Posts Tagged ‘Marina Cvetaeva’

Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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La formazione dello scrittore, 14 / Stefano Serri

25 settembre 2014

di Stefano Serri

[Questo è il quattordicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Stefano per la disponibilità. gm]

Sillabario

stefano_serriARTISTI
“Quanti artisti falsi prodigano le loro energie per apparire artisti, mentre gli artisti veri ne conservano per l’arte?” (G. Pontiggia).

BIBLIOTECA
La biblioteca è l’anti-museo del libro – la biblioteca pubblica, intendo – è l’unica piazza dove le voci si sovrappongono nitide. È il posto migliore dove un libro possa riposare e trascorrere il tempo che gli resta – l’eternità, compatibilmente con l’usura della carta. È la vera casa dello scrittore. È la culla della democrazia, la biografia di un paese. Il mio primo giorno in biblioteca è stato l’inizio di una lotta scoliotica ingaggiata dagli occhi tra pagina/finestra/pagina/finestra… Luisa (la bibliotecaria che va in pensione tra pochi giorni) era lì a spiegarmi su quel grande tavolo bianco i volumi adatti alla mia età, contrassegnati da fasce colorate, separati da quelli per i grandi: un limite da infrangere appena possibile.

CAPOLAVORI
I miei capolavori risalgono alle scuole medie (dopo, solo balbettii). Sono i miei temi in classe. L’insegnante entusiasta me li faceva spesso leggere a voce alta. In prima media la professoressa di italiano mi portò tra i grandi della terza, dove lessi la meglio riuscita mistificazione della mia infanzia, la metamorfosi esemplare di mia nonna: trasformavo il patologico in pittoresco, l’incedere della demenza in poesia del tempo. Un altro capolavoro lo partorii due anni dopo, con il lungo elaborato (quattro lunghe pagine fitte fitte della mia nuova grafia appena perfezionata) per il compito sul genere giallo. L’interesse non era tanto nello stratagemma adottato per il classico “delitto della camera chiusa” (dall’interno), quanto nella scelta dei personaggi. Si trattava infatti di una rimpatriata di ex-compagni di scuola, dove l’assassino confessava tutto l’odio covato da anni verso la sua classe, radunati appositamente. Tutti quei ragazzini di tredici anni capirono, senza tante spiegazioni, l’ambigua verità di ogni finzione letteraria.

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La formazione della scrittrice, 16 / Carola Susani

28 aprile 2014

di Carola Susani

[Questo è il sedicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Carola per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

carolasusaniQuand’ero piccola, alla domanda: cosa farai da grande, rispondevo per inerzia: l’architetto. I miei genitori erano architetti e del loro lavoro mi piaceva tutto tranne il peso della responsabilità nei crolli. Così ho fatto l’architetto di strutture immaginarie. L’inizio della mia formazione si può far coincidere con una notte, era settembre, il 1969; la notte in cui, con sette bambole e sette pupazzi a forma d’animale antropomorfico, rimasi accoccolata sul sedile dietro della Peugeot bianca dai sedili azzurri mentre venivo trasportata dal nord al sud l’Italia, oltre lo stretto, fino in Sicilia. La luna mi accompagnava e le ero grata, ma intanto mi scoprivo a indugiare con la mente su piccole torture, bambini della mia età o poco più grandi che producevano taglietti nei ventri rotondi di bambini un po’ più piccoli. Lasciavo via della Rimembranza, città elettiva del mio più caro amico immaginario, Tano Bilò e dei suoi compagni d’avventura, il Dano e la Dana; non so perché scelsero quel giorno di restare indietro, non so se li cacciai, certo da allora sulla mia strada non li ho più incontrati. Lasciavo la cittadina veneta umile e garbata, incuriosita della sua stessa crescita economica, per andare – dove? Io non ne avevo idea.

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