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Il vento dell’immensità nell’infinito leopardiano

31 luglio 2018

di Marco Candida

« Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare. »

 

Il punto fondamentale del presente intervento è il seguente: siamo sicuri che l’Infinito di Giacomo Leopardi dia conto di un’esperienza di fusione del poeta con l’infinito? La questione ruota intorno a una figura retorica ampiamente utilizzata dal Leopardi che si chiama deissi. Nell’Infinito il Leopardi utilizza una deissi prossimale (“questo”) e una deissi distale (“quello”). La deissi distale serve a indicare l’infinito, ma anche la deissi prossimale alla fine dello pseudo-idillio leopardiano ha la medesima funzione. Quando il Leopardi scrive “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio” e il conseguente “e il naufragar m’è dolce in questo mare”, il Leopardi si sta riferendo a un infinito nel quale egli ormai si trova beatamente in mezzo. Ma se non fosse così? E se invece, Leopardi avesse più semplicemente utilizzato sì le deissi “questo” e “quello”, ma mantenendo l’opposizione netta dal principio alla fine? Il Leopardi scrive: “E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando”. La scena è questa. L’autore è seduto davanti a una siepe su un colle isolato e s’immagina l’infinito al di là di quella: spazi interminabili, silenzi sovrumani, quiete profondissima. Insomma, per il Leopardi l’infinito è immobilità e silenzio. Silenzio e immobilità tanto grandi da atterrirlo. Dopodiché, l’autore sente un fruscio: è il vento che soffia tra le piante, i rami, le foglie. Così, paragona l’infinito silenzio di cui ha appena avuto percezione a quel fruscio. Lo paragona, sì: poiché il Leopardi usa “vo comparando”; e dunque, lo “stormir” del vento non suggerisce al poeta una sensazione di infinito, come quando, ad esempio, ci si porta una conchiglia all’orecchio e quel che si sente fa pensare, suggerisce l’incessante sciaguattio delle onde del mare. E questo fruscio cosa fa balenare in mente al poeta? Il Leopardi avverte in quel fruscio un chiassoso passato: in un momento stagioni morte e sepolte gli riecheggiano nella testa sino ad arrivare al “suono” del presente. Ed è curioso che nello Zibaldone sia proprio il Leopardi a scrivere: “”La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro se non perché il presente, qual ch’egli sia, non può essere poetico; e il poetico, in uno o in altro modo si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago”. Com’è possibile che il Leopardi nel rappresentare l’infinito faccia riferimento, pertanto, al “presente”? Forse perché quel “presente” non è all’infinito che si riferisce: è da ricondursi, invece, al fruscio. Ecco qual è la spaventosa prospettiva del più celebrato idillio leopardiano. Ecco, il soffocante pessimismo cosmico del poeta di Recanati. Che cosa siamo noi? Difronte al silenzio dell’infinito noi siamo soltanto un fruscio. E questo “fruscio” rimane pur sempre un’eternità, secoli e secoli, millenni, stagioni su stagioni, un’immensità dove perdersi e annegare; ma pur sempre un’immensità dove “naufragare”, ossia non smettere di perdersi, annaspando, (e “immensità” e “mare”, di per sé, connotano uno spazio finito) è mille volte più confortante che restare inghiottiti da quell’infinito glaciale, annichilente per il quale noi siamo solo rumore prodotto da un po’ di vento, fruscio. (more…)