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Un Dio innominabile, irrappresentabile, sfuggente

13 marzo 2009

di Il malditesta personale di Giacomo

[Il malditesta personale di Giacomo (il nomignolo è questo, non so che farci) ha pubblicata questa recensione del Davide di Carlo Coccioli nelle sue pagine in Anobii. La riproduco con il suo permesso. gm]

Carlo Coccioli

Carlo Coccioli

«Sempre due Davide, mai uno solo, ed eravamo, o siamo?, rinchiusi nel medesimo involucro. Il nostro denominatore comune consisteva, o consiste?, nel sapere chi dei due fosse, o sia?, l’autentico. Vi sono sempre stati un Davide ragione e un Davide istinto, sfiorante l’angelo il primo, quasi coincidente il secondo con l’animale.»
Nella lunga confessione che il re Davide, vecchio e prossimo alla morte, formula, intessendola di canti (i suoi salmi) e in dialogo costante (talvolta un po’ ironico) con gli annalisti d’Israele che tramanderanno la sua storia, è stupefacente, mi pare, l’intreccio di riflessione e libero sfogo delle emozioni: Davide si interroga a lungo su Dio e il suo misterioso rapporto con la creazione, mediato da emanazioni divine, dalla rete segreta di numeri e parole che la sostiene, dalla Legge consegnata agli esseri umani; ed esprime dubbi e passioni (amore, soprattutto) con stupefacente libertà, che il loro oggetto sia Dio o altri uomini o donne. Vendette, amori, rancori travolgenti, istantanei o meditati.

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