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Dalla Bottega di narrazione / Strane cose accadono

5 ottobre 2011
Stefania Arru e Luigi Tuveri. (Fantasmaticamente, anche Elena Orlandi). Fotografia di Barbara Tagliaferri

Stefania Arru e Luigi Tuveri. (Fantasmaticamente, anche Elena Orlandi). Fotografia di Barbara Tagliaferri

Dalla Bottega di narrazione / Luigi Tuveri

3 ottobre 2011

[Come ho spiegato qui, pubblico in questi giorni una serie di estratti dai lavori in corso degli “apprendisti” della Bottega di narrazione. gm].

Luigi TuveriMi chiamo Luigi Tuveri (www. luigituveri.it), sono nato a Milano il 30 luglio 1964. Sto scrivendo un romanzo. Questo è l’incipit, più un po’, del primo capitolo.

da L’arco del tempo
di Luigi Tuveri

Roberto Chiodi nacque un’altra volta e all’età di dieci anni, quando con la famiglia si trasferì in quella che lui e Ofelia avrebbero chiamato la casa di vetro, ebbe la nitida sensazione di essere due persone. Accadde definitivamente una mattina, all’alba, svegliandosi da uno di quegl’incubi che lo torturavano da quando era tornato al mondo. Nella vita nuova si chiamava Leonardo Boka e i genitori le avevano già provate tutte per capire da quale fonte gemmassero i brutti sogni. Sin da piccolo era stato visitato da psicologi, pediatri, medici specializzati. Erano giornate di cui Leonardo ricordava piccoli particolari. L’odore di brioche calde al bar dell’ospedale, le plafoniere tonde come dischi volanti appese ai soffitti dei corridoi dove lo facevano attendere, il piazzale dell’elisoccorso puntellato dalle intermittenti. Poi c’erano tutti quei dottori che circolavano rapidi scorrendo sui sandali di gomma, con le cartelle sottobraccio, il palmare in mano e che passando gli carezzavano i capelli. Ogni porta era segnata con un numero, un colore, un simbolo geometrico e i visori delle prenotazioni automatiche diffondevano gli avvisi negli ambienti con voce chiara. La notte però, quando Leonardo si risvegliava urlando roco come se un demonio gli fosse entrato dentro, non era semplice adottare i consigli ricevuti durante le sedute: ninnarlo con voce melodiosa, accendere l’abatjour, fare scorrere l’acqua di un rubinetto. Ogni buon proposito, tenendo tra le braccia quel corpo scalciante, si riduceva ad ansia e paura. Quelle che da lattante erano state classificate come coliche, si capì presto fossero altro e a cinque anni, quando al cospetto dell’astrologa Romilda Zais, per la prima volta Leonardo era riuscito a raccontare cosa sognava, se ne ebbe la conferma. Rivolgersi a Romilda Zais era stato uno dei tentativi, al di là della medicina comune, che Sandor Boka aveva ritenuto di dover fare. Cinque anni di trattamenti tradizionali non avevano portato alcun risultato; Leonardo cresceva, diventava più alto, più pesante, più incontenibile e soprattutto andava avanti a svegliarsi strozzato dal delirio, strillando contro i muri e i genitori. Romilda Zais quel giorno lo aveva fatto giocare, gli aveva messo nel piatto una fetta di torta ai lamponi e nel bicchiere del succo di fragola fresco, aveva continuato a togliersi e rinfilarsi gli occhiali con la montatura luccicante decorata di stelle, non lo aveva subissato di domande ma lasciato raccontare quel che riusciva e lui, con parole infanti, aveva rievocato il sogno della fontana che spruzzava sangue, del toro furente, del bosco in fiamme. Nelle sedute successive avrebbe detto dei bambini con il volto ofide e le gambe mozzate; del silenzio di una casa affollata da umani senza bocca e occhi, inchiodati a un tentativo di urlo che non potevano liberare, con le dita ficcate nei timpani per sfuggire ai rumori, ricoperti da una pelle trasparente che denudava l’orribile repertorio di organi interni e incisa da vene lattescenti maculate di celeste. A Romilda Zais, astrologa che odiava l’oroscopo, medium e ipnoterapeuta, col tempo, Leonardo avrebbe raccontato ogni segreto.
E lei a Leonardo.

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