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La formazione dello scrittore, 16 / Andrea Inglese

9 ottobre 2014

di Andrea Inglese

[Questo è il sedicesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice (che per qualche settimana sarà sospesa, mentre le “formazioni” degli scrittori uscitanno sia il giovedì sia il lunedì). Ringrazio Andrea per la disponibilità. gm]

Un romanzo di formazione del giovane scrittore, soprattutto se autobiografico, implica almeno due cose: che lo scrittore si formi in giovine età e che ci siano un paio di momenti epifanici, durante i quali capisce che è stato prescelto per questa poco congrua attività umana. Nel mio caso, la formazione, per diversi deficit personali, è ancora in corso, e a 47 anni suonati mi sveglio alla mattina dicendo che sarebbe bello o sarebbe ora che io diventassi uno scrittore. Per questo, forse, le epifanie scarseggiano e lo sguardo retrospettivo si perde in una moltitudine di indizi, nessuno dei quali convincente a sufficienza. Però tutte le storie che riguardano le origini, sono storie belle, malleabili, elastiche, e non si fa mai fatica a raccontarle. Quindi anch’io, in modo volontaristico, sono in grado di trarre dal guazzabuglio della mia incompiuta formazione qualche episodio di rilievo. Il libro del bruco, ad esempio, che devo aver maneggiato intorno ai tre anni, avrà avuto qualche effetto propagatore? Ricordo che era abitato da un grosso buco. Un libro con dentro il niente, nel mezzo. Era un assaggio del celebre libro sul niente, che desiderava fare Flaubert? (Nell’appartamento dove leggevo il libro bucato del bruco, sopra il letto vi era un manifesto di sgargianti rossi con profili neri di persone che brandivano strane aste. “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, diceva. Frase di un certo Mao Tse Tung. Sarò stato ispirato anche dal Grande Timoniere?) Nel frattempo un mio nonno adottivo, buonissimo con i nipoti veri o acquisiti, ma poco amato dai figli, mi leggeva Salgari, e soprattutto snocciolava avventure di pirati e cow-boy. (Era partito volontario per fare la guerra d’Etiopia, era un fascista convinto. Di materiale ne aveva per insaporire storie dove si spara e si ammazza.) Tutto questo avrà dato il suo frutto? Quando mi sveglio alla mattina, dicendomi che è ora di diventare scrittore, io lo spero. Spero sinceramente che tutta questa semenza abbia prodotto quel disturbo mentale, quel vetro smerigliato tra la mia mente e la realtà, che trova una sua forma di accomodamento e soluzione nel fatto di scrivere. Un ruolo importante deve averlo avuto un libro scritto sessant’anni prima che io nascessi. A nove anni, ero soprattutto circondato da vecchi. (Tutta la mia infanzia è stata popolata da vecchi.) Non era quindi così strano che, per il mio compleanno o chissà quale altra occasione, degli amici di mia nonna materna, e suoi coetanei, mi regalassero il libro di Luigi Bertelli Il giornalino di Gian Burrasca. Non so se ciò rientri nei casi epifanici, ma ancora adesso io vivo un po’ di quella spinta, di quella spinta a fare l’idiota, a scrivere come un idiota, un idiota però calcolatore, che si serve di una sua schietta idiozia per fini, non dico intelligenti, ma rimuginati, abusivi, destabilizzanti. Comunque, Giannino Stoppani è diventato subito il mio modello educativo privilegiato.

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