Posts Tagged ‘Giuseppe Genna’

Prelievi e trapianti (ovvero: perché è bizzarro stupirsi di ciò che ha fatto Antonio Scurati)

17 giugno 2014

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Creazioni, 14

21 giugno 2013

Valter Binaghi, La sterminata antichità di Giuseppe Genna

pincio_ritratto_gennaFin da bambino era ossessionato dall’origine dell’universo, l’istante primigenio che i miti biblici risolvevano con un “fiat” e le moderne cosmologie scientifiche rappresentano con il “Big Bang”, l’invenzione della Luce che fiorisce nella tenebra e la cui forma finale sarà il mondo. Ebbene, egli era inspiegabilmente convinto di avervi assistito, o quanto meno che in lui ne sopravvivesse la traccia come il grumo nascosto di una memoria primordiale. Un evento appreso ma non più immaginabile, intimo al cuore eppure lontanissimo dai campi arati del linguaggio. Un meteorite sprofondato: bisognava dissotterrarlo come un minatore la gemma preziosa, per ripresentarlo finalmente alla luce di una contemplazione piena. Solo allora, ricongiungendo il principio con la fine, il cerchio della sua esistenza si sarebbe chiaramente disegnato, ponendo termine a quel senso di viscerale incompiutezza che lo tormentava.

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Lo specchio rotto del romanzo. Appunti su “Piccolo testamento” e “La luce prima”

28 settembre 2011

di Demetrio Paolin

In questi giorni ho finito di leggere Piccolo testamento (Laurana, 2011) di Gabriele Dadati e La luce prima (Isbn, 2011) di Emanuele Tonon. Le note che stendo sono sotto forma d’appunti perché se ho ben chiaro cosa voglio dire – ovvero che questi due libri sono definiti e presentati come “romanzi”, ma romanzi non sono – non ho ben chiaro come argomentare tutto questo.

L’impressione che non siano romanzi è dovuta a come i testi si impongono nel procedere della lettura. Pur essendo libri che raccontano un lutto a brillare dalle pagine è proprio l’assenza della persona morta. Nel caso di Piccolo testamento Vittorio, il maestro che muore, non è altro che una presenza fantasmatica. E’ un vero e proprio fantasma, così lo definisce l’io narrante, che va a sommarsi agli altri fantasmi delle donne amate/usate. In La luce prima la madre, a cui è dedicato il canto d’amore del figlio, non ha mai una presenza reale nella scena, ma rimane annunciata, vista di lato. Al massimo ne riemergono dalle pagine le tracce: il profumo, la crema per le mani o il pigiama.
Al centro di questi libri, in realtà, c’è l’io e non un Io qualsiasi, ma l’Io di uno scrivente, di una persona che per lavoro, per vocazione ha a che fare con le parole. La riflessione quindi non è tanto sull’altro, sulla persona che scompare, ma su chi resta e su chi resta e sul come la racconta.

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Nove mesi di Bottega di narrazione (con annuncio finale)

28 settembre 2011
Giovane scrittore emergente, colto nella fase di immersione

Giovane scrittore emergente, colto nella fase di immersione

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La politica non c’entra

15 febbraio 2011

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“Una lingua extratemporale”

13 gennaio 2011

“Istruttivo, ma alla fine senza infamia”

13 gennaio 2011

di Maurizio Bono

[Questo articolo di Maurizio Bono è apparso oggi nel quotidiano La Repubblica].

Oreste Rossi

Oreste Rossi

I libri tolti di mezzo prima o poi ritornano, anche dopo una rimozione così chirurgica da farne quasi perdere memoria. Nel marzo ’98 i racconti di Giulio Mozzi Il male naturale erano appena usciti per Mondadori quando il deputato leghista Oreste Rossi minacciò di denunciare l’editore per la comparsa sul sito di Segrate di tre pagine del libro, “di carattere altamente pornografico, in cui vengono descritte scene di sesso esplicito tra adulti e bambini”. Seguì un’interrogazione parlamentare senza sviluppi, ma nel frattempo il brano fu cancellato dal sito e il libro sparì dalle librerie. Aveva fatto in tempo a raccogliere recensioni (positive e no) e un giudizio di Geno Pampaloni sul racconto più scioccante, “Amore”, quello finito su internet, che restituisce torto e ragioni dello scandalo: “Crudele, freddo, privo di compiacimenti stilistici”, ma la pedofilia “è un tema decisamente sgradevole e la scelta mi lascia perplesso anche in un libro”.

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Tentativo di descrizione di una tendenza in atto nella narrativa italiana (ovvero: come liberarsi dell’inutile categoria dell’autofiction)

19 agosto 2009

di giuliomozzi

Tanti anni fa il signor René Descartes decise di mettere tutto in dubbio. Dopo aver dubitato e dubitato, gli restò qualcosa, un resto, del quale non riuscì nonostante tutti gli sforzi a dubitare. “Poffarbacco”, pensò: “Sto pensando. E se sto pensando, esisto. Della mia esistenza, quantomeno della mia esistenza come essere pensante, non posso dubitare”.

Nel 2006 le acque di quel bicchiere che sono le pagine culturali dei giornali furono agitate da un breve saggio di Antonio Scurati: La letteratura dell’inesperienza. Due anni prima furono agitate da un articolo di Mauro Covacich apparso in L’Espresso con il titolo Ho le vertigini da fiction. Scriveva Covacich: “Ogni cosa per essere reale dev’essere trasmessa, ma non solo – questa ormai è roba vecchia – anche ogni esperienza di vita è reale solo se pensata da chi la vive coi ritmi, le sequenze e le inquadrature di una fiction. Il concetto la vita come un romanzo ha cambiato più volte faccia fino ad arrivare a la vita come un reality show“. Scurati non diceva cose tanto diverse: “La distinzione tra il finzionale (fictional) e il fattuale (factual) non è più rilevante, prima ancora di non essere possibile”, “Oggi il problema si riformula così: come trasformare in opera letteraria quel mondo che è per noi l’assenza di un mondo. Il mondo non c’è, e per questo diventa urgente raccontarlo”.

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Leggete assolutamente

11 giugno 2009

di Giuseppe Genna

[Questo articolo di Giuseppe Genna è apparso il 4 giugno 2009 nel suo blog].

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E’ uscito presso Transeuropa Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (12.90 euro – qui il booktrailer). E’ un libro necessario, poiché è una delle forme date al tragico in questi anni di narrativa italiana. Forma diffranta e tuttavia unitaria, in maniera ben diversa dal lavoro strutturale (ma anche stilistico) effettuato da Giorgio Falco nel suo L’ubicazione del bene, la narrazione di Paolin elude per trascendimento l’opposizione estetica tra bellezza e antibellezza. Ciò perché la bellezza non è uno stato di transizione, ma una conquista che, toccata e cioè realizzata, funziona retroattivamente sulla percezione dell’esperienza umana – e la redime. Si avverte a questo incrocio la possibilità di salvezza che annienta l’esperienza del male, radicalissima, effettuata nelle vicende affrontate dal protagonista del libro, Demetrio, professione “giornalista”. Non si tratta di uno sdoppiamento e nemmeno di autofiction: si tratta di coincidenza fantastica, cioè condotta attraverso “l’intelligenza fantastica” che delinea Solger quando circoscrive la nozione di “tragedia del bello”. Romanzo neoesistenziale per finta, poiché ci si trova di fronte a una narrazione neppure religiosa, ma veracemente metafisica, Il mio nome è Legione è un libro che coincide anche con il titolo: dire che si è il Male significa vedere il Male dall’esterno, e non essere identificati con l’interno.

Continua a leggere l’articolo nel sito di Giuseppe Genna.

Otto anni non sono pochi / 6

30 maggio 2009

[Negli otto anni del mio lavoro presso Sironi abbiamo pubblicato tanti libri. Riprenderò qui, in questi giorni, alcuni articoli relativi a quei libri che – a prescindere da qualunque valutazione commerciale – mi sembrano aver meglio “resistito” nel tempo. Questo articolo di Andrea Cortellessa apparve in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, il 9 luglio 2005. gm].

«Non v’è nulla che rievochi maggiormente il Nulla come il Tutto». Una frase come questa potrebbe averla detta l’oscuro Alonso Barrulho, che negli Anni Trenta strologa da una certa città spagnola, dal passato favoloso e dalle coordinate imprecisate. Perceber è la città della quale Barrulho dice, infatti (in un cartiglio recuperato, a Roma, quasi settant’anni dopo): «Ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome».
La pillola di gnosi non troppo vagamente borgesiana è una delle chiavi – così numerose da scoraggiarne l’uso – del «romanzo eroicomico» (così il settecentesco sottotitolo) col quale esordisce il trentacinquenne Leonardo Colombati. Il titolo è proprio il nome di quest’Anti-Roma immaginaria; la quale a sua volta si battezza da una storpiatura ispano-germanico-lusitana del latino percipere («assumere i dati della realtà mediante i sensi » – si rinvia il lettore a p. 46 per l’oggetto-sineddoche della realtà). Effettivamente Tutto e Nulla stanno – nel mondo fittizio quanto in quello cartaceo che lo evoca – in un rapporto dialettico: di mutua causalità. Per questo la minuziosa rete di rinvii alla cosmologia cabalistica – sottesa al set dei diversi quartieri romani come all’ordinamento di un simbolico Corpo Astrale –, a dispetto delle mani messe avanti in abbrivo («della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere»), è tutt’altro che accessoria. Di fatto è ossessivamente ribadita, tanto dal doppio apparato di note (in coda al volume e – francamente di troppo – in calce a ciascun episodio) che dalle sterniane didascalie a ogni capitolo.

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Quanto vendono i libri pubblicati in Lulu.com?

28 maggio 2009

di giuliomozzi

Ricevo da Lulu.com questa lettera.

Vado a controllare: effettivamente il mio libro Le vostre mani, appese è ora disponibile, oltre che in Lulu, qui, anche in Amazon, qui. In Lulu costa sei euro e trenta, in Amazon dieci dollari e trentun centesimi (in entrambi i casi, spedizione esclusa). Mi accorgo che in Amazon gli altri miei libri, pubblicati da editori titolati come Einaudi o Mondadori, hanno prezzi bizzarri: cento, duecento dollari, o addirittura quattro dollari. (Nota: il Giulio Mozzi autore del Discorso matematico sopra il rotamento momentaneo dei corpi non sono io).

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Leggete assolutamente

26 maggio 2009

di Giuseppe Genna

[Questo articolo di Giuseppe Genna è apparso oggi nel suo sito. Del libro di Giorgio Falco scrive oggi anche Mauro Covacich nel Corriere della sera].

Mi occuperò di tre libri, appena avrò il fiato di farlo. Si tratta di tre romanzi perforanti: Il tempo materiale di Giorgio Vasta (minimum fax), su cui da mesi rifletto; Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa); e il libro che segnalo oggi, L’ubicazione del bene di Giorgio Falco (Einaudi Stile Libero). Sono tre romanzi che mi appaiono fondamentali per il nostro tempo narrativo italiano.
Il libro di Giorgio Falco, che non c’entra assolutamente nulla a mio parere con Carver (così ho letto in giro), ma c’entra tantissimo con Cheever e con una tradizione italiana in cui vedo Volponi assai presente (congiunto obliquamente con una linea “impossibile” che da Leopardi, passando per Pascoli, attraversa Michelstaedter – ma sia chiaro: queste sono impressioni mie e soltanto mie), non è una rappresentazione mimetica e nemmeno allegorica del presente post-industriale o della faglia temporale che stiamo vivendo: è infatti un romanzo teologico e la post-industria non è un’ontologia, ma una sociologia. Se preso dal verso della rappresentazione cinica di un tempo umano spettrale, L’ubicazione del bene sarebbe un romanzo sociologico: lo sembra, in effetti, e non lo è. Se preso dal versante della meditazione sul Bene, immediatamente il Bene viene inteso come scelta morale, come opzione, come preterizione umana: e ciò anche sembra essere il libro di Giorgio Falco, ma non lo è.

Continua a legge l’articolo nel sito di Giuseppe Genna.

“Un libro fondamentale per la letteratura italiana (sul piano della sociologia letteraria in coincidenza con quello delle poetiche)”

25 febbraio 2009

di Giuseppe Genna

[Questo articolo di Giuseppe Genna apparve in I Miserabili il 9 marzo 2005. Nei prossimi giorni il libro Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, pubblicato nel 2000 da Einaudi, sarà reso gratuitamente prelevabile, in formato pdf, qui in vibrisse. gm]

Compio un’operazione in corpore vili: non il corpo del giudizio critico, diciamo invece sul corpo del giudizio allucinatorio. Non so se questa ulteriore dimostrazione della mobilità del criterio miserabile possa essere utile a comprendere la modalità acritica che guida la stesura dei miei interventi su queste pagine. E’ più probabile che la cosa indigni o si pensi a una gratuita operazione estetica o, peggio, a un’indebita leccata di culo. Nelle mie intenzioni, invece, si tratta di mostrare come un criterio aperto sia l’approccio alla storia e ai testi che, su queste pagine, mi interessa. Trovo che una religione indegna e innaturale sia quella della cristallizzazione del giudizio e dell’attenzione. Non è cristallizzando, e soprattutto non è cristallizzando il criterio che fattosi linguistico, che si può – letterale – godere la storia. Io godo della storia per immersione e movimento, per abbattimenti sequenziali del me, dell’idea che non può essere unica. Un simile movimento cade sotto leggi fisiche molto sottili, la cui grammatica cerco di chiarire nell’area Ultrapsichica.
Veniamo dunque all’enunciazione di un frame del movimento a cui è sottoposto il miserabile criterio: il finto poema a firma Giulio Mozzi Il culto dei morti nell’Italia contemporanea (Einaudi, 2000) è un libro fondamentale per la letteratura italiana.

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