Posts Tagged ‘John Cage’

La formazione dello scrittore, 9 / Giuseppe Genna

17 luglio 2014

di Giuseppe Genna

[Questo è il nono articolo della serie La formazione dello scrittore, che appare in vibrisse il giovedì (ed è parallela a quella La formazione della scrittrice, che appare invece il lunedì). Ringrazio Giuseppe per la disponibilità. Il prossimo ospite della rubrica sarà Marco Candida. gm]

giuseppe_gennaNon so nemmeno a quale formazione fare riferimento; per me, cresciuto negli anni Settanta e Ottanta e Novanta, è adesso più confusione e sbigottimento che ricordo il dire del me stesso, chi incontrò, cosa fece, come arrivò alla scrittura. Inoltre si tratta di “io” e qui sta un problema storico. Utilizzare questo pronome radicale è stato difficile nel corso dei due decenni in cui ho pubblicato. Ho tentato di costruire un ologramma, un avatar, che attirasse fulmini e saette, giusto livore e ingiusto rancore, lasciando in pace la persona in un silenzio e in un respiro ampi, secondo l’insegnamento di un poeta che annovero tra i miei maestri e che era Antonio Porta (così, noto al secolo; si chiamava Leo Paolazzi, in verità).
Prendo molto sul serio questo invito di Giulio, che certamente è tra gli scrittori e intellettuali i quali più stimo da tanti anni, con cui a me è parso di fare un po’ di strada insieme (vorrei citare, insieme a lui, tra i miei coetanei editoriali, quelli per me più decisivi: Tommaso Pincio e Aldo Nove). Dice Giulio: scrivi quello che vuoi sulla formazione tua, meglio se lungo il pezzo, anziché breve. Quindi scrivo questo autoritratto, sommario e forse un po’ peccaminoso, seguendo le metriche suggeritemi.

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La formazione dello scrittore, 1 / Valerio Magrelli

22 maggio 2014

Ritorno e ricordo: al mio liceo

di Valerio Magrelli

[Questo è il primo articolo della serie La formazione dello scrittore (parallela a quella La formazione della scrittrice), che apparirà in vibrisse il giovedì. Ringrazio Valerio per la disponibilità. Il prossimo ospite sarà Mario Benedetti. gm]

valerio_magrelliPer anni ho frequentato il “Liceo Statale Sperimentale”. La mia formazione e quella dei miei compagni si svolse tutta nel segno di un ossimoro simile a quello che in Messico è affidato al “Partito Rivoluzionario Istituzionale”. Studiavamo la devastazione. I nostri compiti a casa riguardavano Pollock e Beckett, Cage e Joyce. Afasia, dislessia, sabotaggio, erano già materie d’esame. Insomma, l’avanguardia era la tradizione. In breve ci trovammo a rovesciare, nostro malgrado, il motto di Mallarmé. Se il poeta francese esclamava: “La distruzione fu la mia Beatrice”, noi, miti cavie del laboratorio post-moderno, mormoravamo: “La distruzione è la nostra Perpetua”. Più che una musa, infatti, la distruzione ci appariva come una vecchia Tata, rassicurante e burbera. Naturalmente, il primo mio saggio fu una monografia sul Dada.

Il rischio, però, è di finire dal Cabaret Voltaire di Tzara, al Bagaglino di Pippo Franco (riferimento a uno sciagurato spettacolo dell’epoca, poi trasformato in programma televisivo): un luogo dove applaudono solo gli sprovveduti. Per spiegarmi, vorrei accennare a una mia particolare idiosincrasia, vale a dire il fastidio, si badi bane, non contro la Merda d’artista di Piero Manzoni, bensì contro il tipo di ricezione dimostrato nei suoi riguardi. Un lavoro del genere, al pari della pisciata di Carmelo Bene contro il pubblico in sala, poteva fare un effetto scandaloso su chi ignorava l’Orinatoio, ideato da Duchamp nel 1916 e con ben altre implicazioni teoriche. Questa provocazione in differita di mezzo secolo, poteva scandalizzare l’italietta del neorealismo o di qualche cittadina pugliese, ma per il resto andava e va considerata nient’altro che un’elegante chiosa, un omaggio, un d’après, se proprio non vogliamo parlare di plagio.

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