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Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, seconda parte

14 luglio 2017

di giuliomozzi

[La prima parte]

Una quantità di testi

Cominciamo dunque a parlare di questo romanzo di Giuseppe D’Agata: del romanzo, e non del libro (come abbiamo fatto finora). Per intanto, il riassunto della storia. Grosso modo: il narratore (prima persona) è un aspirante scrittore. Scrive in forma di diario mensile (ci sono dei titoletti: ottobre, novembre…). Ha un amico, Al, che è invece è già uno scrittore “professionista”, avendo pubblicato “un’opera prima matura e tradizionale, un romanzo (sulla Resistenza) dalla struttura solida come un buon cassettone ‘seicento, di stile, ma in versione un po’ campagnola” (p. 10). I nostri due eroi di giorno sono dei “cetomedisti produttivi”, s’incontrano di notte su un cavalcavia (dove il narratore incontra anche, corporalmente, una certa Lina, impiegata), e lì parlano di letteratura. Al ha la tipica crisi dello scrittore-al-secondo-romanzo, ovvero alla prova della maturità. Ciò che scrive non gli piace mai. Fa leggere qualcosa al narratore. I testi che, nei vari incontri, Al fa leggere al narratore sono riportati in corpo minore. Sono abbozzi, inizi, pezzi in mezzo di questo romanzo che Al non riesce a scrivere. Uno è una scaletta. Che cos’hanno che non va, questi scritti? Non sono politicamente a posto (vedi oltre).

Al è uno scrittore del gruppo B. Una nota a p. 9 spiega: “La più recente classificazione sociologica (met. Mal. mod) pone nel gruppo A gli scrittori che risiedono a Milano e a Roma. Il gruppo B comprende quelli residenti negli altri centri e comunque in quelli che raggiungono almeno i 250.000 abitanti. Il resto forma il gruppo C”. Ovviamente il suo desiderio è diventare uno scrittore del gruppo A, ovvero andare a stare a Milano o a Roma. Milano, soprattutto. E, dopo molte esitazioni, lasciando il lavoro e mettendo in gioco tutti i suoi risparmi, andrà a Milano. Da lì manderà notizie sempre positive, salvo suicidarsi a p. 134. A pagina 135 il narratore alla domanda di Lina “Tu hai smesso, invece, non vuoi più fare lo scrittore, è vero?” risponderà: “Credo di sì, Lina”. Dopo il suicidio una ventina di pagine, fino a p. 155, sono occupate dalla trascrizione del “Quaderno di Al”.

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Come sono fatti certi libri, 1 / “Il circolo Otes”, di Giuseppe D’Agata, prima parte

14 luglio 2017

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com)]

Anche se non lo sapete, sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata: se non altro perché vi sarà capitato di vedere il film, protagonista Alberto Sordi, Il medico della mutua, tratto dall’omonimo romanzo appunto di D’Agata, o perché vi ricordate qualcosa, magari vagamente, dello sceneggiato Il segno del comando (quello del 1971, il rifacimento del 1992 non fa testo), che aveva tra gli sceneggiatori appunto D’Agata; il quale, ma con comodo, nel 1987, ne ricavò anche un romanzo. Quindi sapete qualcosa di Giuseppe D’Agata, anche se non sapete di saperlo. Tanto perché sia chiaro che non vi sto parlando di uno di quegli scrittori assurdi che ogni tanto mi piace tirare fuori dal cappello. Se volete saperne di più, c’è un bel sito dedicato a lui, sommario ma preciso: www.giuseppedagata.it.

Vi parlerò dunque di un romanzo che si intitola Il Circolo Otes, svelandovi subito che Otes è acronimo per Operai, Tecnici e Scienziati. Comincerò dai dintorni del romanzo vero e proprio, dal cosiddetto paratesto, perché ci fu un tempo in Italia (il romanzo è del 1966) nel quale era tale la capacità progettuale di certi autori e di certi editori (l’editore di questo romanzo è Feltrinelli), che opera letteraria e quarta di copertina e bandelle e immagine di copertina e segnalibro (alcune collane avevano su un segnalibro quel tipo di testi che noi oggi siamo abituati a trovare nelle bandelle o nelle quarte) finivano col costituire un tutt’uno.

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