Posts Tagged ‘Lawrence Sterne’

Come sono fatti certi libri, 3 / “I promessi sposi”, di Alessandro Manzoni

20 luglio 2017

Alessandro Manzoni, in un ritratto giovanile.

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Un paesotto lombardo, circa il 1630 o 1631 o poco dopo. E’ estate, si prende il fresco. Un giovanotto racconta. Gli sono capitate delle avventure. Doveva sposarsi (e ora è sposato: la sua bella moglie è lì, un po’ discosta come è suo solito, un bimbetto ancora minuscolo tra le braccia), un potente delle sue parti (non è originario di lì) aveva chissà come messo gli occhi sulla promessa sposa (non che lei gliene avesse dato lo spunto: era stato un caso), e così il giorno prima del matrimonio il prete, spaventato da due scherani del potente, aveva imbastito su un sacco di scuse per rimandare. E poi: il tentativo di forzare la mano, presentandosi davanti al prete di notte e di sorpresa a proferire le frasi fatidiche (poiché i ministri del matrimonio sono gli sposi, mica lui); gli scherani del potente che si presentano alla casa della promessa, trovandola fortunatamente vuota; la fuga; il ricovero di lei in un monastero, presso una monaca di buona famiglia, una tipa strana; lui invece a Milano, a cercar fortuna, e a cacciarsi invece nei guai; lei dai guai inseguita, invece, rapita e portata in un castellaccio: il cui castellano, peraltro – la Provvidenza! – quell’istessa notte decide di cambiar vita; e poi la peste, la peste (e qui, l’uditorio al completo fa una faccia cupa: tutti hanno perso qualcuno, in quella peste); e finalmente il ritrovarsi, e il ritrovare nel Lazzaretto di Milano proprio quel potente cattivo, e poterlo perdonare, sgravando il cuore dal risentimento e dall’odio – la Provvidenza, ancora – e finalmente èccoci qui, come vedete, l’abbiamo scampata, l’abbiamo scampata bella.

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La formazione dello scrittore, 8 / Alessandro Zaccuri

10 luglio 2014
Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

Gianni De Luca, Amleto, da William Shakespeare (Il Giornalino, 1976)

di Alessandro Zaccuri

[Questo è l’ottavo articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Alessandro per la disponibilità. gm]

1.

alessandro_zaccuriL’ultima storia sarebbe questa.
Muore un uomo, si prepara il suo funerale. La malattia è stata lunga, metodica com’era stata la sua esistenza. Il lavoro in banca, la cura perfino eccessiva nell’organizzare le giornate, l’abitudine di arrivare in stazione anche un’ora prima quando c’era da prendere il treno, l’insistenza nel leggere prima le istruzioni, sempre. Mai in ritardo a un appuntamento o a una scadenza.
Quest’uomo ordinato muore, dunque, e si prepara il suo funerale. In un giorno qualunque, a inizio settimana. In un paese di provincia, dove fino ad allora nulla è accaduto. Ma quel giorno, proprio all’altezza della cittadina dove nulla accade, un furgone sbarra l’accesso all’autostrada che da Milano va verso Como, un camion si mette di traverso sulla carreggiata, uomini con il passamontagna scendono, gettano chiodi a tre punte. Impugnano kalashnikov, sparano. Il blindato del portavalori viene assalito e svuotato. Pochi minuti per la rapina del secolo. Pochi minuti per liberare i demoni del caos. I banditi scappano, l’autostrada è bloccata, il blocco dell’autostrada provoca l’effetto domino sulla viabilità della zona, dell’area metropolitana, dell’intera regione. Arrivare al funerale diventa un’impresa. Tutti i contrattempi, tutti i ritardi evitati nel corso di una vita si accumulano in quell’ultimo giorno, in un ingorgo spaventoso e insieme allegro. Inspiegabilmente, meravigliosamente allegro.
Ecco, questa è l’ultima storia che mio padre mi ha raccontato. Non a parole, perché di parlare aveva smesso da anni. Il morto era lui, il funerale era il suo. Quel giorno pioveva, tra l’altro.

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Metodi infallibili per scrivere buone opere letterarie, 1

30 marzo 2012

di Lawrence Sterne

Tra le infinite maniere di dar principio a un libro, che oggigiorno sono in uso in tutto il mondo conosciuto, ho fiducia che la mia sia la migliore; e sono certo che è la più pia, perché comincio con lo scrivere il primo periodo, e mi affido a Dio Onnipotente per il successivo.
Farebbe passare per sempre a uno scrittore il malvezzo e l’insania di aprire la porta di strada e chiamare tutti quanti, amici, conoscenti e parentado, col diavolo e i suoi folletti, con i loro martelli e macchine, ecc. ecc., il solo osservare come i miei periodi di susseguano l’uno all’altro e come il piano si sviluppi nell’opera totale.
Vorrei che si vedesse con quanta sicurezza, mezzo balzando dalla sedia mentre ne afferro il bracciolo, alzo gli occhi e acchiappo al volo l’idea, a volte anche prima che mi sia venuta incontro a mezza via.
Credo in coscienza di avere intercettato più d’un pensiero che il cielo aveva destinato a qualcun altro.

Da Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, vol. viii, c. ii, tr. Antonio Meo, Einaudi 1990, Struzzi, p. 496.